Come ogni anno, anche alla fine del 2021, il Presidente della Repubblica ha diffuso il suo messaggio urbi et orbi. Mattarella ha parlato degli argomenti che tutti si aspettavano per un discorso di fine anno, dall’importanza dei vaccini alla lotta alla pandemia, dalle difficoltà sociali fino – ovviamente – a timori e speranze per l’anno nuovo. Con una certa veemenza il Presidente ha ricordato le sfide che ci aspettano. Mattarella si è rivolto ai giovani, a cui ha chiesto, col cuore (metaforicamente) in mano, di non scoraggiarsi. A loro ha chiesto, anzi, di “mordere la vita”.
A Mattarella, che mi fa quasi tenerezza, vorrei ricordare che il futuro dei giovani non dipende romanticamente dalla loro volontà di prenderselo (o morderlo, che poi se andiamo avanti su questa china il gioco retorico potrebbe assumere coloriture scomode), perché tanto “il futuro” se lo sono già fottuto quelli della sua generazione. A noi, forse, rimangono le briciole. Però questa non deve essere una ragione sufficiente per disperare. Per carità. Le cose potrebbero anche andare peggio (sic!). L’Italia non è certo in fin di vita, o almeno non ancora. Per esempio, non siamo sull’orlo della guerra o divorati da povertà e carestie né tantomeno sotto la minaccia di catastrofi climatiche. Qualche problemino c’è, è vero e sarebbe ipocrita non ammetterlo, ma abbiamo anche tante belle cose, qui, a Jurassic Park.
Abbiamo intanto un paese a dominanza geriatrica, dove il messaggio del Presidente della Repubblica rappresenta come meglio non potrebbe la nostra società. E’ la classica paternale dei vecchi ai giovani, l’insulto finale, in cui, oltre a sapere di essersi ormai pappati tutta la torta, ci danno pure un buffetto sulla guancia, mentre ci dicono con fare condiscendente: “su, su, non fate i capricciosi, e riproducetevi come conigli, come abbiamo fatto noi nel dopoguerra, quando c’erano prospettive, quando il lavoro si trovava anche solo con la terza media, quando il futuro prometteva solo ripartenza e bei guadagni, quando bastava essere monoreddito per fare una bella vita, tipo casa al mare e automobile nuova. Dunque, perché non scopate?”.
Quindi al vecchietto che mi dà il buffetto vorrei ricordare, visto il probabile attacco di Alzheimer di cui soffre, a causa dell’età avanzata, che i tempi sono parecchio cambiati e che il futuro non mi spaventa, niente affatto. Mi terrorizza. Perché io non credo più alle loro balle – e azzerderei di non essere l’unico – perché so che l’unica prospettiva sicura, ad oggi, è di spingere la macina (figurativamente parlando, per rimanere in tema di metafore) almeno fino a 70 anni, perché so che dovrò pagare la pensione a lui (a Mattarella) e a quelli come lui, finché morte non ci separi. Ma è tutto sommato una previsione ottimistica, perché nel frattempo questo limite verrà esteso centinaia di volte. Intanto è difficile, se non stupido, sognare cambiamenti miracolosi.
Vorrei raccontarla io a questo punto una favola a Mattarella, così come lui la racconta a noi. Vorrei dirgli di non preoccuparsi e di godersi la sua meritata e tranquilla pensione, tanto per ora qualcuno che gliela paga c’è. Più avanti si vedrà, magari tra qualche anno non sarà più un problema suo. Vorrei poi dire a lui e al Papa, che ha parlato di “inverno demografico” e di “virus dell’individualismo” che, francamente, poteva andare peggio. Se il problema fosse solo quello dei figli e il fatto che la gente non si saluta in ascensore, saremmo messi meglio della Finlandia o di chissà quale altro paese felice. Egoismo, isolamento, mancanza di dialogo, bigotteria, politically correct, violenza, ignoranza, superficialità, regressione culturale. Io avrei ricordato anche questi. Ma abbiamo pure dei difetti.
La gente non fa figli. Ormai è acclarato. E’ un dato statistico consolidato e in rapido peggioramento, oltreché un argomento di conversazione da salotti romani. Non crediamo più nel domani, perché noi, giovani, vediamo nero (o marrone), laddove un tempo loro, i vecchi, vedevano rosa o verde. Vediamo un paese fatto solo di teste canute e di giovani che se ne vanno. Qualcuno torna (pochi), gli altri (tanti) restano lontani. Ed è giusto così, perché non è giusto invece rimanere qui a pagare i debiti, a foraggiare pensioni, a rassegnarsi a sterili ideali di pace e bonomia, cantilenati durante omelie che sanno più di Medioevo che di Terzo Millennio e che, se andavano bene sessanta anni fa, ora fanno solo pena. Basta con l’ipocrisia della crescita. L’unica crescita è delle tasse, dell’evasione (che nessuno vuole davvero combattere), di problemi sociali vari ed eventuali (vedi sopra), e di tanti altri a venire, tra cui, non ultimo, il clima. Come si fa a mettere al mondo un bambino in un simile scenario?
Io a questo punto, se mi scuseranno, non pianifico un bel niente. Mi tengo il mio individualismo e la mia scarsa propensione alle favole. Mi tengo questo COVID, che ci farà compagnia a lungo, a giudicare da come lo stiamo affrontando, nel quale ognuno fa dantescamente “parte per se stesso”, sperando che un deus ex machina ce lo tolga dalle palle. Ecco, pensiamo perciò al latino, a Dante, ai romanzi, alle cose che ci distraggono da questa realtà avvilente, come da una ferita che invece di guarire puzza di cancrena.
Ah, dimenticavo, buon prospero anno nuovo a tutti!
Ne parlavo ieri con la mia ragazza. Difendevo le mie posizioni “estremiste” dalle sue, dolcemente e morbidamente più femminili. Le facevo notare che il calo demografico, ormai uguale ovunque e sostanzialmente in picchiata, ha una sua ragione. Non è un fenomeno “inspiegabile”. Il fatto che la gente ormai ci pensi due volte a mettere al mondo un figlio è segno che qualcosa è cambiato. O, per come la vedo io, che qualcosa si è “spezzato”.
Un tempo in Italia si facevano tanti figli. Parlo dei primi decenni del secolo scorso. Ora non è più così. Non esistono più le famiglie patriarcali, quelle con sette, otto, perfino dieci figli. Se ne fanno a malapena uno o due – se va bene.
Ma perché? La spiegazione che mi sono dato è che oltre a mancare le condizioni di sostentamento (lavoro, famiglia, prospettive) manca ormai la cultura del figlio. Ripenso alla mia infanzia, ai primi anni Novanta. La famiglia – in quegli anni ma anche prima – era il nido perfetto in cui un bambino poteva crescere. Dentro e fuori casa il mondo non era ostile. O per meglio dire, non l’ho mai percepito tale, pur avendo vissuto tanti anni in meridione, tra Sicilia, Calabria e Puglia. Nessuna ostilità, niente minacce, niente di niente. Magari è solo una mia impressione. Ma ho trascorso tanto tempo con gli amici. Insomma, ho condotto la vita normale di un bambino.
Ma all’inizio di questo millennio, infausto millennio, le cose sono cambiate. Abbiamo tutti – TUTTI – assistito al rapido sbriciolarsi di quelle poche certezze che avevamo. Ne siamo stati tutti testimoni, basta fare un leggero sforzo con la memoria. Se ricordate abbiamo iniziato a vivere di più in casa (perché la presenza di internet ha reso più comodo e veloce la soddisfazione di certi impulsi audiovisivi, trovando quindi nei bambini e negli adolescenti le vittime ideali, perché li ha potuti privare della loro prima e unica necessità: passare il tempo coi coetanei per divertirsi). Ma si è trattata di un’evoluzione – o involuzione – anche e soprattutto verticale. Anche i genitori hanno cominciato a isolarsi dietro uno schermo.
In casa, da almeno una decina d’anni non si parla più, non si discute, non ci si confronta. Non si litiga. Abbiamo ognuno il nostro schermo, pc, ipad o smartphone che sia, dietro il quale passiamo una quantità disumana di ore. Questo ci ha resi incapaci di interagire. E’ come se fossimo tornati allo stato di scimmie e avessimo a poco a poco disimparato a parlare.
Lo noto quando entro ed esco dal condominio. Nessuno saluta. Stanno tutti a testa bassa (perché chissà che pericolo può costituire un “buongiorno”). Quelle che erano le più elementari forme di socialità si sono diradate fino a scomparire. E tutto questo nell’arco di pochissimo tempo. Non sappiamo più ringraziare quando chiediamo il caffè al bar, non ci viene più spontaneo parlare del tempo col vecchietto in fila con noi alla posta, ci scoccia che qualcuno ci chieda un’indicazione.
Mi chiedo allora, venendo all’assunto iniziale, come può un giovane fare fronte a tutto questo, se i primi a trasformarsi in scimpanzé sono i loro genitori? Come possono prendere ad esempio gli adulti se gli adulti che vedono in giro non fanno altro che litigare, farsi dispetti, mandarsi a fanculo per un sorpasso, insultarsi sui social, picchiare l’arbitro alle loro partite di calcio, minacciare gli insegnanti per un voto basso. Mancano perciò quelle figure che un tempo erano considerate fondamentali per la formazione di un giovane carattere. I genitori di oggi sono molto più scarsi dei genitori di trenta o venti o anche solo dieci anni fa. In maniera assolutamente evidente.
Chi non conosce il fenomeno delle chat di scuola? Io no, non lo conoscevo. Ma ho una sorella molto piccola e ora purtroppo lo conosco anch’io. Si tratta di chat in cui gli insegnanti radunano i genitori per favorire la rapida circolazione delle notizie scuola-casa e sono l’esempio più lampante di questa inadeguatezza diffusa. Un canale che dovrebbe funzionare semplicemente come una bacheca è il più delle volte usato invece per drenare l’atrabile di genitori incazzati al fine di riversarla contro altri orango del loro livello. Oppure, quando non litigano, si lamentato di banalità come il menù della mensa o il colore dei grembiule.
Ecco, a me un mondo così mette onestamente tristezza e un po’ fa riflettere. Ho passato ormai da un pezzo l’età dello sviluppo, per cui quello che dovevo imparare l’ho imparato (per fortuna mia, direi). Anche se nessuno mi saluta, io buongiorno e buonasera lo dico. Anche contro il muro, anche se l’eco si spegne nella tromba delle scale senza udire risposta. Ma ciò che è più desolante per me è assistere a questa processione di adolescenti, i quali vagano senza metà, che si esprimono a monosillabi, come i commenti che si scrivono su Instagram, perché a casa loro non sentono più parlare, che non prendono più in mano un libro (che probabilmente non saprebbero nemmeno aprire) e che saranno gli adulti di domani.
Anche se mi deprimono, io li difendo, perché la colpa in fondo non è loro. Loro semmai sono le vittime. Ma i colpevoli sono e saranno sempre i genitori, questa classe fallita, costantemente irritata, che non è più in grado di dare l’esempio – positivo, si intende – ma che dà prova ogni giorno del peggio. Sì, mi spiace, mi spiace molto.
Il 25 ottobre uscirà il mio primo romanzo, un noir a cui ho affibbiato un titolo volutamente, e apparentemente, “oscuro”: La carne di Adamo.
Che cosa posso dirvi senza correre il rischio di spoilerare? Vi posso anticipare che l’ho scritto abbastanza di getto, in pieno lockdown, più o meno tra settembre e gennaio di quest’anno, e che è interamente ambientato a Milano.
La storia segue da presso la vita di un professore universitario, il quale si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda che ha a che fare con una donna. Questo il quadro, a grandi, grandissime linee. Posso però già aggiungere che non sarà l’unica donna, ma se volete scoprire a che mi riferisco, vi invito a leggere il libro (ordinandolo qui)
Chi mi conosce (se ha letto qualcosina di questo blog), probabilmente saprà che non sono un vero e proprio cultore dei gialli, anzi, è un genere che mi è abbastanza ignoto. Ho molta più familiarità con i classici dell’800 e del ‘900. Certo, un po’ di Conan Doyle e di Poe mi sono capitati tra le mani, ma da qui a definirmi un esperto ne passa. Tra l’altro, per inciso, una decina di anni fa mi sono imbattuto in un giallo – credo l’unico che abbia mai comprato espressamente – che secondo chi invece ne capisce sarebbe il ‘miglior giallo mai scritto’, cioè Le tre bare, di John Dickinson Carr. Molto ben scritto e finale avvincente. Ve lo consiglio.
Mi aveva però folgorato l’idea di un giallo e, se dapprima ero abbastanza restio (perché ho sempre pensato che avrei pubblicato per primo un bel mattone storico, tipo Il Nome della Rosa), poi mi sono persuaso che forse valeva la pena provarci ugualmente e mi sono quindi messo a lavorarci su.
Volevo innanzitutto evitare di rovinare la storia con le mie stesse mani, rivelando troppo o troppo poco. Dovevo poi trovare lo stile giusto, che non è quello dei gialli (ognuno li scrive come meglio crede) bensì quello che più si confaceva a me, al mio modo di raccontare. Per uno scrittore esordiente è, se vogliamo, l’ostacolo più grosso, quello che più scoraggia. L’inesperienza era il mio nemico (non la mancanza di entusiasmo).
Così, aggrappandomi come a uno scoglio all’idea iniziale, ho iniziato ad aggiungere pian piano la polpa. Devo dire che fortunatamente non ho incontrato altre difficoltà. Una volta tracciata una specie di mappa delle cose che volevo dire e assegnata una sagoma al protagonista, la storia si è quasi scritta da sola. Per fortuna. Uno dei miei più grandi difetti – come aspirante scrittore – è un’ipertrofica tendenza (quasi maniacale) alla cesellatura. Sono preda da sempre di un perenne senso di insoddisfazione che si impossessa di me ogni qualvolta scrivo, lasciandomi a sguazzare in un’impasse mostruosa, con il risultato che ho tante cose avviate e ben poche concluse.
Con questo libro tutto ciò non si è verificato. Dei tanti progetti che avevo in mente, questo per qualche motivo è quello che ha visto per primo la luce. Non capirò mai perché. Ma in fondo, importa davvero saperlo?
Come dicevo, il libro rientra nella sottocategoria del “noir”. Sì, ma che è un “noir”?
Ilprotagonista del romanzo noir non è un investigatore, ma è una vittima, un sospettato o un esecutore. Una delle caratteristiche più importanti del genere è la qualità auto-distruttiva del protagonista... (voce “Noir” su Wikipedia).
Il mio protagonista, si diceva, non è un poliziotto o un detective, ma un umile, e ormai stanco, professore di città, sulla quarantina, che ha ormai poca voglia di insegnare. Si ‘autodistruggerà’ quindi? Boh, chissà…
Nella cornice di una città fumosa e nebbiosa, quale appunto Milano, l’apatico professore si muove, mettendosi sulle tracce di qualcuno, ma incontrerà tanti ostacoli, sia interni che esterni. Sarà questo lo spunto per ripercorrere il suo passato, fino a trovarsi faccia a faccia con un segreto che lo riguarda da vicino.
Vi ho incuriosito (almeno un pochino)? Ammettetelo. Aspetto i vostri commenti dal 25 ottobre!
Il 25 ottobre 2021 uscirà il mio romanzo La carne di Adamo. Per chiunque fosse interessato, cliccando sull’immagine in basso, verrete reindirizzati alla pagina di pre-ordine.
Prometto di darvi prossimamente più informazioni, riguardo il libro e non solo:
Ferragosto è per eccellenza la festa degli italiani. È quel giorno dell’anno in cui un paese intero si ferma per dedicarsi al sacro rito del dolce far niente. C’è chi va al mare, chi in montagna, chi resta in città, chi porta sul terrazzo griglia e carbonella e – cascasse il mondo – il 15 agosto sa che c’è l’usanza del barbecue, per cui può affumicare liberamente vicini e passanti senza che nessuno possa obiettare alcunché. D’altronde, in Italia il barbecue di ferragosto è un diritto sancito dalla Costituzione.
Perfino Giulio Cesare era solito prendersi un giorno, almeno uno, di ozio completo, dalla complicata gestione dell’impero, che cadeva per l’appunto a metà agosto (da cui il termine Feries Augusti cioè “ferie di Augusto”, appellativo di Cesare). Sono quindi duemila anni che gli italiani a ferragosto si riposano e a quanto pare non hanno alcuna intenzione di smettere. Ferragosto è e sarà per sempre la vera pausa da ogni cosa.
Ma Ferragosto è anche un simbolo. È il simbolo di una tradizione che più di ogni altra resiste al passaggio del tempo. Ferragosto è il giorno del “non rompetemi le palle che sono in ferie!”. È un po’ la festa dell’egoismo e sotto questo punto di vista non è più solo un concetto italiano. È quello che tutti noi stiamo vivendo. Ovunque ci giriamo, si sentono notizie raccapriccianti. Il mondo va a fuoco – letteralmente – e se non va a fuoco si scioglie, tra inondazioni e piogge torrenziali che spazzano via con la loro furia intere città.
Quello che un tempo era un futuro remoto e, per alcuni, opinabile, è ora realtà. Il mondo è in crisi. Coloro, gli “alcuni” di prima che tacciavano gli altri di allarmismo, ora ‘tacciono’ perché sanno che quel futuro remoto è diventato presente. Il punto di non ritorno è stato raggiunto. Ci avviamo a passi forzati verso l’auto estinzione, senza dare il minimo segnale di ravvedimento. Il fenomeno tragico degli incendi mette a nudo tutta la precarietà del nostro equilibrio, di specie fondamentalmente incapace di tutelarsi, che preferisce distruggere se stessa anziché salvaguardarsi. Non mi riferisco solo ai cambiamenti climatici. Noi, umanità malata, siamo guidati da sempre da princìpi sbagliati che ci rendono ciechi di fronte alla gravità di ciò che avviene, concentrati come siamo sui nostri irrinunciabili capricci.
La nostra vita di un tempo non è nei fatti più sostenibile. È acclarato. Il mondo si sta consumando. Gli animali stanno scomparendo, estinti o uccisi dalla mano dell’uomo. Il clima impazzito lo abbiamo stravolto noi, con la nostra avidità e la nostra inestinguibile sete di denaro. Abbiamo raggiunto un cinismo tale che ci fa credere di poter sistemare le cose una chiacchiera dopo l’altra, con quei Summit ridicoli, dove sfilano sempre i soliti personaggi, intenti a sorridere e stringersi la mano e dichiarare che qualcosa sarà fatto per il pianeta entro il 2050 o il 2070. Ma non si accorgono che il pianeta, a questi ritmi, potrebbe non resistere fino al 2050. Anzi, andando avanti così, sicuramente non ci arriva. La gente sta morendo proprio mentre scrivo, nei modi peggiori e in maniera sempre più sconvolgente. Il confine tra realtà e fantascienza si è fatto talmente labile che ormai, vedendo le immagini giornaliere di paesi allagati dagli tsunami (in luoghi dove magari nemmeno c’è il mare), è impossibile distinguere l’una dall’altra.
In Italia si registrano da anni temperature da deserto del Sahara. Quarantaquattro o quarantacinque gradi ad agosto potrebbero diventare la norma. Al telegiornale viene ventilata la necessità di cambiare il nostro stile di vita, per fare fronte a fenomeni di clima estremo e, ciò che più mi preoccupa, nessuno sembra meravigliarsi. Accogliamo la notizia con una scrollata di spalle, riflettendo tra noi e noi che tanto basta abbassare di qualche grado il condizionatore. Il problema non ci riguarda. Le nostre giornate trascorreranno ugualmente, magari passando più tempo al chiuso. Peggio per chi deve lavorare all’aperto. Sentendo dei posti divorati dagli incendi ci dispiaciamo forse un attimo e poi torniamo con indifferenza alla nostra pasta al pomodoro.
Sembrano dopotutto problemi lontani, che finché non interferiscono con la nostra quotidianità, si possono benissimo trascurare. Basta almeno che non ci tolgano il barbecue a ferragosto. Mi immagino infatti gli italiani che, mentre il telegiornale con tono esiziale annuncia l’irreparabile innalzamento del livello dei mari, pensano di risolvere mettendo l’asciugamano un po’ più indietro. In questo non ci batte nessuno: come sappiamo valutare noi se un problema ci costringerà a mutare le nostre abitudini e, qualora sia sufficiente scansarci dalla traiettoria, disinteressarcene subito dopo lasciando la rogna a qualcun altro, non siamo secondi a nessuno.
Una musica si sente intanto in sottofondo, mentre tutto va a puttane. Sono le note della nostra vita come noi la conosciamo, che viviamo sempre uguale da cinquant’anni e che nulla al mondo ci farà mai abbandonare. Fino all’ultimo noi saremo quelli della vacanza a ferragosto, dei mondiali ogni quattro anni, dei weekend al mare e della domenica in chiesa. Ci sentiamo protetti da quei pilastri che sono tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto e su cui abbiamo costruito il nostro benessere. Il mondo là fuori non ci importa se si disgrega, perché tanto, chi lo dice che è un problema nostro? Finché potremo fare grigliate, andare allo stadio o ai concerti, avere la pancia piena e lo sguardo sereno, ben venga anzi l’orchestrina con la sua canzone malinconica, a strimpellare per noi l’illusione di una normalità sparita da tempo, ma che crediamo ancora viva, nonostante l’acqua ci lambisca ormai le caviglie. Buon ferragosto a tutti.
“Gentlemen, it has been a privilege playing with you tonight”
All’incirca un anno fa dedicai un pezzo al popolo tarantino, nella speranza di rendere note alcune sue caratteristiche. Parte delle ragioni che mi spinsero all’epoca ad esplorare i meandri sociologici di questa classe particolare di pugliesi, si deve al mio essere tarantino (per mere coincidenze geografiche che non serve ora ricordare), ma è a distanza di un anno che mi rendo conto che, a risvegliare il Piero Angela che c’è in me, è stata in fondo la grande bellezza di questa città, che mi colpisce ogni estate, come il tanfo degli avanzi di pesce accatastati nei cassonetti, lasciandomi talvolta alle soglie dello svenimento e facendomi provare ebbrezze sconosciute (quasi quanto Stendhal al cospetto del David di Michelangelo).
C’è da premettere che le mie giornate a Taranto si consumano nella maniera più semplice, senza scossoni, dandomi perciò la possibilità di meditare con calma sulle infinite possibilità dei tarantini e sui loro molteplici talenti, che si estrinsecano ad ogni angolo e ad ogni coda per incidente. Me ne faccio dunque testimone silenzioso (e, se vogliamo, solerte), perché credo che sia un peccato che il mondo continui ad ignorare questo straordinario popolo, la cui tenacia non si lascia piegare dai tanti problemi, anche molto seri, che ancora oggi occupano le edizioni serali dei telegiornali. Il mio timore è infatti che la disinformazione di regime non faccia che alimentare lo stereotipo di una città abbandonata a se stessa e al suo triste destino.
E’ inutile che io vi dica che mi sto riferendo alla ben nota piaga della siccità (cit.), le cui branche di acciaio, protratte per mesi, avvolgono nella loro morsa i palazzi dei quartieri poveri e quelli del centro, aumentando la percezione di un’aria densa e pesante. E’ proprio questo caldo micidiale il vero colpevole della scarsa qualità dell’aria, mentre il fumo soffiato nel cielo dalle ciminiere dell’Ilva non ha nulla ha a che vedere con l’inquinamento e i morti di tumore di cui viene accusata ingiustamente da cinquant’anni. Qualcuno si permette ancora di dire che i balconi neri sono guardacaso quelli che si trovano nell’area degli stabilimenti, ma io, che trascorro qui due settimane all’anno e che perciò conosco bene la situazione, vi posso garantire che il problema non sono le acciaierie (che anzi, meno male che lavorano, altrimenti i tarantini dovrebbero pure fare i conti con la disoccupazione), bensì il caldo, il terribile e soffocante bollore africano, i cui effetti durano a volte fino all’autunno. Quello che si raccoglie a mucchi sui balconi è – dopo un attento esame compiuto con la massima oggettività – la cenere derivante dalla cottura dei pesci e dalla bollitura delle cozze, benché ci sia chi continui a sostenere si tratti del piombo delle acciaierie…
Immagine aerea degli stabilimenti Arcelor Mittal (ILVA) che per fortuna sono ancora in funzione
Ma per fortuna il tarantino va avanti, si ingegna, si impegna e si arrabatta. Sempre e comunque. Ha la resistenza erculea di chi ne ha passate tante e che ha ormai sviluppato una certa scorza. D’altronde, non sarebbe riuscito a sopravvivere al “caldo” altrimenti. Durante la bella stagione il tarantino va al mare. Lo fa fin dalla notte dei tempi, con una maestria tale che non esistono eguali. Il tarantino conosce le spiagge migliori e le popola già dai primi caldi. Basta uscire un attimo dalla città per imbattersi in splendidi tratti di costa, tutto sommato vergini se non ci si muove tardi, ma che da metà mattina si riempiono di famigliole e gruppi di giovanotti arrembanti.
Una caratteristica unica del tarantino poi è il suo bisogno di compagnia. Io, che mi muovo spesso da solo, appena arrivo in spiaggia mi cerco (ma lo faccio perché ho adottato i costumi delle latitudini scandinave del Nord Italia) un posticino isolato, dove stendere il mio telo e aprire il mio ombrellone. Lo faccio in silenzio, perché voglio godermi il mare e ascoltare un po’ di musica (con le cuffie). Tuttavia, non passano in genere cinque minuti che di fianco a me si sistema la classica famigliola con i suoi tre o quattro ombrelloni (almeno un paio medium-size più uno gigante da mettere sopra per creare una piazzola d’ombra visibile dal satellite), un esercito di sedioline da campeggio, borse frigo a perdita d’occhio, e infine un intrico di casse da cui si propagano immediatamente nella quiete sgradevole della baia le note di canzoni neomelodiche. In tutto ciò rimango a interrogarmi sul perché me li ritrovo vicini, visto che il resto della spiaggia è deserto. L’unica spiegazione che so darmi, dopo tanti anni, è che il tarantino ha bisogno di non sentirsi da solo, perché sa che il gregge può sconfiggere il lupo se rimane unito e che i millenni di evoluzione hanno portato l’uomo a rifugiarsi nella compagnia del suo simile. E’ quindi inconcepibile rimanere lontani, come faccio invece io. Il mio atteggiamento antievolutivo, di cui evidentemente non sono consapevole, potrebbe condurmi all’estinzione. Così loro sono qui per me. Rassicurato dal loro tentativo di salvarmi la vita, mi spingo gli auricolari nella coclea cercando di sentire qualcosa, ma alla fine desisto, lasciando che la voce vellutata di Gigi d’Alessio mi penetri il cervello.
Comunque andare a mare non è un gioco. E’ una vera e propria scienza, un’arte oserei dire. L’impulso di andare a mare prevale su qualsiasi altro impulso. Andare a mare viene prima di occuparsi della casa, fare la spesa, portare i figli a scuola, andare a lavoro (viene perfino prima di cercare un lavoro). “Ma sì, poi a settembre si vede“, ci si sente dire quando si chiede perché non impiegare diversamente le ore della giornata, come ad esempio farsi assumere. E se vi venisse in mente di fare presente che è ancora a marzo e quindi è quantomeno prematuro pensare al mare, il tarantino, seccato, vi risponderebbe, con l’argomento che chiude ogni discussione, “Fa caldo!“. Allora la soluzione del mare si fa largo come l’unica possibile cosa da fare e anche voi, rassegnati, non potrete fare altro che convenire che, ebbene sì, si deve assolutamente andare a mare.
Occhio però perché la vicinanza stretta ha i suoi risvolti, come il rischio di finire invischiati in malintesi poco simpatici. Purtroppo col tarantino, pur dotato di un istinto superiore, è facile scivolare in diatribe per un nonnulla, per uno sguardo di troppo, una parola fuori posto, un parcheggio non dato, un attraversamento pedonale azzardato. Naturalmente l’errore è sempre da imputarsi al turista che, in quanto straniero, ignora gli usi locali e si permette di rispettare il codice della strada e quello della buona educazione, venendo malvisto dalla gente del posto, che ha invece un suo modo di vivere la vita. Questa colpevole ignoranza porta a volte a scazzottate e accoltellamenti (quando non a vere e proprie sparatorie), nelle quali il tarantino insegna agli altri a comportarsi secondo decenza. Si nasconde quindi un disegno educativo che ai più sfugge e che viene interpretato come delinquenza spicciola. Ma la colpa è di nuovo di giornalisti senza scrupoli, privi del giusto bagaglio di cognizioni, i quali altrimenti saprebbero che il tarantino non è violento senza scopo. Se ti mena, accoltella, spara, lo fa perché vuole insegnarti qualcosa. E bisogna quindi essergli grato per tanta pedagogia gratuita.
Un modo per andare d’accordo coi tarantini è di sedersi a tavola con loro. A tavola si siglano paci e si stringono accordi. Se altrove vige la regola della stretta di mano, a Taranto vige invece l’usanza sacra del panzerotto unto, da scambiarsi in segno di pace. Anche questo è indicativo di un percorso evolutivo superiore, che ha attraversato i secoli, e che ora ha assunto un carico di significato (oltre che di olio) vertiginoso. Non deve perciò stupire lo spettacolo dei tarantini che mangiano, per strada, in spiaggia, sul balcone, al bar, al ristorante, davanti al supermercato, direttamente dalla busta della spesa. A Taranto si coltiva il culto del cibo (insieme alle cime di rapa sul terrazzo), la cui santità viene celebrata ad ogni ricorrenza, anche quando di ricorrenze non ce ne sono (e al Sud è difficile che non ci siano santi da festeggiare). L’importante è comunque mangiare, nutrirsi, abboffarsi. I tarantini – i veri tarantini – sono coloro il cui ventre è sul punto di esplodere, tipo i padri di famiglia al mare, quelli col costumino a mutanda e la pancia da donna incinta. In genere hanno appena finito di consumare un lauto pasto, seduti sotto i pini, e si sono alzati per sgranchire le gambe lunghe e sottili, su cui troneggia un duodeno impressionante. Non lasciatevi sedurre dal pensiero sbagliato che costoro siano pigri e che dovrebbero fare qualcosa per dimagrire. Magari hanno alle spalle turni di lavoro massacranti, per esempio alle poste o in Comune. Fatevele voi quattro ore di lavoro continuate. A tali eroi della forchetta non si può che tributare dunque ogni onore, perché noi che ci limitiamo a un’insalatina e una fetta di pollo al limone abbiamo ancora tanto da imparare.
Tipico tarantino da spiaggia, con la sua catenina d’oro e l’addome (da) “piatto”
Infine, come non esaltare la straordinaria sobrietà di questo popolo, le cui grazie sono così abbondanti che non basterebbe un’enciclopedia a riassumerle tutte. I tarantini, come ho già detto nel primo articolo, sono un popolo orgoglioso e anche un po’ nostalgico. Adorano le loro usanze e sono restii a cambiare in nome di mode passeggere. A Taranto, in qualsiasi periodo dell’anno, si vedono i cittadini indossare abiti dagli improponibili colori pastello, spesso in disaccordo cromatico, il borsello a tracolla (da cui esce il calcio della pistola) e il bermuda al ginocchio (che ingiustamente nel resto d’Italia eliminiamo dal guardaroba una volta finite le elementari). Ma qui le cose belle durano. Come l’abitudine di urlare ai propri figli che è ora di uscire dall’acqua. L’urlo, in particolare, è un elemento antropologico di grande valenza, perché serve a farsi capire. Più si urla più, più si ha ragione. Più è alto il livello acustico dell’urlata (al marito, al figlio, allo sconosciuto che taglia la strada e che viene provvidenziamente apostrofato con un elegante “ma vedi ‘sto cornuto“), più ci si guadagna la stima dei propri pari. Alle urla, spesso in dialetto, si accompagnano espressioni di disapprovazione che chiamano in causa l’altrui mamma o i cari scomparsi. Sono manifestazioni di classe e sobrietà, che purtroppo altrove si sono perse.
Spero quindi che l’Italia rivolga un giorno il suo sguardo alla splendida Taranto, perla affacciata sullo Ionio, e si accorga di quanta bellezza si cela tra questi quartieri in rovina, sotto quest’aria fetida e maligna, in mezzo a queste acque solcate dai rifiuti, dietro le curve di queste strade dissestate, ma soprattutto si cela nel modo di fare di questa gente, impegnata a inghiottire frutti di mare, pizze e panzerotti, a insultarsi in dialetto, con un gusto antico e patrizio che conquista subito, lasciandoti addosso solo la voglia di piangere, che – attenzione – non si deve al fatto di correre ogni momento il rischio di venire rapinati, accoltellati o picchiati, ma perché la bellezza di questa città è a volte troppa da reggere tutta insieme.
Taranto, detta la “città dei due mari” (che in questa panoramica si vedono bene, uno in alto e uno in basso). A sinistra si vede il Castello Aragonese, al centro il Ponte Girevole, che si apre regolarmente per lasciar passare le navi. Sulla destra si vede invece la città nuova con il suo splendido lungomare.
Ragazzi, ma cosa sta succedendo in Inghilterra?? Qualcuno direbbe forse, “C’è del marcio in Inghilterra!” parafrasando il Bardo locale. Io non vi nascondo di essere particolarmente preoccupato, non solo per essere stato un ex-expat e perché ho ancora amici che vivono lì, ma sono preoccupato soprattutto perché ciò che succede Oltremanica ci tocca da vicino.
Tanto per cominciare, oggi, 19 luglio (segniamocelo sul calendario), si parla con una certa spocchia di Freedom Day. Nel senso che l’amministrazione Johnson ha ufficialmente rimosso a livello nazionale le restrizioni legate all’obbligo dell’uso della mascherina, all’aperto e al chiuso, e ha spazzato via tutto ciò che concerne il distanziamento. La notizia mi sconcerta, considerando che appena un anno fa l’Inghilterra, insieme all’Italia, era tra i paesi più colpiti al mondo e che le immagini delle strade vuote di Londra e dei reparti di terapia intensiva pieni ce le ricordiamo un po’ tutti. Possibile che si sia arrivati già a questo? Che dire…First reaction: scioc!
Ma ho la ferma convinzione che il lockdown e la pressione prolungata debbano aver traviato anche il popolo inglese e che le intemperanze dello spettinato corsaro biondo non siano affatto un caso isolato. Boris ci sta mettendo del suo, come vuole il personaggio, con un gesto a dir poco irresponsabile (per non dire criminale), che rischia di scatenare una seconda pandemia. La sua politica avventata è una minaccia a questo fragile equilibrio, raggiunto dopo trattative estenuanti da parte di un’Europa che si barcamena da mesi tra vaccini e coprifuoco. Siamo tutti stanchi. Perciò non si capisce perché l’Inghilterra debba esserlo più degli altri.
Poi, come si diceva, il popolo inglese, notoriamente sobrio, morigerato, elegante (eh!) ha dimostrato di non essere da meno del suo discutibile leader. Beceri come sono sempre stati, hanno dato il “meglio” di sé in occasione del mondanissimo evento degli Europei di calcio, durante il quale invece di alimentare lo stereotipo (usurpato) di popolo civile, hanno preferito confermare quello che tutti pensano, cioè che sono dei buzzurri e dei pessimi perdenti.
Gli Inglesi si sono presentati alla finale contro di noi convinti di avere già l’europeo in tasca. Forse qualcuno avrebbe dovuto ricordargli la massima del Trap, magari traducendogliela pressappoco in questi termini: “Don’t say cat, if you don’t have it in the sack!”. Hanno poi boriosamente ripetuto fino alla nausea la cantilena IT’S COMING HOME come se la cosa avesse dovuto spaventarci. Mah. Anche qui qualcuno avrebbe dovuto indicare il medagliere, il loro medagliere, dal quale penzola tristemente una sola medaglia, quella del Mondiale del ’66 (vinto tra l’altro con il goal fantasma di Hurst che, come dimostrato, non entrò mai). Se il calcio è a casa da loro che non hanno vinto quasi niente, allora figuriamoci in Italia, dove luccicano i trofei strameritati di 4 Campionati del Mondo e 2 Europei. Vabbè, li abbiamo lasciati gongolare, perché in fondo ci facevano tenerezza.
Quel giorno allo stadio c’erano tutti, Tom Cruise compreso. Per non parlare del patinatissimo Beckham, del meno patinato principe William, accompagnato da figlio e consorte, e da altre celebrità minori. La partita è andata com’è andata, ma ciò che davvero ha nauseato è stato l’atteggiamento irritato e antisportivo dei giocatori, i quali si sono tolti la medaglia del secondo posto subito dopo averla ricevuta. Alla faccia del Fair Play. Ma l’adrenalina e gli animi caldi non bastano a giustificare il loro assurdo comportamento dei giorni successivi. Non sono mancate come da copione (stile Eurovision) le polemiche all’indirizzo della vittoria italiana – ripeto, strameritata – quasi a voler delegittimare i neocampioni. Sono fioccate sui tabloid inglesi accuse alla nostra correttezza e sospetti riguardo la liceità di alcuni episodi, che se si fossero verificati a parti rovesciate, sarebbero invece stati presi per “foga agonistica” (vedi il fallo di Chiellini).
Fuori dallo stadio, poi, subito dopo la fine della partita – ma questo lo annovero tra gli episodi dubbi – si è assistito a una vera e propria caccia all’uomo. Circolavano filmati abbastanza strani che mostravano i tifosi inglesi picchiare i tifosi italiani, benché le circostanze e i motivi mi siano tutt’altro che chiari.
Infine, l’ultima follia che girava sui social è stata il boicottaggio in massa dei ristoranti italiani. Ebbene sì, gli inglesi si rifiutano di mangiare il nostro cibo. Posso dirlo con una certa soddisfazione che, almeno in questo caso, si scornano con le loro stesse mani, perché se credono di mangiare meglio mangiando la robaccia che esce dalle loro cucine, i veri puniti sono proprio loro. Noi continueremo a goderci la pizza e la pasta asciutta. Per carità, offesissimi.
Ciao! Se non l’avete già fatto, vi invito a “sfogliare” (modo elegante di dire ‘acquistare’) la mia raccolta di poesie VICINO AL FINESTRINO. Qui il link.
Ah, dimenticavo, è anche disponibile in formato ebook. Guardate che bella invece l’edizione cartacea!!!! ^_^
Ciao a tutti!! Mi scuso intanto per la lunga assenza. Spero stiate tutti bene, e non come me sui gomiti in attesa delle ferie.
In realtà questo vuole essere un bieco annuncio di servizio, senza troppi complimenti. Mi sono deciso finalmente a raccogliere, sistemare, dare una forma ad alcune poesie che ho scritto negli ultimi due anni, in piena pandemia e in piena depressione (diciamolo). Più che il dolor, poté la pandemia (cit.). Sulla mia congenita pudicizia ha prevalso alla fine la voglia di lanciare qualcosa nell’etere amorfo di internet.
E’ uscito ieri su Amazon il mio libello di cui trovate la copertina qua in basso (e qui il link).
Dalla quarta di copertina: Poesie di un viaggio interiore, attraverso suggestioni e ricordi, alla ricerca di una verità, sempre relativa. In questi frammenti si nasconde un io fragile, un io che però non è quello di chi scrive. Ricomporsi, prendendo coscienza di sé è la meta del viaggio, in cui alla fine ci si accorge di non essere da soli.
Quando pensi che i tuoi problemi siano insormontabili, di non potercela fare, e che i tuoi affanni non abbiano senso, leggi quanto segue:
From this distant vantage point, the Earth might not seem of particular interest. But for us, it’s different. Consider again that dot. That’s here, that’s home, that’s us. On it everyone you love, everyone you know, everyone you ever heard of, every human being who ever was, lived out their lives. The aggregate of our joy and suffering, thousands of confident religions, ideologies, and economic doctrines, every hunter and forager, every hero and coward, every creator and destroyer of civilization, every king and peasant, every young couple in love, every mother and father, hopeful child, inventor and explorer, every teacher of morals, every corrupt politician, every “superstar,” every “supreme leader,” every saint and sinner in the history of our species lived there – on a mote of dust suspended in a sunbeam.
The Earth is a very small stage in a vast cosmic arena. Think of the rivers of blood spilled by all those generals and emperors so that, in glory and triumph, they could become the momentary masters of a fraction of a dot. Think of the endless cruelties visited by the inhabitants of one corner of this pixel on the scarcely distinguishable inhabitants of some other corner, how frequent their misunderstandings, how eager they are to kill one another, how fervent their hatreds.
Our posturings, our imagined self-importance, the delusion that we have some privileged position in the Universe, are challenged by this point of pale light. Our planet is a lonely speck in the great enveloping cosmic dark. In our obscurity, in all this vastness, there is no hint that help will come from elsewhere to save us from ourselves.
The Earth is the only world known so far to harbor life. There is nowhere else, at least in the near future, to which our species could migrate. Visit, yes. Settle, not yet. Like it or not, for the moment the Earth is where we make our stand.
It has been said that astronomy is a humbling and character-building experience. There is perhaps no better demonstration of the folly of human conceits than this distant image of our tiny world. To me, it underscores our responsibility to deal more kindly with one another, and to preserve and cherish the pale blue dot, the only home we’ve ever known.
Carl Sagan
«Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.
La famosa foto “Pale Blue Dot”, scattata per volontà dell’astronomo Carl Sagan nel 1990 e diventata il centro di molte sue riflessioni sulla vita umana e sull’universo
Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora. Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.»