A José

Riproduco qui gli ultimi due capitoli della mia tesi su “Forma e stile della narrazione saramaghiana“, da poco completati, sperando di far cosa gradita. Purtroppo bisogna avere un po’ di familiarità col portoghese per intendere i passaggi in lingua originale. Ecco la Conclusione e i Ringraziamenti.

José Saramago (1922-2010)

CONCLUSIONE

            Nel suo lungo viaggio, personale e letterario, Saramago ha tracciato le linee guida di un percorso che abbiamo visto snodarsi sotto varie forme, da quelle canoniche del periodo di formazione a quelle sperimentali della produzione adulta. Per segnalare l’apertura e la chiusura di ciascuna fase ci siamo serviti di riferimenti temporali che lo stesso autore riconosce come spie di un cambiamento nel suo modo di scrivere. Il periodo di formazione abbraccia quasi tre decadi, mentre la fase sperimentale si sovrappone al periodo precedente (parte per intenderci già dal Manual de Pintura e de Caligrafia) per chiudersi con Caim, cioè con l’ultimo romanzo compiuto, e si divide a sua volta in due sotto cicli (la Statua e la Pietra), il cui momento spartiacque si colloca sicuramente per indicazione dell’autore tra O Evangelho segundo Jesus Cristo e l’Ensaio sobre a Cegueira. Si tratta di cerniere temporali importanti, poiché oltre a permetterci di fissare dei paletti lungo una parabola di quasi settant’anni, ci danno la possibilità di scandire la maturazione cogitans ed extensa del suo pensiero e del suo punto di vista sulle cose. Ad ogni modo, parlare di punto di vista vuol dire, nel caso di Saramago, usare un termine troppo generico e quindi inadatto a riassumere concetti ben più circoscritti quali ideologia e interpretazione della letteratura. Abbiamo visto come, specie nel tragitto conclusivo, i due aspetti coincidano e si crei nella scrittura un amalgama perfetto tra le idee ereditate dal marxismo e l’applicazione di una serie di principi artistici che spaziano dalla corrente neorealista luso-brasiliana al simbolismo francese, dal surrealismo di Dalì al barocchismo di Padre Vieira e Almeida Garrett, dal post avanguardismo palese di O Ouvido e O Ano de 1993 al materialismo visivo di Mantegna; per non parlare del sostrato culturale profondo, percepibile a livello progettuale, di ciò che Saramago aveva appreso tramite la storiografia francese delle Annales e messo in pratica nei romanzi di impronta storica (George Duby e Le Goff sono cruciali per il suo modo di intendere il passato[1]); ma anche da Alexandre Herculano, più volte citato e riconosciuto come mentore[2], oltre naturalmente alla lunga teoria di uomini di lettere messi in ordine su un immaginario albero genealogico dei maestri.

A minha lista, com a respectiva fundamentação, foi esta: Luís de Camões, porque, como escrevi no Ano da Morte de Ricardo Reis, todos os caminhos portugueses a ele vão dar; Padre António Vieira, porque a língua portuguesa nunca foi mais bela que quando ele a escreveu; Cervantes, porque sem ele a Península Ibérica seria uma casa sem telhado; Montaigne, porque não precisou de Freud para saber quem era; Voltaire, porque perdeu as ilusões sobre a humanidade e sobreviveu a isso; Raul Brandão, porque demonstrou que não é preciso ser-se génio para escrever um livro genial, o Húmus; Fernando Pessoa, porque a porta por onde se chega a ele é a porta por onde se chega a Portugal; Kafka, porque provou que o homem é um coleóptero; Eça de Queiroz, porque ensinou a ironia aos portugueses; Jorge Luis Borges, porque inventou a literatura virtual; Gogol, porque contemplou a vida humana e achou-a triste.[3]     

Si tratta di un’ammissione di paternità importante e forse di un vero e proprio passaggio di consegne, perché questi grandi intellettuali, ricordati qui con affetto, hanno esercitato un influsso innegabile e condizionato il processo creativo del futuro Premio Nobel. Nel corso della nostra analisi ci siamo imbattuti nei loro nomi, cercando di assegnare a ciascuno il peso che ebbe nella ricerca di un’identità e riconoscendo vari gradi di influenza, che se per alcuni è evidente, come per Luís de Camões e Fernando Pessoa (i quali sono addirittura i protagonisti di una pièce e di un romanzo), per altri è più nascosta, ma se si pensa a Padre Vieira, Raul Brandão ed Eça de Queiroz, il loro apporto è imprescindibile. Saramago sale sulle spalle di questi giganti per proseguire la loro missione di rinnovare la letteratura, pur mantenendo una propria rotta e dei suoi obiettivi. È per questo spirito di indipendenza che Saramago non rientra del tutto tra i neorealisti, tra i simbolisti e neppure tra gli esponenti del cosiddetto realismo magico. Di queste correnti egli studia e applica solo alcune caratteristiche, salvo poi superarle e passare ad altro. La sua vicinanza al neorealismo dura, infatti, lo spazio di un paio di romanzi e di qualche poesia, mentre la fase simbolista si irradia solo in certi lavori (Os Poemas Possíveis, Provavelmente Alegria), traducendosi poi in allegoria. Per quanto riguarda il realismo magico, invece, la questione è più difficile, perché pur essendo evidenti i richiami alle suggestioni della letteratura sudamericana, sorella di quella iberica a cui Saramago deve molto, tale filone è apertamente visibile solo in qualche racconto, rimanendo però un nucleo narrativo latente e mai completamente espresso (si pensi al racconto Embargo in Objecto Quase e ai romanzi A Jangada de Pedra e As Intermitências da Morte). Tutto ciò da un lato conferma la duttilità di uno stile che non risulta impermeabile agli influssi e che denota una certa capacità di sfruttare gli spunti di ciascun movimento per espandere la propria policromia; dall’altro ribadisce però la volontà di restare autonomo dai monopoli culturali e dalle etichette affibbiate dalla critica, tradendo quindi il bisogno di realizzarsi con le sue forze.

Dopo aver tracciato brevemente il quadro degli influssi e viste quali erano le sue aspettative alle soglie della maturità, ciò che Saramago aggiunge di suo, una volta entrato nella cerchia dei più grandi, è senza dubbio la sua visione sociale della letteratura. Se l’esperienza fatta durante il periodo di formazione gli era servita per acquisire un suo stile, la fase matura diventa il trampolino di lancio per rielaborare in altri termini il bagaglio di competenze umane e culturali accumulato nei decenni precedenti. Non si potrà mai intendere a fondo Saramago se ci si ostina a tenere separati i due aspetti, quello umano da quello letterario, o a ritenere forma e stile due entità separate, inserite in una bolla metafisica isolata e scollegata dal mondo reale. Saramago è invece tra gli autori più reali e politicamente concreti della sua generazione, poiché nella sua idea di letteratura egli pone al centro l’essere umano, di cui si nomina alfiere, per restituirgli la dignità da cui è stato spogliato (da dittature, guerre, carestie, analfabetismo e sfruttamento). Infatti, per lo scrittore insignito dall’Accademia Svedese, ma ancor di più per il ragazzo cresciuto nel cuore più povero del Portogallo, l’uomo di cui bisogna parlare è colui che ha patito la fame e la miseria, chi non ha potuto studiare – rischio corso dallo stesso Saramago – ma che ciononostante è ancora capace di atti di umanità verso il prossimo, a cui sa parlare con semplicità, non quindi con il linguaggio astruso delle università o, peggio, con quello becero del potere. Saramago scrive principalmente per costoro quando afferma che è suo dovere restituire una voce a coloro che una voce non l’hanno mai avuta. Mosso da questo credo, egli inventa uno stile che riproduce il parlato degli umili, in grado di rendere le tonalità volatili e spontanee dei discorsi che si fanno all’aperto, in piena campagna, spazzati dal vento come nelle vaste pianure portoghesi. Tale linguaggio prende per la critica il nome di oralità, perché pur essendo nella sua destinazione un messaggio scritto, suscita in chi lo legge la sensazione di trovarsi in presenza di qualcuno che stia raccontando una storia. Alla base dell’effetto uditivo, appunto ‘orale’ del racconto, c’è la felice congiunzione tra l’armatura ortografica dei testi a stampa, spolpata e ridotta a due soli segni grafici (il punto e la virgola), e una vena narrativa dirompente che cerca di trascinare con sé tutto quanto. Il risultato di queste due spinte è un testo che si avvicina ben più alla musica che alla letteratura, nel suo avanzare ritmato, simile al suono prodotto dalle note su uno spartito. Ne era consapevole l’autore, il quale proponeva di immaginare la lettura dei suoi romanzi come l’esecuzione di una melodia e quindi suggeriva di recitare mentalmente il testo, se non di leggerlo a voce alta. Ma al fondo questo modo di scrivere rimane la conseguenza del suo umanitarismo, l’inevitabile espressione del bisogno di parlare di certi argomenti dai quali non si può torcere lo sguardo. Per queste ragioni nascono Terra do Pecado, Claraboia, Manual de Pintura e Caligrafia, Levantado do Chão, Memorial do Convento, Ensaio sobre a Cegueira, Todos os Nomes, A Caverna e altri. José Saramago descrive la mestizia dell’uomo qualsiasi, le cui poche aspirazioni si infrangono contro una società monocroma, da cui viene accettato solo in qualità di lavoratore e di membro silenzioso dei suoi ingranaggi. Quando costui si discosta o sovverte l’ordine imposto dall’alto, allora la società lo espelle disumanamente, chiudendolo fuori dalle sue porte. Tutta la sua bontà è pertanto destinata ad esprimersi altrove, spegnendosi in un volo della fantasia o librandosi in un atto di eroismo che nessuno, forse nemmeno chi scrive, si aspettava. L’impellenza dell’autore rimane comunque la redenzione dell’uomo. Con i suoi libri egli cerca di rimediare ai torti subiti dalla fetta più debole dell’umanità, quella travolta da una società alienante, divisa da una religione vendicativa e oppressa barbaramente dal potere. Attraverso la scrittura, e con la complicità del lettore, i personaggi saramaghiani galleggiano in un universo diverso dal nostro, privo di nomi, di date e di luoghi – ecco la maschera dell’allegoria – ma che sanno dialogare con il mondo esterno in maniera sottile e ironica. Si avverte la necessità dell’allegoria nell’ipotesi costitutiva del racconto, quando si considera che qualunque discorso intorno all’uomo, per raggiungere valori universali, deve perdere i suoi elementi non essenziali, farsi opaco e indistinto. In tal senso, il racconto non deve limitarsi a descrivere una sola situazione e un’unica linea temporale. Soltanto il racconto anonimo potrà rispecchiare il destino dell’uomo di ogni tempo. Questo tra l’altro spiega perché Saramago abbia abbandonato il neorealismo dopo appena due romanzi: lo riteneva insufficiente a fini di un discorso generale, come egli voleva. Il lettore però non viene lasciato da solo a chiedersi se la sua interpretazione sia giusta. Per guidarci verso lo scioglimento del simbolo, l’autore inserisce formule stereotipate e segnali verbali riconoscibili da chiunque, disseminati ad esempio nel gergo della propaganda e in quello delle riunioni di gabinetto, come nel caso dei due Ensaios. Viste da vicino, queste allusioni non richiedono infatti di puntare il dito verso un’epoca in particolare, dato che si tratta di meccanismi appartenenti a tutte le epoche.

            Il linguaggio è la seconda grande invenzione che, insieme al suo sincero umanitarismo, regge sulle spalle l’intero edificio della nostra esegesi. Per Saramago la lingua è lo strumento con cui riflettere le più piccole sfumature di significato. La sua attenzione si concentra tutta sul passaggio da un registro all’altro, dal rispetto della semantica e della sintassi fino al loro sconvolgimento, visibile già dai primi tentativi. Giocando con gli stili, egli persegue una gematrìa originale che deve rispondere prontamente alle improvvise mutevolezze del pensiero. Nella sua idea di letteratura il linguaggio è il mezzo con cui ristabilire gli errori della nostra scala gerarchica secondo criteri morali e non di censo, dove in cima si trovano i semplici e in fondo, meritatamente, i potenti. Egli rovescia da par suo le ingiustizie, facendosi restauratore della perduta grandezza d’animo secondo gli stessi principi di umanità presi a modello per forgiare i suoi personaggi. Nel suo carnevale linguistico e pluristilistico gli uomini còlti parlano con serietà ma fanno ridere, mentre gli analfabeti, che non ambiscono alle finezze dei primi, si esprimono sobriamente ma con una saggezza da filosofi. Saramago ricrea con il linguaggio un’immagine positiva della società, finalmente giusta, nella quale – come si è visto – lo stile segue fedelmente il contenuto mentre la materia puntella la forma dall’interno. Saramago è inoltre attratto dalla parola arcaica e dalla citazione erudita, pur coniando una serie sterminata di detti popolari, quasi a volersi distaccare dall’enciclopedismo ufficiale per creare un suo sapere, nobile quanto quello delle persone istruite (ci si ricordi che Saramago era autodidatta) ma di estrazione contadina, perciò più vicino alla propria. La rivalsa si estende dunque alla parola e in senso lato alla forma, che è pertanto l’altra faccia del suo politicismo radicale. Ciò che troviamo nello stile completa ai nostri occhi l’immagine di uno scrittore schierato in difesa dei più deboli, la cui passione per le lettere emana la stessa forza delle sue idee politiche. Lo stile accompagna il pensiero, nella stessa misura in cui il pensiero arricchisce lo stile, impegnandosi reciprocamente ad esprimere la voce di coloro le cui «vidas desperdiçadas» sarebbero state altrimenti inutili. In tal senso i concetti di espressione totale e di «prazer digressivo», analizzati nelle pagine centrali di questo lavoro, laddove costituiscono la cifra più riconoscibile della scrittura romanzesca, alla luce delle loro ricadute sociali acquisiscono dei connotati profondi, non più squisitamente linguistici, ma intimamente legati alle sue convinzioni. Seguendo questa traiettoria morale, lo scrittore riproduce a livello testuale ciò che lo muove umanamente e lo fa allargando le maglie dello stile, per cui quello che sembra incontinenza verbale altro non è se non il tentativo di esperire, anche sul piano narrativo, con digressioni e commenti diretti le innumerevoli direzioni offerte dalla trama. Se l’oralità era l’unico modo di scrivere senza snaturare il senso di quelle vite sprecate, rimaste tenacemente lontane dalla cultura libresca, così egli spera di dire tutto quello che c’è da dire su costoro, prima di dargli il dovuto riposo. Inoltre, dall’analisi della lingua possiamo seguire da vicino il cambiamento che si produce nell’ultimo periodo (da As Intermitências da Morte in poi), quando Saramago sembra aver perso anche l’ultimo briciolo di fiducia nelle possibilità redentive del genere umano, che aveva immaginato possibile fino a non molto tempo prima, attraverso il senso innato di bontà e semplicità incarnato dai suoi personaggi. Da allora lo stile subisce una decisa flessione verso toni marcatamente sarcastici, più dark che in passato, e viene meno anche il piacere per la divagazione che aveva giocato un ruolo fondamentale nell’architettura narrativa generale. L’ultimo narratore è un narratore linguisticamente freddo, isolato dal suo lettore, con cui comunica soltanto tramite la catena dei suoi ricordi, dai quali possiamo risalire ad alcuni nuclei mitopoietici che trovano ora una spiegazione nel passato dell’autore. In questo senso, le fiabe e il candore con cui sono scritte le memorie di As Pequenas Memorias, tutte opere linguisticamente lineari e geologicamente scarne, ci offrono dal canto loro i tasselli per completare il quadro globale. Si conferma con gli ultimi lavori l’assioma secondo cui con l’avanzare dell’età l’uomo acquista finalmente il diritto alla semplicità. Il panorama ci sembra tranquillo e l’affresco completo. Prima di lasciargli poggiare la penna, vorremmo ricordare una mezza pagina di diario risalente al 1993, dove Saramago si interrogava sulla parte del cammino già percorsa e rispondeva con ingenua fiducia a una delle sue più grosse preoccupazioni, quella di non aver detto ancora tutto. 

Nos Poemas Possíveis, que foi publicado em 1966, aparecem uns versos – «Poema a boca fechada» – escritos ainda nos anos 40 e conservados até àquela altura por uma espécie de superstição que me impediu de lhes dar o destino sofrido por tantos outros: não o cesto dos papéis, pois a tanto não chegavam os meus luxos domésticos, mas, simplesmente, o caixote do lixo. Desse poema, as únicas palavras aproveitáveis, ou, para dizê-lo doutro modo, aquelas que o puseram a salvo da tentação destruidora, são as seguintes: «Que quem se cala quanto me calei / não poderá morrer sem dizer tudo.» Sobre o dia em que elas foram escritas passaram quase cinquenta anos, e se é certo lembrar-me ainda de como era o meu silêncio de então, já não sou capaz de recordar (se o sabia) que tudo era aquele que me iria impedir de morrer enquanto não o dissesse. Hoje já sei que tenho de contentar-me com a esperança de ter dito alguma coisa.[4]


[1] «Foi isso que me levou a esse sentido da História, que para mim era confuso, mas que depois vim a entender, em termos mais científicos, a partir do momento em que descobri uns quantos autores (os homens dos Annales, os da Nouvelle Histoire, como o Georges Duby ou o Jacques Le Goff), cujo olhar histórico ia por esse mesmo caminho.» (C. Reis, Diálogos, p. 85).

[2] Su Herculano: «[…] provavelmente o maior, historiador português […], que decidiu também escrever romances históricos, e há três romances, O Monge de Cister, Eurico o Presbítero e O Bobo, romances que hoje não é fácil ler, romances escritos num estilo muito, diria eu, muito pesado, um estilo, que digamos, não avança, onde há uma retórica romântica dificilmente suportável. De toda a forma, são enfim livros duma grande intensidade.» (A Estatua e a Pedra).

[3] J. Saramago, Cadernos de Lanzarote Diário IV, Caminho, p. 179,

[4] J. Saramago, Cadernos de Lanzarote, Diário-I, p. 78.

Da sinistra: Pilar Reyes (direttrice della casa editrice messicana Alfaguara), Ricardo Viel (vicedirettore della Fundação José Saramago), Pilar del Río (vedova di José Saramago) e Fernando Gómez Aguilera (biografo di Saramago). La serata si è tenuta a Lanzarote il 25 ottobre 2018, per il lancio del sesto quaderno di Lanzarote.

RINGRAZIAMENTI

Pochi mesi prima del ventesimo anniversario dal Nobel del 1998, Pilar del Río, vedova di José Saramago, rinvenne casualmente nel computer con il quale erano stati scritti gli ultimi romanzi, un sesto quaderno di Lanzarote. Prima si pensò a uno scherzo, poi, validato il ritrovamento, subentrarono inevitabilmente l’emozione e la commozione, data la ricorrenza che ci si preparava a festeggiare. Pochi si ricordarono che Saramago, nel II Caderno di Lanzarote aveva anticipato che i diari, il cui nome voleva essere un omaggio all’isola su cui si era trasferito da poco, sarebbero stati sei e non cinque. Nessuno si aspettava che quella promessa si trasformasse alla fine in realtà, anche perché l’agenda di quegli anni era fitta di impegni, man mano che la sua popolarità cresceva. La fama era diventata ormai celebrità. Tutte le università lo volevano. Saramago era sballottato in giro per il globo, pur essendo già ultrasettantenne, a tenere conferenze e c’era sempre qualche nuova opera in cantiere. Per questo nessuno si azzardò a rinnovare il ricordo di quella promessa. Ma Saramago evidentemente non se n’era dimenticato. Tra un’intervista e una bozza da rivedere, una cena di gala e l’inaugurazione di qualche museo, riuscì a ritagliarsi degli spazi (a volte a distanza di settimane) per raccontare i mesi precedenti la fatidica telefonata di Stoccolma. Grazie alla tenacia e alla disciplina che l’avevano accompagnato per tutta la vita, Saramago ci regala uno straordinario racconto postumo dei suoi ultimi mesi da scrittore non ancora insignito della massima onorificenza letteraria, fino agli ultimi giorni di quel lontano 1998. L’anno precedente Saramago si era dovuto rassegnare a un’ennesima delusione, quando il Nobel lo vinse Dario Fo, col quale però Saramago si congratulò sinceramente. Dario Fo riconobbe quanto la sua vittoria fosse stata inaspettata e quasi si scusò di averlo privato di quel prestigioso riconoscimento. Saramago chiuse la vicenda schermandosi dietro la sua proverbiale modestia. Egli riteneva già la sua carriera di scrittore un frutto inaspettato, giunto tra l’altro in un’età in cui di solito si tirano le somme e non ci si avventura in una nuova vita come aveva fatto lui. Tuttavia Saramago, nelle confidenze affidate ai quaderni, lasciò trapelare qua e là il desiderio di essere chiamato a Stoccolma, pur non esternandolo mai direttamente. Fu solo questione di tempo. Probabilmente Saramago in quel sogno ci credeva, altrimenti non avrebbe scritto un sesto diario, all’insaputa perfino di sua moglie.

Il ritrovamento di un sesto diario è avvenuto tra l’altro quando mi accingevo a scrivere le ultime pagine di questo lavoro, basando le mie conclusioni soltanto sui contenuti dei primi cinque quaderni. Come ho già detto nella prefazione, il ringraziamento più grande va a Saramago, per avermi fatto avvicinare alla lingua portoghese. La sua opera è stata la porta dalla quale sono penetrato in un mondo che non conoscevo, antichissimo come l’ombra di quelle navi che sono partite alla ricerca di nuovi mondi. Saramago è insieme a Camões e Pessoa il figlio più amato del Portogallo. La forza delle sue parole si staglia sullo sfondo di un paese geograficamente ai bordi dell’Europa, dalla cui lingua però si vede il mare (per parafrasare Virgílio Ferreira) e al contempo al centro di vicende di fondamentale importanza per la nostra identità storica. L’amore per quella gente e per quella lingua è il suo lascito più grande, un lascito che non tramonterà, come non può tramontare la riconoscenza dei suoi lettori, tra i quali io mi onoro di sedere. Oltre a Saramago mi preme ringraziare alcune persone che ho incontrato in questo cammino. Su tutte Pilar del Río, che ho conosciuto proprio in occasione del lancio del sesto diario, edito per il ventennale con il titolo speciale El cuaderno del año del Nobel (accompagnato da un secondo volume, Un país levantado en alegria, dove sono state raccolte le impressioni dei cittadini e della stampa portoghese alla notizia della vittoria del Premio Nobel da parte di uno scrittore di lingua portoghese). Pilar è una donna eccezionale e di straordinario carisma, che dopo la scomparsa di colui che è stato suo compagno di vita, si è dedicata a trasmetterne con incredibile capacità comunicativa il messaggio umano, prima ancora che letterario. Grazie a Pilar, noi tutti possiamo sentire ancora vicino l’autore di Levantado do Chão e del Memorial do Convento, come se fosse di là, nel suo studio, impegnato con un nuovo libro.

Insieme a Pilar, la mia riconoscenza va a Ricardo Viel, vicedirettore della Fundação José Saramago di Lisbona, per essersi interessato al mio lavoro e per avermi fornito le chiavi di lettura migliori dei primi romanzi (quelli del cosiddetto periodo formativo). Vorrei coinvolgere anche Leticia, volto solare della Casa José Saramago in Lanzarote, e tutti i volontari – ma è più corretto parlare di famiglia – che si preoccupano di accogliere coloro che, passando da Lanzarote, visitano la casa di Saramago, per passione o per semplice curiosità, e a cui non mancano mai di offrire un caffè (come avrebbe voluto José).

Un grazie va anche a chi, più o meno direttamente, ha influito sulla decisione di trattare questo argomento, in questo modo, cioè alla traduttrice “ufficiale” di Saramago in italiano, Rita Desti, al professor Vincenzo Russo, mio relatore, e ai volontari della Fondazione Saramago di Lisbona, e in generale a chiunque mi abbia fatto dono di un ricordo personale di Saramago. Tra questi, un ricordo per me prezioso mi è stato regalato dal professore Padre Luigi Pellegrini, dell’Ordine dei Frati Minori, con cui ho avuto il privilegio di conversare di religione e di Saramago nell’estate del 2014, ai piedi del Monte Subasio, sotto la magnifica ombra di Assisi. A lui devo l’insegnamento che la scrittura adempie veramente il suo compito quando accende una scintilla che possa illuminare un cammino comune a uomini che vengono da strade distinte. La cosa più difficile è non lasciare che la stessa fiamma, su cui Saramago soffiava per risvegliare le coscienze, non per imprigionarle, diventi invece un muro invalicabile, perché così ci rimettiamo tutti.          

               Premetto che il così detto ateismo mi pare sempre un atteggiamento “di facciata”, perché mi sembra che al fondo rappresenti il rifiuto di una certa immagine di Dio: quella corrente anche in troppe raffigurazioni all’interno della chiesa e da parte dei suoi “ministri”. Nel caso specifico di Saramago si tratta del rifiuto di un Dio vendicativo e sanguinario. Basti pensare proprio all’ultimo romanzo Caino e soprattutto alla conclusione, messa in bocca al demonio, del lunghissimo colloquio tra Cristo e Dio sul lago di Genezaret: «Bisogna proprio essere dio per aver tanta sete di sangue». Non si fa fatica a condividere tale presa di posizione e a pensare e credere in un Dio alternativo che non ha bisogno del sangue né degli uomini, né degli animali; semmai invita a non spargere sangue innocente: così in tanti passi della Bibbia, compreso l’Antico testamento, e soprattutto il Nuovo. Perciò ritengo non abbiano senso certe prese di posizioni, più o meno ufficiali della chiesa, compreso quanto scritto sull’Osservatore romano in occasione della morte dello scrittore portoghese, di cui ho apprezzato e goduto della lettura di diversi romanzi.

C’è un altro atteggiamento di Saramago nei confronti delle modalità correnti di praticare e “utilizzare” la religione. Basta leggere l’introduzione alla pièce teatrale su s. Francesco; «È noto quanto i veri atei siano scrupolosi in materia di etica religiosa, come al loro spirito ripugnino le offese contro una trascendenza che essi rifiutano ma che vogliono vedere integralmente rispettata da coloro che per missione e devozione devono proclamarne le virtù e i meriti. È comprensibile, dunque, che la visione in un chiostro del convento, dietro un bancone, di due francescani che, in tonaca e cordone, vendono rosari, statuine, stampe, libri edificanti, statuine, scapolati, crocifissi, insomma tutta quella chincaglieria che del cattolicesimo nella peggiore delle sue versioni, che è quella superstiziosa, abbia ferito profondamente qualcuno che, senza rendersene conto, si aspettava di trovare ad Assisi un segnale perenne del passaggio luminoso di san Francesco nella vita terrena. Pensò allora che quei frati, non essendo più nella condizione di mendicanti, non avrebbero dovuto continuare a chiamarsi proprio così, francescani, giacché la fatica dei secoli e il cambiamento dei costumi tanto radicalmente avevano sovvertito la regola instaurata dal fondatore. Quelli che prima chiedevano, adesso vendono, quelli che prima rinunciavano, adesso accumulano. Perciò Francesco d’Assisi ritornerà nel mondo per restituire all’Ordine la sua originaria purezza. Confermerà quanto già sapeva, che la ricchezza è sempre infame, ma imparerà a proprie spese che è un errore contro la carne e contro lo spirito fare della povertà condizione per accedere al cielo…». Il pezzo su Francesco non è dei migliori, pur se consequenziale a tale introduzione, ma vi sono ben altri testi dell’autore che andrebbero letti e sui quali varrebbe la pena riflettere, anche per quanto riguarda l’idea stessa di Dio… 

20 febbraio 2015, Padre Luigi Pellegrini, ofm.

L

Primo Levi e Dante all’inferno – Parte I

Nessun luogo creato dall’uomo si è avvicinato tanto all’Inferno di Dante quanto i lager nazisti. Auschwitz, Birkenau, Dachau e gli altri luoghi dell’orrore disseminati tra Germania e Polonia hanno rappresentato un vero e proprio inferno terreno, un buco temporale e spaziale dove non è esistita pietà e soprattutto non è esistito amore. Per Adorno, dopo Auschwitz non dovrebbe essere più fatta poesia, come a dire che dopo Auschwitz l’umanità ha irrimediabilmente perduto qualcosa, si è guastato qualcosa che non può essere più aggiustato. Qualunque violenza commessa da un uomo su un altro uomo è stata superata dalle violenze inimmaginabili perpetrate nei lager. Primo Levi invece sosteneva che dopo Auschwitz si potesse sì fare poesia, ma soltanto su Auschwitz.

Donne e bambini ad Auschwitz

Il chimico di Torino fu deportato in uno dei tanti campi afferenti ad Auschwitz, il lager di Buna-Monowitz, anche noto come Auschwitz III, adiacente ad una fabbrica di gomma sintetica. Tutti conoscono Auschwitz e lo credono un unico campo, ma all’epoca con ‘Auschwitz’ si indicava un complesso di oltre venti lager, sparsi nelle campagne polacche, di cui Auschwitz non costituiva che il campo principale e più tristemente famoso. Ci potevano essere anche centinaia di chilometri tra un campo e l’altro. Levi vi entrò a ventiquattro anni, neolaureato in chimica all’Università di Torino e con una breve esperienza di partigiano alle spalle. Fu proprio la sua attività di partigiano a farlo finire sulla lista dei destinati ai campi di concentramento. Per qualche giorno il gruppo che doveva essere deportato fu raccolto dalle milizie fasciste a Fossoli, vicino Modena. Nessuno sapeva di preciso che cosa sarebbe successo e dove sarebbero stati trasportati, ma ciascuno di quei 650 prigionieri (prevalentemente di religione ebraica) aveva intuito che qualcosa di terribile aleggiava nell’oscurità. Il racconto della notte precedente la partenza fa stringere il cuore. Levi la ricorda nel primo capitolo di Se questo è un uomo.

Primo Levi da giovane

« Ognuno si congedò dalla vita nel modo che piú gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino voi non gli dareste oggi da mangiare? »

Coloro che sopravvissero al viaggio si trovarono catapultati in una realtà aberrante, dove nessuno era in grado di comprendere il feroce strillare dei carcerieri né tantomeno le infinite regole del campo, urlate in tedesco e in polacco. Solo a fatica, noi abituati alle nostre comodità, possiamo farci un’idea di quanto disorientati si possa essere dopo un viaggio durato giorni, senza acqua, cibo, sonno (a meno che non sappiate dormire in piedi o seduti nei vostri escrementi in mezzo a decine di persone) e poi improvvisamente scaricati chissà dove, in una spianata gelida, strattonati in uno stanzone nel quale tra le percosse ci si deve spogliare e lasciarsi radere a zero i capelli. Tuttavia Primo Levi si aggrappa ad una feroce voglia di vivere e piano piano acquista familiarità con la nuova e allucinante realtà del lager. In suo soccorso arriva pronto un ingegno vivo, curioso, nutrito fino a quel momento da due grandi passioni: la chimica e la letteratura.

Levi incasella, suddivide e archivia le sue emozioni e i ricordi di quasi un anno di prigionia alternando categorie scientifiche a categorie poetiche, grazie alle quali il racconto di ciò che avviene all’interno di qualche centinaio di metri quadrati di filo spinato suona a tratti come il freddo resoconto di un esperimento di laboratorio (similitudine che Levi stesso proporrà per descrivere gli effetti del piano di sterminio nazista). Cionondimeno, al gergo scientifico si accompagna anche un linguaggio poetico, prepotentemente lirico, in grado di farci commuovere e non solo di spiegarci minuziosamente cosa avveniva nel campo. Nessun altro poteva servire meglio allo scopo di raccontare la sua discesa negli inferi quanto Dante Alighieri. Primo Levi e Dante hanno condiviso la medesima esperienza del Male. Entrambi sono stati all’inferno, Levi in carne ed ossa, Dante con la fantasia, ma entrambi hanno disceso uno ad uno i gradi dell’aberrazione umana inoltrandosi negli angoli più bui della psiche. Il viaggio di Dante diventa quindi per il giovane chimico torinese l’unica cornice letteraria in grado di contenere il suo racconto della trasformazione dell’essere umano in bestia, quella che Primo Levi scorge nei volti scavati dei suoi compagni, che di giorno in giorno si svuotavano di speranza fino a diventare larve, gusci di pelle senza più un’anima: « Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. »

Un’illustrazione realistica dell’Inferno del disegnatore Gabriele Dell’Otto

Dante se non è citato direttamente, viene echeggiato continuamente da una serie continua di immagini infernali, dai diavoli della bolgia dei barattieri alle parole di Ulisse, a quelle dei vari mostri dell’Oltretomba. La somiglianza tra i due scrittori ruota perciò intorno al comune sdegno verso la prevaricazione del più forte sul più debole e verso la violenza in generale. Tra l’altro la storia personale di Primo Levi e di Dante è molto simile. Dante, ricordiamolo, pagò la sua sete di giustizia con l’esilio, ritrovandosi da un giorno all’altro strappato ai suoi cari e alla sua città e costretto a umiliarsi in giro per lande inospitali mendicando il pane. Primo Levi dovette fare i conti con un odio ancora più stolido perché dettato soltanto da razzismo. Il nemico di Dante e Primo Levi è quindi identico: la paura del diverso, di un pensiero diverso, di una religione diversa. Questa paura li ha resi vittime in fuga, prendendo corpo ai loro occhi in uno stato di incertezza costante, nella paura di non arrivare al giorno dopo, vale a dire nella paura che qualcuno potesse infliggergli da un momento all’altro il colpo mortale (nel Medioevo la condanna all’esilio comportava la liceità dell’assassinio a vista). Entrambi combatterono inermi contro un nemico senza volto, che li voleva ai margini, attraverso un lento processo di abbrutimento e de-umanizzazione che nei piani dei carnefici sarebbe dovuto culminare con la loro morte. Primo Levi ricorre a Dante come a un padre, ossia a qualcuno che si è trovato su quella strada prima di lui. Se questo è un uomo è così, per i lettori moderni, una nuova Divina Commedia, dalla quale però è totalmente assente la redenzione della specie ma non la lotta del singolo per la sopravvivenza.

CONTINUA… Parte II

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La battaglia di Greta

Una coscienza si aggira per l’Europa. E’ la coscienza di tutti e si chiama Greta Thunberg. Greta ha sedici anni e viene dalla Svezia. Soffre di una leggera forma di autismo ma questa sua peculiarità non le impedisce di battersi per ciò in cui crede. La sua battaglia dovrebbe essere la battaglia di tutti, perché Greta si batte per il pianeta e contro i cambiamenti climatici.

Il fatto che una ragazzina così giovane incontri il Papa, i capi di stato e parli all’ONU mi rincuora perché vuol dire che un adolescente a volte può urlare così forte da farsi sentire anche dai ‘grandi’. Greta si batte contro l’inquinamento ed è quindi una figura scomoda. Scomoda un po’ per tutti, dalle corporazioni petrolifere e i grandi industriali del carbone, fino alla famiglia che compra plastica e usa l’auto anche per attraversare la strada.

Infatti Greta oltre all’attenzione globale si sta attirando fiumi di odio. Basta leggere i commenti di gente che la insulta e che la invita a ‘tornarsene a casa’. E’ già di per sé triste che qualcuno se la prenda con una ragazzina ma è ancora più sconfortante quando la massa grigia e informe di internet, persone “che visser sanza infamia e sanza lode”, si scaglia contro chi alla sua età sta facendo così tanto per tutti. L’Italia ancora una volta si conferma al primo posto quando c’è da vergognarsi. D’altronde da noi per capire se hai successo devi contare quanti ti odiano. Vuol dire che hai pestato i calli giusti: i calli dell’ignoranza (il “questo lo dice lei” dell’analfabeta che sfida la scienza), del bigottume tanto caro al Vaticano (perché un popolo che bacia le pile in ginocchio è un popolo più facile da controllare) e della pigrizia cerebrale inflitta all’Italia da decenni di rincoglionimento catodico. Culturalmente siamo il fanalino di coda dell’Europa, ancora a dibattere questioni che in altri paesi sono state risolte da trent’anni. Ma questo, cara Greta, non ti riguarda per fortuna. Ti posso solo dire, per usare le parole di uno che già secoli fa aveva capito quanto fosse pericolosa l’ignoranza: “lascia pur grattar dov’è la rogna”.

La copertina ‘vergogna’ di Libero in occasione della visita di Greta al Papa

E’ vero che non si dovrebbe mai rispondere a insulto con insulto ma è impossibile non prendere le difese di Greta, davanti a tanto vigliacco livore. Poi per quale motivo, di grazia? Perché ci viene ricordato che inquiniamo, che ci facciamo la doccia per mezz’ora, mangiamo carne tre volte alla settimana, prendiamo l’aereo e teniamo accesso il riscaldamento da settembre ad aprile. E invece ce lo dobbiamo sentir dire. E’ giusto che Greta ce lo ricordi e che ci inviti al cambiamento. Il pianeta di Greta è il nostro pianeta, dell’industriale che inquina e del padre di famiglia che compra l’acqua in bottiglia per i figli e la sera, prima di andare a dormire, insulta Greta su Twitter. L’ipocrisia è il vero schifo che inquina la Terra. Forza Greta!

Greta Thunberg davanti al Parlamento Svedese con il cartello “sciopero scolastico per il clima”

Buchi Neri e altre balle spaziali

E’ di pochi giorni fa la notizia che una giovane ingegnera informatica americana, Katie Bouman, è riuscita a ricostruire la prima immagine di un buco nero così come si presenta nello spazio. La foto ha fatto subito il giro del mondo, guadagnandosi il plauso della comunità scientifica e più in generale l’interesse della stampa mondiale che chiede che la foto in questione diventi presto la “foto del secolo”.

La famosa immagine del Buco Nero

Nel clamore generale, quello che mi ha stupito di più sono state le reazioni dell’intellighenzia nostrana a una simile scoperta. C’è chi si è profuso in commenti di ammirazione, chi si è mantenuto freddo e chi invece – non avendoci probabilmente capito granché – ha preferito saggiamente il silenzio. Tra quei pochi che hanno espresso la loro idea sulla foto c’è stato Vittorio Feltri che come ben sappiamo ama spararle grosse, tra il provocatore e il guascone. Il Feltrone nazionale si è lasciato andare a un commento a dir poco grottesco, mostruosamente sopra le righe rispetto a quelli più prudenti di altri intellettualoidi peninsulari e mi chiedo perché abbia sprecato un’occasione così buona per mordersi la lingua. Dalle colonne del suo editoriale, con un riconoscibilissimo aplomb, Feltri afferma:

Alla fine concludo che a me dei buchi non me ne frega nulla, specialmente se neri, non so che farmene, ignoro a che servano. [..] E quand’ anche fosse agevole affacciarsi in tempi più ragionevoli sulla voragine non penso che metteremmo le mani su un tesoro tale da modificare la nostra mediocre esistenza. Un motivo in più per fottersene di questa pubblicizzata scoperta manco fosse quella dell’America.”

Insomma, Feltri non invita certo a godere maialescamente del piacere anche solo estetico di guardare una foto scattata nello spazio che una volta tanto non ritrae l’ennesimo sondino su Marte, non dico a riconnettersi con il desiderio di sapere che da millenni muove l’evoluzione umana. Meno male che Ulisse, Darwin e Newton non leggono Libero. Da buon bergamasco, argillosamente pragmatico e forse più abituato a impugnare la cazzuola che la penna, Feltri alza metaforicamente il sopracciglio dinanzi a qualcosa di così lontano, di cui non si vedono bene neanche i contorni, per colpa del fotografo che non è riesciuto a tenere ferma la mano dall’emozione. Per fortuna, a correre in soccorso dello spaesato Feltri ci pensa uno che di scienza ne capisce, una punta di diamante della comunità scientifica italiana, fondatore della Federazione mondiale degli scienziati, nonché saggista e divulgatore prolifico, il benemerito professor Antonino Zichichi, il quale dall’alto della sua cultura e dei suoi novant’anni si è detto poco colpito dallo scatto:

Se sono entusiasta dello scatto del buco nero? No, è ovvio che doveva esser così, non è affatto una scoperta. È la foto di una cosa che doveva esistere, un oggetto talmente potente nella sua forza gravitazionale che non rilascia nemmeno la luce.Il progresso nasce dagli esperimenti che possiamo fare nei nostri laboratori. Dei buchi neri non sappiamo cosa farcene“.

Insomma, per Zichichi la foto è solo una perdita di tempo, meglio ficcare il naso tra i libri piuttosto che perdere tempo con simili fesserie da cartomanti. Anche qui il livello di curiosità intellettuale è impressionante. Come si suol dire, quando il saggio indica la luna, lo stolto gli frega il portafogli. Scherzi a parte, la questione dei buchi neri è seria. Se da un lato i vari Zichichi e Feltri si battono perché la gente si dimentichi presto di buchi neri e torni a pensare a faccende concrete come le bollette, la spesa, il lavoro e i figli da portare in piscina, c’è chi si ostina – o meglio si ostinava – a voler continuare a guardare verso l’alto, in quella posa un po’ romantica, un po’ donchisciottesca del marinaio che la sera esce sul ponte ad ammirare il cielo stellato, puntellato di luci, come infinite capocchie di spilli infilate in un cuscino di velluto. Era qualcuno che di scienza ne capiva e che era anche terribilmente innamorato dello spazio, al punto da consacrare la sua vita all’argomento ‘buchi neri, vale a dire Stephen Hawking, che ahimè non potrà apprezzare la foto perché scomparso l’anno scorso.

Il fisico inglese credeva fermamente che i buchi neri contenessero, se decifrati, la prova definitiva della validità o nullità della teorie scientifiche sulle quali si basa la nostra (a dire il vero piuttosto scarsa) conoscenza dell’universo. Hawking era inoltre assurdamente legato alla convinzione che la conoscenza dovesse essere condivisa con il numero più largo di persone. Chissà come inorridirebbero in questo momento i Feltri e gli Zichichi che ci vogliono confinati tra gli scaffali dei supermercati. Lo scienziato britannico cercava di esprimersi nel linguaggio più semplice possibile affinché chiunque potesse capire concetti talvolta difficili come quello della teoria della relatività, del principio di intederminazione di Heisenberg e della legge di gravitazione universale. Tutte cose che di solito trasmettono in seconda serata, dopo il Grande Fratello, vero Feltrone?

In uno degli ultimi libri di Hawking, pubblicato postumo, sono state raccolte le sue risposte alle domande che negli anni studenti, appassionati e gente comune gli ha fatto, sperando che in quanto scienziato più famoso al mondo, potesse chiarire alcuni dei grandi interrogativi dell’umanità: esistono gli alieni, si può viaggiare nel tempo, è possibile predire il futuro, e così via… In ogni capitolo ritorna assillante la questione dei buchi neri che davvero lo ossessionava. La mancanza di informazioni certe a riguardo, su come nasca un buco nero, come si sviluppi, cosa si trovi dentro un buco nero e cosa potrebbe succedere ad un malcapitato cosmonauta che vi finisca dentro, sono state il cruccio della sua vita, a cui speriamo che prima o poi qualcuno sappia dare una risposta. Stupefacente era la sua curiosità verso il cielo, lo spazio e le stelle e per ogni forma di appetito intellettuale, tanto solertemente represso nel bel paese.

Un esempio del classico humor di Hawking

“Quando crescevo era ancora accettabile – non per me ma in termini sociali – dire di non essere interessati alla scienza e di non vedere il punto nel preoccuparsene. Questo non è più il caso. Lasciatemi essere chiaro. Non sto promuovendo l’idea che tutti i giovani debbano crescere per diventare degli scienziati. Non la vedo come una situazione ideale, poiché il mondo ha bisogno di persone con un’ampia varietà di competenze. Ma sto sostenendo che tutti i giovani dovrebbero avere familiarità e fiducia nelle materie scientifiche, qualunque cosa scelgano di fare. Devono essere scientificamente istruiti e ispirati ad impegnarsi con gli sviluppi scientifici e tecnologici per saperne di più. Un mondo in cui solo una piccola super élite sia in grado di comprendere la scienza e le tecnologie avanzate e le loro applicazioni sarebbe, ritengo, un mondo pericoloso e limitato. Dubito seriamente che venga data priorità a progetti benefici a lungo termine come la pulizia degli oceani o la cura delle malattie nei paesi in via di sviluppo. Peggio ancora, potremmo scoprire la tecnologia viene usata contro di noi e potremmo non avere il potere di fermarla. Non credo nei confini, né per ciò che possiamo fare nella nostra vita personale né per ciò che la vita e l’intelligenza possono raggiungere nel nostro universo. Siamo alle soglie di importanti scoperte in tutti i settori della scienza. Senza dubbio il nostro mondo cambierà enormemente nei prossimi cinquanta anni. Scopriremo che cosa è successo durante il Big Bang. Arriveremo a capire come è iniziata la vita sulla Terra. Potremmo persino scoprire se la vita esiste altrove nell’universo. Sebbene le possibilità di comunicare con una specie extraterrestre intelligente possano essere ridotte, l’importanza di una tale scoperta significa che non dobbiamo rinunciare a provarci. Continueremo a esplorare il nostro habitat cosmico, inviando robot e uomini nello spazio. Non possiamo continuare a guardare tra di noi, su un pianeta piccolo, sempre più inquinato e sovraffollato. Attraverso lo sforzo scientifico e l’innovazione tecnologica dobbiamo guardare all’esterno verso l’universo più ampio, cercando allo stesso tempo di risolvere i problemi sulla Terra. E sono ottimista sul fatto che alla fine creeremo degli habitat adatti alla razza umana su altri pianeti. Trascenderemo la Terra e impareremo ad esistere nello spazio.
Questa non è la fine della storia, ma solo l’inizio di ciò che spero siano miliardi di anni di vita fiorente nel cosmo.
E un ultimo punto: non sappiamo mai da dove avverrà la prossima grande scoperta scientifica, né chi la farà. Aprendo il brivido e la meraviglia della scoperta scientifica, creando modi innovativi e accessibili per raggiungere il più ampio pubblico giovane possibile, aumentano notevolmente le possibilità di trovare e ispirare il nuovo Einstein. Ovunque possa essere.”

Per concludere, ciò che davvero muove il sole e l’altre stelle è e rimane sempre la curiosità intellettuale, il fascino verso l’inesplorato e il desiderio di capire di più di ciò che ci circonda. Nella sua battaglia personale, Hawking ci stimola a non arrenderci alle sirene di chi ci vuole spenti, omologati e adagiati su ciò che già si conosce. Chiuderei quindi con le sue parole, tratte sempre da Brief Anserws to the Big Questions:

Quindi ricorda di guardare le stelle e non i tuoi piedi. Cerca di dare un senso a ciò che vedi e chiediti cosa fa esistere l’universo. Sii curioso. E per quanto possa sembrare difficile la vita, c’è sempre qualcosa che puoi fare e in cui puoi avere successo. È importante che non ti arrenda. Scatena la tua immaginazione. Modella il futuro. – Stephen Hawking.

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ENGLAND: un’analisi scorretta (ma sincera)

Si sa che gli inglesi godono generalmente di un’ottima fama. Sono i gentlemen per eccellenza. Hanno esportato eleganza, stile e decoro, dall’abbigliamento alla politica, passando per l’educazione civica e lo sport. Tra i tanti stereotipi, positivi e negativi, ci sono delle verità ma anche qualche bugia. Ecco la mia personale classifica di questi stereotipi.

Eleganza. La sartoria inglese è apprezzata a furor di popolo. I capi di abbigliamento prodotti in Inghilterra si vendono “like hot cakes”, al pari dei capi made in Italy. Da Londra passa qualsiasi novità modaiola prima che in altre città del pianeta. Le stoffe sono di primissima qualità: lana scozzese, tweed, pellami e così via. Hanno dei marchi prestigiosi e costosissimi. Mettere piede in una delle loro sartorie del centro vuol dire potersi permettere a malapena una cravatta, se si è dei clienti con un portafoglio normale. Figuriamoci un vestito su misura. Ma si tratta pur sempre di una clientela ristretta quella che ricorre al sarto. E’ vero invece che alla stragrande maggioranza degli inglesi la moda non interessa. Basta uscire dalle quattro stradine del centro (Regent Street, Oxford Circus e Carnaby Street) e la qualità dell’abbigliamento cala drasticamente. Molti vanno in giro in tuta (lurida e incrostata di macchie), ciabatte (sì, e per di più con le calze), petto nudo (anche in inverno), costume e talvolta pigiama… Insomma, non tutti sono dei piccoli Lord, molti sono semplicemente lordi. A’ zozzi!

Un’illustrazione di Sidney Paget

Maniere. Gli inglesi con il monocolo, il Times e il brandy non esistono (più). Nemmeno sui libri. Ricordo le bellissime illustrazioni di Sidney Paget per le prime edizioni di “Sherlock Holmes” dove si trovano quegli splendidi quadretti della vita in età vittoriana. Tutti così eleganti e così educati. “Quegli” inglesi si sono estinti da tempo. I loro discendenti abitano in zone isolate della capitale o in grandi tenute di campagna, fuori dallo zoo di tutti i giorni. I ‘nuovi’ inglesi urlano, offendono, si offendono, in maniera colorita (per non dire sguaiata) in mezzo alla strada, da un marciapiede all’altro, promettendosele o dandosele per i motivi più futili. Per circa tre giorni alla settimana gli inglesi si ubriacano (dal venerdì alla domenica) senza ritegno, con tutte le conseguenze che ne derivano: vomito, urina, dissenteria. Reperti umani non sempre nascosti per pudore dietro il primo muretto. Alcuni si liberano dei pesi del proprio corpo lasciandoli in bella vista in mezzo alla strada. Il lunedì mattina sembra di riprendere possesso di una città attraversata la notte da branchi di animali selvatici. L’ora del té sembra essere finita da un pezzo.

Linguaggio. Resiste tenacemente la loro fama di gente educata, specie nel rivolgersi a qualcun altro: Please, May I?, Of course, Be my guest. Presso le nuove generazioni si sta diffondendo una certa insoffereza verso le formule di cortesia che per secoli sono stati il baluardo di una della civiltà più evolute. Gli inglesi erano i veri paladini della forma. Questo perché l’inglese non dice mai quello che pensa. La sua rigida educazione repressiva e sessuofobica lo obbliga a fingersi educato. Ma sarà sufficiente un po’ di confidenza per trasformare qualsiasi collega, amico o conoscente in un campione di parolacce. Sul luogo di lavoro ci si rispetta – direi più ci si tiene a distanza – anzi, bisogna attenersi scrupolosamente, nelle email e nella chit chat davanti alla caffettiera, alle classiche formule british: thank you, how marvellous, lovely, that’s brilliant. Più si forzano simpatia e interesse, più sarete come loro e sarete apprezzati. Guai a dare una risposta reale al semplice “come stai?”. A loro non interessa sapere come stiate. Gli fareste solo perdere tempo. Le conversazioni telefoniche che si sentono per strada invece sono dei veri e propri capolavori di sociolinguistica, mosaici costruiti con un lessico molto meno forzato di quello da ufficio o da biblioteca, a base di fuck, bollocks, shit, cunt, cioè del loro gergo quotidiano. Ma se un inglese vi si rivolgerà usando un tono tanto sboccato, non vuol dire che sia arrabbiato con voi. Tutt’altro, avrete guadagnato la sua fiducia e sarà libero di parlare con voi come con un vecchio amico. Se vi insultano vuol dire che vi amano.

Meritocrazia. In Inghilterra se hai qualcosa da dire e qualcosa da fare troverai la tua strada. Questo secondo me non è uno stereotipo, è la verità. Ho visto tante persone partire da zero, frustrate e rassegnate all’idea di non poter realizzare il loro progetto perché nel paese da cui venivano nessuno ha creduto in loro, arrivare in Inghilterra e trovare finalmente supporto e risorse. Gli inglesi riconoscono la fondamentale importanza dell’impegno, delle capacità e soprattutto dello sviluppo personale. Molte aziende non hanno paura di investire in un giovane inesperto ed insegnargli tutto ciò che serve affinché diventi un manager di successo. In Italia invece si assiste ancora al paradosso di elemosinare lavoro e di sentirsi dire, anche per un posto da sguattero, “ma lei ha esperienza?”. E’ abbastanza comico, per non dire tragico, che qualcuno venga scartato perché non ha esperienza e quindi messo nelle condizioni di non poter mai fare esperienza. Un po’ come aspettarsi di trovare un vergine che sappia di sesso quanto Rocco.

Cibo e bevande. Oltremanica non si mangia male. Si mangia malissimo. La cucina inglese è terribile. Anche se a dire il vero di piatti “tipici” ce ne sono per fortuna pochi. Possiamo annoverare tra essi la shepherd pie e la cottage pie, il famigerato “fish & chips” (merluzzo fritto e patatine), il pudding, delle torte belle ma inavvicinabili se non si vuole prendere il diabete, oltre a qualche piatto locale perlopiù a base di interiora. Per questo motivo gli inglesi non mangiano quasi mai i loro piatti, se non vi sono costretti, e comunque a malincuore. Prediligono, come tutti gli immigrati d’altronde, i piatti di altri paesi, su tutti quelli della cucina italiana (pizza e pasta über alles), thai, cinese e sudamericana. Fortunatamente negli ultimi anni il boom dei servizi di consegna a domicilio ha reso possibile ordinare cibo di qualsiasi tipo, a qualsiasi ora e in qualsiasi posto ci si trovi, cosa che ha reso ancora meno fastidioso il bisogno di un pellegrinaggio al più vicino supermercato dove si trovano, a onor del vero, prodotti internazionali di qualità e a buon prezzo. I beveraggi sono invece buoni e sostanziosi. In Inghilterra si producono alcune tra le più buone birre del globo e gli inglesi, si sa, sono dei forti bevitori, tanto da realizzare dei santuari dedicati a Bacco, che poi sarebbero i Pub. Ecco, al pub si va con la stessa sacralità con cui si va a messa, con la sola differenza che non bisogna aspettare mezz’ora prima di bagnarsi le labbra. Insomma, mangiatene e bevetene tutti.

Meteo. Su quest’ultimo, doveroso punto, si chiude il mio elenco di stereotipi. Il tempo lassù non è così brutto come si tende a credere quaggiù, dalle nostre parti, a ridosso del Mediterraneo. Date le caratteristiche fisico-geografiche dell’Inghilterra sussistono delle difficoltà oggettive che la rendono naturalmente portata a scenari di tempo piovoso e ventoso. Non tutte le isole, specie oltre una certa latitudine, sono come le Canarie. Pioggia e vento vanno e vengono però. E’ raro imbattersi in giornate nelle quali piova dall’alba sino al tramonto. Se piove, piove per un’ora al massimo. Forse è più l’instabilità a caratterizzare la vita in Inghilterra che il brutto tempo in sé. Ma se è la paura di quattro gocce a scoraggiare il potenziale visitatore, ci si può sempre procurare un ombrello.

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Brexit: la mia storia

Mi ritrovo oramai agli sgoccioli della mia esperienza in Inghilterra che, o per ironia della sorte o per pura coincidenza, si concluderà il 29 marzo, cioè lo stesso giorno in cui era prevista l’uscita del paese dall’Unione Europea. Il Regno Unito ha poi chiesto di poter spostare più in là quella data, sperando – forse troppo ottimisticamente – di sciogliere per tempo il nodo Brexit. Tuttavia, almeno per quanto mi riguarda, è giunto il momento di tirare le somme, dopo quasi cinque anni passati qui, in cerca di un futuro migliore. Ma come sono andate veramente le cose?

All’inizio, purtroppo, nulla andò come previsto. Arrivai qui credendo di poter sfruttare la poca esperienza fatta in Italia, fermamente convinto che fosse spendibile anche all’estero, anche in un mercato competitivo come quello anglosassone. Credevo che i miei titoli accademici e la mia modesta carriera, tutta da precario, mi avrebbero aiutato ad inserirmi senza problemi. Perciò mi indirizzai subito verso posizioni di livello elevato: musei, associazioni culturali, università, banche, grosse aziende, alle quali mi proponevo come curatore, archivista, responsabile commerciale o dirigente. Nessuno mi rispondeva, il perché lo compresi solo in seguito… Ingenuamente, non mi spiegavo come mai non riuscissi a fissare colloqui e quei pochi si risolvessero in un nulla di fatto. Davo alla sfortuna, più che alla mia incompetenza, la colpa di non riuscire a far incontrare la (mia) domanda con la (loro) offerta.

Le giornate proseguivano così, come il principe di Bel-Air, senza però i tiri a canestro o i film di Spike Lee, davanti al computer, compulsando i siti degli annunci di lavoro, dove cercavo incarichi degni del mio profilo e ancor più della mia ambizione. Ma ci sono altre questioni da dirimere quando si arriva in un nuovo paese. Dovevamo aprire un conto corrente e ottenere i documenti necessari a integrarci nel sistema pensionistico locale (attraverso una sorta di codice fiscale che si chiama National Insurance Number, abbreviato in NIN), ma soprattutto dovevamo trovare una casa. Sembrava di partecipare al gioco dell’oca, dove ci si ritrova per qualche motivo sempre al punto di partenza. Eravamo in un labirinto, ecco perché: per trovare un lavoro bisogna avere un conto corrente, su cui naturalmente poter ricevere lo stipendio, ma per aprire un conto bisogna fornire alla banca una “proof of address“, cioè una prova di residenza (una bolletta del gas, della luce, oppure il contratto di affitto). Tuttavia, nessuna agenzia immobiliare prende in considerazione chi non abbia un’entrata fissa, dimostrabile presentando le ultime buste paga. Ci si ritrova così bloccati in un circolo apparentemente senza capo né coda, che non sapevamo come spezzare. Fortunatamente, riuscimmo a metterci d’accordo in forma privata con un padrone di casa che non pretese di vedere le nostre buste paga. Ci conosceva e si fidava del fatto che lo avremmo pagato, senza voler sapere come. Tra l’altro prima di arrivare a questa soluzione relativamente stabile, fummo costretti per qualche mese a prendere in affitto un appartamento la cui proprietaria, viste le nostre condizioni incerte, ci chiese di pagare in anticipo. Grazie a qualche risparmio riuscimmo a far fronte alla richiesta, che ora riconosco come sensata, ma che all’epoca mi parve un ricatto. Purtroppo non avevamo alternative. Io non percepivo ancora un reddito e le agenzie, come detto, richiedono determinate garanzie, per evitare di dare la casa a degli “squatters”, cioè a degli abusivi che non sono in grado di pagare. E’ un sistema che può sembrare rigido ma che funziona, proprio in virtù di queste regole. Ne approfitto a questo punto per suggerire a chi stia pensando di trasferirsi, qui o altrove, di mettere prima da parte un po’ di liquidità. Può servire avere dei risparmi, se, come noi, vi trovaste a dover scegliere tra pagare sei mesi di affitto in anticipo o rientrare anzitempo da mammà.

Assicuratoci così un tetto sulla testa, passavo le giornate chiuso in casa, davanti al pc, sull’orlo della depressione. Come dicevo, sbagliavo completamente tattica. Mi ci vollero quattro mesi per accettare l’idea che avrei dovuto abbassare il tiro e puntare a lavori cosiddetti “entry-level” e fare quindi la stessa gavetta che avevo fatto in Italia. A nessuno interessava cosa avevo fatto in precedenza. Dovevo ripartire da zero. Mi costò fatica ma fui ripagato perché trovai immediatamente un posto. Con esso ritrovai l’autostima e tornai a credere nel sogno inglese. Facevo finalmente parte degli ingranaggi produttivi dell’economia, pur con un piccolo e modesto impiego, che però mi fece riflettere sulle differenze tra il loro mercato e il nostro. In Inghilterra, rispetto all’Italia, ci si può muovere agilmente da una posizione all’altra, sia orizzontalmente sia verticalmente, nel senso che volendo si può anche cambiare settore e riciclarsi facendo altro. Nel mio caso riuscii a cambiare settore ben quattro volte, prima di approdare ad un lavoro che mi garantiva il miglior equilibrio tra vita privata e carriera.

Ho lavorato in uffici con soli stranieri e in uffici con soli inglesi. Mi sono confrontato con sfide continue, dal dover imparare un nuovo lavoro al superare le barriere linguistiche, dal capire una mentalità estranea alla mia al farmi apprezzare al di là della semplice etichetta di ‘italiano’, con tutti gli stereotipi che essa comporta. Ho vissuto momenti di grande difficoltà, perché non sempre ci si trova in ambienti ospitali. Ma non serve rivangarli. I supporti migliori quando si vive all’estero vengono dalla propria famiglia o dal proprio partner, dagli amici e in alcuni casi anche dai colleghi. Sono stato fortunato da questo punto di vista e senza la vicinanza di persone legate a me probabilmente avrei concluso prematuramente la mia esperienza. La carriera non è ovviamente l’unica cosa su cui mi sono concentrato. Se si riesce a gestire bene il tempo si possono fare molte cose al di fuori dell’orario di lavoro. Si può viaggiare, leggere, scrivere, imparare una nuova lingua (uno dei miei interessi più forti), dedicarsi ad un hobby o una passione in particolare. Qui si trova davvero tutto di tutto, per ogni tasca e per ogni palato. Gli input non mancano, bisogna solo coglierli. La crescita umana è senza dubbio ciò che mi rimarrà degli anni trascorsi a Londra.

Grazie alla multiculturalità di questa città ho potuto arrichirmi umanamente e conoscere persone provenienti da tutto il mondo, ciascuno con una storia e un progetto, ciascuno con una lingua e una cultura differente. Londra è per me un crocevia globale ed è forse la città europea più proiettata all’esterno, ancor più di quanto non lo siano Parigi, Berlino o Milano. La diversità è assoluta, indissolubile, intrinseca al suo DNA. E’ alla base della sua ricchezza e fino a non molto tempo fa della sua felicità. E qui arriviamo al discorso Brexit, perché – lo realizzai arrivando in Inghilterra e viaggiando fuori dalla capitale – Londra non è l’Inghilterra e l’Inghilterra non è Londra. La stessa cosa si può dire di Parigi. La grande apertura, mentale e sociale, che caratterizza Londra, non è altrettanto sentita al di fuori, nelle città più piccole e nelle zone rurali del paese, dove prevale ancora una mentalità conservatrice e scettica nei confronti del ‘diverso’.

La Brexit è stata venduta dagli araldi più agguerriti del governo come la panacea per tutti i mali di un paese storicamente indipendente e incline all’autarchia (lo “splendido isolamento” dell’800). Con l’ingresso nella comunità economica europea l’Inghilterra ha dovuto accettare norme uguali per tutti i paesi, affinché potesse beneficiare delle agevolazioni del mercato unico per il libero scambio di beni e servizi con gli altri partner commerciali. Questo ha portato altresì ad una circolazione di persone, che così come hanno lasciato l’Inghilterra per stabilirsi in Europa, sono anche arrivate dall’Europa per stabilirsi in Inghilterra. Non tutta la manodopera arrivata qui era qualificata. L’incredibile immigrazione degli ultimi anni, di cui non sono in grado di dare i numeri ma che ripeto per ciò che ho letto sui giornali o visto in televisione, ha spaventato coloro che, per l’appunto, trovandosi in realtà meno dinamiche di quella londinense, hanno iniziato a parlare di vera e propria “invasione”. L’immigrazione non è l’unico motivo per cui è stata votata l’uscita dall’UE. Ci sono ragioni profonde, economiche e credo anche culturali, che si scontrano con il carattere anglosassone, riluttante ad accettare imposizioni esterne, come l’Europa (e qui per Europa intendo soprattutto Bruxelles) ha dimostrato di voler fare con i paesi più deboli, portandone alcuni dei quali sull’orlo del tracollo, si vedano Grecia e Portogallo. Da unione monetaria si è passati a dittatura monetaria.

La mia posizione mi vede sposare il sentimento di insofferenza degli inglesi. Auspico anche per l’Italia un pronto ritorno ad un certo orgoglio nazionale, contro l’arroganza totalitarista di Bruxelles, dove comandano una manciata di personaggi che probabilmente si credono entità sovragovernative, ma non credo che la Brexit (o l’Italexit o Italeave che dir si voglia) sia la risposta. Invece di uscire dall’Unione Europea, l’Inghilterra, così come l’Italia, avrebbero dovuto spingere per rivedere gli accordi del 1992, chiedendo più rispetto per le autonomie nazionali e meno intromissioni da parte dei paese ‘leader’, come la Germania o la Francia. Ora il Regno Unito si trova a dover affrontare uno scenario quasi apocalittico, con il rischio di polverizzare il proprio benessere, svalutare la propria moneta e ridursi a stringere frettolosamente accordi commerciali meno vantaggiosi di quelli che aveva in precedenza, pur di non trovarsi in una condizione di “no deal” che di fatto significherebbe caos.

Se qualcuno mi chiedesse se me ne sto andando dall’Inghilterra a causa della Brexit risponderei di “Sì”, perché devo ammettere che la situazione è troppo complicata e troppo incerta per prevedere uno sviluppo positivo. Non mi sento di dire che è tutta colpa della Brexit. Ci sono motivi personali che vanno al di là della Brexit. Ma la Brexit ha certamente accelerato questo processo.

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Foscolo a Londra

Una piovosa domenica di fine marzo mi sono recato in ossequiosa visita alla tomba di uno dei nostri poeti che ho scoperto essere stato sepolto qui, a Londra, per rendergli tardivo omaggio. Quello ci si trova davanti è in realtà un cenotafio, cioè una tomba senza corpo, poiché i suoi resti furono riportati alcuni anni dopo in Italia dove riposano tuttora, vicino a quelli di altre glorie patrie. Sto parlando di Ugo Foscolo, poeta, critico letterario, romanziere e in fondo uomo dalla vita agitata, che a quanto pare non trovò pace nemmeno da morto.

Ingresso del Chiswick Old Cemetery

Tutto inizia – o finisce, se ci si scusa il gioco di parole – al Chiswick Old Cemetery di Londra, un cimitero ad un’oretta dal centro della capitale, nel quartiere di Turnham Green. In questo sobborgo Foscolo trascorse l’ultimo periodo della sua vita, il più triste, in condizioni di serie difficoltà economiche. Il poeta dei Sepolcri era emigrato a Londra nel 1816, a quasi quarant’anni, profondamente deluso dalla situazione dell’Italia, degradata a potenza di secondo piano e controllata in gran parte dalla casa austriaca degli Asburgo dopo gli accordi del Congresso di Vienna. La profonda ferita inferta al suo patriottismo era difficilmente sanabile, e pertanto si risolse a lasciare il paese, riuscendo, grazie ai suoi natali (Zante era un protettorato britannico) e alle conoscenze altolocate, ad approdare in Inghilterra, appena prima di essere consegnato nelle mani del governo austriaco, contro il quale aveva combattuto durante le guerre napoleoniche.

Veduta del cimitero

All’inizio Foscolo si inserì molto bene nell’élite culturale locale. Godeva già di buona fama per le sue opere e molti intellettuali inglesi lo acclamavano e rispettavano. Trovò quindi un clima favorevole, che gli permise di recuperare il tempo dedicato all’azione. Fu invitato a far parte del prestigioso circolo di Holland House, frequentato al tempo da artisti, letterati e poeti, inglesi e non, tra i quali la figura di Foscolo svettava, essendo uno dei più importati uomini di cultura d’Europa.

Cito questo passaggio da una sua lettera all’amica Quirina Mocenni Magiotti (da Wikipedia): «da che toccai l’Inghilterra ebbi lieta ogni cosa […]. Qui per la prima volta mi sono avveduto ch’io non sono affatto ignoto a’ mortali; e mi veggo accolto come uomo che godesse già da un secolo di bella fama e illibata».

Insomma, la vita per Foscolo procedeva serenamente. Si dedicò ad alcuni studi su Dante, Petrarca e Boccaccio. Scrisse una trentina di saggi e articoli vari, oltre a quello che rimane un capolavoro di critica, per il grande acume con cui l’autore delle Ultime lettere di Jacopo Ortis anticipa lo storicismo della teoria letteraria Otto-Novecentesca, vale a dire il Discorso sul testo della Commedia di Dante, uscito nel 1826. La serenità – soprattutto economica – che trovò nella capitale inglese gli permise di avanzare molto nelle sue ricerche e di dedicarsi nel frattempo all’insegnamento dell’italiano, diventando tutore presso alcune nobili famiglie della zona.

Purtroppo la situazione precipitò di lì a poco, a causa di alcuni investimenti sbagliati e alla vita lussuosa che si concedeva, forse troppo al di sopra dei suoi mezzi. Finì addirittura in prigione per debiti, fino a che, sperperata anche la modesta eredità della figlia, dovette lasciare il centro di Londra per trovare alloggio in un quartiere più modesto, appunto Turnham Green, dove si ammalò di una malattia al fegato e dove morì, a causa delle complicazioni di un’idropisia polmonare, in uno stato di assoluta indigenza nel 1827, accudito soltanto dalla figlia Floriana.

Tomba di Ugo Foscolo

Il coperchio informa il visitatore, il quale si spera sia riuscito nell’impresa tutt’altro che facile di localizzare il prezioso “sepolcro”, nascosto da una miriade di croci gotiche, statue di angeli che indicano ora il cielo, ora il suolo, e lapidi divelte o spezzate in due, che le spoglie del poeta riposarono lì quarant’anni. Poi, forse per un rigurgito auto celebrativo, l’Italia si ricordò del suo figliol prodigo, sepolto fuori dai confini, che aveva fatto brillare la luce della cultura italiana nella perfida Albione, chiedendone la restituzione. Dinanzi alla sua tomba, sotto una piogga scrosciante e zuppo d’acqua fino alle caviglie, guardato in tralìce da un guardiano dalle fattezze medievali, ho voluto onorare la tormentata memoria del poeta di Zante, leggendo alcuni suoi sonetti. Non credo che esista un poeta le cui sorti tanto altalenanti si sposino meglio con ciò che egli stesso si augurava per il fratello:

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente; mi vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de’ tuoi gentili anni caduto:

La madre or sol, suo dì tardo traendo,
Parla di me col tuo cenere muto:
Ma io deluse a voi le palme tendo;
E se da lunge i miei tetti saluto,

Sento gli avversi Numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta;
E prego anch’io nel tuo porto quiete:

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
Allora al petto della madre mesta.

Sono vissuti uomini a cui il destino è in grado di regalare tanto e allo stesso tempo negare tanto. Forse Foscolo apparteneva a quella categoria di genii irrequieti che, artefici della propria fortuna, sono purtroppo anche artefici della propria sfortuna. La passione che guizzò per tutta la vita sotto la sua pelle e pulsò nel suo cuore indomito, fu il suo nemico silenzioso, perché lo portò a consumare ancora più velocemente una riserva vitale che avrebbe potuto sfruttrare per scrivere altri capolavori, e così come per Lord Byron o per altri poeti maledetti, Ugo Foscolo se n’è andato, lasciandoci la certezza che al mondo esistono amori, non per forza carnali, capaci di rapire gli uomini nell’estasi di uno sguardo o di un gesto, e infondergli al contempo quelle parole, giuste, millimetriche, con cui raccontare al prossimo tale estasi. Se questa è la posta in gioco, si fa presto a cedere.

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Il bivio di Petrarca

Si trova da poco sugli scaffali delle librerie anglosassoni un bel libro, dal titolo “Petrarch. Everywhere a Wanderer“, scritto dal Professor Christopher S. Celenza. Il Professor Celenza, dalla sua cattedra della Georgetown University di Washington, ci rinfresca la memoria intorno alla figura di Francesco Petrarca, uno dei padri dell’italiano insieme a Dante e Boccaccio, nonché uno dei massimi letterati del Medioevo, a cui tra l’altro molti poeti inglesi si sono ispirati, prendendo a esempio per le loro poesie la forma del sonetto (non ultimo William Shakespeare).

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Copertina del libro

Con un tono fresco e scorrevole, il Professore ci fa ripercorrere le vicissitudini personali e professionali dell’autore dei Rerum Vulgarium Fragmenta, o “Canzoniere”. L’intreccio tra la storia della Penisola e quella di Petrarca è stretto. La correlazione indissolubile e costante. Petrarca si trasferisce a Roma dal suo ritiro di Valchiusa (Vaucluse) in Francia, affianca il tribuno Cola di Rienzo nel breve apice del suo successo, salvo poi ritirarsi, anziano e provato dall’essere appunto “pellegrino dappertutto” (peregrinus ubique si definirà, da cui il titolo del saggio), per dedicarsi soltanto alla poesia, dopo che l’Europa è stata travolta dalla Peste Nera e con essa il poeta ha perduto il figlio e la donna amata, Laura.

Ciò che colpisce della vita turbolenta di Petrarca è soprattutto il suo malessere interiore, il costante stato di indecisione che spacca in due la sua anima, attratta parimenti dalla quiete eremitica dove si può ascoltare se stessi e dalla gloria che solo la consacrazione poetica potrebbe conferirgli. Naturalmente la pace di una remota vallata francese striderebbe con i rumori e i fasti della trafficata Roma. Perciò o una o l’altra. Petrarca è assalito dai dubbi e trova conforto soltanto nel dialogo con la sua anima, attraverso gli immaginari consigli delle sue figure di riferimento: Virgilio, Cicerone e Sant’Agostino.

Con quest’ultimo in particolare Petrarca immagina di dialogare nel Secretum, opera forse meno conosciuta rispetto al Canzoniere ma di grande valore umano se si considera l’indagine psicologica condotta su di sé dal poeta. Proprio il dialogo con Agostino di Ippona, l’autore delle Confessioni, lo aiuta a mettere ordine tra i propri pensieri e a capire meglio le inclinazioni del suo animo. Da Sant’Agostino Petrarca impara a conoscersi, scoprendo che la vastità e l’infinito risiedono nell’animo e non al di fuori, nello spazio terreno. Uno dei passaggi più emozionanti, in cui Petrarca finalmente scopre quanto sia importante indagare su di sé, si trova nella celebre descrizione dell’ascesa al Monte Ventoso. Ecco un estratto.

“Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio e testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande”. (dalle Epistole Familiari)

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Il Nome della Cosa

Già, “cosa”, perché quale altro nome si può dare ad uno (s)formato televisivo del genere, che ambisce a riportare sul piccolo schermo la Rosa del romanzo di Eco a distanza di trent’anni dal film di Annaud. Come si dice quando si scarta un regalo non gradito “Non dovevate..”. Infatti, bastava il pensiero.

Se Turturro & Co. avessero lasciato perdere sarebbe stato meglio. Il confronto con il film di Annaud è impietoso e la modesta produzione Rai ne esce con le ossa rotte. Il film di Annaud è ambizioso, il cast è stellare, luoghi e fotografia sono dei capolavori, a partire dall’ambientazione: un’abbazia non meglio identificata, persa nelle nebbie del nord Italia. I volti sono quelli degli uomini del Medioevo, per come ce li immaginiamo: visi sfregiati, denti mancanti, capelli radi e unti. A parte ovviamente Adso e Gugliemo, di un’intensità – specie la barba di Connery – su cui si può anche

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Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk

chiudere un occhio (come direbbe Jorge da Burgos!). E poi tutto il resto: le musiche piene di suspense che si sposano con la vita in un’abbazia del Trecento, poca luce che filtra da feritoie e scende obliqua e sapiente sui manoscritti della biblioteca o nelle celle dei monaci, i dialoghi (non complessi come quelli di Eco) ma che mantengono stralci in latino (il che rende tutto ancora più epico), e il doppiaggio magico di Pino Locchi e Renato Mori che ci trasporta indietro nel tempo.

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Umberto Eco

Restiamo sui dialoghi, perché è tutto lì che secondo me si gioca – e si perde – la partita. Per il Professor Eco il verbo è fondamentale. Esso domina l’interpretazione e, come dice anche nelle Postille, distingue il lettore meritevole da uno di passaggio. Eco scrive bene ma scrive in modo difficile, perché concentra una tale quantità di informazioni che soltanto una ristretta parte di chi legge il Nome della Rosa può dire di aver esperito tutti i livelli di lettura. Storia, Filosofia Medievale, Semiotica, Linguistica, Sociologia..il romanzo è un saggio in forma di romanzo. Per questo mi sono sentito tradito nell’ascoltare i dialoghi “semplificati” della versione di Giacomo Battiato. Era come se il regista avesse spianato le difficoltà del romanzo per dare in pasto a quanta più gente possibile la storia di Eco. E invece no, bisogna inerpicarsi sulla salita e superare 100 pagine prima di approdare alla spianata dell’abbazia, acquisendo il “ritmo”, aggiustando il “respiro” e facendo “penitenza” (cito sempre le Postille). Non è così facile. In più bisogna conoscere il latino o quantomeno masticarlo. Bisogna conoscere il periodo storico in questione, sapere cosa sta avvenendo tra i vari ordini religiosi, qual è la situazione dell’Italia e del papato. Poi bisogna conoscere Wittgenstein, la Bibbia, Barthes, Lacan…

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Ultimo Rigo, piano.

Mi ha commosso e francamente amareggiato la storia di Alessio Feniello, papà di una delle vittime di Rigopiano. Lui era – ed è – il padre di un giovane deceduto purtroppo sotto le macerie di quel maledettissimo Hotel, crollato il 18 gennaio del 2017. E come qualsiasi padre, lacerato da un dolore inesprimibile, ha dichiarato candidamente di aver voluto soltanto andare a trovare suo figlio e lasciargli un mazzo di fiori sulla tomba il giorno del suo compleanno.

Per fare questo ha dovuto violare i sigilli posti intorno al luogo della tragedia (che tra l’altro non sono ancora stati rimossi, dopo più di due anni, a riprova del fatto che in Italia il provvisorio diventa sempre definitivo). E’ stato quindi multato, giustamente direi, perché se c’è una cosa che lo Stato Italiano non può tollerare sono le infinitesimali violazioni alla legge (quelle grandi passino..ma quelle piccole no, eh no!). Pertanto, come per i delitti più efferati, il Signor Feniello, lombrosamente spinto da chiaro animus nocendi, sarà processato per direttissima e – si spera – sbattuto in carcere a vita.

Possiamo festeggiare: ancora una volta la giustizia ha fatto il suo corso e riportato la sua vittoria. Un altro pericoloso criminale assicurato alle patrie galere, mentre i responsabili di una catastrofe assurda potranno dormire sonni tranquilli, grazie alla rapidità e inflessibilità degli italici tribunali che non si lasciano certo impietosire dal banale dolore di un padre che voleva solo portare un fiore al figlio che non c’è più.

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