La vita davanti a sé

No, non è la recensione del film di Sophia Loren. E’ solo che il titolo si presta bene a descrivere la mia situazione attuale, di alta, altissima conflittualità interiore e di profonda irrequietezza. Penso sia successo anche a voi (e se non è successo, credetemi, succederà) di trovarvi a un bivio, tra il prima e il dopo, e di non sapere che pesci pigliare. Tra l’altro la strada che mi si para davanti non è neppure delle più scontate. Quindi è in fondo un bivio nel bivio (o come cantava Eros Ramazzotti, “fuoco nel fuoco”). Sì, oggi ho la citazione facile…

Tornando al bivio. Da un lato ho la prospettiva di “fottermi” con le mie stesse mani, cioè di incanalarmi nel mainstream di ciò che un trentenne dovrebbe fare: lavorare (possibilmente occupando la stessa posizione, onde evitare rischi di disimpiego), comprare casa (cosa che sto facendo), intestarsi un mutuo trentennale che mi seguirà fino alla tomba (eh già!), e nel frattempo condurre una vita il più possibile monotona, fatta di visite saltuarie ai genitori, cene trimestrali coi colleghi, calcetto la domenica, flirt su Tinder che finiscono in niente, due settimane di vacanze l’anno per illudersi di viaggiare, un’auto nuova da cambiare ogni 4/5 anni, palestra tre volte a settimana per contenere la pancetta, e poi coltivare nel tempo libero hobby senza alcuna importanza nell’attesa di perdere anche l’ultimo briciolo di interesse; nel frattempo accumulare livore per quelli che conosci che ce la fanno, gioia per chi fallisce, vedersi allo specchio ogni mattina e seguire il lento declino interiore riflettersi a poco a poco nell’aspetto, con rughe sempre più scavate, capelli (se rimangono) sempre più grigi, spalle più curve, muscoli appiattiti, addome floscio, sguardo spento di chi vorrebbe essere già nella fossa e invece gli è toccato svegliarsi anche quella mattina.

Tutto questo continuando a sorridere, fingendo che vada bene così, per non far impensierire chi ti ama e pesare su chi ti frequenta. Perché è giusto così. Così è socialmente accettabile. Ci manca solo diventare dei reietti, dei pessimisti inveterati che non credono più in niente! Infatti dobbiamo tutti socializzare, per non correre il rischio di venire emarginati. Tutto questo, quindi, è la direzione che sto per prendere, se non faccio niente, il futuro che mi aspetta e che, insieme a me, accomuna molte altre persone, le quali forse – e li invidio sinceramente – sono perfino contente di procedere senza scossoni, sapendo ciò che li divide da qui fino alla morte.

Dall’altro lato ho invece l’incertezza e, se vogliamo, il “fottermi” con le mie mani ma in un altro modo, scavandomi una palata alla volta un altro tipo di fossa. Mi riferisco al mollare tutto, magari non subito, ma tra un anno o due. Vuol dire vendere la casa che sto acquistando, cambiare il lavoro che mi paga bene, mettermi a girare il mondo (dall’altro della mia suprema ed egoistica solitudine post divortium a cui non rinuncerei nemmeno sotto tortura), vivere da naufrago, un po’ qua un po’ là, contando sulle tante possibilità di un lavoro a distanza (bestemmia dei tempi moderni). Ma vuol dire allontanarsi dalla famiglia, dagli amici, dal nido sicuro (o dal porto, scegliete voi la similitudine sturm und drang che preferite), dall’inseguire un’altra illusione che è quella che la vita sia una sola e che valga dopotutto la pena andare incontro ad ogni possibilità per non avere un domani rimpianti, per dire di aver visto, vissuto, amato fino in fondo. Ma siamo sicuri che questo sia saggio e che non sia invece un risveglio più doloroso del primo?

Mi chiedo proprio questo e non so trovare una risposta. So solo che entrambe le strade mi spaventano e che vorrei avere la sfera di cristallo per sbirciare in entrambi i futuri: uno che so già che mi ucciderà lentamente, l’altro che magari mi terrà in vita per qualche tempo ma che probabilmente mi riserverà amare sorprese. Da un lato posso contare sulla sicurezza, dall’altro soltanto sull’incertezza. E chi lo dice che l’incertezza sia meglio? Quante volte ho sentito la frase “si vive una volta sola”. Ma che significa davvero, ve lo siete mai chiesti? Dove sta scritto che l’ignoto sia meglio del noto. Anche la campana del “meglio un uovo oggi che una gallina domani” mi suona in testa e comunque, dovunque ti volti c’è una frase ovvia a sorreggere entrambe le posizioni, quindi la scelta è interamente rimessa alla sorte, e anche il suo conseguente successo (o fallimento).

Perciò, cari miei, mi batto e mi ribatto senza posa. Mi incazzo con gli altri e con me stesso perché provo questa sensazione di ingabbiamento. I miei genitori (poveri loro) sono contenti che il carrozzone proceda. Io lo sono un po’ meno, perché so già che la prima strada fa schifo. Il solo pensiero mi fa venire voglia di saltare dalla finestra (e vivendo al primo piano dovrei saltare almeno una decina di volte per riuscire nell’intento). Il pensiero di vivere una vita grigia mi uccide dentro, togliendomi la voglia di fare qualsiasi cosa. Mi sento tenuto con la testa sott’acqua. Ma la valutazioni da fare sono tante e complicate. I tempi attuali sono troppo incerti per prendere una qualsiasi decisione a cuor leggero. Anche non fare niente è in fondo una decisione. E’ arrendersi alla corrente, rassegnarsi. E’ metterci una croce sopra, una croce tombale nel mio caso, magari accompagnata da una scritta già usata per qualcuno: Qui riposa Luca, Signor di Stocazz, Che in vita sua fu tutto e non fu niente!”.

L

“Dante Enigma”: un’occasione mancata

E’ da pochissimo in libreria Dante Enigma, del rampante Matteo Strukul, scrittore che non è alla sua prima prova con la Storia, essendo l’autore – sempre per i tipi di Newton Compton – della saga “I Medici”. Il libro su Dante è stato preceduto da un pesante battage pubblicitario e lo stesso autore, sulla sua pagina Instagram, ha più volte anticipato il libro, in vista dell’uscita prevista il 3 maggio.

Copertina di Dante Enigma di Matteo Strukul

L’ho appena finito e devo dire che la mia posizione a riguardo è piuttosto combattuta. Come probabilmente avrete scoperto leggendomi e leggendo qualcuno dei miei vecchi post, sono un dantista convinto e un medievista di formazione (ormai a tempo perso). Questo mi ha portato a leggere il romanzo di Strukul con una certa dose di diffidenza e, temo, malcelato scetticismo, fin dalle prime pagine. Consapevole di avere quindi una lente deformante sotto gli occhi, vorrei comunque dire la mia, sapendo già che la mia recensione non sarà obiettiva al 100%. Vediamo intanto di che parla il libro.

Dante Enigma segue le vicende di un Dante ancora ragazzo, ambientandole tra il 1288 e il 1289. A quest’altezza, Dante Alighieri, poco più che ventitreenne, si trova coinvolto nei preparativi per la famosa battaglia di Campaldino, che ha luogo l’11 giugno 1289, tra la guelfa Firenze e la ghibellina Arezzo. Il libro segue da vicino l’evoluzione in senso negativo degli eventi, fino a che le relazioni tra le due città si deteriorano a tal punto che il conflitto armato diventa inevitabile. La battaglia di Campaldino è una tappa importante nella vita di Dante e lui stesso ne parla in più di un’occasione. Dante vi partecipò come feditore a cavallo, cioè come combattente in prima linea. Possiamo soltanto immaginare quanto quel giorno contribuì a influenzare il suo carattere. Della battaglia di Campaldino, Dante fa infatti menzione in più di un luogo della Divina Commedia, per esempio quando racconta l’avventurosa morte di Bonconte da Montefeltro (nel VI del Purgatorio), avvenuta proprio quel giorno a Campaldino, e ne parla anche in svariati altri punti dell’Inferno.

Al di là dell’aspetto storico, Strukul ricostruisce (“romanzandoli” ovviamente) i dialoghi, con il suo tipico piglio mordace, per i quali è conosciuto, rendendo appieno il ritmo, che sembra farsi sempre più frenetico. Strukul è uno scrittore di vaglia, uno che conosce bene le sue fonti, che sa usare per sorreggere la storia, quando gli occorre introdurre elementi di fantasia alternando cose vere a cose che vere non sono. Ho apprezzato molto la scena della battaglia. Qui secondo me è venuta fuori tutta l’esperienza del romanziere storico. Il lessico è accurato, la descrizione convincente, e l’architettura intreccia bene le singole scene con le inquadrature di massa, i cosiddetti piani lunghi. Bella anche la conclusione, che riunisce nella storia principale ciascuna delle sottostorie, portandoci a vivere con un senso di sollievo il ritorno della pace, laddove si prima si era scatenata la tempesta. Quindi per riassumere: bello, bella la boisserie, bello tutto… Ma veniamo a cosa non ha funzionato granché.

Matteo Strukul, nato a Padova l’8 settembre 1973

Dante Enigma rimane per me un enigma. Come ho detto, il libro è ben documentato, nulla da eccepire, ma se proprio si voleva scomodare un periodo come quello giovanile del Sommo Poeta, forse si poteva scendere un po’ più sotto la superficie. In che senso? Cerco di riassumere. In quegli anni della vita di Dante, si sviluppano intorno a lui una serie di questioni, personali, filosofiche, perfino “esoteriche”, che ritornano più avanti, quando il poeta, ormai in esilio, si dedica alla stesura della Commedia.

Un aspetto che sicuramente molti conoscono è il rapporto “travagliato” tra Dante Alighieri e Guido Cavalcanti. Qualcuno ricorderà il sonetto Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io e forse qualcuno ricorderà anche che è a Guido che Dante dedica la Vita Nova, così come è a Guido che Dante dedica la sua prima poesia. Insomma, i due erano molto amici. Poi più avanti avranno dei diverbi, per cui si allontanano (Guido Cavalcanti muore nel 1300, ndA), ma nel 1288, cioè quando viene ambientato il romanzo, Dante e Guido sono ancora profondamente legati. Eppure, di questo rapporto non viene fatta quasi menzione. Sarà stata magari una scelta redazionale, sarà che l’aspetto privato di Dante avrebbe potuto “rallentare” l’evoluzione della storia, tutta incentrata sulla battaglia. Però mi sarei aspettato qualche riferimento in più. Ne avrebbe guadagnato, credo, lo spessore del protagonista, oltre a darci modo di conoscere meglio la sua quotidianità, fatta a quel tempo di tanta ambizione ma ancora di pochi successi.

Tralascerò il discorso sull’aspetto filosofico e quello esoterico perché sarebbe un discorso troppo lungo. Dirò soltanto che, volendo, si poteva integrare il racconto con elementi un po’ più suggestivi, quali roghi, processi e scene di vita quotidiana (taverne, bordelli, sale buie e fumose, avete capito che intendo), che per un romanzo “medievale” non guastano mai. Ma Strukul ha preferito – giustamente – mantenersi fedele alla storia e quella ha sviluppato, con coerenza e mano ferma, senza lasciarsi ammaliare dalla tentazione del gotico, tante volte usato (e abusato).

Un’altra cosa che ho trovato strana è la presenza di tanti mini capitoli. A volte ci si ritrova dei capitoletti di due, tre pagine al massimo, nei quali viene davvero sviluppato poco. Più che disperdere il racconto in cosi tanti capitoli, avrei personalmente optato per accorparli e farne invece capitoli più grossi. Penso che l’intenzione sia stata di dare, come dicevo, ritmo alla narrazione, però così il rischio è di abbozzare qualcosa senza avere il tempo di approfondirlo a sufficienza.

Strukul poi si avventura su un terreno originale che è quello della pura invenzione. Sacrifica di fatti il rapporto Dante – Guido ma letteralmente “inventa” (perché non esistono prove contrarie) l’amicizia tra Dante e Giotto. L’unico elemento che autorizza l’invenzione è il fatto che entrambi si trovavano a Firenze nel 1290, benché poi abbiano preso strade separate. Da qui però il romanzo prende l’aire per ipotizzare che Giotto conoscesse – e bene per giunta – il giovane poeta, per il quale si scopre aver fabbricato la spada utilizzata da Dante durante la battaglia. Insomma, complimenti per il coraggio!

Un’altra invenzione, che non so se far rientrare tra le note positive o quelle negative, è la conferma – sempre romanzata – che Dante soffrisse davvero di attacchi epilettici (c’è solo un vago accenno nella Vita Nova…). Questi attacchi, che si verificano sovente nel corso del racconto, sono il pretesto per far avere a Dante le visioni “mistiche” rielaborate e confluite poi nella Commedia (per esempio quella di Lucifero, della città di Dite, delle Erinni). Ne apprezzo molto l’idea alla base e mi chiedo se sono io a non averne capito il senso (molto probabile) perché, francamente, non le avrei incluse, perché avrei tenuto separato il periodo giovanile da quello maturo. Comunque, al netto, sottolineo di nuovo l’orginalità e il coraggio di trattare la figura del più grande poeta italiano come vera e propria argilla da plasmare.

In conclusione, il mio giudizio è che si poteva fare meglio. Per carità, la storia regge, il libro è scorrevole. Ma non è quel capolavoro che mi aspettavo quando l’ho aperto la prima volta. Non voglio però togliere nulla all’autore, che ha sicuramente confezionato un romanzo pregevole. Come sostenevo all’inizio, il mio parere è molto probabilmente influenzato dalla devozione quasi sacra che nutro per quel periodo storico e per la figura di Dante, a cui più volte mi sono avvicinato, sempre da incapace, con l’intento di scrivere qualcosa, anche solo uno scampolo, un brandello, un lacerto, rendendomi poi conto di non sapere da dove cominciare. A questo punto mi viene il sospetto di essere io il vero impostore e di aver volutamente trovato dei difetti per arrogarmi il diritto di non farmi piacere qualcosa scritto da qualcun altro. Il critico invidioso è sempre il critico peggiore (ma anche quello più sincero), perché non nasconde di aver voluto essere lui a scrivere la storia che ha letto. Confido a mia volta nel giudizio benevolo dei posteri. Buon piovoso abbraccio a tutti.

L

Unpopular Opinions

Sull’emittente radiofonica della BBC esiste da qualche anno una rubrica molto ascoltata che si chiama Unpopular Opinion. In questo spazio, gli ascoltatori sono invitati a commentare una o più opinioni “controcorrente”, lanciate nell’etere dal polemista di turno: un ospite dello show, qualcuno di famoso, lo stesso host della trasmissione, il popolo di Twitter, e così via.

Per opinioni impopolari si intende in genere qualcosa che vada contro il sentimento diffuso, come l’affermazione secondo cui “Game of Thrones è sopravvalutato” o “Brad Pitt è un cesso”. Ma, dato che l’Inghilterra ospita molto meno moralismo del Belpaese, capita di sentire anche opinioni più forti. Ad esempio, il famosissimo comico Ricky Gervais una volta ha affermato che per lui “Humanity is a plague. The world would be a better place if all people were wiped off the face of it…“.

Insomma, c’è chi si tiene sul leggero e chi invece ci va giù pesante, rimestando parecchio gli animi. Ma, di fondo, lo spirito della trasmissione è proprio questo: chiedersi – in maniera ironica e autoironica – se siamo davvero tutti allineati e se oggi il politicamente corretto ha sterilizzato del tutto il libero pensiero. Sarebbe bello poter replicare l’esperimento anche da noi. Anche se, temo, visto il clima di persecuzione ideologica che viviamo, sarebbe difficile poter affrontare a cuor leggero temi importanti. Finiremmo forse per limitarci a dire “Non mi piacciono i Teletubbies” oppure “Mi faccio la doccia una volta al mese”. Dubito che qualcuno avrebbe il coraggio di scagliarsi contro il sentire comune, rischiando magari denunce da associazioni varie, così poco inclini alla satira.

Ma io, che non ho una radio e che mi curo poco delle reazioni del prossimo, vorrei esporre le mie Unpopular Opinions, nella speranza che vengano prese come tali, cioè come opinioni. Non sono dichiarazioni di guerra. Non chiedo di essere convertito, corretto o persuaso a cambiare opinione. Ognuno si tenga la sua, e qualora ci si imbatta in un’opinione discorde, ricordo che si può tirare dritto per la propria strada.

  1. Fare figli è un atto di egoismo. Il mondo è già sovrappopolato e prossimo allo sfascio. Decidere di riprodursi è un atto irresponsabile, oltre a una condanna per il bambino/la bambina, che dovrà lottare per tutto: lavoro, inquinamento, scarsità di risorse naturali ecc.
  2. In aggiunta al punto primo, credo che per questo non tutti dovrebbero riprodursi. Provate a rifletterci: servono ormai certificati, patenti, abilitazioni per ogni cosa. E’ mai possibile, quindi, che proprio per realizzare l’opera più importante di tutte, cioè creare una vita, non serva dimostrare alcuna competenza? Voglio dire, quantomeno fate fare un test. Sarà importante o no, dare la vita a un essere umano? Vogliamo controllare che la coppia sia composta da persone intelligenti, altruiste, psicologicamente stabili, prima di consentire loro di procreare? Mah…
  3. La Singletudine è buona. La Singletudine non è un difetto. La Singletudine è un dono. E’ tempo per sé, per arricchirsi (spiritualmente), dedicarsi a se stessi, ripulirsi l’anima. Non è obbligatorio stare per forza con qualcuno. La società ci inculca in un tunnel sordido e malefico l’obbligo di perseguire la vita perfetta, che è poi la vita di coppia, del diventare genitori. Stronzate. Sono solo stronzate. Propaganda consumistica. State da soli e godetevela.
  4. I social non servono a niente, fanno solo perdere tempo, e rincoglioniscono
  5. Meglio comprarsi un cane che frequentare un altro essere umano
  6. Preti, sacerdoti, papi, vescovi, cardinali e compagnia bella rientrano tra i parassiti della società. Non producono niente, se non senso di colpa e finto sollievo. La cosa più grave è che li ascoltano ancora in tanti…
  7. Non dovrebbero essere concessi diritti a tipologie di escrementi umani come razzisti, pedofili, piromani, stupratori, assassini, maltrattatori di animali, bracconieri. In una società sana, costoro verrebbero espulsi e spediti nei boschi a sfamare gli orsi.
  8. Troppa ricchezza è insostenibile, oltreché immorale.
  9. Meglio viaggiare che trombare. Almeno il ricordo è duraturo.
  10. Cime tempestose fa cagare!
  11. Doppiare di nuovo un film classico è sbagliatissimo. Perché? Avete mai sentito la “nuova versione” di E.T. e Lo Squalo? Orrore e raccapriccio.
  12. Secondo me dovremmo ricevere prima la pensione, tra i venti e i quarant’anni, e poi lavorare da vecchi. Non il contrario. E’ più bello godersi la vita quando lo si può fare, che non ridursi alla decrepitezza.
  13. Il caffè vero si beve senza zucchero
  14. The Rock non sa recitare
  15. Ligabue, Vasco e Jovanotti non sanno cantare. In effetti parlano, non cantano.
  16. La musica metal, l’hardcore, la techno, quella sintetica e la musica elettronica non sono musica. Al massimo rumore, e pure scadente.
  17. Laurearsi in Italia è tempo sprecato
  18. Il declino demografico è una cosa positiva, non negativa. Siamo già troppi.
  19. Le carestie, le epidemie, le catastrofi naturali sono cose necessarie, che è giusto che capitino. Servono a ridimensionare il nostro peso sulla Terra, e soprattutto a farci capire la conseguenza delle nostre azioni.
  20. Sposarsi è inutile. Se proprio volete stare insieme, convivete e basta. Ma non sposatevi. E’ un business inutile.
  21. Sylvester Stallone è uno dei migliori attori mai esistiti. La sua interpretazione ha reso immortali personaggi che altrimenti sarebbero rimasti sulla carta per la loro noiosità.
  22. Leopardi è palloso, Manzoni è pedante.
  23. Dante se la tirava troppo. Forse più di Beatrice, che se gliel’avesse data, ci avrebbe risparmiato una tortura da studiare.
  24. Paolo e Francesca sono stucchevoli. Romeo e Giulietta è il “Tre metri sopra il cielo” del Cinquecento.
  25. La Gioconda è un quadro sopravvalutato
  26. Si vive meglio al Sud che al Nord
  27. La realtà non esiste: è un figmento della nostra immaginazione.
  28. Siamo soli nell’universo.
  29. Non c’è vita dopo la morte (così come non c’è prima di nascere)
  30. La vita non ha senso

Ecco le mie opinioni impopolari. Alcune sono chiaramente provocazioni, alcune no. Spero ne venga capito il senso.

L

Avere o Essere

Quando Erich Fromm pubblicò Avere o Essere nel 1976, non fece in tempo a vedere il successo del suo libro perché morì, pochi anni dopo. Uscito più di quarant’anni fa, Avere o Essere è oggi un libro senza tempo, un saggio immortale sulla nostra società e in senso più ampio, un’analisi impietosa dell’umanità. In che senso “impietosa”?

L’ambizione di Fromm, psicologo e intellettuale tedesco di origine ebraica, era di fare il punto della situazione sulla società contemporanea (della sua epoca), a suo avviso orientata verso un ideale di vita totalmente sbagliato. Secondo Fromm infatti, l’uomo moderno avrebbe sviluppato una tendenza ad arricchirsi esteriormente, a possedere (in senso materiale), piuttosto che dedicarsi al bene, di sé e del prossimo, arricchendosi interiormente.

Questa lenta mutazione nella percezione del bisogno da parte dell’uomo avrebbe secondo Fromm radici molto lontane, da far risalire al periodo mercantile (XVII secolo) e a quello della rivoluzione industriale (XIX), che ha fatto esplodere l’offerta (di prodotti, di “cose), con un conseguente bisogno, da parte dell’industria, di un’altrettanto vertiginosa crescita dei consumi. In sostanza, il capitalismo, l’affarismo, aveva bisogno che l’uomo iniziasse a consumare, ad acquistare, ad accumulare prodotti su prodotti.

Per far sì che si producesse questo cambiamento, occorreva mutare la mentalità della società. Occorreva far credere alla gente che non era più importante ciò che si era, ma ciò che si aveva. Il benessere personale doveva essere proiettato all’esterno, sulle cose possedute. Doveva avere luogo l’equazione: più uno ha, più vale.

C’è una logica demoniaca dietro l’accumulo costante. Ma c’è anche una sorta di gratificazione, sulla quale fa leva chi deve vendere, affinché chi deve comprare non smetta di farlo.

Il consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa l’ansia, perché ciò che uno ha non può essergli ripreso; ma impone anche che il consumatore consumi sempre di più, dal momento che il consumo precedente ben presto perde il proprio carattere gratificante. I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo.

Esistono varie dinamiche dietro il nostro bisogno spasmodico di comprare, insieme a tanti motivi (psicologici, sociali, ecc), che si sono sedimentati un po’ alla volta nella nostra coscienza. C’è e c’è stato nei secoli un indottrinamento, di cui noi siamo più o meno consapevoli, ma che tuttavia ha prodotto risultati devastanti: una società marcia. C’è per esempio una corrente spirituale, per non dire biologica, che Fromm chiama prontamente in causa, come il nostro innato desiderio di immortalità.

Il bisogno di avere ha anche un altro fondamento, “il desiderio biologicamente dato di vivere”. Indipendentemente dal fatto che siamo felici o infelici, il nostro organismo ci spinge ad aspirare all'”immortalità”; ma, poiché sappiamo per esperienza che moriremo, andiamo alla ricerca di situazioni capaci di farci credere che, nonostante l’evidenza empirica, siamo immortali. […] Ma, forse più di ogni altra cosa, il possesso di proprietà costituisce la realizzazione del desiderio di immortalità, ed è per questo motivo che l’orientamento all’avere ha tanta pregnanza. Se il mio “sé” è costituito da ciò che io “ho”, sono immortale se le cose che ho sono indistruttibili.”

La sua soluzione è di puntare tutto sulla rinascita dell’uomo e della società. Chiarito il fatto che abbiamo deviato, a un certo punto della storia, da ciò che è meglio per noi, per il pianeta, e per il prossimo, trasformandoci in animali capaci solo di comprare, dobbiamo ora correre ai ripari.

Fromm auspica perciò il ritorno a concetti come la crescita personale, il culto del sé, l’amore incondizionato, verso l’altro, e non solo verso il bisognoso, ma l’uomo comune, nostro compagno sulla Terra. L’uomo deve riuscire ad amare se stesso – puntare quindi ad essere, non ad avere – e può farlo solo in maniera non egoistica.

Nella parte finale del libro, dopo aver analizzato il male e i rischi di una società votata soltanto ad avere, Fromm traccia la fisionomia dell’uomo nuovo, vale a dire di colui che, liberatosi dell’istinto di avere, si è “redento” ed è ora pronto ad essere. Ecco qualcuna delle sue caratteristiche:

  • Disponibilità a rinunciare a tutte le forme di avere, per “essere” senza residui.
  • Sicurezza, sentimento di identità e fiducia fondate sulla fede in ciò che si è, nel proprio bisogno di rapporti, interessi, amore, solidarietà con il mondo circostante, anziché sul proprio desiderio di avere, di possedere, di controllare il mondo, divenendo così schiavo dei propri possessi.
  • Accettazione del fatto che nessuno e nulla al di fuori di noi può dare significato alla nostra vita, ma che questa indipendenza e distacco radicali dalle cose possono divenire la condizione della piena attività volta alla compartecipazione e all’interesse per gli altri.
  • Essere davvero presenti nel luogo in cui ci si trova.
  • La gioia che proviene dal dare e condividere, non già dall’accumulare e sfruttare.
  • Amore e rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni, con la consapevolezza che non le cose, il potere e tutto ciò che è morto, bensì la vita e tutto quanto pertiene alla sua crescita hanno carattere sacro.
  • Tentare di ridurre, nei limiti del possibile, brama di possesso, odio e illusioni.
  • Vivere senza adorare idoli e senza illusioni, perché si è raggiunta una condizione tale da non richiedere illusioni….

L’elenco prosegue, ma già da questi punti si intuisce l’idea di Fromm, del suo ideale di uomo, potenzialmente laico, quasi socratico (dedito cioè a scavare nell’interiorità), altruista (Fromm si rifà in più di un occasione all’esempio di Albert Schweitzer), filantropo, e così via…

Ora, personalmente ho trovato il saggio affascinante, pieno di spunti validi e, devo dire, di una modernità disarmante. Perché, non solo siamo rimasti là dove Fromm ci ha analizzati, ma siamo addirittura peggiorati. La schiavitù dal possesso non è stata minimamente “guarita”, come sperava Fromm. E qui forse emerge la sua (scusabile) ingenuità. Trovo bella, pregnante e senz’altro acuta l’analisi del nostro decadimento morale, che attraverso i momenti storici sottolineati da Fromm, è quello a cui noi tutti assistiamo, uomini del XXI secolo.

Ma se le premesse reggono, le conclusioni lasciano invece a desiderare. Fromm si appoggia più volte a pensatori come Albert Schweitzer e Meister Eickhart per suffragare la sua tesi. Il primo, lo ricordo, ha vissuto quasi da eremita nella giungla africana per buona parte della sua vita, il secondo è stato uno dei più importati mistici tedeschi del XIV secolo. Due figure sicuramente di grandissimo rilievo ma che del mondo reale, non quello ideale, sapevano forse ben poco.

L’idea di Fromm è bella, non c’è dubbio, ma credeva davvero che la società si sarebbe fermata, nella sua folle corsa, per dire “Aspetta, però così noi non stiamo coltivando abbastanza noi stessi. Basta comprare, da domani iniziamo a leggere, fare volontariato, ascoltare musica classica e chiacchierare di filosofia”? Mi sembra più un’utopia che una soluzione concreta al dilagare dell’egoismo, del cinismo, dell’inquinamento e del consumismo di massa.

In conclusione, secondo me non esiste alcuna cura, checché ne dica Fromm. La società è diretta a passi sostenuti verso un abisso, oltre il quale si spalanca nella sua più brutale limpidezza, l’autodistruzione. E non dà cenni di ravvedersi. Come specie (umana) abbiamo chiaramente fallito. Lo provano la disumanità crescente, le disuguaglianze, il bisogno smodato di mostrarci per quello che non siamo, gli inganni, le violenze, gli abusi, il male che facciamo al pianeta. Se quarant’anni fa sussistevano (mi auguro) motivi di ritenere possibile un “illuminazione sulla Via di Damasco”, oggi, nel 2021, possiamo solo allacciarci le cinture e prepararci all’impatto.

L

Pensieri di uno pseudo-scrittore…

Un mese dal mio ultimo post! Sono ingiustificabile, o forse qualche giustificazione a ben vedere, ce l’ho, come ce l’avete voi. Come l’abbiamo tutti. Abbandonarsi alla noia e alla pigrizia è un passatempo di moda ormai. Non che sia una maniera sana, quella di sprecare le giornate, ma la situazione ci ha spolpato come delle cozze, svuotato come lumache di mare. Insomma, avete afferrato il concetto.

Ma in mezzo a tanta ignavia, ho comunque avuto un paio di belle idee per dei romanzi, che spero prima o poi vedano la luce. Mi sono perciò rimesso a progettare trame, lottare con le parole, stiracchiare idee sulla carta che si rivelano – spesso – imbarazzanti, oltreché insoddisfacenti. Mi sono prima di tutto chiesto che cosa io abbia imparato dalla prima esperienza e che cosa posso a mia volta condividere con voi. Non che ne abbiate bisogno, però chissà che un domani qualcuno mi venga a chiedere “Perché non hai mai pensato di condividere la tua esperienza di aspirante scrittore?”. La mia è quindi una giustificazione a priori (nella speranza di una domanda a posteriori).

Ciancio alle bande. Scrivere è faticoso, doloroso. Assomiglia più a un percorso a ostacoli che a uno sprint. Con qualcosa anche della maratona. E’ una corsa di devastante lunghezza. Di certo non ha nulla di quanto si vede nei film. Gli scrittori non sorseggiano brandy, nella loro baita in montagna, davanti al camminetto. Semmai sono seduti proficuamente sulla tazza, la mattina appena alzati, a partorire qualche idea per dare profondità alla storia e spessore ai personaggi. Il processo è assai complicato. Passa forse per un 1% da intuizione, mentre il resto è puro dolore. Lacrime, sudore e sangue. Vai di scalpello. Bisogna abbozzare, limare, cancellare, ripartire. Bisogna avere il coraggio di dire “questo capitolo fa schifo; ora lo cancello e lo riscrivo”, anche se equivale a perdere due settimane di lavoro. Certe volte si fa prima a rifare tutto daccapo che non a correggere i singoli pezzi.

Innanzitutto non bisogna sprecare il tempo. Tanto o poco: l’importante è scrivere. Mantenere l’inchiostro acquoso, per così dire. Evitare che si condensi. Fuor di metafora, già il percorso è lungo. Figuriamoci se si comincia a perdere tempo, rimandando alle calende greche, con la scusa che siamo stanchi, è tardi, è giovedì (o venerdì o lunedì), che la giornata è stata lunga, che manca il latte… Metti il culo sulla sedia e scrivi almeno una pagina! Do it, now. Non sprecare tempo, nell’illusione di recuperarlo. Scrivere un libro sembra qualcosa di infinito; perché in effetti lo è.

Poi, non rileggere troppo. Ho fatto l’errore (e ancora mi capita) di rileggere i primi capiti all’infinito, così tante volte da rimanere bloccato. E’ vero che i primi capitoli sono fondamentali perché determinano l’andamento della storia, il tono, l’ambientazione. Servono a “catturare” il lettore e a convincerlo, fin dalle prime battute, che si tratta di un buon libro. Ma bisogna puntare a superare l’ostacolo. C’è inoltre un grosso rischio, cioè che si perda la capacità di analizzare qualcosa che si è letto troppe volte. A furia di guardare all’infinito un paragrafo (un quadro, un disegno), smettiamo di coglierne le peculiarità. Ci sembra un ammasso informe, senza pregi e senza difetti. La cosa migliore è quindi di saltarlo e tornarci su in un secondo momento. Magari una settimana dopo, quando avrete occhi diversi. Sarete molto più oggettivi di quanto non siate fissandovici sopra maniacalmente.

Accetta le imperfezioni. Il libro non verrà mai uguale alla proiezione mentale che ne hai. Prenderà una strada tutta sua. In un certo senso avrà una sua vita. Sarà lui a dirti come vuole essere scritto. E’ frustrante, lo so, ma devi accettare che non scriviamo quello che vogliamo, bensì ciò che siamo capaci di scrivere (come sosteneva Borges). Arriveranno punti in cui non saprai come continuare, in cui spererai che i lettori non si accorgano che lì non sapevi cosa dire e che ti sei affidato a San Gennaro per continuare.

Questo ci porta ad una seconda epifania: nelle 200 o 300 o perfino 400 pagine che scriverai, è possibile che non tutti i capitoli siano uguali. Qualcuno sarà stato scritto meglio, qualcun altro peggio. Di qualcuno sarai più orgoglioso, di qualche altro meno. Alcuni arriverai perfino ad odiarli e non vorrai leggerli, perché ti irriterà il pensiero di aver scritto così male. Può darsi che in quel preciso passaggio della storia tu non fossi molto ispirato, che la penna si sia incastrata, e che alla fine tu abbia scritto solo un “ponte”, cioè niente di significativo, ma giusto un collegamento tra due punti molto più importanti. Ti rivelo un segreto: va bene lo stesso. Devi accettare le imperfezioni. Mantenersi costanti dall’inizio alla fine è estremamente difficile, se non impossibile. Arriveranno momenti in cui penserai che l’importante non è più scrivere ma solo finire.

Sii veloce nel ritmo ma lento nello sviluppo della storia. A volte capita di avere fretta di voltare sequenza; un po’ come nel cinema, quando cambia l’inquadratura. Per esempio, nel primo capitolo di ciò che sto scrivendo, mi sono reso conto che qualcosa che non tornava. L’introduzione veniva interrotta troppo bruscamente dalla seconda scena. Non avevo dato infatti abbastanza spazio al benvenuto del lettore, perché avevo iniziato subito la scena successiva. Ho perciò aggiunto un terzo paragrafo, solo per “decomprimere” la sequenza, e renderla meno strozzata. Rileggendo poi il tutto, mi sono accorto che quel paragrafo cuscinetto era proprio l’elemento mancante, e che una volta apportata la modifica, il capitolo era diventato molto più fluido.

Affidati alla scorrevolezza. Cerca di far scivolare la scrittura, e quindi la lettura. Mettiti nei panni di chi leggerà. Tu vorresti leggere quello che stai scrivendo? C’è qualcosa per cui valga la pena pagare 10 EUR per acquistare il tuo libro. Se la risposta è no, allora occorrono dei cambiamenti. E subito. Sii salace, sperimentatore, azzardato. Accelera il ritmo, crea pathos. Non descrivere e basta. I dialoghi sono molto più dinamici, con un po’ di wit (quel guizzo di intelligenza). Crea l’attesa, non avere fretta di svelare le carte. Guarda che si capisce che stai prendendo tempo e che non sai come continuare. Loro ti vedono. Chi? I lettori.

L

Ritorno all’anormalità

Celebriamo in questi giorni un compleanno importante. Un anno da quando è iniziata la pandemia. Era il 9 marzo 2020 e l’allora premier Conte avvisava gli italiani, col suo primo decreto, che era obbligatorio restare in casa. Sembra passato un decennio, altro che un anno. Da allora non è cambiato nulla, salvo forse che siamo tutti stanchi. E’ vero, c’è chi sta peggio e chi se l’è vista brutta. Ma è comunque un compleanno triste un po’ per tutti.

Percepisco una stanchezza diffusa, un’apatia sorda che ci ha reso degli automi. Aspettiamo, ormai senza crederci, che tutto finisca e che si possa tornare alla normalità. Passiamo le giornate chiusi in casa, a guardare il mondo dalla finestra. Qualcuno può uscire, perché il lavoro glielo consente. Facciamo programmi che sbrogliamo subito dopo, non appena accendiamo la televisione e il notiziario ci informa che, dietrofront, si chiude tutto daccapo. Da zona gialla si torna in zona arancione. Se si era zona arancione si passa in zona rossa. Niente aperture, niente spostamenti. Tutto rimandato. A quando? Non si sa.

Intanto la vita scorre, un pezzetto alla volta, un brandello (cioè un giorno) dopo l’altro. Mi sono accorto di quanto sia pesante affrontare giornate tutte uguali e come questo impatti le cose più banali. Ci è passata la voglia di fare, sorridere, leggere un libro, salutare il vicino, andare a fare la spesa. Ogni attività si è trasformata in una condanna, intrappolati in questo presente distopico e alienante di cui non si vede la fine.

Personalmente mi sento vuoto. Anche soltanto scrivere mi costa una profonda fatica. Ammetto che possa suonare come il lamento di un viziato, di chi tutto sommato ha ancora un lavoro, e che quindi rientra nella categoria dei privilegiati e confesso perciò di sentirmi in difetto a lasciarmi andare a banali querimonie da evidente frustrazione. Però credo anche di non essere il solo. Probabilmente perché nei rari momenti in cui metto il naso fuori di casa (perché purtroppo bisogna procurarsi il cibo), vengo travolto dallo sconforto generale. Sguardi che si evitano, persone che cambiano marciapiede, mascherine tirate fin sulla fronte, visite rimandate, whatsapp senza risposta. Siamo tutti profondamente scoglionati. A poco a poco questo virus maledetto ha spento la vitalità di un paese intero, un DPCM alla volta.

E’ vero, al termine della notte si intravede il vaccino, ma è comunque un’eventualità remota, riservata per ora ad altri, a chi giustamente ne ha più diritto. Mi chiedo nel frattempo se sarà sufficiente, se le cicatrici sociali si rimargineranno mai del tutto. Essendo uno profondamente pessimista, credo che ciò non avverrà, nonostante il vaccino. Rimarremo distanti, freddi, spaventati. Ci sembrerà di condurre la nostra vita ma qualcosa intanto si sarà spento. Riprenderemo le nostre vite da dove le abbiamo lasciate un anno fa, solo che sarà come uscire da un cinema. Verremo frastornati dalle luci e dai suoni, nel buio desolante di una notte senza alba.

L

Fallimenti di successo

Mi sono sempre chiesto quale sia il parametro migliore per stabilire il successo (o il fallimento) di una cosiddetta “opera di ingegno”. Un libro, un film, un disco, al momento dell’uscita, ricevono un giudizio da parte della critica, vale a dire di una selezionata cerchia di esperti, che sono in grado di valutare il prodotto sulla base di certe caratteristiche intrinseche al genere e stabilirne pertanto il livello di qualità. Ma il prodotto viene anche valutato, indirettamente, dal pubblico, il quale esprime invece il suo giudizio in termini di vendite.

Come determinare quindi il parametro migliore, quello a cui affidarsi? Esistono tanti in casi in cui un libro o un film hanno ricevuto una pessima critica ma si sono rivelati poi campioni di incassi. O viceversa, sono stati accolti molto bene dalla critica ma piuttosto freddamente dal pubblico. Pubblico e critica possono infatti essere in disaccordo. Il primo si esprime in termini monetari, il secondo sotto forma di articoli di giornale, recensioni online ecc.

Vediamo qualche esempio. Il primo che mi viene in mente è il film “The Room”. Uscito nel 2003, è stato definito dalla critica come uno dei peggiori film mai realizzati. “The Room” totalizzò un incasso ridicolo al botteghino ($1,800 nel weekend di uscita) ma divenne a poco a poco un vero e proprio cult, tanto da venire trasmesso al cinema ininterrottamente per oltre quindici anni. Ad oggi, ha incassato la bellezza di $3,422,338. In pratica il film, nonostante il giudizio pessimo, è stato consacrato dal pubblico.

Un titolo del Guardian

Esistono anche esempi opposti. “Blade Runner” e “Brazil”, due film-capolavoro, rispettivamente di Ridley Scott e Terry Giliam, vennero celebrati dalla critica ma snobbati dal pubblico, che fece incassare al botteghino molto meno di quanto fu speso per la produzione. Idem per “Dune”, “Fight Club” e “Vi presento Joe Black”. Tutti film disprezzati dal pubblico, che raggiunsero incassi bassissimi e che inflissero perdite significative alle case produttrici, ma che cionondimeno ricevettero apprezzamenti dagli esperti e che nel tempo si sono via via affermati.

Esempi simili esistono anche nel campo della letteratura. Magari non tutti sanno che uno dei testi-cardine della filosofia, Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, di Arthur Schopenhauer, classico irrinunciabile e tuttora in vendita, all’epoca (parliamo del 1818) fu un flop colossale, tanto che quasi tutte le copie della prima edizione finirono al macero. Probabilmente il pubblico non era ancora pronto per una lettura del genere…

Nella maggior parte dei casi il tempo si rivela quindi un fattore determinante. Un’opera, che al debutto è un flop, come “The Room”, benché non sia mutato il parere dei critici che continuano a ritenerlo un film terribile, è stata invece ripescata e apprezzata dal comune spettatore, il quale finisce per godere di qualcosa che non era nelle intenzioni dell’autore. La gente va ora a vedere “The Room” per ridere della goffaggine degli attori, della mancanza di una storia e per l’assurdità delle situazioni. Ovviamente non era questo che il regista voleva. Significa in poche parole che il pubblico ha involontariamente stravolto il percorso del film, trascinandolo dal filone drammatico a quello comico, con buona pace della produzione che, almeno a distanza di quindici anni, è rientrata dei costi di produzione.

E’ invece meno frequente, e tuttavia possibile, che nel tempo cambi anche il giudizio della critica. Succede infatti che l’entusiasmo con cui il pubblico accoglie qualcosa, costringa i critici a rivedere i propri giudizi. Più o meno come riportato nell’immagine sopra, dove i critici del Guardian si chiedono se effettivamente “The Room” sia poi così brutto come viene definito e se non sia il caso di considerarlo, fuor di contesto originario, un buon film: so bad, it’s good.

Rimango pertanto perplesso, proprio dalla labilità dei confini. Mi chiedo se allora ha così peso un giudizio espresso ora, che un domani potrebbe cambiare. I gusti per l’appunto nel tempo cambiano, sia del pubblico che dei critici, e non è affatto detto che qualcosa di “brutto” ora, non venga un giorno rivalutato e apprezzato. Probabilmente quando si pubblica qualcosa, un libro per esempio, se non si è certi del valore della propria opera (e anche se lo si fosse, non è una garanzia), ci si può solo raccomandare all’imprevedibilità del giudizio altrui, sempre così ondivago – come si è visto – senza preoccuparsi troppo di che fine farà. Credo sia questo in fondo l’approccio migliore, nell’ottica che tanto “nulla è per sempre”.

L

Lettera a M.

Ciao,

ho deciso di scriverti una lettera perché è da tanto tempo che non ci sentiamo. Però non te la manderò, perché non ci riesco. La metterò invece sul mio blog, dove raccolgo le mie noiose riflessioni, sperando che non la legga nessuno. Ah, non sapevi che avessi un blog? Sì, ho un blog… È una delle cose che non sai di me, insieme a tante altre di cui per qualche motivo non ti ho mai parlato. Chissà poi perché…

Innanzitutto, come stai? Come va la tua vita dopo il divorzio? Spero sinceramente che tu stia bene, che nonostante tutto, tu sia riuscita ad andare avanti. Ma sono sicuro di sì. Sei una tosta, molto più di quanto tu stessa non creda. Mi dicevi sempre quanto tutto fosse difficile, faticoso, che non ti sentivi mai all’altezza e che eri sicura di non farcela. E invece guarda dove sei arrivata! Ti sei fatta il mazzo. Sei partita dal fondo. “Sei partita”, intanto.

Ricordi infatti quando ce ne siamo andati? Quando abbiamo deciso di fare il grande salto insieme, prendere l’aereo e andarcene a vivere all’estero? Non è stato facile, né per me né per te. Anzi, diciamolo, è stata durissima. Ma tra i due quella che si è rimboccata le maniche sei stata tu. Mentre io passavo le mie giornate a fantasticare, tu hai trovato un lavoretto part-time, per buttarti nella mischia. Ti sei guadagnata il full-time. Poi è arrivata la prima promozione, poi ne è arrivata un’altra. E così via, un gradino dopo l’altro, un traguardo dopo l’altro. Dopo nemmeno un anno eri manager. Quanto mi hai reso orgoglioso, non hai idea… Ti ho vista lottare, vincere le tue paure con una tenacia da guerriera. Lavoravi anche quindici, sedici ore al giorno, ma avevi sempre il sorriso stampato sulle labbra. Sempre. Già, quel sorriso. È proprio quello che mi ha fregato…

Non fraintendermi, lo dico in senso buono. È iniziato tutto per un sorriso. Ti sei mai chiesta se fossimo fatti l’uno per l’altra? Ma, soprattutto, esistono davvero due persone fatte l’una per l’altra? Non lo so… So solo che ci abbiamo provato. Oltre ad andarcene a vivere all’estero abbiamo affrontato anche la sfida della convivenza, del lasciare le famiglie a cui eravamo entrambi legati. Ci siamo fatti forza a vicenda perché eravamo solo noi due. Tu incoraggiavi me, io facevo il tifo per te. Finché siamo stati vicini andava tutto bene. O almeno credo, perché se ho sbagliato qualcosa, ancora non mi è chiaro.

È vero, non sono una persona facile. Sono troppo “metafisico”, come mi definivi tu. Ho la testa tra le nuvole. Passavo il tempo immerso nelle mie cose (i miei libri, Dante, ecc.). Tutte cose che ora mi sembrano infinitamente stupide. Ma tu eri lì con me e io pensavo che in fondo andasse tutto bene. D’altronde, se qualcosa non avesse funzionato probabilmente mi avresti detto di no, quando ti ho chiesto di sposarmi. Forse avresti dovuto… Invece, con la tua solita carica di ottimismo e di felicità, hai risposto di sì. Ci siamo così imbarcati in un’avventura, pur sapendo che non sarebbe stato facile. Lontani, con le spese che avevamo, affrontare anche un matrimonio. Ma il nostro legame contava più di ogni altra cosa al mondo.

Alla fine ci siamo riusciti, circondati sempre da tante belle persone, gli amici miei e i tuoi (che poi sono diventati i nostri amici), i nostri genitori, che non ci hanno mai fatto mancare il loro appoggio. I tuoi mi volevano bene come a un figlio e tu per i miei sei stata un raggio di sole. Abbiamo avuto quindi la nostra tanto attesa consacrazione, in una bella giornata di giugno, nel verde dell’Umbria.

Per un po’ le cose sono andate avanti, poi ti ho persa. Credimi, me lo chiedo ancora, e ancora non capisco cosa sia successo. Mi ripeto che sicuramente ho sbagliato io. Ti avrò fatto mancare l’attenzione che meritavi. Però, ti giuro che ci ho creduto, anche quando tu sei tornata in Italia e io sono rimasto su. “Dai, torni presto anche tu. Io ti aspetto”. Me lo ripetevi. Io facevo di tutto per tornare. Rimanere a vivere all’estero da solo non è facile, sapendo che tua moglie ti aspetta in un altro paese. I mesi passavano, ma non trovavo lavoro in Italia. Ho iniziato ad accorgermi che qualcosa tra di noi stava cambiando. Non ti ho mai accusata: mai. Quando finalmente ho trovato una possibilità, non stavo più nella pelle. Finalmente saremmo tornati a vivere insieme! Erano questi i miei piani, da idealista quale sono. Ma quella separazione – quella maledetta separazione – ha spezzato qualcosa tra di noi. Pensavo sinceramente che qualunque strappo ci fosse, si potesse ricucire, che la mia presenza di nuovo vicino avrebbe riacceso la fiamma. Ma mi sbagliavo.

Ho passato mesi ad aspettarti, invano, ad aspettare una tua telefonata. Tu non volevi vedermi né sentirmi né darmi spiegazioni. Lasciamo perdere cos’è successo, perché ormai è inutile. Il risultato è che per dare un senso al mio dolore sono stato costretto a imboccare l’unica strada che non avrei mai voluto percorrere. Quale altra scelta avevo, secondo te? È stato tutto così freddo e impersonale anche per me, e soprattutto triste. Carte da firmare, lettere di avvocati. Per fortuna ci siamo risparmiati l’odio e il rancore. Quelle cose orribili che avvengono quando l’amore si trasforma in risentimento. Per fortuna non è stato il nostro caso. Ma ci siamo risparmiati anche le spiegazioni. È passato un anno e ancora non so cos’è successo tra di noi, perché non ha funzionato. Tu sei andata in una direzione, io nell’altra. Così, senza parlare, sentirci, chiarirci. Due persone diventate di colpo estranee. Non ti nascondo quanto sia stata dura. Ora riesco a ripensarci ma ci sono stati momenti davvero difficili, in cui mi sono sentito appeso a un filo…

È andata com’è andata, come forse doveva andare fin dall’inizio. Anche quando le premesse sono buone, non è detto che l’esito sia buono. Ti scrivo questa lettera senza covare alcun rimorso. Sappi che mi auguro davvero che tu stia bene e che la nostra esperienza ti abbia lasciato solo bei ricordi. Se permetti, ti lascio dedicandoti una poesia che ho scritto qualche tempo fa (già, un’altra cosa che non sai di me).

Lo sai che vorrei ancora cercarti,
sapere che fai, chiederti come stai?
Stai meglio, hai superato o no la scossa
di non esser la stessa
che eri quando eravamo insieme?
Hai sepolto la promessa
che mi facesti, una volta, a cena.
Te lo scrivo, in libri che non leggerai mai
in poesie che le tue mani non sfoglieranno
su cui i tuoi occhi non piangeranno,
già aridi di lacrime,
anche un po’ per colpa mia.
Però sappi che in un angolo questo mio cuore
non ha smesso di volerti bene,
a suo modo, immaturo, che tu sai.
Vivi, ama di nuovo,
viaggia – lo sognavi tanto – te lo auguro
dimentica, se puoi, noi.
Sorridi di spontanea leggerezza
come i tuoi occhi sanno fare
e che non ho mai trovato in nessun’altra.
Sii felice, è l’unico ordine
che ci rende davvero liberi.

Con affetto,

Luca

Lacrymae Rerum

Nel 1887 Giovanni Verga pubblica una raccolta di racconti, sotto il titolo di “Vagabondaggio”. Una di queste novelle, genere amato profondamente dallo scrittore siciliano, ha come oggetto una casa. A parlarci è un osservatore, un non meglio identificato passante (oppure un vicino), il quale descrive ciò vede da fuori, dall’esterno della casa. Sulla base delle sue diligenti osservazioni, siamo in grado di ricostruire cosa avviene al suo interno. Il racconto segue quindi di fatto le vicende dell’appartamento, in un arco temporale indefinibile, ma di certo non breve, perché gli inquilini cambiano e non sempre l’appartamento risulta abitato.

Il racconto inizia con una finestra illuminata e un’ombra che passa dietro il vetro per recarsi in un’altra camera. L’osservatore cattura con lo sguardo qualche elemento, pochi tocchi di arredamento che si intravedono da fuori (una tenda, un riflesso sul muro). Deduciamo che l’atmosfera non è delle più allegre, perché il silenzio avvolge spettralmente le mura, sia di giorno sia di notte.

“Ogni sera, alla stessa ora, si vedeva passare un lume di stanza in stanza, sino alla camera gialla, dove la luce si avvivava intorno a un letto bianco circondato dalle stesse ombre premurose. Indi la casa tornava scura e sembrava deserta, nel gran silenzio della via…”.

Vediamo poi un giorno crescere il numero di persone, dalla quantità di ombre dietro la tenda, affaccendate in un nervoso via vai nella camera gialla, in cui evidentemente sta succedendo qualcosa. Poi, dalla porta si materializza in strada una giovane, che si affretta verso una carrozza, guidata da un signore anziano, che risponde alle parole della ragazza con un viso dispiaciuto.

“Un vecchio dai capelli bianchi, col piede sul montatoio, scrollava pietosamente il capo, rispondendo a una giovinetta che le era scesa dietro supplichevole sino alla porta, colle mani giunte e il viso disfatto; anch’essa diceva di sì col capo, macchinalmente, cogli occhi sbarrati e quasi pazzi in quelli del vecchio. Poi quando egli fu partito, si celò il viso nel fazzoletto e rientrò nell’andito…”.

La situazione sembra precipitare perché una sera, fuori dall’appartamento, si raccoglie una folla di sconosciuti, in quella che sembra una ricorrenza sacra, probabilmente una Via Crucis. La casa ripiomba quindi nel silenzio, che non dura a lungo, poiché nei giorni a venire si sentono ripetutamente pianti e singhiozzi provenire dalla camera. Il resto della strada intanto prosegue con la sua vita, mentre nella casa succede nel frattempo qualcosa di terribile, come si intuisce dalle invocazioni e dalle preghiere che oltrepassano il vetro sottile per raggiungere la strada.

“La quiete greve della notte cadeva lenta anche su quella casa desolata. Il lume vegliava sempre tristamente nella camera silenziosa. Solo le ombre desolate si agitavano più frettolose e più smarrite, e nell’angolo dove ogni sera si ravvivavano i lumi, luccicavano adesso due fiammelle funebri. Verso la mezzanotte si era udito bussare alla porta, e per le stanze si era notato un via vai. Poi tutto si era raccolto in quell’attesa sconfortata. La luna ora lambiva il pavimento, mentre i lumi si spegnevano. La brina sgocciolava ghiacciata sui vetri. A un tratto, in quella semioscurità, nacque un correre affannato, un affaccendarsi di gente smarrita, colle mani nei capelli, uno sbattere d’usci. Poi la camera gialla si illuminò vivamente sulla facciata di tutta la casa nera.”

Dopo quella che si rivela essere stata l’ultima notte di qualcuno, la casa ormai priva del suo abitante, viene “liberata” pian piano dalla tristezza e dal lutto. Alcuni sconosciuti sono venuti a portare via la salma. La finestra viene tenuta spalancata e la casa inondata dall’aria frizzante dell’estate. Seguono persone che entrano e escono, in visita all’appartamento vuoto, che ascoltano musica, quando di tanto in tanto compaiono i parenti di chi ci viveva prima a finire di traslocare ciò che rimane. La casa viene poi sottoposta a lavori di ristrutturazione. La tappezzeria gialla (simboleggiata dalla luce della candela che a lungo ha illuminato la parete) viene sostuita da carta da parati colorata e da tende di seta. Muta di conseguenza anche l’arredamento. Nella stanza che aveva ospitato un letto singolo viene messo un letto matrimoniale e l’appartamento si prepara ad accogliere una giovane coppia. Le ore di angoscia – e le lacrime – lasciano il posto ad ore di letizia. I due giovani inquilini consumano nella camera, un tempo triste, amplessi romantici, come si vede dalle ombre sinuose attorcigliate sul letto, e vengono benedetti presto dall’arrivo di un secondo figlio che restituisce alla casa l’allegria.

“Quando giunse la primavera, e l’usignolo tornò a cantare fra il verde del terrazzino, e le ragazze al lume di luna, i due innamorati presero il volo come due farfalle, e non si videro più. Al settembre la casa mutò d’aspetto, e nella camera azzurra venne a stare un gran letto matrimoniale, che tutte le mattine prendeva aria onestamente dalla finestra spalancata. La casa risonò da mattina a sera del gridìo dei bimbi, e degli strilli del neonato che la mamma allattava a piè del letto.”

La vita è insomma quella di una famiglia normale, di una coppia all’inizio dei loro anni più belli, quelli dell’amore e dei figli appena nati. Il marito torna a casa dal lavoro la sera, e dopo essere stato con la moglie e il figlio piccolo, si dedica, sempre in controluce rispetto alla finestra, all’economia della casa. Purtroppo, come è destino di molte famiglie, sopraggiungono i problemi. La coppia deve fare i conti con le difficoltà di racimolare di che sopravvivere. Penalizzata dai debiti, la famiglia riceve la visita di esattori senza scrupoli che si fanno strada nell’appartamento, in mezzo ai pianti spaventati dei bimbi, per sequestrare le loro poche masserizie. I giovani genitori sono così costretti a lasciare la casa, che rimane vuota per mesi. Dopo una lunga assenza ricompare nella casa un’ombra di vita. Arrivano mobili eleganti e stoffe costose. Il nuovo inquilino misterioso sembra essere una donna ricca, la cui sagoma si vede più volte alla finestra. Dalla strada, per tutto il periodo in cui la casa viene abitata dalla donna, si scorge anche la figura misteriosa di qualcuno (un amante?) che segue tutti i suoi movimenti. Questo finché una notte dalla casa non si odono urla minacciose, probabilmente del marito tradito.

“Una sera, nell’alto silenzio, squillò all’improvviso una scampanellata minacciosa. Si videro delle ombre correre dietro le tende all’impazzata, e le stanze illuminarsi rapidamente una dopo l’altra. Indi un silenzio d’attesa profondo, nel quale risonarono ad un tratto delle strida di terrore e degli urli di collera.”.

Il racconto si avvicina ormai alla conclusione, con un’ultima immagine, quella di nuovo di muratori che questa volta, invece di rinnovare la casa, sono lì per demolirla. La casa, così come la palazzina, dovrà infatti fare spazio ad una strada. Il racconto perciò lascia intendere che tutto ciò che è successo in quella casa sarà a breve soltanto un ricordo, una macchia sul muro, una tenda lisa. Nessuno tra poco conserverà più memoria di ciò che è successo nella casa. Le lacrime, il dolore, la morte, ma anche la gioia, la vita, sono cose passeggere, destinate a sparire insieme alla casa.

Il racconto esemplifica in maniera brutale la misera parabola dell’uomo, le cui quattro cose, che si porta dietro nel corso della sua esistenza, saranno un domani niente altro che spazzatura, sostituita da quelle di qualcun altro. Lacrymae rerum, il titolo del racconto, riprende un verso dell’Eneide (“Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”, cioè “Sono le lacrime delle cose, e le cose mortali toccano la mente“), pronunciato da Enea. Tutto il racconto ruota perciò intorno al concetto di transitorietà e di caducità. Verga non aggiunge commenti né ci guida all’interpretazione del suo racconto. Ci lascia solamente intendere, nelle poche pagine che descrivono le vicende di una casa, che è questo in fondo quello che siamo, che non possiamo illuderci di lasciare qualcosa dietro e che le lacrime sono effimere quanto ciò che ci circonda, come le spoglie di una casa in rovina.

“Giorno e notte, dal muro sventrato, si vedevano le stanze nude e abbandonate, colle pitture del soffitto che pendevano, le gole dei camini squarciate e nere. La carta gialla ricompariva sotto la tappezzeria lacera, il segno del letto e le macchie scure, i chiodi sul camino a cui era appeso il grande specchio dorato, il campanello ciondoloni sull’uscio della scala spalancato. Il vento vi faceva turbinare la polvere, la pioggia le inondava, il sole vi rideva ancora sulle pitture, gialle, verdi, azzurre; la luna e la luce dei lampioni vi entravano ogni notte, si posavano sulla macchia unta del letto, sui fiorami dorati del salottino misterioso, scendendo sempre, di mano in mano che il piccone dei muratori si mangiava le rovine.”.

Ecco il link al testo completo.

L

Nel nome di Umberto Eco

Cinque anni fa si spegneva Umberto Eco. Autore prolifico, intellettuale poliedrico, Umberto Eco ha indubbiamente lasciato il segno. I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue. Il Nome della Rosa è stato il romanzo che ha fatto esplodere la sua popolarità, aggiundicandosi il Premio Strega nel 1981. I suoi saggi, i suoi testi, le sue interviste, dentro e fuori dal mondo universitario, lo hanno consacrato in Italia e all’estero. Soprattutto di Umberto Eco è noto il modo ironico, sottile e arguto di leggere la realtà, di parlare dei tempi, tanto di quelli moderni quanto di quelli passati. Medievista e filosofo, Umberto Eco si è fatto amare da un pubblico larghissimo di lettori e ammiratori che oggi si uniscono in giro per il mondo per ricordarlo. Mi piacerebbe spendere due parole e condividere il mio personale ricordo del celebre semiologo.

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Umberto Eco (5 gennaio 1932 – 19 febbraio 2016)

Per me Umberto Eco è l’autore del più bel romanzo storico mai scritto: Il Nome della Rosa. Diciamolo, Eco ha inaugurato un genere, o forse lo ha trasformato, innovandolo profondamente, fino a farlo rinascere. Da genere di nicchia, il romanzo storico è diventato infatti grazie a lui bestseller (si pensi a Il Codice Da Vinci di Dan Brown e I pilastri della terra di Ken Follett). Umberto Eco ci ha insegnato come coniugare felicemente cultura, erudizione, umorismo e letteratura. Da laureato in Storia e da specializzato nel Medioevo, ho ritrovato nelle bellissime pagine de Il Nome della Rosa atmosfere suggestive, personaggi intriganti, magnifici affreschi. Ho trovato un’infinità di elementi che mi hanno portato ad amare il Medioevo e a studiarlo con maggiore interesse. Ho letto Il Nome della Rosa la prima volta al liceo, a sedici anni. Ma confesso di averne capito poco o nulla. L’ho riletto una decina d’anni dopo, quando ormai andavo all’università, e nemmeno con un bagaglio più solido credo di aver esaurito tutti i possibili livelli di lettura. Ebbene sì, perché Eco scrive romanzi che si capiscono in base al proprio livello di preparazione. Ciò però non fa di Eco un intellettuale di élite, tutt’altro. In nessuno dei suoi libri ci si sente tagliati fuori. E qui viene fuori la sua straordinaria capacità comunicativa.

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Copertina dell’edizione più nota de Il Nome della Rosa

Ho poi letto Baudolino, romanzo meno conosciuto rispetto a Il Nome della Rosa, ma sempre ambientato nel Medioevo. Tornano temi e argomenti a lui cari: le eresie, le dispute teologiche, il gioco sottile di riferimenti a fatti contemporanei cammuffati da episodi storici, i dogmi. Libro raffinato, forse scritto meglio – per ammissione dello stesso Eco che più di una volta ebbe a dire che tra tutti i suoi romanzi Il Nome della Rosa era quello scritto peggio – Baudolino non ha purtroppo goduto dello stesso successo. Mi sono cimentato poi con Il Pendolo di Foucault, che ho trovato invece difficile, perché ben al di là delle mie capacità. Ma è indubbia la sua grandezza, così quella degli altri romanzi di Eco che però non ho (ancora) affrontato.

L’edizione di Baudolino che ho letto

Eco per me rimane comunque il giocoliere delle parole, l’intellettuale dalla scrittura facile e dal facile sarcasmo. Sebbene con ‘facile sarcasmo’ non mi voglia riferire al triviale o al gusto per la battuta squallida. Il sarcasmo facile di Eco non è certamente quello di un comico da avanspettacolo. E’ comunque e sempre quello di un grande pensatore, che proprio nel quotidiano, nelle situazioni di tutti giorni, anche le più banali, trova fertili spunti di riflessione. E’ ciò che avviene con libri come Diario Minimo, che contiene la celebre “Fenomenologia di Mike Bongiorno” (che ho adorato) e il Secondo Diario Minimo, il primo risalente a quando Umberto Eco era un neoprofessore trentenne, le cui qualità però si intuiscono subito, dalla portata straripante delle sue esilaranti analisi sociologiche. Non dimenticherò mai un racconto, contenuto nel Diario Minimo, che ruota attorno a un giovane, attratto da donne molto più grandi di lui, sì beh…da anziane, a cui si avvicina con reverenza e malcelata eccitazione. Per esempio sull’autobus. Il giovane allora tenta un timido approccio, appoggiandosi col suo membro alle vecchiette per ricavarne un qualche piacere. Nel descrivere il proprio ‘ammennicolo’, che il giovane sfrega addosso alle vecchie, Eco usa un’espressione (che ricordo a memoria) di “ambìto caduceo della mia pubere taumaturgia”. Chi altri potrebbe uscirsene con una frase del genere, assurdamente lirica, comica e barocca, per indicare il pene? Nessuno, se non appunto Umberto Eco.

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Diario Minimo e Il Secondo Diario Minimo nelle edizioni Bombiani

Ma Eco rimane per me anche il bibliofilo, il coltissimo autore di saggi come Dall’Albero al labirinto, Sulla letteratura, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Lector in fabula, Come si fa una tesi di laurea, Sugli specchi e altri saggi, Il Medioevo, e così via. Tutti saggi che ho letto un po’ per ragioni di studio e un po’ per interesse personale, perché uno tira l’altro e perché in fondo si rimane incantati dalla vastità, quasi senza fondo, delle sue conoscenze. Eco ha insegnato semiologia per tutta la vita, ma amava di un amore romantico la storia e il Medioevo. Ho fatto vere e proprie scorpacciate delle sue conferenze, degli articoli, delle introduzioni, delle collane curate da lui, riguardo la letteratura e il Medioevo, di tutto ciò che riuscivo a trovare. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile accumulare tanto sapere in una vita sola e riuscire a giocarci con tanta facilità, in un’epoca in cui è facile avvalersi di strumenti outsourced, come internet, per evitarci la fatica di ricordare. In un altro articolo ho parlato di quanto fosse importante la memoria per Umberto Eco (riportando una sua Bustina di Minerva). E questa ricerca della fatica di ricordare credo di averla ormai assimilata. Infatti, fin da quando andavo all’università, ho cercato di ricordare a memoria il più possibile, sulla scia proprio di quanto diceva il professore, cioè che i libri non sostituiranno mai e poi mai il cervello umano e che il vero saggio è colui che sa trovare un’informazione proprio quando gli serve. Si potrebbero citare aforismi all’infinito, ma parlare di Eco inevitabilmente porta ad avere le vertigini, perciò mi asterrò da qualsiasi ulteriore citazione, pensando a quanto sarebbe bello limitarsi ad omaggiarlo mantenendone vivo il ricordo e continuando ciò che egli ha avviato, salendo quindi sulle sue spalle. Perché è solo salendo sulle spalle dei giganti che noi nani possiamo sperare di imparare qualcosa.

Alcune recenti uscite che raccolgono saggi e interventi vari

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