W la fuga!

Salgo sull’aereo, accompagnato da una carovana di ricordi, alcuni dolorosi, altri felici. Mi ricordo del perché me ne sono andato e mi ricordo ora, sistemandomi al mio posto, mentre comitive di famigliole con bambini raggiungono la loro fila, del perché credo di non voler più tornare. In aereo c’è tutta l’Italia: rumore, disordine, litigi, lamentele, gossip. Questi sono i ricordi dolorosi. Guardo fuori dal finestrino e osservo le montagne. Addio monti!

Il tutto viene amplificato da una sensazione di disagio, di non riuscire più ad accettare lo status quo, il pressapochismo, le vane promesse di un benessere che non ci sarà, che la nostra classe politica promette a piene mani e che noi, noi popolo del “basta che c’ho da magnà”, che ci speriamo pure, che ci azzuffiamo per le briciole, pronti a qualsiasi sotterfugio pur di racimolare quel che resta del bengodi di un tempo, quando si trovava lavoro, si guadagnava bene e si poteva andare in pensione a 50 anni.

Rido di rabbia all’idea del reddito di cittadinanza. Rido perché so che non mi riguarderà. Per mia scelta. Perché io me ne sono andato a cercarmelo il mio reddito, altrove, in un altro paese. Quelli senza lavoro che sono rimasti a casa invece riceveranno i soldi dallo Stato, che come una madre amorosa allungherà loro il peculio, con lo sguardo di rimprovero di chi si aspetta però che il figlio faccia qualcosa per meritarselo. Loro sul divano a giocare alla playstation. Altri, come me, su un aereo per la milionesima volta, perché li aspetta un’altra casa, non l’Italia, dove non c’è assistenza agli scaraffoni di mamma, ai poverimanonècolpaloro, ai disoccupati che purtroppo non sono riusciti a entrare alle poste, in polizia, al comune e che quindi – giustamente – aspettano che il lavoro bussi alla porta.

Addio monti!

L

Vasi comunicanti

Il principio dei vasi comunicanti è un principio molto semplice, secondo il quale “un liquido contenuto in due o più contenitori comunicanti tra loro, in presenza di gravità, raggiunge lo stesso livello originando un’unica superficie equipotenziale.”

In parole povere un liquido si sposterà tra due o più vasi mantenendosi allo stesso livello, per effetto della forza di gravità. Ancora una volta la scienza riesce ad esprimere in due righe concetti che ad altre scienze meno prosaiche richiederebbero pagine e pagine, forse interi romanzi.

Mi lascio allora trasportare dal pensiero di essere governato anch’io – essere umano e non semplice sifone – dal principio dei vasi comunicanti e rifletto sugli effetti che la vita esteriore esercita su di me. E mi faccio forza credendo che per gli altri valga lo stesso. Quando assorbo troppa energia, positiva o negativa, automaticamente cresce in me il desiderio di sfogarla (l’energia, si capisce) in qualche modo. Quando è troppa, me ne libero assaporando la solitudine, macerando nella malinconia e consumandomi nel ricordo (solo et pensoso…). Se invece per qualche assurda ed incomprensibile ragione vengo solleticato dal bisogno della compagnia del prossimo (cosa quantomai rara, specie di questi tempi), la vuotezza dei miei vasi tenderà a volersi riempire con la pienezza dell’affetto di un amico. Salvo poi constatare quanto sia più piacevole questa seconda circostanza.

Lo spettro di essere sempre più un vaso (di ferro? di coccio?) e meno un uomo occupa ultimamente i miei sonni e non mi lascia la dovuta serenità di ignorare il mondo.

L

A sproposito di Dante

Ho appena finito di leggere un paio di libri a proposito – guardacaso – di Dante.

Il primo si intitola Dante. Una vita in esilio, di Chiara Mercuri. Il secondo Il Naso di Dante, di Pier Luigi Vercesi. La Mercuri mi pare che insegni Storia Medievale, mentre Vercesi è un giornalista. Iniziamo dal primo libro.

Edito da Laterza, l’ho trovato piuttosto fiacco, senza apporti originali o contenuti propri. Vuole essere una ricostruzione degli ultimi vent’anni della vita di Dante. Tuttavia, come il titolo invita a pensare, ci si aspetterebbe una ricostruzione delle origini e poi dello sviluppo dell’esilio di Dante, così come il Poeta l’ha vissuto: dov’è stato, chi ha visto, cosa lo ha ispirato. Perché durante l’esilio in fondo ha trovato la forza di scrivere la Divina Commedia. Invece la D.ssa Mercuri si limite a scrivere una biografia dal taglio pseudoadolescenziale, pieno di forzature retoriche, accentuando in maniera smodata il côté psicologico, cosa arbitraria perché ciascuno di noi si è fatto la sua idea di come Dante abbia percepito il suo esilio. In queste pagine viene ipotizzato un Dante affacciato alla finestra, trasognante la sua Firenze, o un Dante avvilito dalle miserie del mondo, che se ne va in giro per l’Italia a cavallo. Sono tutte belle suggestioni ma Laterza non pubblica romanzi. Dovrebbe essere un saggio (e non lo è) e vorrebbe essere un romanzo (e non è nemmeno questo).

Inoltre la scrittura lascia a desiderare. Come detto è piena di forzature retoriche che rendono la tesi difficile da sposare, perché viene sottolineata in continuazione, fino allo sfinimento. E’ una prosa rotta, poco fluida, che scorre raramente e che rende la lettura indigesta. Ecco, non è per addetti ai lavori. Potrebbe andar bene per qualcuno alle prime armi con l’argomento, poco ferrato in materie dantesche ma non per uno specialista o per qualcuno che abbia già letto di Dante. Veniamo al secondo libro.

Vercesi è molto più piacevole da leggere. Si concentra su una tematica di nicchia, ossia sul filone delle interpretazioni esoteriche. E lo fa in maniera assolutamente competente, riconoscendo il limite delle proprie conoscenze e il fatto che si possa facilmente scivolare in considerazioni personali e in giudizi di valore a seconda che si condivida o meno il soggetto. Invece Vercesi, da bravo giornalista qual è, mantiene uno sguardo distaccato, un taglio lucido. Racconta in una bella prosa una storia che collega le vicende di un negromante inglese, vissuto a Firenze verso la metà del 1800 che aveva creduto di parlare con l’anima di Dante, con altri mistici e sedicenti esperti. Si passa così a Gabriele Rossetti, a suo figlio Dante Gabriel, ai vari Aroux, Foscolo, Pascoli, René Guénon e così via, fino ai novecenteschi Valli, Perez e Asin Palacios. E’ una bella ricostruzione, pregevolmente confezionata e accuratamente preparata. Cionondimeno mi sentirei di spostarla nella categoria dei “dossier” giornalistici, più che tra i saggi, vista la provenienza dell’autore dal mondo del giornalismo, che si è cimentato questa volta con qualcosa di difficile, proprio perché molto settoriale, appannaggio di un certo tipo di critica dal palato sensibile.

L


#10yearchallenge

Com’eravamo dieci anni fa? E’ una domanda che mi mette i brividi, seriamente. Non tanto per le rughe, quelle – si sa – aumentano – e per i capelli, che ingrigiscono. Dico più che altro per l’umore.

Questi ultimi 10 anni il nostro umore è andato davvero scurendosi. Ma non lo dico con falsa retorica o con demagogico buonismo da prete pentastellato. Sottile è infatti in questi tempi grami il confine tra il ‘volemose bene’ che rimbomba durante l’Angelus in San Pietro e quello di Fico alle 2 del pomeriggio nell’aula di Montecitorio.

Parlo dell’umore di stomaco, del nodo di rabbia e cinismo con cui abbiamo accolto gli ultimi 10 anni. Di questi 10, io personalmente, la metà li ho passati fuori dall’Italia. Ho quindi il privilegio di aver conservato uno sguardo distaccato, che non si è abituato al disinteresse quotidiano, alla maleducazione imperante e al livore latente che scatta alla prima offesa: sul tram, in macchina, in coda al supermercato.

Non so dove stiamo andando però ho una vaga idea del punto di partenza. Qualcuno mi dirà che non sono certo il primo ad agitare il fantoccio della bontà d’infanzia e dell’età dell’innocenza. Non eravamo dei santi 10 anni fa, ma – dovrete convenire – ci voleva qualcosa di più per mandarsi a fanculo, che un semplice ‘buongiorno’ non detto.

L

Cronaca di un NO DEAL annunciato

Ci vuole poco a prevedere ciò che accadrà il 29 marzo. L’orrevole Theresa May, il fantoccio che non piace a nessuno, farà molta, moltissima fatica a strappare un accordo migliore di quello già ottenuto, abbandonata com’è dai suoi. Incassata la fiducia, si presenterà tra qualche giorno a Bruxelles, in ginocchio, da Donna Merkel, implorando aiuto.

E forse la Germania e qualche altro stato amico, passatasi una mano sulla coscienza, le offriranno un patto più vantaggioso. Ma finirà lì. Tornata a Westminster con i frutti delle sue preghiere e senza più un briciolo di dignità (quando mai l’ha avuta?), verrà fustigata per incompetenza e rimandata a settembre.

Nel frattempo saremo arrivati al 29 marzo. L’UK è fuori dall’EU, o meglio, l’EU sarà fuori dall’UK, con buona pace dei faragisti oltranzisti del “nodealisbetterthanabaddeal”

E chi resta? Gli italiani nel Regno Unito o i Brits (che fa chic) expatriati? Ci troveremo a pagare il prezzo insostenibile di una democrazia distorta e di una politica asinina, che ha passato due anni a ciurlare nel manico facendo propaganda e brandendo il vessillo dell’Union Jack gonfio di orgoglio, prima di realizzare quanta falsa retorica c’era dietro l’uscita dall’Europa. Del senno di poi saranno piene le farmacie.

L

Perché non leggerò “Serotonina” di Houellebecq

L’ultimo romanzo di Houellebecq si intitola ‘Serotonina’ e segue a distanza di pochi anni ‘Sottomissione’ che fece scalpore in tutto il mondo a causa dei temi trattati. Soprassederò sulla scelta del titolo, minimalista come sempre: una sola parola che vuol dire tutto e vuol dire niente. In entrambi i casi i romanzi iniziano tra l’altro per ‘S’.

Houellebecq mi piaceva. Mi sono avvicinato attraverso ‘Le particelle elementari’, che ho letto in originale e che ho trovato piuttosto difficile, soprattutto per il linguaggio, devo dire molto ricercato e scientifico.

Ma poi, pagina dopo pagina, mi sono reso conto che H. decostruisce il mondo che conosciamo, pezzo per pezzo, riducendolo ad un mondo grigio e anodino, nel quale regnano solamente gli impulsi primordiali: sesso e morte (Freud parlerebbe nobilmente di Eros e Thanatos). Oltre alle scopate del protagonista e ai suoi sogni erotici, quasi sempre frustrati, non c’è altro. Alla fine della storia, che poi si rivela inconsistente perché non ci dà colpi di scena, il lettore – io in questo caso – si sente svuotato di forze. H. trasmette a poco poco, con la sua scrittura fredda, amorale e cinica, un profondo senso di vuoto, riuscendo nell’intento di polverizzare la poca umanità di questo mondo e qualunque voglia di vivere.

Lo stesso canovaccio si ripete con Sottomissione. Bello e provocante come tutti i suoi romanzi, dopo le prime 50 pagine si trasforma però nel solito delirio sessuale, diventa cioè una spirale emotiva che trascina verso il basso, verso la depressione e il male di vivere (quello di Berto o di Montale per capirci) che non lascia scampo. La trama politica c’entra poco se non per fare da sfondo all’insicurezza di uno pseudo professore universitario di mezza età che vorrebbe soltanto farsi le sue allieve e possibilmente anche le coetanee. Di cultura o di politica c’è un vago richiamo che però non sboccia mai.

Quando ho sentito dell’uscita di Serotonina mi sono detto che forse avrei trovato qualcosa di diverso, ma onestamente non mi sento pronto ad affrontare un nuovo assedio spirituale. H. è un incubo dal quale vorrei risvegliarmi.

L