Il 2020 è stato quasi per tutti un annus horribilis. E’ stato l’anno del Covid, degli ottantamila morti in Italia e dei quasi due milioni di morti in tutto il mondo. Per celebrare la fine di quell’annata, scrissi questo articolo (qui), nel quale esprimevo le speranze e i timori che nutrivo per l’anno a venire. Ero un po’ spaventato e non del tutto disilluso.
Il 2022 è stato diverso dal 2020. Non è più l’anno del Covid. E questo è già un bene. Ma in compenso è stato l’anno di altre catastrofi. Per esempio della guerra in Ucraina. E’ stato l’anno di una gravissima crisi ambientale, di una siccità allarmante, delle inondazioni nelle Marche e del nubifragio di Ischia. E’ stato l’anno che ha segnato il picco negli effetti del cambiamento climatico. E’ stato anche l’anno che ha messo sotto gli occhi di tutti la presenza di una corruzione e di una speculazione mostruose (si scrive Qatar, si legge Bruxelles). Tutti noi già un po’ lo sospettavamo. Ora però lo sappiamo con certezza. E poi è stato l’anno dell’energia a prezzi folli, dell’inflazione e, ovviamente, di sorella sua, la recessione.
Vorrei congedarmi ora dal 2022. Sebbene questa volta in maniera diversa.
Innanzitutto auguro una serena dipartita a Mr Putin. Senza dubbio Vladimir P. è stato l’assoluto protagonista dell’attuale panorama e com’è giusto, è lui che voglio mettere in cima alla mia lista. Diciamo che se l’è guadagnato.
Auguro, poi, un altrettanto rapido decesso ai sigg. Peskov e Medvedev, sensali e scendiletto del loro malvagio padrone, forse ancora più fautori di una guerra mondiale che se fosse per loro, sarebbe iniziata da un pezzo. Immagino quanta voglia abbiano di schiacciare quel pulsantino, e quanto, sotto sotto, accarezzino quest’idea nelle loro gelide notti moscovite, passate a discutere di come vorrebbero sterminare noi occidentali. Ebbene, a loro i miei più cordiali auguri di un rapido (e doloroso) decesso.
Dopo la decapitazione del novello Quarto Reich e di buona parte della Duma, dei generali russi, della legione Wagner, dei combattenti in Ucraina (ah, se non lo sapevate è stata scoperta una stanza che l’esercito sovietico usava per torturare i bambini), spero che la stessa fine capiti a un altro pazzo scriteriato, il nordcoreano Kim Jong-Un, colpevole soltanto di esistere. Se non ci fosse sarei più tranquillo. Auguro perciò al sig. Jong-Un un tempestivo trapasso. Magari mentre accarezza il suo missilone nucleare pensando si tratti del suo sottodimensionato membro.
Se poi Babbo Natale volesse farmi un regalo e avesse ancora tempo, vorrei che sterminasse uno ad uno tutto il regime iraniano, a cominciare dall’Ayatollah Ali Khamenei (o come diavolo si scrive), fino al boia e all’indegno braccio armato del regime, che per me doveva finire al tempo dei cammelli. Ma che nel frattempo si è abbarbicato come un tumore maligno a un libro di cui troppi nei secoli hanno via via deviato il messaggio (fino a farmi sospettare che sia il libro stesso a essere deviato) per giustificare i peggiori massacri. A lui e a tutto il suo entourage le mie preventive condoglianze, nella speranza che le loro ultime notti siano le più sofferenti di tutta la loro vita.
Magari non trapassi, ma una lunga e solitaria malattia la auguro agli speculatori e ai paraculo, a chi si è arricchito con la crisi, a chi difende gli indifendibili, a chi si è lasciato corrompere con valigie piene di denaro. Mi viene in mente Infantino, il capo della FIFA, che per difendere la scelta di giocare il mondiale in Qatar, si è dichiarato arabo e gay. E Blatter prima di lui. E’ facile fare della retorica dopo essersi venduti l’anima al miglior offerente. E’ facile celebrare il corruttore e spacciarlo per santo. Soprattutto è facile intascare i soldi, molto più facile che difendere i diritti umani, calpestati ogni giorno in un angolo di mondo rimasto indietro di mille anni. Ci sono in questo i vari Panzeri, una certa Kaili e il suo compagno, l’italiano, Giorgi. E chi sa quanti altri. E chi sa quanti altri italiani.
Vorrei che il 2023 porti malanni incurabili agli economisti delle BCE, ai retrogradi di qualsiasi governo, ai giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti, a chi vuole ridurre le libertà, vuole tappare la bocca, a chi spara sui manifestanti, li impicca, li insulta. Ai politici di qualunque paese che ci hanno tolto qualunque speranza. A me e a tanti altri come me. Possiate tutti voi passare il Natale peggiore della vostra vita. E che possibilmente sia l’ultimo.
la situazione qui fa parecchio schifo. Ci hai lasciati ormai da un po’ di tempo, da quel lontano 2006, che ti ha visto perdere la battaglia col nemico forse più malvagio di tutti: il cancro.
Da allora sono successe tante cose, poche belle, tante brutte. Sei sempre stata una donna determinata, una scrittrice dotata di una penna straordinaria e una giornalista che non si è mai piegata a nessuna logica e a nessun partito. Hai scritto così come hai vissuto, in maniera coerente, e a testa alta. Hai sempre preferito le tue idee a quelle degli altri e non hai mai abdicato a nessuna ridicola morale in nome del profitto. Per questo ho deciso di raccontarti le ultime, di confidarmi (virtualmente) con te, dopo averti (ri)scoperta attraverso i tuoi libri più famosi, e aver imparato ad ascoltare la tua voce, che in un momento storico “di notte della coscienza”, qual è quello che stiamo vivendo, si staglia limpida come la luce di un faro. Ho deciso di scriverti una lettera. Un po’ come tu hai fatto nel libro Lettera a un bambino mai nato. Mi hai insegnato che si può dialogare con qualcuno che non si è mai conosciuto, qualora si avverta il bisogno di riparare all’ingiustizia che il tempo fa, mettendo due persone su due diversi piani temporali.
Dunque, come ti dicevo la situazione è molto brutta. Innanzitutto ci troviamo nel mezzo di una guerra. Già, una guerra! Tu non ci crederai. Siamo nel 2022 e il mondo è ancora in guerra! La malvagità umana ha dato nuovamente prova di sé. E nel peggiore dei modi. A febbraio di quest’anno, La Russia ha invaso militarmente l’Ucraina e, da qualche settimana, si agita perfino lo spettro della bomba atomica.
Nel 2022, nessuno – me compreso – credeva che avrebbe sentito più parole del genere. Tu hai sempre reputato la guerra una follia, forse la più grande follia ordita dall’uomo. Avevi pienamente ragione quando dicesti che “la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre” e che “dev’esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere.” Lo dicesti dopo esserti trovata a testimoniare gli orrori del Vietnam. Tornasti a casa schifata, dopo otto anni passati in Asia Minore, a vedere coi tuoi occhi cosa i figli di Dio possono fare ai propri simili, e raccogliesti i tuoi pensieri in un libro il cui titolo rende appieno lo sdegno e il disincanto che quell’esperienza ti aveva lasciato: Niente e così sia. Oggi, come allora, fosti più che mai profetica. Lo avevi già capito che non sarebbe cambiato nulla.
La televisione trasmette nuovi orrori, gli stessi orrori: fosse comuni, stanze delle torture, palazzi rasi al suolo, di cui restano solo macerie, famiglie distrutte, bambini massacrati da bombe a grappolo sganciate sulle scuole, proclami terrificanti, minacce di morte. E ciò che fa più orrore – o più schifo – è che il mondo sembra non aver imparato nulla dalle guerre combattute negli ultimi 5000 anni. A un proclama fa seguito un proclama ancora più violento, a una minaccia fa seguito una minaccia più feroce, a un ponte crollato per motivi militari segue una rappresaglia su obiettivi civili, nei quali a pagare sono guarda caso sempre innocenti. Mai che si ammazzino tra colpevoli. Come al solito il dialogo è la prima delle vittime e il generale in campo è sempre la brutalità. Nelle guerre nessuno vince mai veramente. Per questo io credo poco nella rivalità tra Oriente e Occidente. Credo piuttosto nella malvagità dell’uomo che cerca soltanto il pretesto, anche il più futile, per trucidarsi. Quando non è il denaro, è la morte a eccitare l’uomo. Non parlo qui dell’uomo riferendomi all’umanità, quindi a uomo e donna. Quando dico “uomo” intendo proprio l’individuo di sesso maschile, il quale, come tu ben sai, di fronte alla logica, preferisce spesso spiegarsi con le mani.
Non so come finirà questa guerra. Non ne ho proprio idea, vorrei un briciolo della tua saggezza per ben sperare. Visto il crinale su cui ci siamo incamminati, temo che l’esito sarà disastroso. E visto il potenziale distruttivo di cui ora nazioni come la Russia, gli USA, l’Iran, la Corea, sono capaci, c’è poco da stare sereni. Ti parlavo infatti dello spettro dell’atomica. Quello ovviamente sarebbe il pericolo maggiore. Ma intanto ci sono altri pericoli dietro l’angolo. Il mondo sta andando incontro a un lungo inverno. Questo scontro sta mettendo a nudo le fragilità che si celavano dietro la maschera di forza delle alleanze, tanto di quelle occidentali, quanto di quelle orientali. La NATO si è dimostrata un’alleanza fittizia, il cui scopo non è la pace ma la guerra. Ciò si può dire con buona approssimazione anche dell’Europa, travagliata da profonde insicurezze e scombussolata da dissensi profondi. All’interno di essa non tutti i paesi hanno lo stesso potere. Alcuni comandano, alcuni obbediscono. Alcuni hanno potere di veto sui paesi più deboli: possono decidere cosa fare, possono decidere chi ci guadagnerà, possono decidere chi soccomberà.
Per fare un esempio, la Russia ci ha tagliato il gas. Paesi come la Norvegia, che di gas ne hanno in quantità industriali, stanno facendo affari d’oro. Gli altri stanno annaspando. In altre situazioni, come nel caso dell’Olanda, il guadagno è indiretto, perché in Olanda si trova il mercato europeo di scambio dell’energia, dove si discute a che prezzo acquistare l’energia (gas + elettricità) e a che prezzo rivenderla. In una certa misura, l’Olanda beneficia dall’essere il luogo deputato a questo scambio. Per questo non accetta che l’Europa imponga un tetto al prezzo di acquisto, onde evitare di rimetterci nella vendita. Dimmi tu se questo non è un comportamento squallido, inqualificabile in un momento in cui serve solidarietà. Il loro comportamento vergognoso è però logico se lo si osserva da un altro punto di vista. Come si diceva, è il denaro a dettare le amicizie tra le nazioni. Nel grande business della guerra, mentre in trincea degli innocenti muoiono, nei palazzi del potere c’è sempre qualcuno che si sfrega le mani. Il problema è quando sono i tuoi stessi alleati a lucrare sulla tua pelle. Allora, questa logica, seppure perversa e seppure in linea con la filiera delle aberrazioni che si concludono con la canna di un fucile, non va più bene. Almeno, a me non va più bene. L’Europa si è rivelata proprio questo, una presa in giro, un fallimento conclamato. La gente si sta accorgendo che l’unico motivo per cui questo carrozzone è stato creato, è stato null’altro che l’interesse economico di pochi. E’ questo che tiene in piedi il mondo. Ma non per molto, vedrai.
Ma veniamo all’Italia, alla tua cara Italia. Tu che hai passato gli ultimi anni della tua vita in America e che pure pensavi alla Bella Italia dove eri nata e cresciuta, ed era dell’Italia che ti preoccupavi. Noi ci stiamo arrangiando, perché è questa la nostra arte, la nostra unica vera sapienza. Il talento che ci contraddistingue. Su questioni economiche non abbiamo alcuna voce in capitolo. Da tempo ormai dal tavolo degli adulti siamo stati relegati al tavolo dei bambini, un po’ per per colpa della nostra classe politica e un po’ perché in fondo ce lo siamo meritati. Siamo sempre stati dei beceri ignoranti – basta guardare quello che la gente scrive in internet (che tu hai fatto appena in tempo a veder nascere) – e i nostri politici sono espressione del qualunquismo più basso. Col passare del tempo abbiamo mandato nei palazzi del potere persone senza qualifiche, ignoranti che in una scuola primaria farebbero fatica a rispondere alle domande più elementari. Ebbene, sono costoro che ci rappresentano, sono questi individui che mandiamo a difenderci. Non mi sorprende che ora l’Italia sia ridotta in queste condizioni.
Ma veniamo a noi. Tralasciamo i politicanti. Se tu avessi visto cos’è successo negli ultimi tre anni. L’Italia (ma in realtà la Terra tutta) è stata travolta da una serie di sciagure che definire bibliche sarebbe riduttivo. Nel 2020 lo scoppio di una pandemia improvvisa ha mietuto milioni di vittime. Solo da noi ne ha fatte più di centomila. Non si sa chi sia il colpevole, né credo che lo si saprà mai. Anche in quel caso, dopo una prima apparente solidarietà iniziale, ogni paese ha iniziato a fare parte per se stesso. In Italia si è quasi subito creata una spaccatura, una cesura netta, tra chi era favorevole a trovare una cura e poi a farsi vaccinare contro questo virus e dall’altra chi ha cominciato quasi subito a gridare al complotto, a dire che era tutta una messinscena, perfino a dubitare che nelle bare portate via sui camion, in lunghi cortei funebri, ci fossero dei cadaveri. Cara Oriana, è stato uno spettacolo raccapricciante, così stupido che a volte preferisco convincermi di essermelo sognato e che non si possa davvero affermare che i funerali siano dei teatrini coi quale un fantomatico ordine mondiale vorrebbe irretire milioni di persone e convincerle a fare non si sa bene cosa! Tutto ciò non ha senso, tutto ciò è bestiale, nel senso che tali ipotesi le potrebbe fare solo una bestia, un animale privo di ragione, non un homo sapiens.
Quello è stato secondo me un punto di non ritorno. Il 2020 ha segnato un vero prima e dopo. Da allora non siamo più gli stessi. Si è rotto qualcosa, si è spento qualcosa. Ricordi ciò che disse Adorno di Auschwitz, che dopo i lager nazisti non si potesse più fare poesia, perché era impossibile credere ancora nella bellezza dopo tanto orrore? Un po’ come l’orrore di cui parlava Kurz in Cuore di tenebra. Bene, secondo me qualcosa di simile si può dire di questo mondo malato, dopo la terribile pandemia del 2020. Ci ha cambiati, snaturati, resi nemici l’uno dell’altro. Ci ha obnubilato. Ha finito con esaltare l’ignoranza, propalare l’antiscientismo, premiare la cultura dell’approssimazione e incentivare lo smercio delle fandonie. Il tutto facilitato da questa grande Rete nella quale ci si infila per documentarci, per curarci, per trovare qualcuno che la pensi come noi, per insultarci, per gioire dei morti della guerra, per tifare il tiranno e dileggiare lo sconfitto. Non si cerca più la verità. Adesso si cerca quello che risponde al nostro desiderio. Crediamo a chi canta la nostra stessa canzone, nell’assenza totale di contraddittorio. Stiamo entrando in un nuovo evo oscuro, mi sa.
Ma quello che più mi spaventa è che non abbiamo più il coraggio di pensare. Un altro terribile bavaglio è infatti quello del pensiero unico. Del politicamente corretto (che tanto ti faceva arrabbiare!) Lascia che ti aggiorni un attimo. Tu non hai idea di cosa sia diventato il dibattito al giorno d’oggi. Bisogna quasi avere paura a fare dell’umorismo, perché potrebbe saltare fuori uno che, piccato, ti dice, “A me non sta bene che si rida di questo argomento!”. Sono nate correnti assurde come la Woke Culture, la Cancel Culture, il movimento #MeToo, che sono peggio delle bestemmie, perché riducono a brandelli il libero arbitrio. Essi vorrebbero passare per movimenti progressisti ma sono in realtà peggio delle censure dell’Inquisizione del 1600. E di tali grettezze hanno tutto il sapore. Secondo questa teoria, non è più importante ciò che tu pensi, ma ciò che tu dici, in un ipocrisia farisaica che a me personalmente mette i brividi. Rivedo all’orizzonte i roghi nazisti dei libri contro il regime. Il regime adesso è il politicamente corretto. Qualsiasi altra idea è da bruciare. Ti faccio un altro esempio. Sull’onda di queste assurdità, qualcuno ha iniziato a sbandierare la cosiddetta “identità di genere”, vale a dire il diritto di identificarsi con ciò che ci si sente di essere. Per esempio, se io domani mi sentissi donna, così per un capriccio maturato mentre sorseggio il caffè a colazione, avrei tutto il diritto di pretendere di venire apostrofato – pardon, apostrofata! – come Signora, in spregio alla mia biologia, in spregio ai miei cromosomi da uomo. E potrei ovviamente offendermi se qualcuno si rifiutasse. Tu pensa a che punto siamo arrivati.
Oggi, posizioni come le tue, sull’aborto o le adozioni per coppie omosessuali per esempio, sarebbero inesprimibili. Nel senso che ti impedirebbero non dico di elaborarle, ma perfino di pronunciarle. Figuriamoci se provassi anche solo a ripetere quello che dicesti in quel libro infuocato che era Oriana Fallaci intervista sé stessa, allorché affermasti: “Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non sono riuscita a far nascere i miei bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria e Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato.” Oggi tu, mia cara Oriana, che ripugnavi le correnti e disdegnavi le etichette (quegli -ismi, di cui parlavi in Un uomo), passeresti per una fascista, o peggio, un’odiatrice seriale. Verresti accusata soprattutto da quelle stesse donne per le quali tu avevi creduto di batterti. Beffa delle beffe, sarebbero proprio altre donne ad avversare per prime le tue parole.
Ho sempre pensato che ognuno debba essere lasciato libero di esprimere le sue idee e che quando quel giorno nefasto verrà, in cui la dittatura del pensiero unico ci impedirà di ragionare, allora noi come umanità potremo considerarci finiti. Potremo mettere il cervello sul comodino, perché tanto non ci servirà più. Qualcosa di questo tipo si discute oggi in quel lembo di terra disgraziato che è l’Iran. Ti addolorerebbe sapere che tanti giovani, tanti ragazzi e tante ragazze, stanno trovando la morte, per mano dei macellai al governo e delle loro polizie. Già, quel governo odioso e brutale degli ayatollah col quale tu ti scontrasti. Questo è davvero un fatto di cronaca che fa sanguinare il cuore. Te lo riassumo, nonostante faccia male ricordarlo. Il 13 settembre di quest’anno, una donna curda iraniana di nome Mahsa Amini è stata arrestata a Teheran dalla cosiddetta polizia “morale” iraniana per non aver rispettato l’obbligo di indossare il velo. Secondo alcuni testimoni, Mahsa Amini è stata picchiata violentemente mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara a Teheran. In poche ore, è stata trasferita all’ospedale di Kasra dopo essere entrata in coma. È morta tre giorni dopo.
Da quel giorno sono scoppiate proteste in tutto il mondo. Centinaia, se non migliaia di ragazze, iraniane e non, si sono filmate mentre si tagliavano i capelli, puntando il dito verso il violento regime dei teocrati. Mi sei quindi venuta in mente tu, e mi è venuta in mente la tua intervista con l’allora ayatollah Khomeini, durante la quale, in un gesto che il tuo coraggio ha consegnato alla storia, ti sei strappata il velo dalla testa – quel cencio da te definito medievale – e gliel’hai scaraventato ai piedi. Ancora una volta ci vedesti lungo, quando subito dopo scrivesti: “È un Mussulmano Moderato uno che bastona la propria moglie o le proprie mogli e uccide la figlia se questa si innamora di un cristiano? Cari miei, l’Islam moderato è un’altra invenzione. Un’altra illusione fabbricata dall’ipocrisia, dalla furberia, dalla quislingheria o dalla Realpolitik di chi mente sapendo di mentire. L’Islam Moderato non esiste. E non esiste perché non esiste qualcosa che si chiama Islam Buono e Islam Cattivo. Esiste l’Islam e basta. E l’Islam è il Corano. Nient’altro che il Corano. E il Corano è il Mein Kampf di una religione che ha sempre mirato ad eliminare gli altri. Una religione che ha sempre mirato a eliminare gli altri. Una religione che si identifica con la politica, col governare. Che non concede una scheggia d’unghia al libero pensiero, alla libera scelta. Che vuole sostituire la democrazia con la madre di tutti i totalitarismi: la teocrazia.” Nessuno oggi avrebbe le palle di ripetere le tue parole. La verità è che siamo diventati un mondo di pavidi. Ci nascondiamo nel seno caldo e accogliente delle nostre case occidentali, senza realizzare che questa è una battaglia di civiltà che riguarda tutti. Ancor più delle guerre materiali, le battaglie ideologiche sono quelle che tengono la ragione a galla. Rinunciare ai principi dell’illuminismo, della libertà, del progresso, significa davvero tornare nel Medioevo. E non per un gioco retorico. Gli ayatollah, nel massacrare di botte i giovani, massacrano (o pretendono che sia così) il progresso, in altre parole il futuro, che essi temono, perché è nel passato, nella violenza, nel patriarcato, che è circoscritto il loro dominio. Certo, è desolante pensare che negli ultimi cinquant’anni – cioè da quando ci andasti tu in Iran – non sia cambiato niente e che siamo ancora al punto di partenza. Chissà che questa non sia veramente la volta buona.
Nel frattempo, mentre ci ammazziamo per queste cose, il nostro pianeta va a rotoli. Il pianeta, un tempo bello, pieno di foreste, animali, stagioni, mari e oceani, boccheggia sull’orlo di un collasso imminente. Di nuovo la colpa non è che nostra e di nessun altro, che lo abbiamo distrutto, offeso, impoverito, affumicato. Pensa che stiamo tornando a bruciare carbone per riscaldarci. La guerra ha riportato le lancette del mondo all’Ottocento. Abbiamo dovuto fare incetta di candele e di legna in vista dell’inverno. Poiché potrebbe succedere che ci spengano la luce e ci tolgano il gas. L’estate del 2022, giusto per aggiungere catastrofe a catastrofe, è stata devastante dal punto di vista climatico: non si era mai vista una siccità come quella di quest’estate. Pensa che non ha piovuto per mesi, tanto che i grandi fiumi, come il Po, sono quasi scomparsi. Altrove la situazione è ancora peggiore. Io davvero non lo so dove andremo a finire. L’unica cosa che so è che la situazione è drammatica.
Vorrei poterti dire che è tutto falso, che mi sono inventato tutto, per spaventarti. Oppure sarebbe bello dire che questo è uno dei tuoi romanzi, un grande gioco di fantasia, che si concluderà però lietamente, com’è tipico della narrativa, nata per ricucire le toppe della realtà. Invece tutto quello che ti ho raccontato è vero, terribilmente vero, drammaticamente vero. La guerra, la mala politica, la cattiveria, il denaro, sono i mali di questo mondo infelice che tu hai avuto la (s)fortuna di lasciare, prima che la tua voce si indebolisse e non avessi più la forza o la voglia di combattere. L’ipocrisia e le pochezze umane sono rimaste immutate. Piovre che si insinuano dappertutto. Sempre ci sono e sempre ci saranno. Ci saranno anche dopo che me ne sarò andato anch’io, proseguendo la loro opera nell’ultima notte di questo mondo. A me, a noi, dunque, cosa rimane a cui aggrapparci? Credo, soltanto nella bellezza delle parole e basta. In questa bellezza io credo, ovvero nella speranza di chi è venuto prima di me. Come hai fatto tu, Oriana, che hai combattuto usando le parole, laddove altri usavano le armi. Altra bellezza, quaggiù, dove si radunano le anime rassegnate come la mia, io ahimè non ne scorgo. Nel prendere congedo da te e nel lasciarti finalmente tranquilla al tuo riposo, vorrei, se me lo permetti, prendere a prestito ciò che tu hai scritto alla fine di Un uomo, perché penso che faccia bene rileggerlo. La grande forza è stata intravedere, nel momento più duro (cioè quando calavano Alekos nella fossa), un fievolissimo barlume di speranza. Ecco, questo è ciò di cui noi abbiamo bisogno. Ora più che mai.
“Tuttavia per un giorno, quel giorno che conta, che riscatta, che viene magari quando non si spera più, e venendo lascia nell’aria un microscopico seme da cui sboccerà un fiore, lo capì anche il gregge che bela dentro il suo fiume di lana. Non più gregge, quel giorno, ma piovra che strozza e ruggisce zi, zi, zi! Alekos zi, zi, zi! Alekos vive, vive, vive! Ecco perché sorridevi tanto misteriosamente ora che calavi dentro la fossa dove il Gran Sacerdote coperto di ori e collane, zaffiri smeraldi rubini, simbolo d’ogni potere presente e passato e futuro, ruzzolava grottesco, rompendo il cristallo, calpestando la statua di marmo, credendo che soltanto quella restasse di un sogno, di un uomo“.
Stefan Zweig è stato uno degli intellettuali più influenti del ‘900. I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue, adattati per il cinema e il teatro. Tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso è stato lo scrittore più letto. Il film Grand Budapest Hotel, uscito qualche anno fa, è liberamente ispirato al suo famoso memoir: Il mondo di ieri. Ricordi di un Europeo. Quest’ultimo è il libro col quale Zweig si consegna nudo e crudo ai posteri, dopo aver passato in rassegna la sua vita, aver raccontato dei suoi viaggi, dei suoi incontri, aver espresso le sue più intime riflessioni e confessioni. Il mondo di ieri è soprattutto un’istantanea, interiore ed esteriore, in forma di lettera aperta alle generazioni future.
Stefan Zweig (1881-1942)
Il mondo di ieri arriva a noi, lettori di oggi, come testimonianza formidabile di un mondo che non esiste più. Già durante la vita di Zweig, il mondo di cui egli parla, non esisteva più. Travolto da due Guerre e dai numerosi rivolgimenti, il mondo conosciuto da Zweig si era via via disgregato, dissolto in una nuvola polverosa, come la cipria delle ballerine dei locali parigini e dei teatri viennesi di fine Ottocento. Un mondo dorato che, se non fosse per la strabiliante memoria di Zweig, sembrerebbe non essere mai esistito. Egli per un attimo ha la fortuna di osservarlo questo mondo, prima che gli accadimenti terribili del Novecento lo spediscano nel passato. Il racconto che emerge da queste pagine parla di anni fortunati, di grande fermento, vissuti con entusiasmo e ammirevole fiducia. Un mondo scoperto a poco a poco e che mal si concilia col mondo che verrà dopo, distopico e malvagio come il Brave New World di Huxley. Se non che la Storia ha il potere di essere più imprevedibile della Letteratura, almeno per noi che sappiamo che cosa succede dopo, in quel cosiddetto – e maledetto – secolo breve, come la critica definisce il Novecento. Ma sarebbe ingiusto e antistorico fargliene una colpa, perché la consapevolezza di essere vissuti in un periodo bello oppure brutto si raggiunge solo a posteriori. Bisognerebbe anzi ringraziare quel giovanotto curioso, nato nel vetusto Impero Austroungarico, per aver impedito che questa fondamentale pagina della storia dell’umanità sparisse per sempre.
Stefan Zweig era ebreo. Quindi le cose per lui saranno ancora più difficili. Ciononostante, ha la forza di rimanere fedele ai suoi ideali. Pur sapendo che non sarà una decisione priva di conseguenze, non accetta di fare la fine dei suoi colleghi e rilegarsi al silenzio. La sua opposizione alla piega drammatica degli eventi è semplice ma efficace e la sua fama sufficiente a metterlo al riparo da una persecuzione personale. Saranno i suoi libri a venire bruciati, non lui. Mentre il mondo si avvia verso la catastrofe, lui continua a scrivere. Nel periodo più buio, Stefan Zweig mette mano a una valanga di racconti, novelle, lettere e sceneggiature. E non interrompe nemmeno i suoi viaggi, che egli porta avanti con solerzia, considerando i pericoli a cui andava incontro. Continua a viaggiare, fino all’ultimo. Viaggiare, in fondo, è stata l’attività che più gli ha insegnato a capire il mondo. È stato grazie ai viaggi che sono nate le amicizie che lo hanno accompagnato per tutta la vita. È stato nel corso dei suoi viaggi che ha preso forma quel suo inconfondibile respiro, così largo e così umano. Ed è stato qui, soprattutto, che Zweig ha scoperto la sua coscienza, così sorprendentemente europea, nonostante il concetto di Europa fosse allora – nei primissimi anni del Novecento – appena un vago, vaghissimo concetto.
Sì perchè Zweig si considerava prima di tutto europeo. Parlava correntemente italiano, francese e inglese, oltre al tedesco, lingua nella quale scriveva. Contava tra i suoi amici Rodin, Strauss, Toscanini, Verhaeren, Rilke, Hofmannsthal, Freud – tanto per capirci – e tra i conoscenti, pur non strettissimi, H.G. Wells e Shaw. Parigi era la sua seconda casa, l’Italia, per così dire, la terza (sua madre era di origini italiane). Come detto, la padronanza naturale del tedesco gli permetteva di raggiungere in un colpo solo ben tre nazioni: Austria, Germania e Svizzera. Cosa non da poco e non così scontata, in un periodo in cui l’inglese non era ancora così diffuso, e padroneggiare tante lingue – e bene – era già di per sé un vantaggio. Zweig lo sfrutterà, eccome. La sua bravura precoce lo catapulta a diciannove anni tra i maggiori intellettuali del paese, quando esce presso la Neue Freie Press di Vienna una sua poesia. I suoi articoli vengono pubblicati e letti. Il suo nome valica presto i confini e le sue pièces contese dai teatri più importanti. Ecco come descrive la sua improvvisa notorietà:
“Quando entravo in un teatro si mostravano a dito l’ignoto beniamino che era chissà come riuscito a penetrare nel sancta sanctorum degli anziani e dei venerabili. Quando poi divenni un collaboratore frequente e quasi regolare dell’inserto culturale, corsi addirittura il rischio di diventare un’autorità locale.”
All’inizio del suo racconto, egli si sofferma prima sul suo passato. Guarda al mondo in cui è nato: il mondo di suo padre e di suo nonno. Siamo nella seconda metà dell’800, guerre non se ne combattevano più. Quando c’erano, si trattava perlopiù di scaramucce. Era un mondo sostanzialmente in pace. Farsi una posizione e inserirsi nel tessuto borghese, senza temere di perdere tutto da un giorno all’altro, era ancora possibile. Anzi, era piuttosto facile, vista la tranquillità sociale che regnava. Per suo padre e suo nonno era stato così. Si erano costruiti da soli il proprio benessere. Il fatto di essere ebrei non significava ancora nulla. Contava la propria iniziativa e – in una società classista come quella viennese – bastavano il nome e la fama di persone rispettabili. Gli Zweig lo erano, sotto tutti i punti di vista. Questo aveva fatto sì che il loro buon nome fosse la moneta migliore che la sua famiglia potesse scambiare. Zweig lo chiama simbolicamente, e per contrasto col suo, “il mondo della sicurezza”.
“Oggi, dopo che la grande tormenta lo ha spazzato via, sappiamo per certo che quel mondo della sicurezza altro non era che un castello di sogni. Ciononostante, i miei genitori vi hanno vissuto come fosse una dimora di pietra. Mai una tempesta e nemmeno un colpo d’aria troppo violento hanno fatto irruzione nella loro confortevole e calda esistenza. È vero che essi godevano di una particolare protezione dagli assalti del vento: erano persone benestanti che a poco a poco erano divenute ricche, anzi molto ricche, la qual cosa all’epoca certo aiutava a sigillare muri e finestre contro ogni possibile corrente.”
Quel periodo, che lo scrittore non esita a definire soffocante, era destinato a non ripetersi più. Una pace così lunga non poteva che venire interrotta, non si sa se a causa dell’innata pulsione dell’uomo all’autodistruzione oppure perché la Storia esige sempre che dopo un ciclo se ne presenti un altro e ciò che è stato venga inevitabilmente sostituito da ciò che sarà. Fuor di filosofia, Zweig non rimpiange la sicurezza materiale dei propri antenati, in quanto sa bene che alla pace si accompagna, come il più sgradito degli effetti collaterali, anche una certa inerzia del pensiero. Chi si adagia, infatti, non è pronto a rimettersi in gioco. In più di un passaggio ripete che solo laddove c’è scontro può esserci crescita. Egli però non ha ancora idea di che cosa avrebbe sconvolto l’umanità. Coltiva una fiducia cieca nel mondo di domani. Si affaccia al futuro pieno di entusiasmo. È un giovane ambizioso, curioso e dotato già di grande talento. Scrive molto bene e senza un briciolo di superbia. Ammira e rispetta gli scrittori affermati. Ne divora le parole, ne indaga la profondità espressiva. Il suo ingegno si alimenta, giorno dopo giorno, del contatto con l’ingegno altrui.
Il primo a lasciare un segno profondo su di lui è Hugo von Hofmannsthal. Stefan Zweig, sedicenne, è tra il pubblico quando questi, facendosi strada tra un crescendo di mormorii, raggiunge il palco di una sala conferenze di Vienna. Nessuno si aspettava di trovarsi davanti un ragazzino pallido e slavato, con le guance ancora imberbi e sul labbro appena un’ombra di peluria. Il suo nome circolava già da qualche tempo per Vienna con la stessa meraviglia che segue il manifestarsi di un prodigio, per non dire di un miracolo. Tutti erano convinti che dietro lo pseudonimo con cui Hofmannsthal pubblicò i suoi primi componimenti si nascondesse qualcuno di più maturo. Perciò la sorpresa fu enorme. Era dai tempi di Goethe che non si leggevano versi di una simile perfezione. Zweig, più di tutti, rimane sgomento di fronte a quell’altrettanto giovane poeta, che sembra sceso dal cielo.
“Hofmannsthal era inquieto, incostante, suscettibile, sensibile a ogni mutamento atmosferico, irritabile e umorale nei rapporti privati, così che non era sempre facile avvicinarlo. Ciononostante, quando un problema lo interessava, era come se in lui si accendesse qualcosa: in un unico volo luminoso, ardente e infuocato simile a quello di un razzo riconduceva ogni discussione alla sua sfera, accessibile a lui soltanto. Non ho mai avuto conversazioni di pari livello intellettuale se non talvolta con Valéry, che tuttavia pensava in modo più pacato, più cristallino, e con l’impetuoso Keyrseling. In quei momenti di autentica ispirazione tutto era presente e vivido nella sua memoria diabolicamente vigile: ogni libro letto, ogni quadro veduto, ogni paesaggio… Le metafore si susseguivano concatenandosi l’una all’altra con la stessa naturalezza con cui si congiungono due mani, nuove prospettive si aprivano al pari di un improvvisato sipario che si sollevava sopra orizzonti che sembravano già chiusi. Per la prima volta in occasione di quella conferenza e in seguito negli incontri personali ho percepito in lui l’autentico flatus, il vivificante ed esaltante respiro dell’ incommensurabile, di ciò che non potrà mai essere pienamente accessibile alla ragione.”
L’incontro con Hofmannsthal non è che il primo. Zweig è solo all’inizio di uno percorso straordinario che nel giro di quarant’anni lo porta a conoscere i più noti scrittori, pittori, scultori, poeti, attori e politici del suo tempo. Volti e nomi che noi associamo a noiosi manuali di scuola, ma che all’epoca erano persone in carne e ossa. Appartenenti forse a un rango più elevato di quello della gente comune, e perciò la testimonianza di Zweig è ancora più straordinaria. Di tutti conserverà un accorato ricordo. Basti pensare che, allorché sarà sbandito, in fuga dalla sua patria e ormai anziano, ripenserà con nostalgia a quegli anni in cui la vita gli si spalancava di fronte, gravida di promesse e di speranze. Il mondo è la sua ostrica e lui non ha che da aprirla e gustarne il frutto più tenero. Di lì a poco lascerà infatti l’Austria. La prima città che visita è Parigi. L’impressione della capitale francese sul suo animo è struggente. Si capisce subito quanto egli l’abbia amata.
“[…] in nessun luogo come a Parigi si avvertiva con più intensa felicità la spensieratezza ingenua e dunque straordinariamente saggia dell’esistenza, poiché in questa città essa era costantemente riaffermata dalla bellezza delle forme, dalla dolcezza del clima, dall’opulenza e dalla tradizione. Ciascuno di noi giovani assimilava un poco di quella leggerezza, aggiungendovi in questo modo la propria parte. Cinesi e scandinavi, spagnoli e greci, brasiliani e canadesi, tutti si sentivano a casa propria sulle rive della Senna. Nessuna costrizione, nessun obbligo: si poteva parlare, pensare, ridere, imprecare come si voleva.”
Come dargli torto, del resto. Da ogni parte si respirava ottimismo. Parigi era l’esempio perfetto di capitale europea: libera da pregiudizi, moderna, culturalmente stimolante. Chiunque era il faber suae quisque fortunae, grazie all’accoglienza indiscriminata e al rispetto sincero. Tra tutti, il periodo parigino sarà quello a cui Zweig rimarrà più legato e non solo per la quantità di incontri e di scambi. A Parigi, per la prima volta, lo scrittore austriaco può identificarsi non più solo come austriaco o straniero, bensì come europeo. La macchina perfetta che era la società parigina, rappresentava, in proporzione, ciò che poteva essere l’Europa. Un crocevia di incontri, dove si poteva entrare e venire subito accolti per ciò che si era, anziché in base a un’idea o uno stereotipo. Non c’era ancora diffidenza – o peggio, paura – verso lo straniero. A Parigi le classi sociali non determinavano il valore della persona, come invece succedeva a Vienna. Ricchi e intellettuali facevano le stesse cose che facevano i proletari e frequentavano gli stessi posti.
“Parigi conosceva soltanto un allineamento dei contrasti, anziché un alto e un basso. Non esisteva alcuna barriera visibile tra le strade di lusso e i vicoli più sudici pochi metri più in là, e dovunque si avvertiva un’identica vivacità e rilassatezza. Nei cortili di periferia suonavano i musicanti di strada, dalle finestre si udivano cantare le midinette al lavoro; si sentiva sempre una risata nell’aria o un parola amichevole. Se qua e là due vetturini erano a intenti a engueuler, cioè a scambiarsi insolenze, di lì a poco li si vedeva stringersi la mano e bere un bicchiere di vino insieme, mangiandoci su – a un prezzo ridicolo – un paio di ostriche. Non c’era nulla che risultasse rigido o complicato.“
Qui può finalmente scrollarsi di dosso il vecchiume stantio del suo paese e dedicarsi a coltivare amicizie influenti che lo guidino a essere uno scrittore migliore. Il poeta Verhaeren, per esempio, lo introduce nella cerchia dei personaggi più illustri della città, portandolo perfino a conoscere Rodin. Il contatto diretto con un artista come Rodin cambierà per sempre le sue vedute e inciderà sul suo animo in maniera profonda. Da Parigi in poi Zweig non sarà più lo stesso e solo dopo aver visto Parigi comprende appieno la bellezza della libertà. Non già di quella individuale, ma della libertà intesa come la possibilità di frequentare chiunque, di andare dove si vuole, di essere se stessi a prescindere dalle convenzioni sociali. Non può immaginare che un giorno la privazione della libertà sarà una delle cose più dolorose da sopportare.
Simili a Parigi, seppure non così belle, saranno Berlino e Londra, che Zweig visiterà in seguito. Si reca anche negli Stati Uniti che allora erano molto diversi dagli odierni Stati Uniti. L’ardore febbrile di novità e velocità arriverà soltanto nel dopoguerra. L’America vista da Zweig era ancora una nazione arretrata, ma sulla quale stavano già spuntando i primi germogli, i più promettenti, che in Europa avevano da tempo dato i loro frutti. Gli succederà anche un fatto simbolico che vale la pena di raccontare. Passeggiando a Philadelphia, vede nella vetrina di una libreria l’edizione tedesca di un suo libro e sarà una scoperta strana perché non credeva che il suo nome potesse arrivare fin lì. Ma le ombre che lo aspettano al rientro, purtroppo, gli fanno presto dimenticare quanto la letteratura sia capace di annullare le distanze e unire gli essere umani. La Grande Guerra è sul punto di travolgere l’Europa, quell’Europa senza confini che egli amava. Il risveglio, insomma, non poteva essere più amaro.
“Avevo ormai vissuto un decennio del nuovo secolo, visitato l’India e visto un pezzetto dell’Africa e dell’America; cominciavo a guardare la nostra Europa con un entusiasmo nuovo e più consapevole. Mai ho amato la nostra vecchia terra più che in quegli ultimi anni prima della guerra, mai ho sperato di più in un’unione dell’Europa, mai ho creduto di più al suo futuro come in quei giorni in cui eravamo convinti di assistere a una nuova aurora. Era già invece il bagliore dell’enorme incendio che si avvicinava.“
Con l’arrivo della Prima Guerra mondiale viene spazzata via del tutto l’illusione che egli aveva coltivato di periodo di prosperità tra gli uomini. Nondimeno il suo ottimismo è ancora piuttosto saldo e la sua fiducia nel domani coraggiosamente al suo posto. Zweig aspetta pazientemente la fine del conflitto. Si rintana nella scrittura, nella letteratura, come un valido rifugio dal male e dall’odio. Ne approfitta per rinsaldare i contatti con gli altri intellettuali, almeno con coloro che non hanno ceduto alle sirene dei loro governi e si sono trasformati in alfieri per la causa nazionale. A differenza di chi da un giorno all’altro, da pensatore illuminato si è trasformato in servo della guerra, egli lavora invece per sostenere la pace e combattere le divisioni. Si rende conto di essere in netta minoranza e tuttavia sa che questa è la cosa giusta da fare. Per un po’ è costretto a lavorare in sordina, facendo attenzione a ciò che scrive e a ciò che dice. Ripara per sicurezza a Salisburgo, ritornando cioè a casa, dove ha comprato un appartamentino isolato e dove può continuare a scrivere in pace. Dopo tanto penare, piano piano le cose per lui si sistemano.
Le due decadi tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale vedono infatti l’apice del successo di Stefan Zweig. La sua ascesa è inarrestabile. Tutti a un certo punto vogliono i suoi libri e il suo editore fatica ad assecondare le richieste. Diventa in assoluto lo scrittore più letto al mondo. La fama e la ricchezza, purché improvvise e inaspettate, non gli fanno però perdere di vista neanche un attimo la missione che nel periodo più buio si era prefisso, vale a dire combattere l’orrore con la bellezza. Zweig sa – o se non lo sa, voglio pensare che quantomeno lo abbia immaginato – che il peggio doveva ancora arrivare. Nel suo animo (perché certi individui, sollevandosi più in alto degli altri, scorgono prima i venti più minacciosi) egli lo sentiva. Aveva previsto che il suo destino, benché luminoso, non sarebbe stato un destino facile e che, con la stessa velocità con cui aveva raggiunto la vettà, poteva precipitare da un momento all’altro nell’abisso. Quell’abisso in realtà un nome ce l’aveva già. Si chiamava Adolf Hitler e, per ironia della sorte, abitava a poche centinaia di metri da casa sua. Così, mentre un austriaco veniva finalmente acclamato dal mondo intero per i suoi libri, un altro austriaco si preparava a inghiottire ciò che restava di quel mondo.
“Per una legge ineluttabile della Storia, proprio ai contemporanei è negata la capacità di riconoscere sin dal principio i grandi movimenti che determinano la loro epoca. Così non riesco neppure a ricordare quand’è stata la prima volta che ho sentito il nome di Adolf Hitler, questo nome che da anni siamo costretti a pensare o a pronunciare ogni giorno, anzi, quasi ogni istante per una qualche associazione d’idee, il nome dell’uomo che ha arrecato più sventura al nostro mondo di chiunque altro in passato.“
Nonostante il nazismo fosse ormai prossimo a scrivere la pagina più nera di tutta la Storia, le pagine del Mondo di ieri brillano invece, a distanza di ottant’anni, di una rara forza. Non vi è neppure un punto in cui l’autore cede al pessimismo, al nichilismo e al disincanto. Ci sono, è vero, momenti di intensa crisi, per ciò che sta succedendo e per il dramma di vedersi strappare via tutto, per quella libertà che gli viene tolta, per aver dovuto mendicare ospitalità in un altro paese. Il racconto di Zweig vibra con la passione di un uomo innamorato della vita e del futuro, che credeva dal profondo del suo cuore nella bontà del genere umano. Accanto alla sua filantropia campeggia, a pari livello, una modernità che ci sconvolge, perché sembra parlare del nostro mondo. Oggi che la guerra è ancora una minaccia – o meglio, è sempre una minaccia – dovremmo tutti prendere in mano il Mondo di ieri e rileggere passi del genere:
“Noi, che nel nuovo secolo abbiamo imparato a non lasciarci più sorprendere da alcuno scoppio di bestialità collettiva, noi che ogni nuovo giorno ci aspettavamo eventi più empi e scellerati del precedente, siamo molto più scettici a proposito di una perfettibilità morale del genere umano. Noi che siamo stati costretti a dar ragione a Freud, quando dice che nella nostra cultura, nella nostra civiltà vede soltanto un sottile diaframma che può essere sfondato in qualsiasi momento dagli impulsi distruttivi del mondo sotterraneo, ci siamo dovuti abituare a vivere sentendoci mancare la terra sotto i piedi, senza diritti, senza libertà, senza sicurezza. Da lungo tempo ormai abbiamo rinunciato alla religione dei nostri padri, alla loro fede in un rapido e costante progresso dell’umanità; a noi, così crudelmente illuminati, quel precipitoso ottimismo appare banale a fronte di una catastrofe che, in un sol colpo, ci ha catapultato indietro di mille anni sulla via degli sforzi del genere umano. Ma se anche i nostri padri obbedirono soltanto a un’illusione, essa era pur sempre molto più nobile e bella, molto più umana e feconda dei vuoti slogan di oggi. E a dispetto di tutte le delusioni e le esperienze accumulate, c’è qualcosa in me che misteriosamente non riesce a staccarsi da quella fede. Ciò che un essere umano ha assorbito dall’atmosfera del proprio tempo negli anni della fanciullezza continua a rimanere in lui. E malgrado ciò che ogni giornata mi urla nelle orecchie, malgrado ciò che io stesso e innumerevoli miei compagni di destino abbiamo subìto in termini di umiliazioni e sventure, non riesco a rinnegare del tutto la fede della mia giovinezza – che un giorno, nonostante tutto, il genere umano riprenderà la sua corsa verso il progresso. Perfino dal baratro di orrore in cui siamo precipitati, nel quale oggi brancoliamo tentoni, semiciechi, con l’animo sconvolto e straziato, perfino da quaggiù continuo ad alzare lo sguardo verso le costellazioni che splendevano nel cielo della mia infanzia, e mi consolo con la fede innata che questa ricaduta, un giorno, sembrerà soltanto un intervallo nel ritmo eterno dell’eterno progredire.“
Come non sentire l’eco dei nostri dibattiti, dei dissidi intergenerazionali, dei figli che rinfacciano ai padri di aver ipotecato il loro futuro. Ma se nei nostri dibattiti è sparita qualsiasi ombra di speranza, in queste accorate parole la speranza era ancora viva: il mondo avrebbe ripreso il suo cammino, l’Europa sarebbe guarita da ogni forma di odio e di discriminazione. O, quantomeno, era quello che si augurava Zweig e che, se non convince, finisce però col commuovere, perché la fede, proprio in quanto salto cieco, prevede che uno non debba soffermarsi troppo sull’abisso. Noi oggi l’abbiamo perduta del tutto la fede. Non crediamo più che le cose possano sistemarsi. Magari cent’anni fa ci si poteva ancora illudere, oggi sarebbe uno sciocco chi si azzardesse a ripetere queste cose. I rischi sono troppi, le minacce incalcolabili, per credere che si possano sbrogliare solo aspettando. La guerra rimane la più terribile delle minacce e, guarda caso, è sempre lì, all’orizzonte, proprio come lo era nel 1939, quando Hitler invase la Polonia, trascinando il mondo sul campo di battaglia. Da allora è cambiato ben poco. Anzi nulla. L’umanità non ha fatto grossi passi in avanti. Ne abbiamo fatti molti di più indietro. Le “magnifiche sorti e progressive” si sono concretizzate soltanto nella tecnologia, non nella sfera umana, cresciuta molto di più in egoismo e cinismo. Ci credeva o non ci credeva non spetta a noi dirlo, né metterlo in dubbio. Stefan Zweig era veramente convinto che il suo mondo, il mondo del domani, avrebbe sconfitto il nazismo? Se lo fosse stato forse non si sarebbe suicidato nel 1942 a Petrópolis, in Brasile, dimostrando coi fatti che quel decantato ottimismo era effettivamente sentito, e non un mero artificio letterario. Ma così facendo rovino tutto il romanticismo del libro, me ne rendo conto. Non voglio togliere nulla agli appelli di pace e a quel tenue filo di speranza che unisce la prima all’ultima pagina. È bello così: perdersi in un mondo che non esiste più, in compagnia di un gentiluomo discreto, con del jazz in sottofondo, mentre qualcuno balla e fuori è già calato il buio, a parlare di libri e di poesia.
“Il sole splendeva forte e intenso. Mentre m’incamminavo verso casa, notai d’un tratto la mia ombra che si allungava davanti a me, così come vedevo l’ombra della guerra passata dietro la guerra presente. E da allora quest’ombra non mi ha mai abbandonato, sovrastando i miei pensieri giorno e notte; forse il suo cupo profilo si è posato anche su alcune pagine di questo libro. Ma dopotutto ogni ombra è figlia della luce, e solo chi ha conosciuto luce e tenebra, guerra e pace, salite e crolli, può dire di aver davvero vissuto.”
Ricordo uno speciale Disney di tanti anni fa, nel quale il papero più famoso del mondo, prossimo a festeggiare i sessant’anni, faceva di tutto per rimettersi a nuovo e arrivare preparato all’evento. Si sottopone a lifting terribili, (con le mollette da bucato, per capirci) e lascia che gli mettano creme su creme (più immancabili cetrioli sugli occhi) per arrestare l’invecchiamento. Intraprende cure dimagranti da cliniche fantozziane e cambia il look per apparire più giovane. Il buon vecchio Paperino, che si sente ancora un ragazzo, vuole a tutti i costi dimostrarlo, in barba a ciò che dice la carta d’identità.
Quegli stronzi dei suoi tre nipoti invece, di fronte a ogni suo tentativo di buttare giù qualche chiletto e scrollarsi di dosso qualche primavera, gli ripetono a mo’ di cantilena, “Nessuno è più ridicolo di un vecchio ridicolo!“. Il povero e senescente Paperino, da par suo, convinto che quei discutibili (e in effetti ridicoli) rimedi funzionino, per un po’ va avanti, ma alla fine si accorge della situazione e dopo varie vicissitudini, tentennamenti morali e prese di coscienza, accetta di aver ormai raggiunto sessant’anni e che può fare ben poco per evitarlo.
Aggiungo, solo come chiosa, che io a differenza sua avrei diseredato le tre canaglie, quei mangiapane a tradimento di Qui, Quo e Qua. O li avrei quantomeno cacciati via di casa. Ma queste sono considerazioni mie. Paperino si comporta da signore e, come ogni buon capofamiglia, affoga il proprio dolore nella speranza un giorno di ereditare i miliardi di Zio Paperone e sparire ai Caraibi.
Fuori dal fantasioso mondo dei fumetti, lo scontro generazionale è più sottile e frammentato, sommerso in statistiche che, a chi non ne capisce, dicono ben poco. E’ tuttavia un dato di fatto che in Italia negli ultimi anni si sia acuito sempre più lo scarto tra vecchi e giovani. Da una parte abbiamo i millennials, questo enorme bacino di adolescenti-ventenni-trentenni (fino alla soglia dei quaranta) e dall’altra, rullo di tamburi, esatto, i cinquanta-sessantenni.
I due schieramenti non si parlano. Perché hanno ben poco da dirsi. Collaborano, quando collaborano, a malapena e controvoglia, accusandosi reciprocamente, a colpi di violentissimi tweet, di scarsa voglia di lavorare (sposarsi, farsi una famiglia, fare figli, comprare casa, andare militare, impegnarsi una volta per tutte, che io alla tua età saltavo i fossi per il lungo) e di scarsa empatia (voi non ci capite, ci volete sfruttare, non ci offrite prospettive concrete, ci rubate il futuro, e allora meglio emigrare e fare i lavapiatti a Londra che gli schiavi gratis in Italia), in uno stallo paludoso.
Con la conseguenza che questo paese nel frattempo langue. Ma di chi è la colpa, contro chi si può puntare il dito? Perché in Italia questo esercizio si fa e si fa forte. Contro i giovani? Eh no dai, la loro colpa semmai è di essere ben poco agiati e molto più “adagiati” (nello specifico sul divano, in attesa di trovare un senso alla propria vita). Michela Serra ha scritto un libro crudelissimo sulla generazione “smidollata” dei millennials, Gli Sdraiati. Ma a mio dire si tratta di una colpa veniale, nel senso che lo scoramento lo capisco. Certo, non lo giustifico, ma lo capisco.
Repubblica analizza questo divario e conclude che la colpa sia dell’altro schieramento, non dei brufolosi e capelluti millennials, bensì degli attempati cinquanta-sessantenni.
[I giovani] vedono il proprio futuro in patria “frenato”: bloccato, dalle generazioni precedenti. Adulti e anziani. Un orientamento particolarmente marcato in Italia. Dove i più giovani, per questa ragione, ritengono utile “emigrare”. Per avere un futuro. (qui)
Indi per cui, dice l’articolo, “l’indagine fa emergere molti segni di In-Sicurezza. In tutti i Paesi. Ma, soprattutto, in Italia. Dove le età della vita – e la gioventù, in particolare – appaiono difficili da “de-finire”. Cioè, de-limitare. E ciò proietta l’immagine di una gioventù in-finita. Mentre la vecchiaia avanza. E noi fatichiamo ad accettarla. Così, de-limitiamo il futuro. Dei giovani. E di tutti noi. Con il rischio di perdere di vista l’orizzonte. E dimenticare il passato. Per questo conviene ascoltare i giovani. E guardare avanti. Senza illudersi di fermare il tempo.”
Con una triste conferma, nel grafico che segue, dove il dilagante pessimismo dei succitati Adagiati ci viene sbattuto in faccia senza complimenti:
E allora io posso solo incazzarmi. E parecchio, perché questa situazione, confermata dai numeri, dimostra una teoria che io ho sempre sostenuto. Cioè che la generazione maledetta che ci tiene la testa sott’acqua e ci sbeffeggia in un italiano sgrammaticato e citazioni latine naive è alla resa dei conti imbattibile. Dalla sua ha una posizione di dominio sociale che potrà solo declinare col progressivo pensionamento ma che, per il momento, è intoccabile (a meno che non ci sia una Rivoluzione con ghigliottina di massa) e in più una longevità lavorativa che le nuove generazioni non raggiungeranno mai e che garantisce sonni tranquilli e zero incubi.
Noi, poveri e sfigati millenials, possiamo solo sognare nuovi anni ’80, posti di lavoro offerti a gente con la terza media e indeterminati a pioggia. Salvo poi svegliarci sudati, e non per lussuriosi visioni notturne, ma per il senso di impotenza che deriva dalla certezza che uno status del genere non lo avremo mai e che quel glorioso periodo della storia italiana non si ripeterà più.
In parte emigreremo, in parte resteremo. Continueremo a odiarci e a fingerci amici. Loro perché sanno che siamo più bravi, che parliamo meglio l’inglese, che siamo più tecnologici e abbiamo più idee. Perchè abbiamo ancora voglia di cambiare le cose, di rimediare ai loro errori, di salvare il salvabile (Terra compresa), di ripartire dalle briciole lasciate dal loro lauto banchetto. E noi perché purtroppo abbiamo ancora bisogno di loro, che ci offrano un lavoro decente, ci diano un buono stipendio (e non l’elemosina), ci permettano di sperimentare anziché ostacolarci, così da dimostrargli che ne abbiamo le tasche piene della loro incompetenza e superficialità, del loro “si stava meglio prima” e delle continue lezioni morali, loro che di morale hanno ben poco, dopo essersi venduti l’anima per una vita senza scossoni e una pensione dorata, dopo aver saccheggiato, evaso, concusso, corrotto, politicizzato, avvelenato finanche lo scheletro di questo paese col loro razzismo, il loro imbarazzante cattolicesimo, la pretesa di etichettare persone e costumi in un eterno millenovecentocinquanta che rende l’Italia fanalino di coda in tutto, tranne che nelle statistiche negative.
Se tutto ciò prima o poi dovesse succedere, potremo finalmente canzonargli in faccia la loro ridicola arroganza, i pantaloni attilati da ragazzini e la polo con il colletto sollevato, che non fa ventenne, ma cinquantenne disagiato. Bisognerà che queste cose qualcuno gliele dica perché, ci insegna Paperino, Nessuno è più ridicolo di un vecchio ridicolo!
Sì, avete letto bene. Non ho confuso la terza persona del verbo Essere con la “e” congiunzione. Ho scritto proprio che scrivere è morire (che sa molto di Amleto ma che in realtà vuole suonare molto meno altisonante rispetto al famoso mongolo).
Per introdurvi al mio ragionamento, vi offro in lettura questa bellissima poesia:
L’opera
Ecco, è finito: non si tocca più. Quanto mi pesa la penna in mano! Era così leggera poco prima, Viva come l’argento vivo: Non avevo che da seguirla, Lei mi guidava la mano Come un veggente che guidi un cieco, Come una dama che ti guidi a danza. Ora basta, il lavoro è finito, Rifinito, sferico. Se gli togliessi ancora una parola Sarebbe un buco che trasuda siero. Se una ne aggiungessi Sporgerebbe come una brutta verruca. Se una ne cambiassi stonerebbe Come un cane che latri in un concerto. Che fare, adesso? Come staccarsene? Ad ogni opera nata muori un poco.
La poesia di Primo Levi è emblematica di un sentimento legato al processo creativo e più in particolare a quello della scrittura, inteso come meccanismo allo stesso tempo di generazione e di distruzione. Nello specifico, di generazione di un’opera e di distruzione dell’autore. Come ricordavo già in un altro articolo, sorto però da riflessioni contingenti di natura diversa, scrivere rappresenta un mestiere tutt’altro che divertente. Dall’alto (nel mio caso, secondo volontaria quanto poco credibile professione di umiltà, dal basso) dei miei due libri, posso confermare quanto sostenuto all’epoca e quanto viene detto, in maniera molto più elegante, da Primo Levi.
Senza voler cadere in un vuoto esercizio di ripetizione del già detto e, ancora peggio, di spiegazione o parafrasi della poesia, mi piacerebbe dire, a chi volesse perseguire la strada accidentata della scrittura, che le difficoltà che incontrerà non saranno poche. Io stesso ne ho scoperte altre, che allora non conoscevo, ma che mi si sono presentate davanti dopo essermi lasciato alle spalle, come dicevo, un paio di libercoli.
Innanzitutto di attesa dell’ispirazione. Un libro non è un semplice prodotto di calcoli e di somme. Non ci si mette a raccontare qualcosa sulla base soltanto di un piano prefabbricato. Un libro nasce anche e perché un giorno a qualcuno, per motivi che non si capiranno mai bene, è venuta un’idea, perché è stato rapito da una folgorazione. A volte, fuor di religiosità, perfino da un’apparizione. Quello che si costruisce poi, su tale idea, è quindi il libro. Ma l’idea iniziale, il germe dell’opera nasce molto spesso per caso. Può essere qualcosa legato a un fatto personale, un episodio della propria infanzia, un aneddoto, una notizia di cronaca. Può essere anche un sogno, un equivoco, una visione deliberata e irreale, come quando si vedono cose per effetto di sostanze stupefacenti.
Si parte perciò dall’incrocio favorevole dell’esterno con l’interno, della propria “sensibilità”, che urtata come una corda da un disturbo nella forza (per usare un termine Jedi) produce quindi un suono, o meglio, un progetto letterario. Gli scrittori si piccano infatti di possedere una sensibilità più accentuata del prossimo e di saper cogliere dettagli, nei quali intravedono storie e immaginano intrecci. Detta così può sembrare qualcosa di romantico ma i problemi, credetemi, sorgono in seguito.
Scrivere richiede uno scavo violento all’interno del proprio essere. Affinché quella ispirazione originaria si possa trasformare in qualcosa di tangibile, ha bisogno di venire alimentata dalle energie “fisiche” dello scrittore. Richiede di eseguire una vivisezione dei propri sentimenti. Lo scrittore non può e non deve limitarsi a mettere insieme dei pensieri così, alla rinfusa, nella speranza che prendano corpo da soli. Deve aggiungervi del proprio. Deve staccarsi dei brandelli di anima. Deve sacrificarsi in virtù di creature che vivranno senza di lui ma che però avranno sempre qualcosa di suo. Impasterà perciò nel testo le sue memorie, le sue emozioni, il suo modo di vedere la vita, il suo carattere (malinconico, pessimista, romantico, nichilista, filosofico, naive…), qualunque esso sia. Però il suo cammino dovrà passare per forza attraverso questo stretto imbuto, fatto di denti e lame, altrimenti non ne verrà fuori niente di buono.
Perché il suo racconto sia credibile, il lettore dovrà un domani trovare nel libro tracce di umanità, una prova che sia stato un individuo come lui a scriverlo. Bisognerà che ci sia, tra le righe, la presenza di un’altra persona nella quale egli possa identificarsi o a cui voglia ispirarsi, e che sia stato abbastanza abile da intrattenerlo per qualche ora, mentre lui se ne sta seduto sul treno o sotto le coperte di casa, parlandogli di persone che fanno qualcosa e che vanno da qualche parte. Questo perché, senza brandelli di anima e di umanità, la storia, qualsiasi storia, perde la sua spinta e rimane pura teoria.
Inoltre, come ho già ripetuto, scrivere è estenuante. Sembra non finire mai. Si scrive, per lunghi mesi (fortunati quelli che ci riescono senza interruzioni), andando avanti di poco, tornando indietro per correggere, rivedere, cancellare (sic!). Insomma, scrivere non è una corsa dei 100 metri. È più o meno una maratona. Si suda, si fatica, ci si lacera, e ci si macera (nei dubbi, su tutto, sulla trama, sui personaggi, sulle contraddizioni, sul voler gettare la spugna). Ma alla fine – se non si è ceduto – gli sforzi vengono ripagati dalla felicità con cui si appone la parola “fine” in calce all’ultimo capitolo.
Dietro la parola fine, quella parola magica e misteriosa che sembra sancire le attività più solenni, sarà rimasta sulla carta un’ombra, abbastanza vistosa, di un essere misterioso, il cui nome in genere si trova appena sopra il titolo (o in fondo alla copertina). Costui sarà stato l’artefice di quella fatica straordinaria iniziata in maniera tanto casuale e durata per così tanto tempo. Costui avrà consegnato al pubblico una fotografia di se stesso, una prova della sua nudità interiore che, benchè dietro suo consenso, gli sarà però stata sottratta per sempre.
In questo senso si può affermare che l’opera nata uccide l’autore e che, di conseguenza, scrivere è morire. Poiché a furia di staccarsi pezzi di anima, di farsi rubare l’intimità, è possibile che di quel povero scrittore, dopo l’ennesimo libro, non rimanga più nulla, se non una marea di carte nelle quali egli, se sarà stato bravo, continuerà tuttavia a sopravvivere.
Qualche tempo fa avevo scritto un articolo ispirato a una novella di Verga, Lacrymae Rerum (qui). Come la novella, anche il mio articolo era molto malinconico.
Mi ha sempre fatto riflettere il punto di vista sulla vita dell’uomo, spostato da questi al luogo in cui si svolge la sua vita: la casa. Ed è appunto l’intuizione di Verga e il principio ispiratore della sua novella, seguire l’avvicendarsi di persone diverse all’interno di un ambiente che, col cambiare dei suoi inquilini, cambia esso stesso e si fa pieno di vita per esempio quando lo abita una giovane coppia che pensa al futuro, lugubre e mortifero quando ospita gli ultimi giorni di un anziano malato.
Nella mia raccolta di poesie, Vicino al finestrino, ho messo una poesia proprio ispirata a quella novella, che voleva essere un omaggio, un inno alla transitorietà dell’esistenza, della felicità (così come dell’infelicità). Insomma, un pensiero sull’uomo in generale. La ripropongo qui:
Cosa c’è di più triste di una casa vuota le valigie vicino alla porta i mobili scarni e impolverati niente quadri alle pareti un cucchiaio dimenticato in fondo a un cassetto. Scatoloni di libri e un profumo di armadi senza vestiti come altari dissacrati. Una tenda perennemente tirata su una finestra che non si apre più da cui non rimbomba più vita suoni, risate, stoviglie, musica la sera. Lì un tempo viveva qualcuno: spuntava ogni tanto un ciuffo due manine abbarbicate al davanzale una donna che cingeva al petto la sua dolce creatura che sorrideva vedendo suo padre imboccare la strada di casa. Poi un uomo da solo rumore di piatti a cena e poco via vai sempre alla stessa ora a elemosinare compagnia. Non come i due vecchi che vennero dopo stanchi e silenziosi, due sagome di morte su cui alla fine è scesa la notte. Una finestra di nuovo spalancata a far respirare la casa che ora non piange e non ride, di cui nessuno si preoccupa. Forse si riempirà di nuovo, intanto aspetta sotto i teloni incerati che coprono i divani e dietro uno scudo di tapparelle abbassate. Gli ultimi stanno per andarsene, si porteranno appresso i loro ricordi nei loro sacchi verso la prossima casa lasciando le lacrime nelle cose.
La Russia è sempre stata patria di grandi scrittori e grandi pensatori: Tolstoj, Dostojevskij, Čechov, Gogol (che scriveva in russo ma che era nato in Ucraina) solo per citarne alcuni. L’elenco potrebbe proseguire a lungo, perché la tradizione letteraria russa è vasta quasi quanto la sua estensione geografica (la Russia è la cosiddetta terra degli 11 fusi orari). Quelli che ho ricordato sono gli scrittori che io personalmente amo di più. Ma ce n’è un altro che ho amato molto…
Si tratta di Ivan Sergeevič Turgenev, scrittore e drammaturgo russo, appartenente al glorioso Ottocento, l’epoca in cui la Russia si scopriva a poco a poco creatura bella e maestosa, sconosciuta e sterminata. Però, al contempo, la Russia di Turgenev era anche una terra dolorosamente spaccata a metà: da una parte i ricchissimi proprietari terrieri, dall’altra i poveracci nullatenenti, destinati a lavorare tutta la vita fino a che la schiena gli reggeva. I proventi degli uni finivano, come si può immaginare, tutti nelle tasche degli altri. La classe agiata era – o almeno ci provava – anche la classe degli intellettuali e degli istruiti, di coloro che disponevano dei mezzi per viaggiare e costruirsi una cultura, in prevalenza all’estero, dove l’effervescenza intellettuale aveva toccato il suo culmine. Il vantaggio dello scambio continuo con l’Europa spingeva i giovani russi a entrare in contatto con le novità del momento, di cui potevano sentir parlare a Parigi o a Londra. Dopodiché, una volta rientrati, gli stessi giovani facevano dei salotti di Mosca o San Pietroburgo il fulcro della loro élite culturale, che era tutt’altro che periferica, poiché le teorie europee, rielaborate e approfondite, venivano successivamente esportate, attraverso saggi e romanzi, nel resto d’Europa.
Nel salotto di una di queste tante famiglie russe, Turgenev ambienta Padri e figli, un romanzo che mi è sempre piaciuto (e che è in procinto di spegnere quest’anno la bellezza di 160 candeline pur rimanendo, credetemi, modernissimo). Turgenev, nel suo tipico stile dissacrante e ironico, dipinge il più classico degli scontri generazionali: quello tra padri e figli. I figli (che poi in realtà si tratta di una coppia di amici, di cui soltanto uno è il figlio) sono coloro che rappresentano la novità e il rinnovamento apportato da una gioventù ribelle, in contrapposizione alla vecchia guardia, rappresentata da un altro personaggio, il padre, figura emblematica e significativa.
Evgénij Bazàrov, il vero ribelle della situazione, è il propugnatore, direi quasi l’alfiere, di correnti nuove, arrivate da fuori e sbattute in faccia al vecchio Nikolaj Petrovič Kirsanov, modesto possidente terriero, ancora legato alla cultura e alle dottrine della sua generazione e che incarna un po’ la polverosità della Russia d’antan, come lui adagiata sul suo glorioso passato, di cui vorrebbe conservare in eterno la compattezza. Ma Bazàrov, in compagnia del suo amico Arkadij, figlio di Nikolaj Petrovič Kirsanov, di ritorno dai loro viaggi si recano in visita al padre di Arkadij e non perdono tempo per sferrare accuse pesanti al vecchiume difeso invece da Nikolaj. Fino a che, dopo tanto litigare, i tre non si arrocano su estremi inconciliabili, senza più alcun apparente punto di incontro.
Il romanzo ha i suoi risvolti tragici e comici. Tragici perché si intende chiaramente che la Russia è ormai a un bivio e che ciò che è sopravvissuto della grande Russia che ha sconfitto Napoleone sono una manciata di vecchi testardi, chiusi in residenze di campagna, innamorati di un passato che non potrà essere più. Mentre la gioventù liberale e libertina scalpita dal canto suo per scoperchiare qualsiasi tabù e fare i conti con questioni anche spinose, come l’ateismo e il nichilismo, imbracciandoli come vessilli di un nuovo esercito, non militare, come vorrebbe la generazione di Nikolaj, cresciuta a pane e guerre, bensì teorico, per combattere finalmente nell’arena dei coetanei degli altri paesi usando le stesse armi. Per i giovani russi della seconda metà dell’Ottocento, è quindi giunto il momento di staccarsi dalla gloria monolitica del loro paese e accogliere come un oceano le infinite correnti letterarie, culturali e storiche in arrivo dall’Europa.
Nell’inconciliabilità di due generazioni presentate come agli antipodi, emerge nitido anche il presente della Russia. La bravura di scrittori come Turgenev è nell’aver saputo anticipare l’avvenire, oltre ad aver trovato una formula per cristallizare, in un gioco letterario, fondamentali dinamiche sociali così che si facciano perennemente attuali, a prescindere dall’epoca in cui le si legge. La contrapposizione tra padri e figli non è certo confinata al periodo di Turgenev. Sono sempre esistiti e sempre ci saranno litigi tra questi due mondi, così vicini e allo stesso tempo così lontani. Potranno cambiare gli argomenti e le questioni del contendere, ma una cosa è certa: padri e figli litigheranno sempre. Si rinfacceranno sempre la reciproca incompresione e gli uni accuseranno sempre gli altri di voler arrestare il progresso e mettere loro i bastoni tra le ruote.
In un certo senso, il conflitto dura ancora oggi. Nella Russia del Terzo millennio, i figli affrontano ancora i loro genitori. La terribile guerra di Putin ha fatto venire a galla le distanze presenti all’interno del grande popolo russo che si è lentamente diviso in due schieramenti, uno indirizzato verso il passato, l’altro verso il futuro. Grazie alla propaganda e ai decenni di lavaggio del cervello, la Russia sovietica è una realtà ancora concreta nella mente balorda delle vecchie generazioni, che non la rimpiangono affatto, ma che anzi, se fosse per loro, la vorrebbero di nuovo. Di contro, i giovani russi, quel periodo buio non l’hanno vissuto e non ci tengono proprio a riesumarlo, avendo forse hanno intuito i pericoli che si celano dietro una nostalgia troppo nervosa. Per loro l’unica strada è quella della modernità.
Un bel canale Youtube (1420), curato da un ragazzo russo, propone interviste per strada ai ragazzi russi, i quali, quasi tutti, di fronte a domande come “Cosa pensi di Putin?” o “Volete di nuovo l’URSS?”, rispondono unanimi (a parte alcuni, che non si sa se mascherano le loro risposte per paura di sanzioni o sono stati ormai ‘istituzionalizzati’) di non volerne più sapere della Russia sovietica, di voler uscire dalla gabbia dei ricordi, in cui sarà anche stato vero che si viveva con poco e che lo Stato provvedeva ai bisogni del popolo, ma è altrettanto vero che il prezzo da pagare erano libertà (non solo di parola) e intraprendenza individuale.
Nell’eterna diatriba tra vecchio e nuovo, giovane e antico, passato e futuro, progresso e bei tempi andati, la risposta non è mai facile. Per qualcosa che si perde, qualcosa si guadagna. E viceversa. Sarebbe materia per una sfilza di romanzi la realtà che stiamo vivendo e ciascuno potrebbe brandire la sua verità senza doversi giustificare, sicuro che tanto, almeno una scintilla di verità, sotto tante macerie, la trovererebbe. Ma se c’è una risposta a cui l’umanità è tenuta a stringersi attorno, è la necessità di salvaguardare chi deve ancora venire, chi non ha avuto ancora spazio – o tempo – per dire la sua. Un detto, antico quanto il mondo, ricorda che i giovani non sanno quello possono e i vecchi non possono quello che sanno. Tra impotenza e ignoranza, io, che mi trovo ormai al discrimine tra la generazione dei padri e quella dei figli, per non saper né leggere né scrivere, scelgo l’ignoranza. Se non altro perché un’esperienza non ancora vissuta si può colmare, un’esperienza già vissuta è alimento soltanto di un vano rimpianto e nulla più.
Che nessuna guerra abbia senso è un dato di fatto, ma che questa sia particolarmente – e inutilmente – assurda, è sotto gli occhi di ognuno. Perfino più assurda dei conflitti in Afganistan, Iraq e Siria, gli ultimi in ordine di tempo, i cui attori principali sono sempre loro: i buoni (l’Occidente) e i cattivi (tutti gli altri).
Mossa da motivazioni che solo Putin conosce, la guerra in Ucraina ci impone riflessioni serie e pazienti, ci invita a guardarci dentro e a chiederci, tra le tante cose, da che parte stiamo. Perché è impossibile non schierarsi, è impossibile non farsi un’idea, è impossibile non pensare a come questo evento drammatico abbia cambiato per sempre le nostre vite.
Personalmente, questa guerra mi ha fatto pensare a varie cose. Innanzitutto che è una guerra di Putin. Solo Putin la vuole, e nessun altro. E’ quasi sicuramente il canto del cigno di un uomo solo, triste e (forse) malato che, come Sansone, intende trascinarsi nella tomba l’umanità intera per la paura – umanissima – di venire dimenticato. Putin da stratega è diventato dittatore, da genio politico si è trasformato in autarca spietato e assassino, capace di uccidere a cuor leggero centinaia di innocenti, tra cui bambini, nel tentativo di annettere un popolo che si faceva i fatti suoi, un popolo sovrano, e per dare corpo a questo suo desiderio è disposto a tutto. Così però Putin ha perso qualsiasi credibilità a livello internazionale e si condannato con le sue stesse mani a finire nel più classico dei modi, quello riservato ai dittatori, il modo che dà più sollievo a chi è stato oppresso e calpestato, ossia quello che non prevede, per sua sfortuna, alcun lieto fine.
Putin con la sua scelta scellerata ha cambiato faccia al mondo. Ha tanto per cominciare stravolto l’identità russa, suscitando indignazione e sgomento, perfino tra i russi, che non sono più disposti a ingoiare in silenzio le decisioni dell’autarcato. Questo soprattutto è vero per le nuove generazioni, che sono nate e cresciute dopo la caduta del muro di Berlino, in un paese relativamente libero e che si sono perciò abituate a uno stile di vita più fresco, a comportarsi secondo il modello occidentale, a viaggiare fuori dai propri confini, a navigare in internet, a esprimersi senza il pericolo della censura. La scelta di Putin, comunque la si veda, è di fatto una scelta anacronistica. Per farcene una ragione, dobbiamo pensare che si tratta della mentalità di un’ex spia del KGB, incomprensibile se separata dalla sua cornice storica, in cui cose come “guerra fredda ” e “cortina di ferro” rimandano a nozioni tanto comuni quanto lo erano le previsioni del tempo all’ora di cena.
Aldilà del dispiacere che tutti noi proviamo per un popolo, quello russo, che non vuole la guerra perpetrata dal suo padrone e che si vede costretto a subire la minaccia di ritorsioni terribili, il dispiacere più grande è tutto per il popolo ucraino, costretto alla fuga, a nascondersi sottoterra, a combattere per strada, con armi di fortuna, senza aver ricevuto alcun addestramento, a vedersi violato in casa propria, ad assistere impotente allo sterminio di donne e bambini, a cui era stata promessa la salvezza e che invece, per volere dello zar, viene regalata in cambio una morte feroce che sa tanto di genocidio.
E’ poi anche la guerra dei social. Fa strano, penso non solo a me, assistere a una guerra vista dietro gli schermi di Instagram e TikTok e commentata dalle stesse persone che il giorno prima parlavano di diete e programmi di allenamento. Questo, oltre a farci piovere addosso tonnellate di frammenti sparsi di storie, ci colloca in prima linea sul fronte e rende questo evento un fatto crudelmente tangibile. Grazie ai social, chiunque è spettatore attivo di una guerra altrimenti distorta dall’informazione di regime e corrotta dai canali dell’una o dell’altra parte. E’ perciò una guerra diretta, senza filtri, senza commenti, senza abbellimenti. I cadaveri riversi per terra arrivano sugli smartphone, così come le bombe e i missili che piovono su asili nido, ospedali e condomini di periferia. Questo forse Putin non lo aveva previsto ed è dovuto quindi correre ai ripari, portando le lancette del suo paese indietro di trent’anni, per non trovarsi a dover fronteggiare una guerra anche nel suo giardino, contro un popolo esasperato da atrocità trasmesse live a qualsiasi ora. Mi domando se tutto ciò non minerà come un virus la fiducia fabbricata ad arte dalla sua personale macchina del consenso, intorno a un criminale sempre più isolato.
E’ inoltre la guerra delle reazioni sensazionali e delle cordate di solidarietà. L’Ucraina ha commosso il mondo intero. Ha affrettato la mobilitazione dell’Europa e degli Stati Uniti, di persone famose e di perfetti sconosciuti. Vedendo le immagini degli attacchi, ci siamo sentiti tutti vicini al popolo ucraino e ci siamo sentiti ugualmente impotenti dinanzi alla sfacciata arroganza dell’invasore. Perfino Anonymous si è mobilitato. Si sono mobilitate associazioni sportive, società, stati che mai prima d’ora avevano assunto una posizione in merito a un attacco militare. Bello vedere come la solidarietà abbia unito il fronte degli avversari di Putin. Meno bello è stato vedere che purtroppo nazioni come la Cina e l’India non hanno condannato in maniera altrettanto forte Putin ma gli hanno offerto il fianco, se non proprio un aiuto, mettendo davanti i loro interessi economici. D’altronde il mondo è anche questo, calcolo freddo e spietato di ciò che conviene rispetto a ciò che non conviene. Non conviene a costoro evidentemente inimicarsi la Russia.
Questa guerra avrà inevitabili ripercussioni di carattere economico e ambientale. Rallenterà o bloccherà del tutto la conversione del pianeta alle energie rinnovabili, condannandoci quindi ad un’estinzione annunciata, perché le risorse, le poche risorse che avevamo racimolato dopo due anni di pandemia, dovranno essere destinate in larga parte a spese belliche. Se non è ingiustizia questa – certo non paragonabile alla morte dei civili in Ucraina – mi chiedo però che cosa sia. Putin ha decretato di suo pugno la fine del mondo come noi lo conosciamo. Tale è il suo potere. Tale la sua follia.
Rimangono poi le considerazioni più spicciole che non varebbe nemmeno la pena ricordare. Sì, è stato commovente il discorso di Draghi alla camera i primi giorni dell’invasione. Grottesco e umiliante il ruolo di Di Maio agli esteri (il “fuoriluogo”, come mi piace chiamarlo), seduto al tavolo dei negoziati di fronte a un gigante della diplomazia come Lavrov. Per non parlare della ridicola spedizione di quell’altro burattino di Salvini, sbarcato in Polonia per cavalcare, com’è nel suo stile, la tragedia in corso e raccogliere qualche misero voto alle prossime elezioni. Insomma, la nostra classe politica non è all’altezza della situazione (di nessuna situazione, ora che ci penso).
Ma è il confronto con il passato che più mi intristisce. Pensare che Putin discenda in linea quasi diretta da un Tolstoj o da un Dostoevskij, ma che è venuto fuori come un pazzo guerrafondaio è oltremodo desolante. Pensare che i russi abbiano scritto le pagine più belle della letteratura mondiale mentre ora stanno scrivendo le più cupe. Mi riesce impossibile non ritornare alle lunghe serate piegato su Guerra e Pace, a commuovermi per la bellezza di un racconto in grado di descrivere l’uomo meglio di qualunque enciclopedia o atlante medico, di definire per sempre, per noi occidentali, i concetti di storia e di religione, e raccontarci nel frattempo meglio di un quadro com’era la vita nelle corti principesche dell’800 e dentro le trincee sotto Napoleone. Ma non c’è solo Tolstoj, a cui penso incessantemente. C’è sempre là, in controluce, l’altro padre della nostra letteratura, il Dostoevskij dei Fratelli Karamazov, di Resurrezione e di Delitto e Castigo. Lo scopritore delle contraddizioni e delle involuzioni della mente, della bassezza e della pochezza, degli inganni che ci tendiamo da soli e delle vette che pur potendo raggiungere, non tocchiamo mai. A lui devo ciò che ho capito di me stesso e della mente umana.
I loro capolavori rimangono a mio avviso un immenso affresco, il più bello mai scritto, di un’epopea attualissima, che attraversa gli inestinguibili ardori di Guerra e Pace (che davvero avrei voluto non finisse mai), la tragedia di Anna Karenina, per arrivare a maestri altrettanto immortali come Cechov e Gogol (quest’ultimo nato in Ucraina ma che scriveva in russo), che a loro volta ci hanno regalato racconti sublimi, per acume e lungimiranza. Mi viene da pensare subito al romanzo Anime Morte e alla novella IlCappotto, che in poche pagine descrive la definitiva solitudine dell’esistenza. Debbo a ciascuno di loro una parte di quel che sono, debbo il calore di un ricordo o di un insegnamento. Mi hanno fatto ridere e sorridere, e soprattutto riflettere. Perché sarebbe sbagliato cedere alla tentazione di condannare un intero popolo e la sua tradizione per colpa di un singolo individuo. E questo ce lo rammenta Paolo Nori, insegnante di russo allo IULM di Milano, che per poco non si è visto sopprimere un ciclo di conferenze su Dostoevskij, nel timore da parte dell’università di suscitare inutili polemiche.
Quindi è sbagliato avercela coi russi. Dovremmo avercela invece con un russo: Putin. Colui che si è rivelato un mostro, colui il cui destino è appeso a un filo (o a una corda). Almeno questa è la piacevole illusione in cui mi cullo, colpevole nel mio piccolo di essere stato troppo a lungo a scuola da chi ha insegnato al mondo a sognare e a illudersi, a innamorarsi e soffrire, come il principe Bolkonskij della bella Nataša, a perdonare e a punire, come Raskòl’nikov con se stesso, e la cui memoria è stata tanto brutalmente oltraggiata da uno strappo improvviso e fatale, come un’esplosione in una notte di luna piena, una luna bella come la luna di Kiev.
Chissà se la luna di Kiev è bella come la luna di Roma, chissà se è la stessa o soltanto sua sorella…
Tanti decenni fa, nella famosa striscia di fumetti Peanuts, veniva introdotto un personaggio a dir poco marginale, quello di un gatto invisibile che viveva nella casa a fianco a quella di Snoopy. Si trattava, almeno stando alle descrizioni che ne faceva il leggendario bracchetto, di un gatto enorme e irascibile, ben poco incline alla solidarietà tra animali, e a cui proprio in virtù di queste caratteristiche avevano affibbiato il nomignolo di “World War II”. In Italiano lo avevano tradotto con Secondo Conflitto Mondiale. Snoopy lo faceva spesso arrabbiare, o quando impersonava il Barone Rosso (si riconosceva dalla sciarpa e dagli occhiali da aviatore e perché si sedeva a cavalcioni del tetto come se si fosse trovato a bordo di un bimotore) o quando alludeva, piuttosto frequentemente, al suo scarso coraggio.
Allora Secondo Conflitto Mondiale rispondeva di solito alle impertinenze del suo vicino con delle violente zampate. Ogni zampata era in grado di divellere buona parte della cuccia di Snoopy. Dobbiamo immaginarci quindi i due giardini collocati a distanza ravvicinata, sennò la gag non funziona. Ma il problema comunque non si pone: nell’universo dei Peanuts, il surreale prevale quasi sempre sulla logica. Ed è proprio questo a far ridere. Maggiore dunque lo sfottò lanciato all’indirizzo del gatto da parte di Snoopy-Barone Rosso (personaggio tra l’altro realmente esistito), maggiore la furia del rivale. Addirittura, in seguito a uno dei tanti scambi, Snoopy finisce col provocare talmente tanto l’erculeo felino, da rimediare una tale zampata che della sua cuccia non rimane altro che un bordino risicato.
Questa cosa mi ha sempre fatto scompisciare. Soprattutto perché a qualcuno è venuto in mente di chiamare un gatto Secondo Conflitto Mondiale. Ho sempre trovato i Peanuts geniali, per la loro vena irriverente e profondamente metaforica. Il gatto non si vede mai, così come non si vede quasi nulla di ciò che avviene intorno alla cuccia di Snoopy, però ce lo immaginiamo e ce lo immaginiamo in maniera molto vivida. Almeno io me lo immagino come un gatto enorme, con zampe e artigli possenti, se riesce, dal suo giardino, a scardinare una cuccia posta in un altro giardino. E forse era proprio questa l’idea dietro il nome, non assegnato certo a caso, di Secondo Conflitto Mondiale. Voglio credere che gli autori intendessero far ridere di qualcosa di estremamente serio, come la Seconda Guerra Mondiale, solo lasciandoci pensare a un vago richiamo che per ciascuno di noi evoca cose diverse. Che dire, geniale.
Mi chiedo oggi se Schulz avrebbe voglia di scherzare anche su un possibile “Terzo” Conflitto Mondiale. Mi chiedo anche quale forma sceglierebbe. Se penserebbe sempre alla fisionomia sfuggente di un gatto, o magari al profilo sgradevole di un topo. Secondo me si orienterebbe verso la seconda ipotesi. Sceglierebbe un bel sorcio o uno di quei rattoni di fogna. Sicuramente qualcosa di lurido.
Certo è che i tempi sono cambiati dai Peanuts. La leggerezza degli anni ’70, durante i quali si poteva scherzare su tutto o quasi, ha lasciato il posto a un pessimismo imperante e al dilagare di un politicamente corretto che mutila sul nascere qualsiasi slancio espressivo, perché, ammettiamolo, chi ha voglia di far incazzare il prossimo? Io no. Tutti hanno paura di offendere, anche involontariamente, una qualsiasi categoria esistente nel sistema solare e attirarsi l’odio di orde di bacchettoni da tastiera. Ecco, forse è più corretto se dicessi che oggi Schulz non disegnerebbe più, nauseato e schifato da un tale morboso rigurgito perbenista, affermatosi grazie ai giustizieri di internet e alla generazione del “teniamo la facciata pulita anche se dietro succedono le peggio cose”, che corrode come lebbra le fondamenta di una società malata. Per questo io Schulz lo capirei benissimo se non volesse disegnare e non lo biasimererei affatto. Anzi, condividerei in pieno il suo disgusto e di conseguenza la sua mancanza di interesse per una nuova parodia.
D’altronde, lo spettacolo non fa più ridere. Non mi fa ridere la comicità in televisione, non mi fanno ridere i comici su Instagram, Tik Tok o Facebook. Non mi fa più ridere l’umanità in generale. Il comico (o l’umorismo, se vogliamo salvare qualcosa di un’antica distinzione operata da Pirandello che, buon per lui, ci credeva ancora) si è tramutato in un disgusto al cui confronto il Sartre della Nausea era uno dei fratelli Marx. Disgusto per le tante, troppe cose, che non vanno. Disgusto in primis per lo scenario di una possibile guerra. Disgusto per l’approccio ottuso e bislacco che ognuno degli attori di questo dramma sta giocando.
Mi chiedo come sia possibile correre il rischio di una guerra nel 2022. Mi chiedo, con ancora più veemenza, per quale assurdo motivo l’umanità abbia voglia di rischiare veramente una Terza Guerra Mondiale, dopo essere scampata a due anni di pandemia che ha mietuto milioni di morti. Mi chiedo perché l’uomo non sia capace di imparare dai suoi errori, anziché ripeterli, come fa da 10000 anni a questa parte. Ma so anche che sono tutte domande che resteranno senza risposta.
Ho però imparato qualcosa dai miei trentacinque anni passati sulla crosta di un granello di sabbia alla deriva nello spazio. Ho imparato che l’uomo è destinato a uccidersi, a sterminarsi fino all’ultimo componente, e lo farà, più presto che tardi, con una guerra o con un virus. O probabilmente con entrambi. Lo farà insomma con le sue stesse mani. Ho imparato che l’uomo è l’animale più stupido che esista, pur piccandosi di essere il più intelligente, come specie, come gruppo, come insieme, e che le ragioni di pochi determinano, dall’alba dei tempi, il destino di molti, che i vari Putin, Biden, Trump, Macron, Johnson, anziché ammazzarsi tra di loro, come sarebbe auspicabile e francamente piuttosto divertente (lo so, avevo promesso di non ridere più, però questa la vorrei vedere!), trascineranno nella mischia anche chi non ha nessuna voglia di farsi ammazzare, come me e come te che leggi (spero). Ho imparato che queste cose le diceva duemilacinquecento anni fa già la Bibbia, col celebre “Non c’è niente di nuovo sotto il sole“. E’ vero, diamine. Tutto è vanità! E’ vano insegnare la storia, perché tanto l’umanità non la capisce, perché altrimenti saprebbe che nessuna guerra è mai l’ultima e che nessuna guerra ha mai risolto niente, se non gettare le basi per un successivo conflitto.
Allora, cosa rimane da fare? Puntare il dito e dire soltanto che l’uomo è brutto e cattivo? Sarebbe comunque un inizio. Ma vorrei spingermi oltre, affermando che un po’ mi spiace e che in cuor mio vorrei che non succedesse niente e che non ci fosse alcuna guerra, poiché, in quanto uomo sono vile e egoista anch’io e perciò, almeno per gli anni che mi restano, vorrei non trovarmi in mezzo a una guerra. Ma d’altro canto sarebbe oltremodo interessante far parte della generazione finale, vale a dire di quella che si è estinta e che perciò, scomparendo, ha salvato il mondo. Un attimo, in che senso “salvato il mondo”?
Se ci pensate, sarebbe un bel sacrificio, un modo per riscattarsi con l’ultimo atto del capitolo della triste storia umana, per i millenni di massacri, devastazioni e genocidi, e che quindi una guerra, dulcis in fundo, servirebbe a qualcosa. A cosa? Mi sembra piuttosto evidente, no? A restituire il mondo al suo legittimo proprietario, alla Natura, la quale, superato lo shock devastante di una probabile guerra nucleare o batteriologica, prima o poi si riprenderà e potrà quindi tornare a ripopolare, di piante e animali, questo bellissimo pianeta, finalmente libero della creatura più micidiale che abbia mai ospitato e che, fino all’ultimo dei suoi giorni, è stata talmente stupida da uccidersi da sola, pur avendo le risorse per proliferare. Ma, così come vale per i parassiti e i batteri, l’unica strada è lasciare che questi organismi, messi gli uni contro l’altro, portino a termine ciò per cui sono stati creati, in una frenetica, stolida, cieca, interminabile battaglia contro se stessi.
Il vero problema è che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò così” all’età in cui si dice “è andata così”.
This Must Be the Place racconta la storia di una popstar che avanza sul viale del tramonto, alle prese con una vita triste e malinconica, spesa a occuparsi di cose banali, come fare la spesa e allenarsi con la moglie a pelotòn, assediato da ricordi di gioventù che riemergono costantemente. Cheyenne, questo il suo nome, non è affatto un uomo felice. E’ un has-been, per usare un termine anglosassone, cioè qualcuno che un tempo è stato famoso, ma che ora non lo è più. Ma è un has-been con un lato dark, gotico, tradìto da un’immagine di sé fin troppo appariscente. Il suo passato di cantante è ormai un ricordo doloroso, che egli rievoca malvolentieri, per motivi che si scoprono nel corso del film, e da cui cerca costantemente di distaccarsi, nonostante appunto il look, che è rimasto invece lo stesso: capelli neri e lunghi, rossetto e fondotinta bianco.
Cheyenne durante il film si trascina sempre appresso qualcosa (altro simbolo). Prima il carrellino della spesa, poi un trolley da viaggio. Ha sempre una postura depressa e lo sguardo fisso nel vuoto. E’ dotato però di un umorismo sottile, che colpisce, noi pubblico e le persone con cui interagisce, e che induce a simpatizzare con lui, a farci intuire che quello è il suo unico modo di sopravvivere a un peso che lo schiaccia.
Sì, perché Cheyenne si porta dietro una grossa colpa. Quando era una popstar scriveva canzoni tristi, perché, come dice, “ai suoi tempi andavano di moda e servivano a fargli guadagnare un sacco di soldi”. Purtroppo però, le canzoni tristi che cantava hanno finito con spingere due ragazzini al suicidio e Cheyenne a interrompere bruscamente la sua carriera. Questo è il peso che si porta sulle spalle e che dopo tanti anni non riesce a perdonarsi. Questo è il motivo per cui non sorride mai.
Un peso ulteriore gli arriva poi in seguito alla morte del padre, che non vedeva e con cui non parlava da trent’anni. Comunicatogli perciò il decesso del genitore, Cheyenne si imbarca alla volta della casa paterna, che si trova negli Stati Uniti (dato che lui invece vive in Irlanda), dove una volta arrivato gli viene detto che il padre, ex deportato ad Auschwitz, per tutta la sua vita ha dato la caccia a uno dei suoi aguzzini, senza mai riuscire a trovarlo. Per qualche motivo, forse per lavare via il suo senso di colpa, Cheyenne si fa carico di questa ricerca e prosegue laddove il padre si era fermato.
Si mette quindi in viaggio per tutti gli Stati Uniti, alla ricerca di colui che probabilmente è già morto e che se non è morto, dovrà ormai essere vecchissimo. Ciononostante, Cheyenne riesce a mettersi sulle tracce del carceriere del padre, un’ex guardia tedesca di Auschwitz, di cui però in fondo ci interessa poco e che scompare in secondo piano, lasciandoci invece più concentrati sul percorso interiore di questo strano individuo, un po’ Edward Mani di Forbice, un po’ Robert Smith (o Alice Cooper), apparentemente effemminato e incredibilmente arguto. Al di là della fine – che non voglio spoilerare – This Must Be the Place è un film sorprendente.
Di tutti i messaggi, di tutte le allegorie, di tutte le simbologie (che si sa quanto siano care al regista Paolo Sorrentino), ciò che più mi ha colpito è stata la parabola umana di Cheyenne. This Must Be the Place insegna il potere del lasciar andare, del superare le paure. Cheyenne per esempio non si è mai drogato. Ha vissuto da popstar e si è esibito negli anni in cui certe cose andavano di moda, ma non lo ha mai sfiorato la tentazione di bucarsi. La verità è che gli aghi lo terrorizzano. Quindi in un certo senso è stata la paura a salvarlo. In risposta alla frase “La paura ti salva, ti salva sempre.“, Cheyenne conclude, “Ti salva sempre. Anche se bisogna scegliere una volta nella vita, anche solo una, in cui non avere paura“.
Esatto. Prima o poi bisogna vincere la paura. Bisogna anche vincere i sensi di colpa, come quello di non aver parlato col proprio padre per trent’anni e aver spinto, seppur involontariamente, due ragazzini a suicidarsi. Sono in effetti due colpe tremende. Ma la pulsione interiore a guardare avanti deve prevalere su quella che tutti noi abbiamo che ci dice invece di lasciare tutto così com’è e ci sussurra nelle orecchie di rassegnarci perché tanto non cambieremo mai. Invece non è vero che i traumi non si possono superare. E’ difficile ma non impossibile.
Ci vuole forse incoscienza e in questo Cheyenne ci insegna a trattare le cose, anche le più insormontabili, come farebbe un bambino, vale a dire scherzando, dicendo sempre quello che ci passa per la testa, anche a costo di risultare offensivi. Cheyenne non ha mai fumato, perché come i bambini non ne ha mai provato il desiderio. Alla fine del film si accende una sigaretta, mentre aspetta l’aereo che lo riporterà a casa (e che non ha preso all’andata perché all’inizio non riusciva a vincere la sua paura di volare).
Cheyenne rappresenta quella parte nascosta che ci vorrebbe far dire quello che poi non diciamo, per tatto o diplomazia, quella tentazione di perdersi in interminabili riflessioni, quel senso di meraviglia che l’età spegne, col sopraggiungere dell’esperienza e del disincanto, quell’essere impacciati laddove la società ci vuole sempre disinvolti, quel saper rifiutare le cose che non ci piacciono dicendo semplicemente “no” per non compiacere nessuno, quel fare scherzi sciocchi perché in quel momento ci andava così. Cheyenne è come tutti noi vorremmo essere o come, anzi, dovremmo essere.
This Must Be the Place mi ha colpito molto di più di altri lavori di Sorrentino, molto più de La grande bellezza, che pure ha vinto non so quanti Oscar, e dell’autobiografico E’ stata la mano di Dio. In entrambi ho trovato molta maniera, molta affettazione e tanta, tantissima retorica. Chili di retorica. Qui invece mi ha sorpreso lo spontaneo crearsi della trama, per non parlare poi della meravigliosa interpretazione di Sean Penn, che si è veramente superato, per aver saputo cogliere l’anima ingenuamente bambinesca del suo personaggio. Tanto sorprendente è la sovrapposizione tra i due, che non si sa più bene dove finisca uno e inizi l’altro. Insomma, è un bel film, scritto bene e interpretato magistralmente, a riprova ancora una volta del fatto che le idee più semplici rimangono sempre le migliori.
“Ci sono molti modi di morire, il peggiore è continuando a vivere.“