Che cos’hanno in comune Harold Bloom, Cesare Pavese e Fernando Pessoa? Apparentemente nulla, a parte essere tutti e tre figure cardine della letteratura del Novecento. Eppure qualcosa, forse, li unisce. Benché non a prima vista. Magari è tutto frutto di una fantasia personale. Penso però che qualcosa che di comune esista, di cui è mia intezione parlare, col pericolo di seminare anacronismi, malapropismi, errori interpretativi e chi più ne ha, più ne metta.
Iniziamo dal genio portoghese. Fernando Pessoa vedeva il mondo attraverso gli occhi dei suoi alter-ego, personaggi (per noi) immaginari, per lui reali. Di alcuni si conoscono i nomi: Alberto Caeiro, Bernardo Soares, Ricardo Reis… Pessoa (che in portoghese significa “persona”) era abitato da presenze, che egli definiva sfaccettature del suo carattere e quindi parti di sé. Le scoprì un giorno, guardandosi allo specchio.
“Ho creato in me diverse personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto: mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi”. (dal “Libro dell’Inquietudine”)
Da quel momento in poi, per ciascuna “persona” creo una biografia, delineò pensieri e sfumature. Ciascun alter-ego si esprimeva in un certo modo, aveva un suo trascorso, possedeva più o meno del suo creatore. Pessoa lasciò che ciascuno di costoro scrivesse poesie, libri, diari. Ricardo Reis era ad esempio il classicista, Bernardo Soares lo scrittore mediocre. Sbaglia chi sostiene che Pessoa e i suoi eteronimi non abbiano niente in comune. Tra di loro esiste un rapporto stretto di alterità e al contempo di assoluta consustanzialità. Pessoa vedeva il modo da quei filtri e, pure, l’esistenza dei suoi alter-ego non lo riguardava. Pensate che per Ricardo Reis aveva perfino previsto la data di morte (che cadeva prima della sua). Esisteva quindi tutto un universo nel quale l’autore-creatore coesisteva coi suoi personaggi, e allo stesso tempo i suoi personaggi erano schegge di anima staccate dal corpo principale, libere di creare a loro volta, esseri senzienti e liberi.
Con Pavese il discorso si fa rarefatto, spirituale. Lasciamo le persone in carne e ossa di Pessoa per avvicinarsi al dualismo autore-poeta, o meglio, a quello realtà-finzione, entro il quale farei rientrale Cesare Pavese. Nel diario “Il mestiere di scrivere”, proprio all’inizio, Pavese lamenta il fatto di essersi arenato, di non riuscire più a comporre poesie come vorrebbe. Si sente imprigionato nella sua “persona spirituale”, cioè nel suo io poetico, nel se stesso che scrive poesie. Con ogni poesia Pavese ha tracciato i lineamenti di un poeta malinconico, incatenato all’istinto, al suo passato. Questo condensarsi di spiritualità ha ucciso a poco a poco la stravaganza, la possibilità di parlare di qualsiasi cosa. Pavese si chiede se sarà mai in grado di parlare altro che non sia il Piemonte (per esempio delle rocce rosse).
“Dal giorni dei Mari del Sud, in cui per la prima volta espressi me stesso in forma recisa e assoluta, cominciai a costruire una persona spirituale che non potrò mai più scientemente sostituire, pena la negazione sua e la messa in questione di ogni mio futuro ipotetico slancio.” (da “Il mestiere di scrivere”)
Anche in questo caso il dualismo è netto, la spaccatura evidente. Un conto è il poeta, un altro è il personaggio creato dalla poesia. Talvolta la dicotomia è irricucibile e il poeta si trova isolato paradossalmente al di fuori del proprio processo creativo, che può seguire soltanto da fuori, come uno spettacolo di cui non è più attore bensì spettatore. Torneremo sulla metafora dello spettacolo più avanti.
Bloom, infine, da grande critico letterario qual era, ferma l’attenzione del pubblico moderno su alcune tragedie shakesperiane, per sottolineare un fenomeno curioso, quello che viene definito del self-otherseeing. Letteralmente, del “vedere se stessi come un altro”. Nel suo libro postumo, “Posseduto dalla memoria”, Bloom cita alcuni personaggi grandiosi del teatro elisabettiano a suffragio della sua tesi. Per esempio, Shylok pare acquistare una progressiva consapevolezza di sé. Per Bloom l’ebreo usuraio, protagonista del Mercante di Venezia, si accorge man mano delle proprie doti oratorie e se ne soprende. Se ciò fosse vero, e Bloom ce ne dà ampia dimostrazione, Shakespeare avrebbe ideato un modo originale di separare i personaggi dalle vicende e di creare un livello narrativo ulteriore, interposto tra lui e lo spettatore, nel quale i personaggi sono a loro volta spettatori. Il discorso sulle ricadute psicologiche di un simile incassamento sarebbero infinite, ma l’analisi di Bloom è pregna e regge alla prova della critica. D’altronde ciascuno di noi, e Bloom fa proprio questo esempio, si è sorpreso più di una volta a origliare se stesso. Come se ciò che ci succede fosse posto dietro un vetro, dal quale vediamo noi, ma con cui non possiamo interagire.
Il discorso sull’alterità, che bene o male passa da ciascuno di queste grandi menti del secolo scorso, è ancora più forte in una realtà alienata e alienante come quella attuale. Sarà forse una metafora scontata, ma il senso di non vivere davvero da protagonisti delle nostra vita si è amplificato con la reclusione e l’isolamento. La serie infinita di giornate tutte uguali, che l’umanità sta affrontando ormai da un anno a questa parte, si assimila benissimo alla poetica dello spettacolo di Pessoa e a quella disumanante di Pavese, così come alla fredda realtà shakesperiana. Quante volte avrete pensato di leggere un copione, di recitare una parte che non avete scritto voi, perché non c’era altra scelta? A me molte, specie nell’ultimo anno. Il senso di spaesamento è a tratti desolante. Più di una volta mi sono ritrovato a ripetere a me stesso (ecco, appunto) le parole di Ricardo Reis “Sábio é o que se contenta com o espectáculo do mundo” (“saggio è chi si accontenta dello spettacolo del mondo”). Visto che il mondo non si può cambiare e la realtà è mera finzione, quale interesse c’è dunque a modificarla? Tanto vale sedersi e assistire allo spettacolo.
L













