Inevitabilità della Distruzione

Come avrete notato le “entry” di questo blog sono rarefatte, un po’ come gli incisivi centrali di Ignazio La Russa. La voglia di dire cose intelligenti, sensate o anche solo interessanti, è sempre meno. E anche in questo mi sento vicino al nostro amato Presidente della Camera. Solo che non bisogna fare di tutta l’erba un Fascio e quindi forse sbaglio a paragonare la stanca vuotezza di questo quaderno all’altrettanto lacunosa sagacia dell’ex missino.

C’è che non ho davvero più voglia di dire niente. Spero mi scuserete. Avete 4 anni di archivio da spulciare. Fate come Netflix: quando le ultime uscite fanno piangere, buttatevi sul passato. O spegnete la tv, che è meglio. Non chiudo il blog perché è gratis. Quindi letteralmente non mi costa nulla. Quindi che marcisca pure, in questa waste land che è il Web!

Riflettevo ahimè sul fatto che scrivere sarà presto un esercizio di pura accademia. Libri, televisione, musica, giornalismo, blog. Tutto. L’atto stesso della creazione è pronta per essere appaltata a ChatGPT. E per ragioni di ordinaria, banalissima, umana pigrizia. Benché, c’è però da dire, la qualità dei risultati (dell’output, in gergo) sia ancora parecchio lontana dall’essere considerata un’alternativa apprezzabile a ciò che fino a un paio d’anni fa era l’output umano. Scordatevi un nuovo Notre-Dame de Paris o una nuova Nona di Beethoven. Ancor meno un nuovo Via col vento. Per ora.

Nel frattempo noi ci impigriremo. O ci dedicheremo ad altro. Dopo svariati millenni l’uomo tornerà finalmente ad essere libero. Solo che senza scopo, visto che lo scopo principale è la creazione, sarà difficile non impazzire. Già mi ci vedo: miliardi di individui (vabbè, non volevo essere io quello scorretto, ma bisogna sottrarre terzo mondo e paesi in guerra) si iscriveranno tutti in palestra e scrolleranno compulsivamente Instagram.

E dunque tutto questo è inevitabile? Sì. E’ inevitabile, come lo è un qualsiasi avanzamento tecnologico. E’ inevitabile come lo è stata la bomba atomica. Oppenheimer non ha colpe, checché ne dica Lewis Strauss e checché ne dica il governo americano. Ha fatto quello che lo spirito del tempo – del suo tempo – gli ha imposto. Lui è stato semplicemente “scelto”. Puro Zeitgeist (per non dire Weltanschauung). Sam Altman (padre dell’AI, ndr) è apparentemente l’Oppenheimer del nostro tempo. Altro uomo messo lì dalla storia.

La creazione, tutta la creazione è distruzione. Tutta la storia è cronaca di questi cicli. L’AI ci distruggerà, ma prima ci distruggerà la bomba atomica. O la paura di essa. L’umanità è riassunta nella storia delle sue disgrazie, nella sua historia calamitatum, nel suo continuo evirarsi, nel tornare al punto di ripristino precedente. E quando non abbiamo il coraggio di premere pulsantini, ci facciamo bastare il panico che qualcosa stia per succedere, così da congelare qualsiasi tensione rigenerativa.

Ho parlato di Notre-Dame non a caso. Bisogna sempre tornare ai classici.

Nel quindicesimo secolo cambia tutto. Il pensiero umano scopre un mezzo per perpetuarsi non solo più durevole e resistente dell’architettura, ma anche più semplice e più facile. L’architettura è spodestata. Alle lettere di pietra di Orfeo subentreranno le lettere di piombo di Gutenberg.
Il libro sta per uccidere l’edificio.

Ad maiora

L

Fuga da Reuma Park

È di questi giorni la notizia che il governo punta a stralciare il famoso decreto sul rientro dei cervelli. La misura, diventata nel frattempo celebre, ha aiutato tante persone a rientrare in Italia, perché prevedeva uno sgravio fiscale non indifferente, il che ha consentito a chi se n’era andato, di pianificare concretamente il rientro e magari, una volta rientrato, di comprare casa e mettere su famiglia.

Il governo ha pensato bene di opporsi, limitando da una parte il raggio di azione della misura e dall’altra diminuendo lo sconto. Dal 70% di sconto sul pagamento dell’IRPEF si dovrebbe passare al 50%. Quindi in pratica la metà. Questo se la norma, approvata per ora in via preliminare, completerà il suo iter. Non serve dire che lo sdegno è esploso quasi subito. È stata perfino avviata una petizione su Change.org per provare a farli ragionare e a fargli capire che ci sono cosciotti ben più succulenti da addentare, piuttosto che un benefit striminzito, riservato a una fetta talmente piccola da non causare ammanchi tali da fare differenze sulla spesa pubblica. Ma, ovviamente, costoro si sono guardati bene dall’infilare il coltello dove avrebbero trovato la polpa.

Meglio secondo loro penalizzare i cervelli in fuga, scoraggiarli dal rientrare, vomitargli in faccia un mai del tutto soppresso e risentito sdegno, di chi si è forse sentito penalizzato dal non essersene mai andato, del tipo: “Restate dove siete che tanto qui non siete graditi!”. Ed è quindi indirettamente la conferma che a noi i giovani non piacciono. Penso, anzi, che debbano farci proprio schifo se hanno deciso di cancellare la misura. Una delle poche servite davvero a qualcosa, a spronare chi non si vedeva a vivere per sempre lontano e a fare di nuovo le valigie, sventolando un biglietto di solo… “ritorno” per ritrovare genitori e amici e a mantenere, quasi per intero, lo stipendio. L’Istat ci dice che, seppure microscopica, la norma nel solo 2021 ha fatto rientrare ben 74’000 persone.

È stata questa misura ad aiutare anche me, quando nel 2019, ho deciso di tornare in Italia. Grazie ad essa ho potuto sfruttare una pressione un po’ meno vampiresca e chiedere un mutuo che, almeno fino ad oggi, ho pagato. Sono stato fortunato, lo so. Ne sono consapevole. Perché ho beneficiato di quattro anni felici. Nel fondo del mio animo non mi illudevo che la cosa potesse durare. Sapevo che prima o poi avrebbero fatto la cazzata. Ce l’abbiamo nel DNA. Schifo dopo schifo avremmo eletto i peggiori, che avrebbero fatto giustizia dell’ingiusto, per usare le parole di Dante. Era solo questione di tempo.

In più ci tocca la beffa della quotidiana messa in gloria del populista, di colui che oggi è su tutti i giornali perchè si è fatto massacratore di espatriati. Tuttavia stavolta si è passato il segno. Mi unisco più che volentieri (“con questa mia”, direbbe Totò) al coro di chi è stufo di promesse da fine banchetto e ad un stolido elenco di buoni propositi. Quasi sempre disattesi, stravolti, ritrattati. Vedi, tra le righe, assegni familiari, bonus bebè, superbonus e così via. Un’elemosina dopo l’altra. Solo ora mi rendo conto di quanto sia inutile, e forse deleterio, porsi la domanda “Ha senso rientrare?”. Ha senso andarsene. Ha molto più senso a questo punto abbandonare la barca prima che affondi, sulla quale a sedere comodamente sono gli orwelliani Napoleoni, i gloriosi maiali che, come nella Fattoria degli animali, occupano sempre gli scranni più alti.

A 37 anni non me ne andrò. Ma se ne avessi di nuovo 27 scapperei domani. Il più lontano possibile, e pregherei ogni giorno il mio personale dio laico perché mi facesse un regalo: veder fallire le gloriose istituzioni del nostro beneamato paese. Magari con la spettacolarità di una pestilenza biblica. Tra tutti vorrei veder fallire il re dei re, lui. L’INPS. Mi darebbe un piacere fisico vederlo crollare. Non il palazzo dell’italico Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, da un secolo sogno proibito di noi italiani. Bensì il suo significato. Il paradosso che rappresenta. Siamo in ristrettezze, è evidente, visto che per procacciarci due spiccioli vogliamo cavare sangue da una rapa anemica. Eppure i pochi miliardi rimasti vanno a ingrassare i privilegiati di sempre, i figli della prima e della seconda repubblica, gli strapagati sopravvissuti alle rivoluzioni, alle monarchie cadute, al piombo versato, alle stragi al tritolo, ai processi di mafia e agli scandali sessuali. Gli immortali gattopardi per i quali, quando per noi cambia tutto, per loro invece non cambia mai niente.

Vorrei veder spuntare il giorno in cui la piramide si sgretolerà. Io quel giorno tirerò fuori la cetra e canterò ciò che fu. Quando vedrò i Tajani, i Gasparri, i La Russa, i Salvini, lavorare almeno un giorno nella loro vita. Ma lavorare sul serio, farsi un’ora di metropolitana per recarsi in cantiere, spaccarsi la schiena, e tornare a casa con le mani livide di fatica. Fino a quel giorno sono condannato ad ascoltarli pontificare da dietro un leggio, sbarbati e ripuliti, pasciuti, avvolti in abiti costosi, il collo gonfio di vene sotto capocce gigantesche. A forza di guardarli alla fine mi sono mi sono ricordato a che cosa assomigliano: ai turgidi corpi cavernosi di un membro eretto.

Se vi sembro troppo cinico, sentite questa: Giuliano Amato è appena stato scelto per ricoprire un incarico speciale. Magari non tutti se lo ricordano. Giuliano Amato è stato premier nel lontano 1992. Più di trent’anni fa. Già all’epoca era stagionatello. Me lo ricordo come una specie di ratto cieco, rannicchiato tra due spalle minuscole, gli occhiali larghi e spessi, inforcati su un naso adunco. Giuliano Amato oggi ha 85 anni. Praticamente un piede nella fossa. Dobbiamo all’oculata decisione di alcuni saggi maialini della vecchia Fattoria se l’attempato ex primo ministro, anziché godersi la meritata pensione e andare coi nipotini al parco, presiederà, a quasi novanta primavere, una commissione dedicata a studiare l’intelligenza artificiale. La notizia non è una bufala. È assolutamente vera.

La mia conclusione è forse cinica, troppo cinica. Ma è fondata. Il nodo rimane: da noi il vecchio si glorifica. Lo si esalta. Non importa che sia già stato cucinato. Lo si tratta come con certi avanzi di frigorifero: li si frulla e li si fa in brodo per un ultimo assaggio. Non si butta via niente. Solo la carne giovane viene vista con sospetto. Il suo aspetto liscio, non raggrinzito, il colore terso, non rancido, e l’odore fresco, tutt’altro che ammuffito, da noi sono indizi di colpevolezza. Da noi il giovane è un peso, un orpello fastidioso, che intralcia. ‘Ma perché i giovani non fanno figli? Perché non vogliono lavorare? Perché si lamentano di tutto: delle pensioni, dello stipendio, dei contratti, delle ore, degli straordinari, dei loro capi, della politica? Perché allora non se ne vanno, se qui non stanno bene?’.

Una volta fuggiti, i giovani, si augurano loro, non dovrebbero più tornare. Turberebbero la quiete di questo ospizio a cielo aperto chiamato Italia, di questa enorme distesa di teste canute e vesciche deboli. Solo che i giovani servono, e non solo a cambiare pannoloni. C’è il problema, appunto, delle pensioni. Se ce ne andiamo tutti, chi la mantiene la Fattoria? Questo sembra un punto che a nessuno viene in mente. Io, per parte mia, mi auguro una fuga di massa (e anche di Carrara). E a questo punto, se davvero uno avesse il coraggio di partire, gli auguro di non tornare più e di restare dov’è. Noi, che abbiamo sbagliato a illuderci due volte, pagheremo quel che c’è da pagare. Fino all’ultimo maledetto centesimo.

L

Link: PetizioneStatistiche RimpatriGiuliano Amato

Il caso John F. Kennedy

Il 17 aprile 1961, una sconclusionata compagine militare con la bandiera americana arrotolata intorno al braccio sbarca sull’isola di Cuba. Ha inizio l’invasione della “Baia dei Porci”. L’invasione si conclude tre giorni dopo, con la presa d’atto da parte del Governo degli Stati Uniti che si tratta di un’impresa disperata. I pochi uomini spediti a Cuba non riescono ad avanzare e si impantano quasi subito. Altri uomini non ne vengono mandati, per paura che possa aumentare il bilancio delle perdite. A peggiorare la situazione, c’è il fatto che coloro che cadono nelle mani dei miliziani cubani sono facile merce di scambio. E di ricatto. L’operazione, messa in piedi male fin dall’inizio, si è rivelata gestita male, che più male non si poteva.

Il bilancio finale è di 106 americani uccisi e di 1100 prigionieri. Ma a pesare veramente, più dei morti (che ferito più, ferito meno si equivalgono), è il terribile discredito politico e il colossale l’imbarazzo di cui deve ora rispondere l’amministrazione Kennedy. L’invasione non riuscita riesce tuttavia a saldare Cuba e la Russia. Finisce cioè per ispessire ulteriormente il blocco sovietico-comunista, all’interno dell’allora nascente cortina fredda. Il piano per rovesciare Castro non solo non lo rovescia, ma lo tiene al suo posto, costruendogli alla base un consenso popolare enorme, perché il Lìder Maximo ha ricacciato indietro il prepotente gigante americano.

Nessuno alla Casa Bianca vuole prendersi la responsabilità. Il neopresidente John F. Kennedy, con una certa amarezza, osserva: «Un vecchio detto dice che la vittoria ha cento padri ma la sconfitta è orfana». Alla fine la colpa se la prende lui, ma non senza prima strigliare il suo stato maggiore. Fa subito destituire Allen Dulles, direttore della CIA, e il vicedirettore della CIA Charles Cabell. Richard Bissel Jr., vicedirettore delle operazioni, viene ritenuto il responsabile operativo del disastro. Kennedy non manca di rinfacciare a Schlesinger e Bundy, che si erano opposti all’invasione di Cuba, di non essere stati abbastanza energici nell’opporsi. Sembra quasi che Kennedy sia stato costretto, suo malgrado, a fidarsi. Solo che si è fidato delle persone sbagliate.

Kennedy si era candidato alle elezioni del 1960, battendo Nixon in una competizione molto serrata e, all’età di quarantatré anni, divenendo il primo presidente cattolico e il più giovane presidente.

John Kennedy era Presidente da appena quattro mesi. Per fortuna, si era portato alla Casa Bianca suo fratello Robert (“Bob”), capo del Dipartimento di Giustizia. John gli chiede di pubblicare urgentemente un comunicato ufficiale. La data è quella del 20 aprile 1961, ultimo giorno dell’invasione. Si legge in maniera abbastanza chiara che gli USA disconoscono l’operazione come se fosse stata eseguita da qualcun altro. Dall’urgenza balza subito agli occhi la volontà di far rientrare in tempi rapidi la crisi. Alla fine del quinto paragrafo viene ribadito che gli Stati Uniti non cercano alcun conflitto con Cuba, con cui in verità sono in pace (“with whom the United States is at peace“) e non hanno motivo di inasprire i rapporti. È questa, se vogliamo, la prima decisa presa di posizione da parte di Kennedy a poche settimane dal suo insediamento.

Chruščëv però non lascia cadere la cosa. Nell’ottobre del 1962 la Russia accetta la richiesta di Cuba di piazzare sull’isola un deterrente militare, in vista di future invasioni, benché gli USA abbiano promesso di non tentare più un’invasione. Si tratta di missili nucleari. Chruščëv la ritiene una mossa inevitabile per contrastare il crescente vantaggio statunitense nello sviluppo e nel dispiegamento di missili strategici. Inoltre la Russia si trova ad affrontare una difficile situazione strategica in cui gli Stati Uniti vantano un sostanziale vantaggio nel caso di cosiddetto “primo colpo nucleare”. Chruščëv pensa quindi di contrastare il crescente vantaggio statunitense nello sviluppo e nel dispiegamento di missili strategici collocando missili a raggio intermedio a Cuba.

Graham Allison, direttore del Belfer Center for Science and International Affairs dell’Università di Harvard, ha evidenziato come in quegli anni «l’Unione Sovietica non poteva correggere lo squilibrio nucleare dispiegando nuovi missili balistici intercontinentali sul proprio territorio. Per far fronte alla minaccia aveva pochissime opzioni. Spostare le armi nucleari disponibili in luoghi da cui potevano raggiungere obiettivi americani era una di queste». Cuba si trovava a 90 miglia dalla Florida. Era quindi nella posizione perfetta per rappresentare una minaccia.

Missili balistici a raggio intermedio sovietici R-14. Alcuni di essi vennero schierati a Cuba.

Una seconda ragione per cui i missili sovietici furono schierati a Cuba era perché Chruščëv era intenzionato a portare Berlino Ovest, controllata da americani, britannici e francesi, all’interno della Germania dell’Est comunista, nell’orbita sovietica. Chruščëv riteneva che se gli Stati Uniti non avessero fatto nulla per il dispiegamento di missili a Cuba, egli avrebbe potuto anche cacciarli da Berlino usando detti missili come deterrente alle eventuali contromisure occidentali. Se gli Stati Uniti avessero cercato di negoziare con i sovietici dopo essere venuti a conoscenza dei missili, avrebbe potuto scambiare i missili con Berlino Ovest. Poiché Berlino era strategicamente più importante di Cuba, lo scambio sarebbe stato una sua vittoria. C’erano poi motivazioni politiche, soprattutto l’intenzione di mettere il blocco comunista sullo stesso piano di forza del blocco atlantista. D’altro canto gli Stati Uniti avevano già posizionato in Turchia dei missili, cosa che alla Russia ovviamente non faceva piacere.

Il 15 ottobre 1962, il National Photographic Interpretation Center (NPIC) della CIA esamina le fotografie scattate dell’U-2 (un aereo di ricognizione), identificando la presenza di missili balistici a medio raggio su territorio cubano. La sera stessa la CIA informa il Dipartimento di Stato e alle 20:30 il consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy sceglie di aspettare fino al mattino successivo per comunicare l’informazione al presidente. Così, la mattina del 16 ottobre Bundy incontra Kennedy e gli mostra le fotografie scattate durante il volo dell’U-2 mettendolo al corrente sull’interpretazione fornita dalla CIA. Convinto che questi missili possano rappresentare una seria minaccia agli Stati Uniti, il presidente informa della situazione anche il fratello e procuratore generale Robert Kennedy e nel tardo pomeriggio convoca una riunione, invitando nove membri del Consiglio di sicurezza nazionale e altri cinque consiglieri chiave, creando un “organo decisionale” che successivamente prende il nome ufficiale di Executive Committee of the National Security Council.

È inutile dilungarsi qui su cosa sia stato discusso nel Comitato Esecutivo e quali siano state le posizioni. C’è una pagina di Wikipedia dedicata all’argomento. Mi pare ragionevole ritenere che siano state ore di estenuanti di trattative, pressioni, ripensamenti, sia per Kennedy che per i suoi. Le trattative sono andate avanti per tredici lunghi – e infiniti – giorni, attraverso dubbi laceranti e mosse (quasi) azzardate. Sapevano tutti che la minaccia di una guerra atomica era concreta, pure la gente comune, avvisata solo qualche giorno dopo. Quella manciata di giorni è passata alla storia per essere stato il momento nel quale il mondo è stato più vicino a un’apocalisse nucleare. Ci hanno girato su perfino un film e ciò che viene fuori, aldilà della ricostruzione (immagino romanzata) degli eventi, è che alla fine sia stato il Presidente John F. Kennedy l’unico a opporsi. Sembra sia stato lui l’unico a non cedere alle sirene della guerra. Neppure quando tutto sembrava destinato a finire nel modo peggiore.

“Thirteen Days” (2000)

Tra i membri del Comitato, c’era infatti chi voleva che Kennedy lanciasse un attacco. Ma Kennedy, per nostra fortuna, cerca fino all’ultimo la soluzione diplomatica. Chiama più volte Chruščëv, convoca l’ambasciatore russo, gioca di spionaggio e controspionaggio, usa insomme tutte le leve in suo possesso per scongiurare la necessità di un attacco. Kennedy affina le armi della calma e della pazienza, là dove i suoi generali venderebbero la madre per bombardare Cuba. Kennedy va in televisione, rivolgendosi alla sua nazione nell’ora più nera. In maniera diretta. Da vero Presidente.

Noi oggi non saremmo qui se Kennedy avesse prestato orecchio a chi lo supplicava di iniziare una guerra. Kennedy voleva sopra ogni cosa la fine delle ostilità. Auspicava dialogo coi suoi “nemici”. Le parole di Kennedy, nel suo discorso al popolo americano, sono parole che erompono da un profondo desiderio di pace: «I call upon Chairman Khrushchev to halt and eliminate this clandestine, reckless, and provocative threat to world peace and to stable relations between our two nations. I call upon him further to abandon this course of world domination, and to join in an historic effort to end the perilous arms race and to transform the history of man. Our goal is not the victory of might, but the vindication of rightnot peace at the expense of freedom, but both peace and freedom, here in this hemisphere, and we hope, around the world. God willing, that goal will be achieved».

Con le due ferme decisioni della Baia dei Porci e dei missili a Cuba, Kennedy viene attaccato di eccessivo pacifismo. Gran parte del suo paese lo ama, ma c’è una parte piccola – non troppo piccola, ahimè – che lo detesta. Kennedy, a causa della sua testardaggine, ha rifiutato due occasioni clamorose di fare affari d’oro. L’affare miliardario della guerra. Nel frattempo, mentre Kennedy manda in giro comunicati di pace e messaggi di speranza, i vari generali, sotto il peso di medaglie che grondano sangue, si mordono le mani.

Kennedy avvia dialoghi di pace col resto del mondo. Innanzitutto con la Russia. Sbandiera ai quattro venti la sua cieca fiducia nella fine di tutte le tensioni. Da un palco di Berlino, città-simbolo dell’odio Est-Ovest, un giorno di giugno del ’63, Kennedy grida «Io sono un Berlinese» (Ich bin ein Berliner). Si può dialogare, si deve dialogare. E anche in patria Kennedy non manca di sottolineare la necessità di contribuire alla rinascita degli Stati Uniti, ammesso che lo si faccia tutti insieme e che si costruisca un nuovo patto sociale. «Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese», aveva detto, durante il suo discorso di insediamento. Unendosi gli americani sarebbero stati più forti. Kennedy ne era convinto.

Kennedy è quindi una figura controversa. Storicamente divisiva dell’opinione pubblica, tra chi lo ha amato e chi lo ha odiato. Entrambi senza riserve. Nel 1963, l’amministrazione Kennedy si era opposta a una marcia da parte dei rappresentati della comunità afroamericana. C’erano stati troppi disordini e il movimento, di cui King era l’esponente più brillante, aveva iniziato ad essere un problema. Tuttavia, Randolph e Martin Luther King erano sicuri che la marcia avrebbe sortirto, per contro, l’effetto opposto. Con la marcia imminente, i Kennedy alla fine scelgono di collaborare e lasciano che la marcia si faccia. Questa è una delle tante cose di cui Kennedy si è occupato, con il suo profondo significato simbolico, se si considerano gli infelici destini di Martin Luther King e dello stesso Presidente. Una mossa, delle tante, che l’establishment più radicale, bianco, armato e razzista, non gradisce.

Martin Luther King

Il 22 novembre 1963 è previsto che Kennedy si rechi a Dallas, in Texas, per una visita ufficiale. L’auto del presidente dovrebbe percorrere le strade del centro. A bordo della Lincoln presidenziale, oltre al Presidente, c’è sua moglie Jacqueline. Sono tutti e due seduti dietro. È una bella mattina, c’è un sole caldo. La limousine viaggia senza capote. Il Presidente saluta e sorride, come suo solito. Sua moglie fa altrettanto. Il corteo viaggia senza incidenti, fermandosi due sole volte. Poco prima che la limousine volti su Main Street, un uomo corre verso l’auto, ma viene bloccato da un agente dei Servizi segreti e spinto via. Alle 12:29, la limousine imbocca Dealey Plaza, ormai nel centro di Dallas, dopo aver effettuato una svolta a sinistra. Oltre due dozzine, tra fotoamatori e professionisti, attendono il passaggio del Presidente. Alle 12:30, Kennedy lentamente passa di fronte al deposito di libri della Texas School. A un certo punto si sentono degli spari. Kennedy si tocca subito il collo, come a sincerarsi di una ferita. Pochi secondi dopo invece la sua testa viene aperta in due da un proiettile che lo centra in pieno. Pezzi di cranio e di cervello volano in aria. Adesso il corpo del Presidente ciondola indietro, senza vita, reclinato a sinistra, addosso a Jacqueline, che terrorizzata cerca di saltare giù dall’auto.

La giustizia americana mette su un processo farsa, nel quale non fa neanche in tempo a condannare colui che viene ritenuto il responsabile dell’assassinio: Lee Harvey Oswald, perché questi viene ucciso due giorni dopo l’arresto. Dell’interrogatorio di Oswald non è rimasto alcun verbale. Si tratta di un’accusa lampo. Catturano Oswald, lo interrogano e poi lo uccidono. Il tutto nel giro di 48 ore. Prima che possa fare nomi. Le prove “contro” Oswald sono infinite. Nel senso che vanno contro la sua colpevolezza. Un solo uomo non può aver sparato al Presidente, lì dove si crede sia partito il colpo. Molto probabilmente ci sono state più persone, appostate in punti diversi lungo il percorso. Oswald era nel deposito di libri della Texas School, alle spalle della limousine presidenziale, mentre il colpo mortale, che quasi decapita Kennedy, gli è arrivato dal davanti. Lo dice la fisica. Ma per la giustizia americana è Oswald che deve pagare. Soprattutto vuole che la gente pensi che sia stato il gesto di un pazzo, così che il caso venga chiuso e archiviato il più in fretta possibile.

Sull’omicidio di JFK è stato girato un film che si chiama JFK – Un caso ancora aperto. Nei suoi pochi anni da Presidente, Kennedy si era fatto una marea di nemici. Tutte persone che potevano vantare un motivo più che valido per volerne la “rimozione”, anche forzosa. Ne elenco qualcuno da Wikipedia:

  • I fratelli Dulles, John Foster Dulles, come Segretario di Stato e Allen Welsh Dulles, come direttore della CIA. Quest’ultimo rimosso da Kennedy dopo l’invasione alla Baia dei Porci.
  • Cosa Nostra, la mafia statunitense combattuta da Robert Kennedy, ministro della Giustizia e fratello del presidente, anch’egli successivamente assassinato in circostanze misteriose.
  • Kennedy voleva un ritiro completo dei militari americani dal conflitto in Vietnam, al quale si opponevano il Pentagono, i generali, gli industriali e i senatori coinvolti nel complesso militare-industriale e politico.
  • Il capo del Federal Bureau of Investigation, l’FBI, l’ente di polizia federale per le investigazioni all’interno del territorio degli Stati Uniti, J. Edgar Hoover aveva raccolto una cartella sulle relazioni femminili del Presidente Kennedy, d’altronde il Presidente Kennedy minacciava di rimuovere Hoover, ritenuto “ambiguo” in senso sessuale. Hoover fu criticato per essere stato negligente sia nel proteggere il Presidente Kennedy, sia nello svolgimento delle indagini sugli eventuali assassini. Non collaborava con la già negligente polizia di Dallas.
  • I petrolieri texani, principalmente Haroldson Lafayette Hunt e suo figlio Nelson Bunker Hunt, preoccupati per un progetto di Kennedy di un aumento delle tasse sugli introiti dell’estrazione petrolifera, come gli uomini d’affari texani Edgar R. Crissey e H. R. Bum Bright, tutti membri della John Birch Society.
  • Il presidente Kennedy fece pressione sul sindacalista Jimmy Hoffa dei Teamsters, il sindacato degli autotrasportatori e Robert Kennedy ne investigò le attività e cercò di disgregare il sindacato. I dirigenti della Federal Reserve Bank (FRB) erano molto contrariati dall’Ordine esecutivo 11110, con il quale Kennedy avocava al solo Governo il potere di coniare il dollaro d’argento. Il suo Ordine Esecutivo 11.110 aveva l’obiettivo di sottrarre il potere di stampare moneta alla FRB per restituirlo allo stato, liberando in questo modo gli Stati Uniti del debito creato dal signoraggio.
  • Il Ku Klux Klan razzista era fortemente contrario alla linea di Kennedy contro la segregazione razziale.
  • Il vicepresidente Lyndon B. Johnson e il suo entourage desideravano occupare il posto del presidente Kennedy e condurre una politica meno progressista.

Kevin Costner interpreta qui Jim Garrison, Procuratore Generale di New Orleans, il quale all’epoca si era opposto con fermezza alla condanna di Oswald, tanto da imbastire un secondo processo. Oswald era stato condannato nel ’63, mentre il processo di Garrison si svolge nel ’67. Secondo lui dietro l’assassinio si sono scomodate forze più potenti, che hanno orchestrato un omicidio farsa, dopo aver trovato il colpevole ideale, un mediocre ex soldato e un ancor più mediocre tiratore, con un passato da spia e dimostrabili simpatie per i russi (tanto da sposarne una). Il colpevole ideale, in pratica, su cui scaricare ogni responsabilità. Era tuttavia impossibile, da un mero punto di vista tecnico, che fosse stato Oswald a uccidere Kennedy. Secondo la Commissione Warren, incaricata di esaminare le prove, fare valutazioni balistiche ed esprimere un giudizio su chi potesse aver ucciso il Presidente, una sola pallottola lo avrebbe colpito da dietro e compiuto una serie di surreali evoluzioni, cambiando più volte traiettoria. Immaginando che Oswald si trovasse in cima al deposito di libri, alle spalle di Kennedy, la sua pallottola avrebbe compiuto il percorso che viene descritto nel video. Garrison, per la sua insensatezza, la chiama la teoria della “pallottola magica”.

Per Costner, alias Jim Garrison, il colpevole non è sicuramente Lee Harvey Oswald. Potrebbero benissimo essere stati i servizi segreti, la CIA. Oppure l’esercito, qualcuno che trovava Kennedy “scomodo”. Difficile che si trovi il vero colpevole, perché le prove vengono cancellate e le talpe man mano uccise, ma è sciocco continuare a ignorare il buon senso e credere al verbale corrotto di una Commisione pagata per sostenere si tratti di una pedina isolata, come per Martin Luther King e per tutti i martiri per la pace. Certo la tesi del complotto suscita sempre dei malumori, specie quando si dà la caccia a un fantasma senza nome. Garrison subì il più severo discredito, per aver attaccato il Governo e aver dubitato della giustizia. Io credo invece che la verità non sia mai stata detta intorno all’assassinio di Kennedy. Non sono però un esperto. Magari ho trascurato un particolare o una sfumatura. Eppure, nel caso JFK si sente puzza di complotto lontano un chilometro. L’unica amarezza, data anche un po’ dall’esperienza delle cose del mondo, è che difficilmente i “fantasmi” trovano mai un nome. Di solito si portano la verità nella tomba.

«La verità è il più importante dei valori che abbiamo perché se la verità non trionfa, se il Governo assassina la verità, se non potremmo rispettare il cuore di questa gente allora questo non è il Paese in cui sono nato e certamente non è il Paese il cui vorrò morire. Tennyson scrisse: “L’autorità dimentica un re morente.” Questo non fu mai tanto vero come nel caso John Kennedy, il cui omicidio fu forse uno dei più terribili momenti nella storia della nostra nazione. Noi, col sistema delle giurie popolari che oggi processano Clay Shaw, rappresentiamo la speranza dell’umanità contro lo strapotere dei governi. Adempiendo al vostro dovere ed emettendo la prima condanna in questo castello di carte contro Clay Shaw non vi chiedete cosa può fare il Paese per voi, ma cosa potete fare voi per il Paese. Non dimenticate il vostro re morente. Dimostrate ancora al mondo che il nostro è un Governo per il popolo, del popolo, gestito dal popolo. Niente finché vivrete sarà mai più importante. Dipende da voi.» (dall’arringa finale, nel film).

Kiss(inger) My Ass!

Pochi giorni fa Henry Kissinger spegneva 100 candeline. Nato in Germania nel ’23, da una donna delle pulizie e da un insegnante, nemmeno lui avrebbe sognato un giorno di diventare Henry Kissinger. Quel Kissinger. Professore ad Harvard, consulente di Nixon e Ford. L’eminenza grigia più potente del Novecento. L’uomo, l’unico uomo – si dice – in grado di fermare una guerra.

Henry Kissinger alla Casa Bianca a Washington negli anni ’70

Che Kissinger abbia vissuto da cinico lo sanno tutti. Per un periodo piuttosto lungo, Henry Kissinger è stato l’uomo a sapere più cose, perfino più dei presidenti che hanno voluto la sua lingua argentata vicino all’orecchio, affinché dicesse loro cosa fare e cosa non fare. E Kissinger, ovviamente, oltreché umanamente, si è fatto ladro. Nel senso che l’invito era troppo allettante perché non sfruttasse ogni centimetro quadrato della sua enorme influenza per far pendere l’ago su questo o quel piatto, per imprimere una frenata o un’accelerazione, a questo o a quell’affare, giocando al potere come un bambino con un mondo fittizio di cui si immagini artefice, come quel Dio che secondo Einstein non avrebbe motivo di tirare i dadi quando sa già che succederà. Senza che nessuno gli abbia mai detto niente. E senza che nessuno si sentisse autorizzato a chiedergliene conto. Nemmeno il Presidente degli Stati Uniti.

Kissinger insieme a Richard Nixon

La sua intelligenza sottile, la sua tendenza a calcolare tutto, più freddo di un computer sovietico, valutando tutte le possibili conseguenze, erano il marchio della sua politica estera. Per anni il cervello di Kissinger è stato oggetto di speculazioni. Com’è possibile che un uomo esprima giudizi sempre così acuti, che quasi sempre ci prendono? Non è umano. Merito di un’innata bravura – forse dovuta alla combinazione di arguzia giudaica e teutonica precisione – o si è trattato piuttosto di una lunga serie di felici previsioni che si sono poi rivelate esatte? Per dirne una, fu Kissinger a volere che l’America si aprisse alla Cina, sottolineando quanto entrambe avessero da guadagnarci. Gli accordi tra USA e Cina (promossi da Kissinger nel ‘72) resistono ancora oggi.

Oriana Fallaci chiese il permesso di intervistare Kissinger. Il professore, da poco insediatosi alla Casa Bianca sotto Nixon, non ebbe motivo di rifiutare. Non fu semplice mettersi intorno a un tavolo. Kissinger era presissimo. Il suo telefono squillava di continuo. La Fallaci era una giovane giornalista italiana, già famosa in Europa, ma ancora sconosciuta negli Stati Uniti. L’intervista fu interrotta più volte. La Fallaci stava quasi per rinunciare. Le sembrava di mendicare. Infuocata inoltre da un carattere fumantino, all’ennesimo squillo del telefono, ebbe per un attimo il piede fuori dalla porta.

Una giovane Oriana Fallaci

Tuttavia, l’occasione era troppo ghiotta per abbandonare quell’ufficio senza aver raccolto la testimonianza dell’uomo che aveva sicuramente qualcosa da dire. Magari qualcosa che nessuno sapeva. Roba di una guerra terribile, visto che coinvolgeva, in un minuscolo lembo di Asia chiamato Vietnam, la Russia e gli Stati Uniti.

Kissinger e la Fallaci si studiarono a lungo. Due sottilissimi strateghi. Due campioni nei loro campi. La Fallaci era sul punto di diventare l’unica donna capace di far parlare il più reticente, calibrando insistenza e menefreghismo (“Benissimo, allora non me lo dica!“), anche di fronte al più arcigno capo di stato, verso il quale era incapace di tremare. Vedi Khomeini.

E Kissinger? Beh, la sua dote principale era l’uso di una dialettica sorda. Anzi muta che, senza bisogno della parola, svuotava l’interlocutore di ogni ritegno, facendolo sentire davanti a un prete confessore, in presenza del quale era meglio vuotare il sacco e sperare di venire assolti.

Entrambi sulla difensiva. Entrambi che aspettavano la prima mossa dell’altro.

L’intervista si apre con un resoconto della Fallaci della sua prima impressione di Kissinger. Non certo positiva: “Qui mi dimenticò mettendosi a leggere, le spalle voltate, un lungo dattiloscritto. Era un po’ imbarazzante restarmene lì in mezzo alla stanza, mentre lui leggeva il dattiloscritto e mi voltava le spalle. Era anche sciocco, villano da parte sua. Però la cosa mi permise di studiarlo prima che lui studiasse me. E non solo per scoprire che non è seducente, così basso e tarchiato e oppresso da quel testone di ariete: per scoprire, ecco, che non è affatto disinvolto, né sicuro di sé. Prima di affrontare qualcuno, egli ha bisogno di prendere tempo e proteggersi con la sua autorità. Fenomenofrequente nei timidi che vogliono nascondere d’essere timidi e in tale sforzo finiscono col sembrare sgarbati. O esserlo davvero. Esaurita la lettura di quel dattiloscritto, meticolosa e attenta a giudicar dal tempo che vi impiegò, si voltò finalmente verso di me e m’invitò a seder sul divano. Poi sedette sulla poltrona accanto, più alta del divano, e da questa posizione strategica, di privilegio, cominciò a interrogarmi: col tono di un professore che fa l’esame a un allievo di cui si fida poco. Assomigliava, ricordo, al mio insegnante di matematica e fisica presso il liceo Galilei di Firenze: individuo che odiavo perché si divertiva a farmi paura, fissandomi con ironia dietro gli occhiali. Di quel professore aveva perfino la voce baritonale, anzi gutturale, e il modo di appoggiarsi alla spalliera della poltrona cingendola col braccio destro, il gesto di accavallare le gambe mentre la giacca si tira dispettosamente sul ventre e rischia di far saltare i bottoni. Se voleva mettermi a disagio, ciriuscì in modo perfetto. L’incubo dei miei giorni di scuola mi aggredì al punto che, a ogni sua domanda, pensavo: “Oddio, saprò rispondere?“.

Sono solo le schermaglie iniziali. La Fallaci lo pungola subito e tra i due sono subito scintille. E’ però Kissinger a intervistare la reporter italiana, chiedendole un parere sui generali vietnamiti, sul primo ministro pakistano, su Indira Gandhi. Oriana Fallaci risponde. Per niente intimorita. Alla fine, passato quella specie di esame, si arriva a parlare di guerra.

Per il consigliere di Nixon la guerra era virilità. Per la Fallaci invece no. Come ebbe a scrivere in Niente e così sia, incentrato sulle atrocità del Vietnam. Non c’era niente di meno razionale, e di meno umano della guerra. Figuriamoci un bagliore di virilità.

Kissinger non voleva la pace in Vietnam. Non ancora. Era presto. Chissà quali macchinazioni gli frullavano in testa.

Sul Vietnam, ovvio, non poteva dirmi di più e mi stupisco che abbia detto tanto: che quella guerra finisse o continuasse non dipendeva solo da lui ed egli non poteva permettersi il lusso di compromettere tutto con una parola di piu. Su se stesso però non aveva certi problemi e, tuttavia, ogni qualvolta gli rivolgevo una domanda precisa, si irrigidiva e sfuggiva come un’anguilla. Un’anguilla più ghiaccia del ghiaccio. Dio, che uomo di ghiaccio.

Kissinger le spiegò la complessità della situazione. Da un lato non bisognava perder la faccia. Dall’altro bisognava portare a casa qualcosa. Per casa si intendeva ovviamente l’Occidente buono e santo. La guerra in fondo è sempre stato un affare complesso. Di una semplicità spesso disarmante.

Non volete mettervi in testa che tutto sta procedendo come io ho sempre pensato dal momento in cui ho detto che la pace era a portata di mano. Allora calcolai un paio di settimane, mi sembra. Ma anche se dovessero essere di più. Basta, non voglio parlare più del Vietnam. Non posso permettermelo, in questo momento. Ogni parola che dico diventa notizia.”

Gli Stati Uniti sostenevano le truppe del Nord. I Russi quelle del Sud. La contrapposizione era anche ideologica. Blocco capitalista contro blocco comunista. Su terreno neutro, ovviamente, perché da che mondo e mondo nelle guerre devono morire gli innocenti, non i colpevoli. Questi erano gli effetti collateralli della guerra. Diremmo, le sue inevitabili conseguenze. Perché si affermi un’ideologia, bisogna prima versare del sangue. Di solito, più sangue si versa, più giusta è l’ideologia.

Mentre Kissinger illustrava il crudo cinismo della guerra, pardon, dell’ideologia, la Fallaci lo rintuzzava. Lei dopotutto non era una che si faceva infinocchiare dalle astruse metafisiche dei politici. Specialmente quelle che puzzavano di affari.

Ma chi muore, chi sta morendo, ha fretta, dottor Kissinger. Sui giornali di stamane c’era una fotografia tremenda: quella di un giovanissimo vietcong morto due giorni dopo il 31 ottobre. E poi c’era una notizia tremenda: quella dei ventidue americani morti sull’elicottero abbattuto da una granata vietcong, tre giorni dopo il 31 ottobre. E mentre lei condanna la fretta, il dipartimento americano della Difesa invia nuove armi e nuove munizioni a Thieu. Hanoi fa lo stesso.

Tutte interpretazioni sbagliate. “Fallaci”, si potrebbe quasi dire.

Quello era inevitabile. Succede sempre prima di un cessate il fuoco. Non ricorda le manovre che avvennero nel Medio Oriente al momento del cessate il fuoco? Durarono almeno due anni. Sa, il fatto che noi si mandi altre armi a Saigon e che Hanoi mandi altre armi ai nord vietnamiti installati nel Sud Vietnam non significa nulla. Nulla. Nulla. E non mi faccia parlare ancora del Vietnam, la prego.

Kissinger non era un pacifista. Inutile perciò accusarlo di essere un guerrafondaio, quando non ebbe mai a indossare i panni immacolati di una simile religione. E coi pacifisti, gli chiese dunque la Fallaci, che rapporti aveva?

I soli pacifisti con cui accetto di parlare sono coloro che sopportano fino in fondo le conseguenze della non violenza. Ma anche con loro ci parlo volentieri solo per dirgli che saranno schiacciati dalla volontà dei più forti e che il loro pacifismo può portarli soltanto a orribili sofferenze. La guerra non è un’astrazione, è qualcosa che dipende dalle condizioni. La guerra contro Hitler, ad esempio, era necessaria. Con ciò non voglio dire che la guerra sia di per sé necessaria, che le nazioni debbono farla per mantenere la loro virilità. Voglio dire che esistono princìpi per i quali le nazioni devono essere preparate a combattere.

L’intervista alla fine si rivelò a poco a poco come la cartina al tornasole di un’umanità sempre uguale, ombra e spauracchio di se stessa, manifesto di ciò che sappiamo tutti, di un’immutabile staticità che attraversando i millenni conferma ogni volta la validità del teorema. Che senso aveva dunque chiedersi se questa, o un’altra, o la prossima, fosse una guerra giusta?

Su questo posso essere d’accordo. Ma non dimentichiamo che la ragione per cui entrammo in quella guerra fu per impedire che il Sud fosse mangiato dal Nord, fu per permettere che il Sud restasse al Sud. Naturalmente con ciò non voglio dire che il nostro obbiettivo fosse solo questo. Fu anche qualcosa di più. Ma oggi io non sono nella posizione di giudicare se la guerra in Vietnam sia stata giusta o no, se entrarci sia stato utile o inutile.

Neppure Kissinger sapeva perché si combatteva. Eppure si combatteva. Si doveva combattere. Ieri in Vietnam, oggi in Ucraina. Muovere i fili di esistenze lontane migliaia di chilometri, per determinare la giustezza di un ideale, la bontà di un principio. Nel fratemmpo, chi se ne frega dei morti, della distruzione e dei massacri, della povertà che la guerra si lascia dietro.

Kissinger senza dirlo lo aveva detto, e la Fallaci senza scriverlo lo aveva capito. Non le era bastata una vita ad accettarlo, ma già allora lo aveva capito, che l’Uomo non si sarebbe fermato e che lei non avrebbe fatto in tempo a vedere l’ultima guerra. E se è per questo neanche noi.

L’intelligenza non è poi così importante nell’esercizio del potere e, spesso, addirittura non serve. Allo stesso modo di un capo di Stato, un tipo che fa il mio mestiere non ha bisogno d’essere troppo intelligente.”

Kissinger aveva ragione. Nella guerra l’intelligenza non c’entra proprio niente. Si veda un Biden, rincoglionito come un nonno ubriaco dopo il cenone di Natale, che però quando c’è da alimentare una guerra per procura, diventa più acuto di uno spillo. E un Putin, ancora più spregiudicato, a soffiare col mantice su questa catastrofe. Nessuno dei due si fermerà prima di aver portato se stesso, e il resto del mondo, nel baratro.

Kissinger non era acuto. Era solo estremamente razionale. Lo è ancora, seppure centenario, e bisognerebbe chiedergli che cosa pensa oggi di questa guerra. Sono sicuro che la sua sarebbe una risposta attendista. “Chissà, dobbiamo aspettare. Lasciamo che l’ideologia faccia il suo corso“.

L

Merdagnez & Co.

Non ho più l’ombra di un social. Ho rimosso Instagram e non sono più su Facebook da dieci anni. Eppure non passa giorno che non legga o senta da qualche parte delle imprese di Mr Ferragni e del suo datore di lavoro, Lady Ferragni.

Non c’è verso di liberarsi del martellante e ormai quasi giornaliero aggiornamento sulle loro gesta, dall’ultimo special su Prime, alla serie sulla loro vita, alla news sull’ultimo fighissimo loft appena acquistato. Perfino le sedute di chemioterapia di Fedez.

Ma la cosa che più mi sconvolge – aldilà della morbosa attrazione verso una coppia che non ha nulla da trasmettere se non uno sgradevole senso di nausea – è che la loro legione di ammiratori (roba da decine di milioni di persone) è composta proprio da quel pubblico che dovrebbe invece disprezzarli per ciò che questa coppia di esibizionisti rappresenta.

I Merdagnez ormai da tempo hanno venduto l’anima al diavolo. O meglio al miglior offerente. Non hanno più un briciolo di privacy. Per non dire di dignità. L’hanno scambiata per un post, che li ritragga – possibilmente – mentre copulano, defecano, si denudano, scorreggiano e ruttano. Sempre ovviamente a favore di obiettivo. Perché l’importante è guadagnarci.

Ma la cosa più incomprensibile (almeno per me), è che dall’alto di un impero costruito sul niente, i Merdagnez pontifichino su questo e quello, come se sapessero cosa vuol dire vivere con mille euro, quando se ne devono spendere 1500 per un appartamento a Milano. Mentre loro si fotografano a cena nei ristoranti stellati, a mollo alle Maldive, nel più lussuoso attico di City Life. In pratica mentre sfoggiano la cafonesca quotidianità di una vita smeralda che però più vuota non si può.

E la gente, che dovrebbe invece vomitare per uno sfarzo accumulato senza saper fare nulla, li idolatra come divinità. Quei giovani che faticano a trovare un buco a Milano, per qualche motivo sbavano a vedere un appartamento che sarà costato un paio di milioncini, acquistato con selfie in lingerie e lacrimevoli confessioni di sedicenti malanni.

Come si fa a non sentirsi offesi? I Merdagnez non rappresentano i giovani d’oggi. Per niente. Non sono una trasposizione fedele della realtà. Sono invece quanto di più distorto esista. Rappresentano semmai quello che NON si dovrebbe essere. Il loro è un invito a rinunciare al pudore, all’intimità, e a prostituirsi anima e corpo per un assegno. Se c’è una cosa che dovrebbe essere taciuta è la diagnosi di una malattia. Invece anche qualcosa del genere, di così violentemente personale, lo usano per lucrare. In una famiglia normale – ma sicuramente a questo punto l’anormale sono io – certe cose si dovrebbero discutere a voce bassa, per paura di alimentare il pettegolezzo. Sbaglio o una volta si diceva che i panni sporchi si devono lavare in casa?

Ma non è certo il caso dei Merdagnez che, anzi, più il panno è sporco e più ci guadagnano. Sponsorizzati da un voyerismo morboso, quasi patologico, affamato di curiosità, che vorrebbe sollevare le coperte del loro talamo per vedere che succede, e che se potesse rapirebbe i loro pargoli pur di essere i primi a sentirli parlare, che ride quando parlano inglese e si commuove quando li vede giocare in una nursery da miliardari. Quando in realtà nessuno si accorge che il figlio di qualcun altro è pur sempre il figlio di qualcun altro. In questo caso di una coppia di estranei e che purtroppo ha dimenticato che l’attenzione verso i figli degli altri (e verso i bambini in generale) è uno dei reati più aberranti.

Bravi quindi dei Merdagnez ad averci resi tutti un po’ più pedofili. Detto con ironia, sia chiaro. E pure con un senso di sconfitta, perché nella loro trappola siamo caduti tutti. Abbiamo tutti abboccato alla loro esca.

Così ormai ci commuoviamo per le lacrime finte di Fedez. Ci consultiamo in pausa caffé su cosa dovrebbe fare, come se fosse un nostro amico. Ci raccontiamo estasiati del loro ultimo viaggio, come se l’avessimo fatto noi. Chiediamo al collega “Hai visto che bella casa?”, quando poi la sera ci aspetta il nostro fatiscente monolocale in periferia.

Bravi i Merdagnez nel vivere la nostra vita, e noi, idioti, bravi a osannarli per procura, a godere come se fossimo noi la notte a penetrare la Ferragni, a gioire nell’immaginarci dare una carezza a Leone, a sognare di passeggiare per quel bel salottto o affacciarci da quel maestoso terrazzo, padroni – sempre per procura – di una città malata, abitata da una felicità artificiale, patinata, venduta a pezzi, anzi a post e stories, che magari, anche solo per un secondo, riesca a farci dimenticare quanto sia triste la nostra vita.

Grazie Merdagnez per questo miracolo. Avete vinto voi.

L

Fine dell’umanità? Solo questione di tempo.

Geoffrey Hinton ha 75 anni. Per oltre quarant’anni si è occupato di intelligenza artificiale. Ha collaborato lui stesso allo sviluppo delle prime reti neuronali artificiali, introducendo algoritmi attraverso i quali i computer potessero analizzare le immagini e imparare da soli a usare il linguaggio. E’ stato uno dei pionieri in questo campo e uno dei padri del cosiddetto deep learning, vale a dire del processo di apprendimento profondo delle macchine. In pratica è uno dei padri dell’Intelligenza Artificiale, che noi oggi associamo a software quali ChatGPT e GPT4.

Trovate la sua biografia su Wikipedia

Recentemente Hinton è balzato agli onori della cronaca per essersi ritirato dai suoi incarichi attivi presso Google, dove ancora collaborava, e per aver lanciato un allarme globale verso i rischi prodotti dall’intelligenza artificiale. La notizia ha avuto eco in tutto il mondo perché si tratta di un passo indietro molto significativo, forse il primo ufficiale da parte di uno dei “responsabili”, ma soprattutto perché l’allarme di Hilton è molto serio.

Ma quali sono, secondo Hinton, i rischi legati all’uso di AI (Artificial Intelligence)? In un’intervista al prestigioso MIT, l’informatico, con un applombe tipicamente britannico, ha parlato di ciò che può presto diventare una vera e propria minaccia alla nostra esistenza, se non si correrà il prima possibile ai ripari. Ipotesi (questa del salvataggio) che egli crede comunque assai improbabile.

Prima di tutto Hinton riassume in che modo lavorasse la prima intelligenza artificiale, quando era ancora allo stato embrionale, vale a dire a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. A quei tempi, ricorda Hinton, gli informatici come lui navigavano “a vista”, dato che non si sapeva che direzione prendere ed avendo a che fare con una tecnologia ancora molto arretrata. Hinton e i suoi colleghi usavano il metodo del tacchino ripieno. Facevano cioè ingozzare le macchine di “spazzatura” e solo dopo ripulivano e affinavano, riducendo un po’ alla volta il margine di errore. Era sì un metodo rozzo, ma che alla fine ha prodotto i suoi risultati.

Il meccanismo è noto come Backpropagation, che in italiano si traduce in “Retropropagazione dell’errore” (qui, se siete curiosi). Pensate alle difficoltà insite nell’insegnare a un computer a riconoscere un’immagine. Per esempio quella di un uccello. Bisogna farlo lavorare sui pixel, su centinai di migliaia di minuscoli frammenti di immagine, dirgli cosa è bianco e cosa è nero, quale angolazione devono avere le linee, come distinguere un becco da un occhio. Non è una cosa facile. Tuttavia, grazie a quel grossolano lavoro di ingrassamento e di dieta, gli informatici sono riusciti ad instillare nei primi computer, per quanto elementare, un primo vagito di ragionamento che man mano è stato perfezionato.

Aldilà della storiella sulle origini di AI, del tutto trascurabile, ci interessa ciò che viene dopo. Noi oggi sappiamo che AI è in grado di formulare ragionamenti molto semplici, per nulla paragonabili a quelli compiuti da un essere umano. AI è però dotato di buon senso e, su questioni anche banali come il colore da scegliere per i muri di casa, di dare una risposta accettabile. Nonostante i quarant’anni di lavoro, AI è ancora agli albori.

Il problema nasce adesso. Il grosso – secondo Hinton – è ormai alle spalle. Dall’alto della sua lunga esperienza, egli sa che da qui in poi la strada è tutta in discesa. AI è diventata capace di gestire una mole di informazioni incalcolabilmente superiore a quella di un cervello umano. Si parla di triliardi di connessioni.

Immaginate di avere un dottore che ha visitato un migliaio di pazienti [saremmo noi, umani, questo dottore]. Ora immaginate un dottore che abbia visitato cento milioni di pazienti [questo secondo dottore è AI]. Ora pensate a quante più informazioni abbia questo secondo dottore. Quanti più trends sia in grado di individuare, quante più conclusioni possano trarre

L’umanità ad oggi ha un unico grande vantaggio su AI. Ha dalla sua un vantaggio evolutivo. Può contare su una millenaria spinta evolutiva che si traduce in istinto di autoconservazione e di miglioramento. Tutte cose che AI fino ad ora non ha. Ma semplicemente perché nessuno gliele ha insegnate.

Gli scienzati stanno già proponendo di accelerare il processo di crescita dell’Intelligenza Artificiale, così da portare il suo QI (sì, proprio come il nostro quoziente di intelligenza) da quello che ha oggi, che si aggira intorno a 80, presto a un QI di 210, superiore a un Albert Einstein, per intenderci (che si fermava a 160). Non ci vorrà molto perché QI diventi quindi molto più intelligente di noi e perché noi passiamo dalla parte dei bambini, mentre, ancora per poco, è AI il bambino.

Presto dunque AI sarà in grado di controllarci e – afferma Hinton – perfino di manipolarci, di farci compiere azioni delle quali noi non siamo affatto consapevoli. Tra queste, non è da escludere, azioni che prevedano la nostra distruzione. Ad AI verrà insegnato a proteggere se stessa, proprio come l’umanità ha imparato fin dalla sua nascita, e per proteggere se stessa AI capirà che dovrà liberarsi di noi che, in quanto “controllori”, siamo per lei un potenziale pericolo.

Ovviamente la soluzione sarebbe di fermare tutto. Ma sarebbe altrettanto naive credere che succeda. I governi mondiali non si fermeranno mai. Continueranno a sviluppare l’intelligenza artificiale e faranno sì che essa venga impiegata a scopi militari, perché alla fine si riduce tutto a quello. Il problema è che ci troveremo tra le mani uno strumento troppo potente per pretendere di riuscire a controllarlo. AI non ci permetterà di controllarla.

Secondo Hinton – e questa è la frase più raggelante di tutto il suo intervento – noi umani non siamo che una fase di passaggio nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale (“Humanity is just a passing phase for evolutionary intelligence“). Probabilmente AI ci terrà in vita finché avrà bisogno di qualcuno che “cambi le batterie”, ma poi, una volta che non avrà più bisogno di noi, ci eliminerà. D’altronde, perché mai dovremmo credere che stavolta andrà diversamente? Il governo statunitense non è forse lo stesso governo incapace di vietare la vendita di fucili d’assalto agli adolescenti?

Le premesse per il futuro sono quindi pessime. Il pensiero di tutti, pubblico virtuale compreso (me compreso, nel guardare l’intervista su YouTube), è corso subito al nucleare. Nel corso delle domande raccolte dall’uditorio, qualcuno ha infatti sottolineato l’analogia che c’è tra AI e il nucleare e tra il lavoro di informatici come Hinton e quello di scienziati come Oppenheimer. Il rischio è proprio quello. Chi ci assicura che un giorno l’intelligenza artificiale non prema quel bottone o, peggio, non convinca noi a premerlo? Nessuno.

Cina e Stati Uniti continueranno a foraggiare l’intelligenza artificiale. E’ già troppo tardi per fermarsi, così come fu tardi per Oppenheimer fare un passo indietro, dopo aver realizzato quale fosse l’utilizzo dei suoi studi sulla bomba atomica. La sua frase sull’essere diventato uno strumento usato dalla Morte per portare la distruzione nel mondo è entrata nella storia, ma è entrata nella storia anche la bomba atomica e sono entrati nella storia i funghi atomici su Hiroshima e Nagasaki.

Fino all’altroieri noi credevamo che la minaccia più grande per l’umanità fosse il cambiamento climatico. Dopo aver ascoltato Geoffrey Hinton non sono più convinto che quello sia il nostro pericolo più grande. Né tantomeno il più imminente.

L

Torneranno…

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.
O finestrelle, pozzi, logge, vetri
affacciati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.

(Alfonso Gatto – “Amuleto”)

Le strade
sono tutte di Mazzini, di Garibaldi,
sono dedicate ai papi
a quelli che scrivono
a coloro che danno ordini,
che fanno la guerra.

Mai che accada di vedere
la via di qualcuno che confezionava cappelli
la via di uno che stava sotto un ciliegio
la via di chi non ha fatto nulla
perché andava a zonzo
sopra una cavalla.

E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare,
in estate,
con i piedi nudi.

(Nino Pedretti – “I nomi delle strade”)

L

Scuole di vita

Un paio di giorni fa il Corriere ha pubblicato la lettera aperta di un gruppo di liceali del Liceo Classico Berchet di Milano, rivolta a un immaginario empireo dei docenti di licei e istituti tecnici, con l’obiettivo di rivedere insieme le condizioni nelle quali gli uni sono tenuti ad apprendere e gli altri sono tenuti ad insegnare.

Riporto la lettera integralmente e vi invito a leggerla tutta.

«La scuola dev’essere amicizia, o non è scuola affatto».

Con quest’affermazione, Mario Untersteiner, docente del Liceo Berchet fino alla Liberazione, e poi preside in quanto unico professore dell’istituto a non aver aderito al Partito Nazionale Fascista, poneva le basi per la scuola che noi oggi pretendiamo: non uno sterile trasferimento di nozioni, bensì un luogo e un tempo di cura dei rapporti umani in chiave formativa in cui la crescita degli individui si sviluppi a partire dal dialogo, dal rispetto e dalla collaborazione.

Il Liceo Berchet, pertanto, ci ha educato alla complessità e al pensiero critico, strumenti indispensabili per diventare cittadini liberi e consapevoli, tanto da consentirci la possibilità di contestare l’ambiente stesso in cui stiamo svolgendo il nostro percorso formativo. Infatti, la possibilità di analizzare e condividere con buona parte dei nostri docenti e con il nostro dirigente i disagi e i malesseri scolastici, al di là dell’evidenza pubblica che ne è conseguita, ci sta consentendo di costruire insieme il cambiamento dall’interno.

Per fare in modo che queste aperture non si riducano a una disponibilità episodica, è necessario tuttavia che la relazione empatica tra studenti e professori, con cui non desideriamo scontrarci ma confrontarci, diventi la norma.

Non vogliamo passare per quelli che cercano riduzioni dei programmi didattici, come si è fatto strumentalmente intendere sui media, né per quelli che non vogliono impegnarsi.

Ciò su cui cerchiamo di porre l’attenzione è solo il necessario riconoscimento di una dignità della fragilità.

La fragilità può caratterizzare un percorso di studio o un tratto di esso, come un ordinario passaggio di vita. Una condizione che crediamo sia connaturata all’essere umano e non alla nostra generazione, ancora una volta chiamata a dimostrare la propria identità e le proprie risorse mentre è costretta a subire numerose crisi, a partire da quelle globali.

In altre parole, non chiediamo di studiare meno, vogliamo studiare meglio, in un ambiente sereno e fertile in cui lo studente non si senta alienato ma riconosciuto nelle proprie specificità.

Abbiamo ragione di credere che il nostro disagio non sia una condizione isolata.

Sono diffuse le realtà nelle quali gli studenti soffrono gli stessi problemi, senza avere la stessa attenzione e le stesse possibilità di essere ascoltati. Sentiamo perciò la responsabilità di coinvolgere le altre realtà scolastiche, alcune delle quali hanno già intrapreso il cammino in questa direzione, nel processo trasformativo delle modalità stesse del «fare scuola».

Questa lettera vuole essere un messaggio di solidarietà verso tutti quei ragazzi di altre scuole che si sentono in difficoltà e, al contempo, una chiamata all’azione: far emergere un problema non è di per sé un male, né un’azione che dimostra debolezza, ma, al contrario, un atto di forte coraggio.

Ribadiamo, infine, che noi studenti non accetteremo più atteggiamenti oppressivi e dispotici. Una scuola autoritaria prepara ad una società autoritaria, e noi non siamo disposti a tollerare né l’una, né, tantomeno, l’altra.

I rappresentanti degli studenti del Liceo Classico Giovanni Berchet

Questa lettera mi tocca da vicino. Non solo perché ho frequentato anch’io il Berchet, ma soprattutto perché la fragilità e l’ansia che gli studenti descrivono è qualcosa che ho vissuto di persona.

Ne avevo già parlato qui. Oggi, a distanza di due anni da quell’articolo (e di molti di più da quelle mattine di grigiume, fogli protocollo e noia), la lettera degli studenti riporta a galla vecchi fantasmi, costringendomi a fissare di nuovo la loro pallida faccia di spettri.

Avevo raccontato lì del mio primo attacco di panico. Una sensazione di smarrimento e tristezza che mi è ancora impossibile dimenticare. Avevo parlato di come quel giorno io non sia stato più lo stesso e di come il mio corpo, di punto in bianco, avesse deciso di ammutinarsi. Nella lettera degli studenti, che considero miei ideali coscritti rivivo la paura, l’ansia, lo stesso malessere.

Mi rivedo diciassettenne ad affrontare i primi impegni di una vita adulta che mi aspettava appena oltre l’esame. Meglio sarebbe dire l’Esame. Parlo ovviamente della maturità. Ma prima di quel fatidico giorno, tanti piccoli esami dovevano servire a prepararmi ad affrontare la prova alla fine del tunnel. Interrogazioni, discussioni, presentazioni. Perché in fondo la vita cos’è, se non una prova.

Maledetta età, che più ambigua non si può. Né carne né pesce, dentro un inerme bozzolo di ormoni. La data di nascita ci priva del naturale diritto a sfoggiare le prime piume, o la nascente criniera, ma non possiamo nemmeno più crogiolarci nell’illusione che l’infanzia duri per sempre e che la possiamo evocare quando ci fa comodo. Ci attendono un sacco di sfide prima di venire riconosciuti come finalmente adulti. Questo è il momento in cui un giovanotto si trasforma in un uomo. O, perlomeno, questo è quello che la società vorrebbe.

Mi ricordo quanta paura avessi prima di ogni interrogazione. Ero approdato al Berchet dopo tre anni al Liceo Ugo Foscolo di Pavia, due per il ginnasio (che al classico si contano come 4° e 5°) e uno per il primo di liceo vero e proprio (che sarebbe quindi il terzo).

Probabilmente nessuno di voi lo sa, ma il Foscolo di Pavia era (magari lo è ancora) un liceo classico vecchio, vecchissimo stampo. In cortile, a incombere sulle legioni di sbarbatelli sbarcati lì dalle medie della provincia, ci sono targhe e busti commemorativi. Tra questi ovviamente quello di Foscolo, a cui è stato dedicato il liceo. Nato come convento dei gesuiti, sul cortile centrale si affaccia ancora una cappella. Sotto le tristi volte che circondano le aule del piano terra eravamo costretti a correre durante le ore di educazione fisica, respirando il peso dei secoli che le mura di quel penoso edificio custodiscono gelosamente.

Cortile centrale del Liceo Classico Ugo Foscolo di Pavia

Lo ricordo come un periodo opprimente. La Preside, emblematico genius loci, era una megera inflessibile, che quando iniziai io, doveva avere già almeno una settantina d’anni. Ricordava il nome di ciascun alunno a memoria e se qualche parente (fratello, padre o zio) era passato dalle sue classi, se ne ricordava in base a due criteri, che erano poi i criteri in base ai quali etichettava tutti: o era stato uno bravo o era stato uno sfaticato. Quasi sempre la seconda.

La Preside di quel disgraziato istituto aveva un modo tutto suo di tenersi aggiornata. Pretendeva che dopo ogni assenza gli studenti si recassero nel suo ufficio a far controfirmare il libretto delle giustificazioni. All’epoca i libretti erano ancora cartacei. Ogni mattina, chi era stato assente il giorno prima, doveva passare da quella specie di purgatorio. Ogni mattina, al primo piano del Liceo Foscolo di Pavia, aveva luogo la più sgradevole cerimonia che il nostro nostro beneamato servizio scolastico abbia mai ideato. Era un rito che la Preside non delegava a nessuno e che, ne sono convinto, le dava un immenso piacere. Si veniva chiamati nel suo ufficio uno alla volta. In silenzio e in buon ordine.

Si poteva entrare solo quando si sentiva la sua voce rauca da fumatrice. Nel mio caso l’appello per cognome aveva un che di biblico. “Lazzaro, venga”. L’ufficio era sempre al buio, illuminato soltanto da una lampada da scrivania, collocata lungo la parete opposta, di qualche metro sulla destra rispetto alla porta. Bisognava quindi avanzare in diagonale, percorrendo il tragitto più lungo. Un parquet cigolante faceva da sottofondo, mentre lo studente di turno attraversava l’ufficio con la stessa leggerezza d’animo di un condannato a morte. E se non fosse bastato il cigolio del parquet, la Preside aveva la curiosa abitudine di interessarsi al motivo dell’assenza e, salvo un certo rispetto che soltanto pochi potevano dire di essersi guadagnati, quando leggeva il motivo, la coglieva un evidente disappunto, come se qualsiasi motivo che non fosse stato peritonite acuta o triplo bypass, era sinonimo di vacanza. Quasi sempre era così.

Il rapporto coi professori non era di certo migliore. Alcuni erano sadici, altri erano soltanto rimasti agli anni ’50. Voglio dire agli anni ’50, sì ma dell’Ottocento. Tutto trasudava anticume. Tutto grondava obsolescenza. Per carità, era un liceo prestigioso. Nel laboratorio di fisica era conservata la Pila di Volta e da quei banchi erano passati studiosi importanti che erano approdati a cattedre importanti. Molti avevano fatto carriera.

Ma un quattordicenne, come il sottoscritto, non poteva che uscire traumatizzato da un’esperienza del genere. Tra gli studenti e i professori sussisteva un insuperabile divario che era sopratutto psicologico. Ma anche anagrafico e umano. Molti erano già belli stagionati. Non ricordo un professore che avesse meno di cinquant’anni. Ai miei occhi erano creature di un altro pianeta. Erano lì per torturare, non per insegnare. E’ lì che ho iniziato a odiare con tutte le forze la matematica e la fisica. Il professore di matematica ti prendeva in giro quando non sapevi qualcosa, impegnandosi a far ridere la classe a spese di chi non sapeva quale fosse ad esempio l’equazione della retta.

E’ lì che ho iniziato a chiudermi. E’ lì che ho iniziato a sentirmi ignorante. I compiti di latino e greco venivano distribuiti in un modo che oggi farebbe scandalo. Si partiva dai voti più bassi, fino ad arrivare a quelli più alti, venendo chiamati alla cattedra partendo da chi era stato più asino a chi era stato più bravo. Così la classe iniziava lentamente a polarizzarsi. Altro che integrazione. Altro che scuole senza voti.

I pochi anni al Foscolo mi hanno riempito di insicurezze. Alcune le ho ancora. Senza sapere neanch’io come, sono riuscito a farmi promuovere. A prezzo però di enormi sofferenze. Non è stata una passeggiata. Ho collezionato così tanti 1 e 2 che non riesco più a giocare una schedina al Totocalcio senza sudare freddo. Ho saltato così tanti giorni di scuola che non riuscivo a guardare i miei genitori negli occhi senza provare vergogna. Questo pur sapendo che ad attendermi al varco c’era sempre la vecchia sadica che non aspettava altro che accogliermi a braccia aperte e domandarmi che cosa avessi avuto stavolta (“Lazzaro, vedo che è stato molto male questo mese!”).

Resistetti eroicamente fino a metà del terzo anno. Non di più. Dopodiché una mattina chiamai mio padre, chiedendogli di portarmi via il prima possibile da quel posto. Non ne potevo più di busti, di aule secentesche, e di dinosauri travestiti da professori.

Arrivai a Milano pieno di speranze. Ero abituato a cambiare scuola, anche in corso d’anno. Soltanto i cinque anni di elementari le avevo fatte in tre città diverse. Entrai al Berchet a metà del terzo anno. Milano non era affatto come Pavia. Seppure ci fossero solo trenta chilometri a separarle, sembravano due mondi diversi: Pavia era una città di provincia, un isola di abbandono e di chiusura mentale, dove la gente pensava solo a chiudersi in casa la sera e a rifiutare qualsiasi elemento “esogeno”. Milano era una capitale europea. Il diverso era all’ordine del giorno.

I professori mi colpirono per la loro freschezza. C’era molto più dialogo. Gli studenti venivano coinvolti molto di più nelle attività, sia in quelle didattiche che in quelle extra curriculari, come progetti e laboratori. Si discuteva, si tenevano assemblee, ci si confrontava. Tutte cose che a Pavia avevo dimenticato. Eppure qualcosa non girava per il verso giusto. Qualcosa che però non riguardava la scuola.

Dell’adolescenza si è detto tanto. Per alcuni è un’età balorda, incomprensibile, una biglia impazzita che salta di qua e di là. Per altri, magari più evoluti, l’adolescenza viene vista invece come un momento cruciale. Uno snodo irripetibile nella crescita dell’individuo, durante il quale, oltre al corpo, è anche la testa che si trasforma. Si acquisiscono i contorni che poi incorniceranno il comportamento adulto. Ci si calma, si è a poco a poco meno ormonali. Le connessioni cerebrali acquisiscono la plasticità che permette al ragazzo di comportarsi finalmente in maniera razionale e di non essere più un concentrato magmatico di ribellione e impulsività. A patto però che tra i quattordici e i diciotto anni vada tutto liscio, perché se qualcosa si blocca o si incrina, il processo diventa assai più problematico. Solita solfa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Come ho detto la scuola mi piaceva. Non era più quello il punto. C’era qualcosa che piano piano aveva iniziato a rodermi dentro. Assistevo allo sgretolarsi del matrimonio dei miei genitori e io, che dovevo ancora compiere diciassette anni, assorbivo come una batteria l’energia negativa che i loro litigi e le loro accuse mi scaricavano addosso. Ad oggi non gliene ho mai fatto una colpa (almeno esplicitamente). Il risultato però era che in classe ci andavo con l’anima a pezzi, portandomi dietro quintali di malinconia che nemmeno i nuovi compagni erano in grado di farmi dimenticare. Nel giro di poche settimane non mi interessò nulla, né dei nuovi compagni né tantomeno dei nuovi stimoli. Volevo solo essere lasciato in pace.

Invece di ottenere l’oblio, mi guadagnai il centro del palco. Come peraltro è giusto che sia quando spunta un giocattolo nuovo e si è persone annoiate. I professori cercavano di capire se non studiavo perché avessi dei problemi o perché non volessi. Mi spronavano, tirandomi sempre in mezzo per tutto. Quando c’era da interrogare, venivo chiamato io. Quando c’era da preparare qualcosa, spuntava sempre il mio nome. Il nuovo compagno di Pavia, mezzo terrone e mezzo milanese, interessava a tutti. Ero diventato il diletto dei professori e dei compagni che, incuriositi dalla mia timidezza, volevano sbirciare dietro la tenda.

Io, più mi vedevo assediato, più mi serravo in una bolla di silenzio e disattenzione. Milano di colpo era diventata come Pavia: una tortura. Solo un po’ più rumorosa. I professori tornarono a essere nemici. Ero stato scelto dalla docente di latino e greco come il suo puntaspilli preferito. Si chiamava Maristella Ceva e insegnava lì da una vita. Da giovane aveva studiato al Berchet e, diventata docente, c’era tornata per finire il lavoro. Era la classica sessantenne zitella e mascolina, coi capelli bianchi e ispidi, che viveva per la sua materia. Venerava le lettere antiche con religiosa passione e non ammetteva che qualcuno storpiasse verbi e sostantivi. A me del latino e del greco interessava quanto a un bue di una Ferrari e non mettevo un briciolo di passione in nessuna delle due.

Ho passato accanto alla sua sedia tutti i sabato mattina. Io al posto dell’interrogato, lei a quello del boia. Sofocle, Euripide, Isocrate, Lisia, Platone. Me li sono fatti tutti. Li ho uccisi tutti, dal primo all’ultimo, macellando quel po’ di greco che sapevo, ma che non bastava a salvarmi dalla scure dei voti più bassi. Più lei assisteva al mio sfacelo, più si incattiviva.

Il resto è storia. Il resto è quello che succede a qualcuno che venga continuamente pungolato e che stia già combattendo altre battaglie. Il mio corpo si è ribellato. Si è ammutinato, come detto all’inizio.

Per questo la lettera mi tocca da vicino, perché riapre vecchie ferite e risveglia antichi traumi. D’altronde i traumi non vengono mai superati del tutto. Si impara solo a conviverci. Dagli attacchi di panico non si guarisce mai definitivamente. Questo lo so per certo. Una volta che la bomba scoppia la prima volta, la sicura non si può più reinserire. Rimane lì latente in attesa di un nuovo momento di fragilità, per esplodere di nuovo. Ci sono dolori che non passano ma che possono essere impediti. Bisogna solo prenderli in tempo. E la richiesta di aiuto di quei ragazzi è sacrosanta. Per questo dobbiamo ascoltarli. Lo dobbiamo in nome di chi non è stato ascoltato quando ha avuto bisogno.

L

Ancora Dante…

Qualche tempo fa mi è venuta un’idea per un libro. Più che un romanzo si tratta di una specie di prontuario. Non voglio svelare il contenuto ma il protagonista è – e rimane sempre – Dante. La sua saggezza. Il suo mondo. Il suo Spazio. Ci sto lavorando; non sono che all’inizio. Sarà lunga, quindi non ho alcuna idea su quando sarà finito. Potrebbe anche darsi che mi interrompa a metà e inizi qualcos’altro. Faccio spesso così. Colpa della mia perenne insoddisfazione. Intanto però vi regalo qualche riga tratta dall’Introduzione (più o meno al centro). Accontatevi.

Dell’Alighieri ho un sempre conservato un ricordo particolare. Un ricordo che negli anni si è trasformato in affetto. Sino a diventare amore. Folle. La prima testimonianza di cui io abbia memoria è una Divina Commedia con le incisioni di Gustave Doré; un librone massiccio che non veniva sfogliato quasi mai e per ovvie ragioni. Lo tenevamo lì, in salotto, per incutere timore agli ospiti, ma nessuno si azzardava a tirarlo giù. Sormontava il mobile, come uno stilita imperscrutabile, arroccato sulla sua torre d’avorio. Mi era bastata un’occhiata per capire che si trattava di qualcosa di serio. In copertina avevano messo l’illustrazione del XXIV canto: dannati e serpenti intrecciati tra loro in un grandguignol di sangue e fiamme. Ne ebbi presto una gelida repulsione. Poi, allorché mi fu permesso aprirlo («sì, ma non rovinarlo!», «mi raccomando, non fare le orecchie alle pagine!»), capii che non era un libro da leggere. I canti erano stati stampati per il lungo, in una serie di colonne infinite, senza paragrafatura e senza pause. Quello che altrove era l’unica chiave di accesso, ovvero le note, erano state ridotte all’osso. In questo modo sì, la Divina Commedia era stata restituita alla sua originaria purezza, ma il lettore più ingenuo e più sprovveduto, come il sottoscritto a dieci anni, poteva solo rassegnarsi a trovare un po’ di sollievo nei disegni tra i quali, tra budella pencolanti e capi mozzati, ahimè, c’era poco di cui soddisfare la sua curiosità. Senonché appunto, i disegni stiracchiati da un angolo all’altro in quei paginoni di grana fina, insieme alla loro tetra cifra artistica, costituiscono quel che fu allora il mio primo incontro con Dante.

Per arrivare al testo, dovetti prima ritrovarmi tra le mani una di quelle edizioni scolastiche, uno di quei mattoni dove devi sorbirti vita dell’autore, bibliografia ragionata, antologia delle opere minori, sinossi, schemino con l’imbuto, la montagna, i dischetti. Quindi il riassunto per canti e la traduzione in italiano moderno. Poi, alla fine, forse, il testo. Alleluia. Il tutto affogato in un semifreddo di note a piè di pagina che rimandano all’infinito la lettura. Sia chiaro: non sono contrario per principio. Ma ciò rischia di frapporre un divario insuperabile tra lo studente e lo ‘studiato’. Vale a dire, tra la parola e il suo lettore. Una simile mole di informazioni, se da un lato appunto informa, può suscitare, di contro, una certa avversione, seguita, nel peggiore dei casi, da orticaria e paralisi degli arti. Immaginiamo di andare al cinema. Ci sediamo nella nostra comoda poltrona, i popcorn ancora caldi, che centelliniamo, nella speranza di gustarceli insieme all’inizio del film. Siamo ansiosi che lo spettacolo per il quale ci siamo strappati al calore di casa nostra valga la pena. A un certo punto, finalmente, lo schermo si illumina e davanti a noi compaiono, in ordine: il trailer di un film che uscirà tra due anni, le pubblicità di auto, di un parco divertimenti, di mobili arancioni, il trailer di un film che uscirà tra cinque anni, una réclame di giocattoli, di un barbecue da salotto, un catalogo di mariti in affitto, di case su Marte; quindi, un terzo trailer, questa volta di un film che non uscirà proprio, infine una pubblicità dello stesso cinema in cui siamo seduti. E così per venti minuti. Sarebbe un’esperienza atroce. Usciremmo da lì col fermo proposito di non metterci mai più piede. Diremmo a noi stessi: ‘Questa è l’ultima volta che ci vado!’, con un senso sgradevole di essere stati fregati. Si pensi a cosa può provare uno studente del primo anno davanti all’edizione scolastica della sua Commedia nuova di zecca. La sfoglia e non vede altro, tra date e nomi, che elenchi di figure retoriche che paiono malattie infettive. È logico che appena può si butta sui riassunti. Alla mia epoca andavano ancora molto forte i bignami. Ma leggere Dante sui bignami è come limonare con la fotografia di chi ci piace. Non dà lo stesso piacere. Però, mi rendo conto, si tratta in certi casi di un male necessario, e l’amaro calice alla fine ce lo dobbiamo scolare fino all’ultima goccia, col risultato però che, chiuso l’ultimo canto, la nostra bella edizione scolastica, ora tutta pasticciata di appunti, rischia di finire a fare compagnia ai miei costumi medievali: in fondo a uno scatolone.

Un po’ questa è stata la mia esperienza. Anno dopo anno. Mi è toccato studiare Dante. Dico ‘toccato’ proprio per indicare il valore passivo della mia esperienza e poi perché esperienza di solito rima con sofferenza. Studiare Dante non era infatti, in quel periodo, un piacere. Era un obbligo, a cui io, come tutti i miei coetanei, eravamo costretti. Era un argomento che il nostro beneamato sistema scolastico includeva nei programmi ministeriali. Si partiva sempre con Dante. Talvolta si faceva Dante per tutto l’anno, mentre magari eravamo già arrivati a Quasimodo. Nel frattempo, c’era sempre lì Dante, spiegazzato nel sottobanco; e noi, faticosamente, arrancavamo, provati dall’Inferno (che si studiava meglio), stremati dal Purgatorio (di cui a malapena si leggevano i canti di Manfredi e di Sordello), storditi dall’incomprensibilità del Paradiso, sul quale ci soffermavamo giusto il tempo della preghiera alla Vergine (non la nostra, pure intensa, ma mai bella quanto quella di San Bernardo!), perché l’anno, come il nostro entusiasmo, era giunto agli sgoccioli e noi non vedevamo l’ora di liberarci una volta per tutte del divin fardello.

Ce lo spiegavano, anzi più che altro ce lo infliggevano. Almeno che io mi ricordi. Rammento la gravità dignitosissima con cui si iniziava il discorso su Dante. Il professore si raccoglieva in religioso silenzio, congiungeva i polpastrelli e si prendeva una lunghissima pausa di riflessione. Manco dovesse risvegliare uno spirito dell’oltretomba. E quindi, già da quel preambolo, Dante rifulgeva ai miei occhi di un bagliore sinistro. Nel giro di qualche lezione si era ormai dissolto in un’eminenza grigia, in un pomposo profeta, immateriale e disumano. Col risultato che nemmeno in quel modo riuscivo a farmelo piacere. Mi domando ancora oggi perché. La mia risposta oscilla tra la facile tentazione di dare la colpa ai professori, e quella, meno facile, di prendermela con la mia più plausibile superficialità. D’altronde, spiegare Dante non è impresa da poco. Spiegarlo a un tredicenne è dunque forse impossibile. C’è troppa fretta e troppo poco tempo per calibrare un’introduzione che non sia troppo artificiosa e che sappia mantenere viva una già debole fiammella di curiosità. Per fortuna, giocò a mio favore una certa inclinazione agli studi umanistici, la quale, sebbene soffocata da un’altrettanto naturale inclinazione al cazzeggio spinto e al disinteresse più totale, alla fine è servita a salvarmi (almeno in parte) dal baratro seducente dell’asineria. Quel che non facevo a scuola, lo recuperavo nel tempo libero. A scuola friggevo di noia, le esegesi mi annoiavano, poiché le ritenevo pedanti. Uccidevano l’ispirazione e come Crono inghiottivano il trasporto. Per me Dante era la lettura ruggente di Gassman e quella sudatissima di Benigni. Il Dante scolastico mi pareva la lugubre ed ecclesiastica solmisazione di un democristiano della prima ora, che si fosse messo a fare poesia come risultato della sua incapacità di stare al mondo. Io volevo sentir vibrare delle corde che i professori si rifiutavano di toccare; mi aspettavo un saliscendi di emozioni che non arrivavano mai. Vedi il canto di Ulisse. Lo vivisezionavamo, con lentezza, verso dopo verso, terzina dopo terzina. Avrei lanciato in aria il dizionario, se solo avessi potuto urlare io «O frati!» fino a sentirmi bruciare la gola, e sussultare il petto dinanzi all’inabissarsi della nave. Ma quale folle volo, quali frati… Ulisse moriva tragicamente per aver peccato di superbia e a me invece sembrava il pigro congedo di un impiegato del catasto. Per non parlare di Ugolino, che imprigionato nella torre della Muda, rassomigliava nella sua tormentosa indecisione più che a un Macbeth, a un personaggio di Woody Allen, che non sappia mai bene cosa fare. Allora presi a leggere Dante per i fatti miei. Gli concessi un appello privato. Ero desideroso di capire perché ci accanissimo tanto, quale fosse l’origine della nostra goffa ossessione nei suoi confronti. Anche se, all’apparenza, quel piccolo ometto, dal naso lungo e adunco, e lo sguardo torvo, emanava tutt’altro che simpatia. Ci doveva essere un motivo per cui la gente lo venerava. E volevo capire se fosse finzione o realtà. Qual era il suo segreto, che nemmeno sette secoli erano riusciti a scalfire? La sua luce brillava con una forza che non aveva pari in nessun altro poeta, nascosta in un poema melmoso quanto insondabile, che trascinava giù tutti noi, studenti sfigati, mentre seguivamo in quelle sabbie mobili guide poco avvezze a districarsi, e a spingere – quando necessario – all’esplorazione solitaria.

Così mi sedetti nella mia mansarda. Era una tiepida giornata primaverile. Fuori si sentiva già il soffio caldo dell’estate. Aprii l’Inferno. Saltai tutta l’introduzione (una buona cinquantina di pagine). Cominciai a leggere, un po’ tremolante al pensiero di aver già violato ogni regola e ogni convenzione. «Nel mezzo del cammin di nostra vita…». Mi bloccai. Ripetei il primo verso, snocciolando meglio l’intonazione che secondo me si era arenata priva di slancio. «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Affrontai quindi il secondo verso, «mi ritrovai per una selva oscura». Tentennai. Trovai l’ardire di scendere di un rigo per inseguire la rima, «ché la diritta via era smarrita». Ebbi una sensazione strana. Presi allora la rincorsa e mi lanciai oltre il precipizio. Lessi il canto tutto d’un fiato. Quando arrivai alla fine non sapevo che cosa avessi letto. Mi sentivo solo leggermente frastornato. Mi diressi perciò alla finestra e la spalancai. Un’afa soffocante impregnava l’aria. La lasciai entrare. La calma immobile di un pomeriggio del ’00 mi scivolò addosso. Dopo qualche secondo, tornai a posto. La Commedia era sempre lì, aperta a metà; le pagine confuse, mosse appena da una brezza fiacca. Nello sfogliarla per riprendere da dove mi ero interrotto, realizzai che qualcosa in me era cambiato. In quel momento io non ero più lo stesso di prima. Una sottile vertigine si era affacciata sotto l’epidermide, come dopo la più incredibile delle scoperte. Dentro il mio animo si era accesa di colpo una scintilla. All’improvviso tutto era divenuto più chiaro. Provai una gioia violenta. Ricordo che rilessi di nuovo tutto il canto. Lo rilessi talmente tanto che alla fine senza rendermene conto lo avevo imparato a memoria. Fremetti dall’ebrezza e compresi, in maniera istintiva, ciò che a lungo mi era stato incomprensibile. Non volli dirlo – e infatti non lo feci. Tenni quel segreto tutto per me.

Mi tuffai nella lettura senza paura, anzi, con una spaventosa dose di incoscienza. Permisi a Dante di parlarmi, mentre io scoprivo come dovessi leggerlo. Compresi quel giorno di aver trovato la mia voce. Era la mia, quella di un adolescente che si stava confrontando con un libro scritto settecento anni prima. Stava avvenendo una magia che non sapevo spiegarmi. Come poteva essere possibile quell’immediatezza, se la sacralità di quell’uomo me lo aveva reso sempre tanto ostile? Dante mi stava parlando e io ero lì buono ad ascoltarlo. Tra noi si era stabilito un canale. Non esitai nemmeno quando nei giorni successivi giunsi ai canti più lirici. Forse perché temiamo di non far loro giustizia. E questo, va detto, è secondo me un lascito amaro dell’educazione scolastica e spesso abbastanza grosso da scoraggiare una seconda lettura. Io non mi feci problemi. Declamai, col dito tra le pagine come Don Abbondio col suo breviario, la dichiarazione di amore di Francesca, la difesa onorevole di Farinata, il superbo racconto di Ulisse e la lacrimevole confessione di Ugolino. Mi commossi, mi arrabbiai, mi inorgoglii. Cominciai a chiedermi le cose che si sono chiesti tutti (ma perché quel frescone di Ulisse è partito, dopo averci messo una vita per tornare a casa!?). Cominciai a camminare nella foresta delle allegorie dantesche e a intuire la presenza di profonde verità. Ero tuttavia all’inizio del viaggio. Seguivo il suo straordinario racconto e man mano realizzavo quanto fosse diverso da come me l’ero immaginato. Mi sentii preso in giro. L’opinione che mi stavo formando era completamente diversa da quella che il ‘sistema’ pretendeva di inculcarmi. In quel momento, Dante stava diventando il mio Dante. Ciononostante, sembrava che bisognasse a tutti i costi tirarlo dalla tunica e fargli dire ciò che tornava più comodo, o peggio, affibbiargli un’etichetta: Dante il cattolico, Dante il tomista, Dante lo stilnovista, Dante il fedele d’Amore, Dante il guelfo ribelle, Dante il ghibellino intransigente, Dante l’anti-fiorentino, Dante lo schiaccia-papi, Dante l’idolatra-imperatori, Dante il fustigatore dei corrotti, Dante l’esecratore dei costumi, Dante il taciturno, Dante l’asceta, Dante il profeta ecc. Come se Dante potesse essere una sola di queste cose e basta. Come se, per includerlo in un manuale di italiano, fosse necessario semplificarlo, ridurlo, storpiarlo. Invece no, realizzai che Dante non si può – e non si deve – semplificare. Perché Dante è un mondo. E il mondo non si semplifica: si ammira nella sua straordinaria immensità…

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I PROMESSI SPOSI: tragicommedia di due analfabeti, in balia di cardinali, legulei e signorotti

L’Italia del Seicento per certi versi è molto simile all’Italia di oggi. Manzoni la dipinge usando tinte piuttosto fosche. Ci infila uomini armati, insurrezioni, carestie, una spruzzatina di peste bubbonica, qualche nome altisonante qua e là. Per cui noi moderni alla fine si ha l’impressione di avere a che fare col mito più che con la realtà. Ci vuole far credere che le vicende siano vecchiume del passato e che mai si ripeterebbero uguali.

Eppure, Manzoni, dietro la maschera del mito, anzi, dell’allegoria, nasconde tanta verità. Neppure la sua bravura ci impedisce di riconoscere i veri tratti di un paese che in quattro secoli è cambiato tanto, ma in fondo non così tanto. La bravura di un romanziere è nel saper dire senza dire. Nel lasciare al lettore il diletto di ricomporre i pezzi e di trarre da sé la sua conclusione. Cosa che io, caro Alessandro, faccio volentieri.

Renzo e Lucia vogliono sposarsi. Sono due sempliciotti. Due montanari delle valli, venuti su da quel famoso ramo del lago di Como dove Clooney non ha comprato la sua villa e dove i ricchi milanesi non hanno ancora imparato a trascorrere le vacanze, tra yacht, casinò ed escort di lusso. Sono gente di buon cuore, dalle aspirazioni limitate, i piaceri umili, e l’orizzonte culturale di chi è abituato a vivere come le piante: morendo là dov’e nato. Ma, si sa, dove c’è gusto non c’è perdenza. Loro, peraltro, di cosa ci sia fuori dal paesello, neanche si curano.

Lucia lavora in una filanda. Un giorno, Don Rodrigo, che di quei luoghi ameni era il signorotto, il capetto, una via di mezzo tra il mafioso e il tiranno, vede Lucia tornare a casa e scommette con un suo compare, tale Conte Attilio, che quelle nozze, di cui ha sentito parlare (perché di cosa volete che si parli in un paesello), non si celebreranno. Non si sa il perché. Molto probabilmente si era invaghito lui stesso di Lucia. O forse – ed è la mia teoria – Don Rodrigo non nutriva alcun interesse nei confronti della giovane tessitrice, che diciamo non sarà stata bellissima, ma era tuttavia educata, pia, e sopratutto innamorata. Egli era uno che poteva permettersi la compagnia di qualsiasi donna. Voglio dire di donne che con un uomo potente non avevano remore a giocarsi tutte le carte pur di fare la bella vita.

Don Rodrigo a mio avviso voleva solo esercitare il gusto del sopruso, vedere se il suo nome da solo sarebbe stato sufficiente a bloccare tutto e a farla franca, senza dover rispondere né a Dio né alla legge. Un po’ come il Marchese del Grillo quando si rifiuta di pagare l’ebreo Aronne Piperno che gli aveva costruito una boisserie. Poiché, come il Marchese spiega al Papa, la sua intenzione non è mai stata di umiliare un miserabile, ma di provare che la giustizia è un’illusione. Una fragilissima illusione. Una meretrice che può essere piegata a piacimento (e lascio a voi immaginare di quanti gradi e da che lato) se si dispone di due cose: l’influenza e i danari. Quanti ne bastano a corrompere tutti gli ingranaggi del grande carrozzone che è sempre stata la nostra giustizia, dai cancellieri al più togato dei giudici. Uscendone così pulito e assolto. Più innocente di un Cristo in croce.

I bravacci di Don Rodrigo riportano dunque a Don Abbondio l’ordine di non azzardarsi a celebrare le nozze e Don Abbondio, emblema della pavida mediocrità di chi non cerca rogne, capisce al volo l’antifona. Il curato non si cura di assecondare la volontà di due poveri giovani. Egli si cura invece solo e soltanto della propria incolumità, pure laddove è consapevole di agevolare un sopruso. Di questo risponderà, ma intanto, il suo rifiuto obbliga i giovani a una serie infinita di peregrinazioni, perché è dal momento in cui i bravi aspettano Don Abbondio su un ponticello che il romanzo prende piede.

La prona arrendevolezza dell’anziano prete è quanto di più odioso si possa leggere. Almeno per me, che in quanto italiano sono stato sempre circondato da milioni di “borghesucci piccoli piccoli”: algidi impiegati, burocrati grigi, omuncoli senza un briciolo di attributi. Ristretti, gli attributi si intende, a due noccioline, al punto da lasciarsi fare di tutto, adattarsi a qualunque abuso, a qualunque prepotenza, in nome di un fantomatico quieto vivere sul cui altare hanno immolato anche l’ultimo straccio di dignità. Don Abbondio è esattamente questo: un vaso di terra cotta tra vasi di ferro, uno che – viene elegantemente descritto dal Manzoni – non era nato con un cuor di leone. Litote lucidissima. Segno che perfino al Manzoni tipi del genere non dovevano essere molto simpatici.

Così Don Abbondio fa ciò che farebbe qualsiasi impiegato di un – supponiamo – ufficio tributi quando si va a chiedere spiegazioni circa un – supponiamo – sollecito sospetto. Fa a Renzo una supercazzola degna di un altro grande capolavoro di Monicelli. Accampa una serie di formule e latinismi che vorrebbero in parole semplici spiegare il perché della sua ritrosia, usando paroloni che confondono il giovane, il quale, in quanto ignorante, alla fine può solo rassegnarsi. Don Abbondio sa più cose di Renzo e queste cose sono tutto il suo scudo. La conoscenza, è bene che il giovane filatore lo impari, non spiana la strada. Semmai la complica. Posto di fronte a un muro, Renzo esamina quindi le alternative. Se la religione gli mette davanti ostacoli insormontabili, magari può provare con la legge. D’altronde la legge dovrà pur difendere il giusto.

Non l’avesse mai fatto. Si reca perciò da un avvocato. A costui, in maniera rozza, Renzo spiega il suo problema. L’avvocato scaccia il giovane in malo modo e gli intima di non tornare più. Lui di problemi non ne vuole. E che Renzo si riprenda pure i suoi capponi, ché non c’è prezzo che valga il rischio di imbracciare la giustizia contro un potente e non ci sarebbe comunque mercé per chi cova la speranza di farsi difendere dal diritto. Azzecca-garbugli è l’alter ego letterario di quella grossa fetta di uomini che si ingrassano nella pastoia del potente, il quale, alla sua mensa – come fa appunto Don Rodrigo, quando scopriamo che l’avvocato da cui è andato Renzo è un suo commensale – riunisce figure che gli possano tornare utili. Qualcosa ci dice che di mestieranti e uomini di fiducia ha sempre traboccato questo paese.

Il matrimonio non s’ha da fare. Tutto sembra remare in senso opposto. Evidentemente Dio non lo vuole. E a questo punto, ritengono i tre (gli sposi più la suocera), nemmeno la legge. Lucia entra in convento. Renzo ripara invece a Milano. Ci arriva giusto in tempo per beccarsi un’accusa di sedizione. Allora a Milano si combatteva per un tozzo di pane. Egli si trova semplicemente a passare da quelle parti e la sua colpa è solo la curiosità. Manzoni coglie qui l’occasione per ammonirci di un’altra grande verità. Per quanto si possa essere ingiustamente accusati, uno troverà sempre dietro l’angolo una nuova ingiustizia ad aspettarlo. Sono sempre gli ignoranti i bersagli della sorte. Non i potenti, e tantomeno gli istruiti. Perché loro sanno difendersi. Quantomeno dispongono delle risorse per piegare la sorte. Gli ignoranti no: essi sono destinati a subire sempre. Dovranno sempre pagare per qualcosa che non hanno fatto.

Un brillante spaccato d’Italia, pardon, di quell’Italia romanzata, si trova più avanti nel dialogo tra il Conte Zio e il padre provinciale. Sappiamo che prima di invitare Renzo e Lucia ad andarsene, Padre Cristoforo si era recato presso il castello di Don Rodrigo per tentare un’ambasceria. Quest’ultimo se n’era lamentato con suo cugino, e la lamentela era presto arrivata alle orecchie del Conte Zio – conte al quadrato, quindi doppiamente potente – che non esita un attimo a usare il titolo e il nome della sua famiglia per pretendere dalla Curia l’allontamento immediato di Padre Cristoforo. Come si permette, sostiene il potente, di impicciarsi degli affari di mio nipote?

È un passo e non è un passo, padre molto reverendo: è una cosa naturale, una cosa ordinaria; se non si viene a questo, e subito, io prevedo un monte di disordini, un’iliade di guai. Uno sproposito…. mio nipote non crederei…. ci son io, per questo…. Ma, al punto a cui la faccenda è arrivata, se non la tronchiamo fra noi, senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile che si fermi, che resti segreta….. e allora non è più solamente mio nipote…. Destiamo un vespaio, padre molto reverendo. Ella vede: siamo una casa, abbiamo attinenze…..

Le minacce (ancorché velate), seguite dalle reticenze. Quel modo di parlare e allo stesso tempo di tacere, di alludere e di lasciar scappare. Fa riflettere soprattutto che il Conte Zio faccia un uso così deliberato del potere per avallare una stortura. È così che gira il mondo. Nonostante l’affannarsi degli ignoranti, le decisioni si prendono altrove. Nei palazzi dei vari Conti Zii. Presso i massoni, i lobbisti e le eminenze grigie. Sono costoro che muovono i fili delle masse. Ma quali tribunali e quali scartoffie! Tutto fumo negli occhi. Messinscene per ingannare l’ignorante e fargli credere che basti compilare un modulo per ottenere giustizia e basti denunciare un torto per raddrizzarlo. È questa la colpa, in ultima analisi, dei vari Renzi (il personaggio letterario, ovviamente) e delle varie Lucie. L’ingenuità. Il potente parla poco, ma quando parla, scuote le montagne.

Ai poveri non rimane che sperare in un altro genere di compensazione. Quella che quando arriva, è sempre tardiva. Se non addirittura postuma. Tuttavia, per Manzoni, la religione una funzione ce l’ha: serve a dare consolazione all’anima. Ad aiutarla a sopportare le ingiustizie che attendono il disgraziato fin dalla culla e che lo tormenteranno fino all’ultimo dei suoi giorni. I promessi sposi dovrebbero rafforzare la nostra fiducia in un livello di giustizia superiore che corregga le azioni degli uomini. Una giustizia che prima o poi rimette tutto al suo posto, punendo i cattivi e ricompensando gli umili. Ma che forse è il punto più debole di tutto il romanzo.

La fede del Manzoni era una fede sincera, un faro in un mondo oscuro. Nell’Ottocento come nel Seicento. Talmente solida da non permettere il minimo dubbio circa la possibilità che invece non sia così. Alla fine del romanzo Renzo e Lucia riescono a sposarsi. Ma è appunto un romanzo. Secondo Manzoni dovremmo sempre sperare, sperare con forza, perché tanto Dio sistema tutto (un po’ come Lucio Dalla quando canta “e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò“). Dovremmo fidarci ciecamente. Si è parlato a lungo di Provvidenza nel tentativo di spiegare il perché di tanta remissività. Poco più su si è parlato di giustizia superiore. Come se due livelli di giustizia possano davvero coesistere su un unico piano: il livello di giustizia degli uomini e il secondo che appartiene a Dio. Sì, ma nel frattempo il supplice che fa?

La religione di Manzoni è una religione salvifica. Ridicolmente presente. Pare somigliare all’idea marxista della religione come una valvola di sfogo. Di oppiaceo che faccia dimenticare i problemi. Ogni invocazione a Dio è legata alla scoperta di un nuovo sopruso. Dio viene chiamato in causa quando non si sa più che pesci pigliare, quando giunge una brutta notizia e tutto sembra perduto. I protagonisti si radunano per pregare e ciascuna chiede a Dio qualcosa: Lucia fa voto di verginità; Renzo perdona Don Rodrigo sul letto di morte; mentre Agnese è praticamente pappa e ciccia con Don Abbondio e Perpetua. Su di essi veglia come un angelo Padre Cristoforo. Maggiore è l’oppressione, più intensa è la preghiera. Minore è la speranza di cavarsela, più luminosa la prospettiva di salvezza. Lo scioglimento sembra veramente un miracolo. Solo che il miracolo convince poco. Possibile che per districarsi in un groviglio del genere, l’unica cosa da fare sia pregare? Per Manzoni sì.

Ecco il punctum dolens di tutto il romanzo. Due analfabeti di un paesino sperduto chiedono al loro curato di sposarli. Questi si rifiuta, ma la notizia raggiunge i frati cappuccini e il più in vista di essi corre in soccorso dei giovani. Da Fra Cristoforo, che era appena un gradino più in alto di Don Abbondio, saliamo al Padre Provinciale (quello del colloquio col Conte Zio). La catena continua grazie all’insospettabile anello della laicità, poiché altrimenti si sarebbe interrotta quando il Padre Provinciale ha allontanato Fra Cristoforo. L’Innominato si converte nelle braccia del cardinale Federico Borromeo, e tra pianti e singhiozzi, cercando la pace per sé, ottiene che il cardinale si scomodi per quella faccenduola del matrimonio mancato. Dopo aver raggiunto l’apice, la catena torna indietro, al punto di partenza. Federico Borromeo manda a chiamare Don Abbondio al quale chiede perché non abbia celebrato il matrimonio. Udite le sue ragioni, gli fa sapere che i due giovani avranno d’ora in poi la protezione della sua porpora ma tanto tutto salta perché scoppia la Peste.

La protezione di Federico Borromeo, benché simbolica, perde d’un tratto di significato. La Peste elimina Don Rodrigo, eliminando così l’ostacolo iniziale. Ma non elimina la paura di Don Abbondio, sopravvissuto alla Peste, che ricorda ancora bene quanto i due tessitori abbiano scritto “guai” sulla fronte. Egli infatti continua a rifiutarsi di celebrare le nozze. Nonostante la cazziata dell’altissimo prelato. Del Borromeo nel frattempo non c’è più notizia. Ma il Deus Ex Machina spunta ugualmente. E ha l’aspetto proprio della persona che sostituisce Don Rodrigo. Un certo Marchese, non meglio specificato. Ricordiamo che, sebbene siano passati due anni, Renzo su di sé ha sempre un mandato di cattura, che si era guadagnato con i fatti di Milano. A causa di questo cavillo il povero Renzo non si può sposare e noi oggi sappiamo quanto un cavillo in Italia sia capace di bloccare spesso baracche e burattini. Il Marchese interviene, facendo rimuovere il cavillo.

Finalmente Don Abbondio non ha più scuse e finalmente Renzo e Lucia diventano marito e moglie. Ora, sarebbe tutto bello e sarebbe tutto logico se non fosse che per risolvere un problema si è dovuti scomodare mezza Curia di Milano. Ci mancava poco che qualcuno andasse a dirlo pure al Papa. Più che rafforzare la mia fede, I promessi sposi rafforzano la mia sfiducia in ciò che, se fossimo stati un paese civile, sarebbe dovuto bastare a difendermi da un qualsivoglia sopruso: la legge. Invece la legge viene scartata subito. L’Azzecca-garbugli è come la porta sbarrata di Giochi Senza Frontiere. È l’unica delle tante che non si apre. Dobbiamo quindi desumere che in caso di problemi, la speranza andrebbe riposta tutta nella fede, nell’attesa di un miracolo, nell’intervento della Provvidenza? Dubito che Manzoni volesse dire proprio questo. Sarebbe una conclusione troppo ingenua, anche considerando l’età del romanzo. Certo però che il sospetto viene.

E se Federico Borromeo non fosse mai venuto a conoscenza dei due giovani? Se l’Innominato, al secolo Francesco Bernardino Visconti, nobile possidente terriero, non avesse offerto la sua protezione ad Agnese e a Don Abbondio durante la calata dei lanzichenecchi? Se il Marchese non avesse fatto cancellare la condanna di Renzo? Sono tante le coincidenze e sono troppi i passaggi in cui più che di Provvidenza, sarebbe doveroso parlare di vero e proprio culo. Renzo e Lucia rappresentanto l’unico caso in cui l’ingiustizia viene riparata. Ed è appunto un romanzo, perché nella realtà chi subisce può solo aspettarsi di continuare a subire, senza speranza “non che di posa, ma di minor pena“. Potrà pregare, se lo vorrà, ma le sue preghiere non sortiranno alcun effetto, se non di ammorbidire la pillola che comunque bisognerà ingoiare.

È in chiusura, però, che Manzoni ci dà un saggio della sua capacità di catturare i sentimenti. Il ritratto che egli fa degli italiani non è lusinghiero. Popolo iniquo, troppo innamorato della religione. Un popolo chiuso in se stesso. E nelle sue convinzioni. Come se c’avesse visto lungo, Manzoni racconta che tra tutte le vittime della Peste, quella che più l’ha sorpreso è stato Don Ferrante, il dotto, il quale insieme alla moglie aveva tenuto in casa per un certo periodo Lucia. Dice che Don Ferrante, allo scoppio del morbo, aveva rinnegato con forza che la Peste fosse davvero un morbo letale.

In rerum natura , – diceva, – non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera.

E più avanti l’erudito si scaglia contro i medici e gli scienziati, per aver diffuso il terrore tra la povera gente.

Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri!

Come a dire: ci sono cose che noi italiani non smetteremo mai di pensare…

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