Se stessi come estranei.

Che cos’hanno in comune Harold Bloom, Cesare Pavese e Fernando Pessoa? Apparentemente nulla, a parte essere tutti e tre figure cardine della letteratura del Novecento. Eppure qualcosa, forse, li unisce. Benché non a prima vista. Magari è tutto frutto di una fantasia personale. Penso però che qualcosa che di comune esista, di cui è mia intezione parlare, col pericolo di seminare anacronismi, malapropismi, errori interpretativi e chi più ne ha, più ne metta.

Iniziamo dal genio portoghese. Fernando Pessoa vedeva il mondo attraverso gli occhi dei suoi alter-ego, personaggi (per noi) immaginari, per lui reali. Di alcuni si conoscono i nomi: Alberto Caeiro, Bernardo Soares, Ricardo Reis… Pessoa (che in portoghese significa “persona”) era abitato da presenze, che egli definiva sfaccettature del suo carattere e quindi parti di sé. Le scoprì un giorno, guardandosi allo specchio.

“Ho creato in me diverse personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato in un’altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare mi sono distrutto: mi sono così esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano svariati drammi”. (dal “Libro dell’Inquietudine”)

Da quel momento in poi, per ciascuna “persona” creo una biografia, delineò pensieri e sfumature. Ciascun alter-ego si esprimeva in un certo modo, aveva un suo trascorso, possedeva più o meno del suo creatore. Pessoa lasciò che ciascuno di costoro scrivesse poesie, libri, diari. Ricardo Reis era ad esempio il classicista, Bernardo Soares lo scrittore mediocre. Sbaglia chi sostiene che Pessoa e i suoi eteronimi non abbiano niente in comune. Tra di loro esiste un rapporto stretto di alterità e al contempo di assoluta consustanzialità. Pessoa vedeva il modo da quei filtri e, pure, l’esistenza dei suoi alter-ego non lo riguardava. Pensate che per Ricardo Reis aveva perfino previsto la data di morte (che cadeva prima della sua). Esisteva quindi tutto un universo nel quale l’autore-creatore coesisteva coi suoi personaggi, e allo stesso tempo i suoi personaggi erano schegge di anima staccate dal corpo principale, libere di creare a loro volta, esseri senzienti e liberi.

Con Pavese il discorso si fa rarefatto, spirituale. Lasciamo le persone in carne e ossa di Pessoa per avvicinarsi al dualismo autore-poeta, o meglio, a quello realtà-finzione, entro il quale farei rientrale Cesare Pavese. Nel diario “Il mestiere di scrivere”, proprio all’inizio, Pavese lamenta il fatto di essersi arenato, di non riuscire più a comporre poesie come vorrebbe. Si sente imprigionato nella sua “persona spirituale”, cioè nel suo io poetico, nel se stesso che scrive poesie. Con ogni poesia Pavese ha tracciato i lineamenti di un poeta malinconico, incatenato all’istinto, al suo passato. Questo condensarsi di spiritualità ha ucciso a poco a poco la stravaganza, la possibilità di parlare di qualsiasi cosa. Pavese si chiede se sarà mai in grado di parlare altro che non sia il Piemonte (per esempio delle rocce rosse).

Dal giorni dei Mari del Sud, in cui per la prima volta espressi me stesso in forma recisa e assoluta, cominciai a costruire una persona spirituale che non potrò mai più scientemente sostituire, pena la negazione sua e la messa in questione di ogni mio futuro ipotetico slancio.” (da “Il mestiere di scrivere”)

Anche in questo caso il dualismo è netto, la spaccatura evidente. Un conto è il poeta, un altro è il personaggio creato dalla poesia. Talvolta la dicotomia è irricucibile e il poeta si trova isolato paradossalmente al di fuori del proprio processo creativo, che può seguire soltanto da fuori, come uno spettacolo di cui non è più attore bensì spettatore. Torneremo sulla metafora dello spettacolo più avanti.

Bloom, infine, da grande critico letterario qual era, ferma l’attenzione del pubblico moderno su alcune tragedie shakesperiane, per sottolineare un fenomeno curioso, quello che viene definito del self-otherseeing. Letteralmente, del “vedere se stessi come un altro”. Nel suo libro postumo, “Posseduto dalla memoria”, Bloom cita alcuni personaggi grandiosi del teatro elisabettiano a suffragio della sua tesi. Per esempio, Shylok pare acquistare una progressiva consapevolezza di sé. Per Bloom l’ebreo usuraio, protagonista del Mercante di Venezia, si accorge man mano delle proprie doti oratorie e se ne soprende. Se ciò fosse vero, e Bloom ce ne dà ampia dimostrazione, Shakespeare avrebbe ideato un modo originale di separare i personaggi dalle vicende e di creare un livello narrativo ulteriore, interposto tra lui e lo spettatore, nel quale i personaggi sono a loro volta spettatori. Il discorso sulle ricadute psicologiche di un simile incassamento sarebbero infinite, ma l’analisi di Bloom è pregna e regge alla prova della critica. D’altronde ciascuno di noi, e Bloom fa proprio questo esempio, si è sorpreso più di una volta a origliare se stesso. Come se ciò che ci succede fosse posto dietro un vetro, dal quale vediamo noi, ma con cui non possiamo interagire.

Il discorso sull’alterità, che bene o male passa da ciascuno di queste grandi menti del secolo scorso, è ancora più forte in una realtà alienata e alienante come quella attuale. Sarà forse una metafora scontata, ma il senso di non vivere davvero da protagonisti delle nostra vita si è amplificato con la reclusione e l’isolamento. La serie infinita di giornate tutte uguali, che l’umanità sta affrontando ormai da un anno a questa parte, si assimila benissimo alla poetica dello spettacolo di Pessoa e a quella disumanante di Pavese, così come alla fredda realtà shakesperiana. Quante volte avrete pensato di leggere un copione, di recitare una parte che non avete scritto voi, perché non c’era altra scelta? A me molte, specie nell’ultimo anno. Il senso di spaesamento è a tratti desolante. Più di una volta mi sono ritrovato a ripetere a me stesso (ecco, appunto) le parole di Ricardo Reis “Sábio é o que se contenta com o espectáculo do mundo” (“saggio è chi si accontenta dello spettacolo del mondo”). Visto che il mondo non si può cambiare e la realtà è mera finzione, quale interesse c’è dunque a modificarla? Tanto vale sedersi e assistire allo spettacolo.

L

Pasolini, il gigante.

Pierpaolo Pasolini è stato un gigante della cultura mondiale, uno dei più importanti pensatori del Novecento. Di origini modeste, per non dire umili, nasce a Bologna nel 1922 e muore a Roma nel 1975, in circostanze tragiche. Uomo dai vastissimi interessi, Pasolini ha lasciato contributi fondamentali in una marea di campi (letteratura, cinema, poesia, pittura, filosofia, teatro, ecc.), che hanno influenzato, oltre alla sua, anche le generazioni successive. Figura complessa e controversa, benvoluto e allo stesso tempo disprezzato, a causa di posizioni per l’epoca rivoluzionarie, di Pasolini rimane indiscutibile il fascino, talmente esuberante da varcare i confini nazionali e farsi apprezzare anche all’estero, dove in molti non hanno potuto fare altro che constatare la genialità del pensatore italiano.

Ma Pierpaolo Pasolini ha avuto una vita tutt’altro che facile. Affermatosi a Roma, dopo una lunga gavetta spesa tra concorsi letterari di provincia, Pasolini diviene in breve l’intellettuale di riferimento dell’élite culturale italiana. I suoi romanzi si conquistano, non senza difficoltà, l’attenzione di un pubblico sempre più largo. Difficoltà che derivano soprattutto dai contenuti “forti”, per esempio in romanzi quali Ragazzi di vita e Una vita violenta, che toccano argomenti scabrosi come l’omosessualità maschile e la prostituzione minorile. Tuttavia, nonostante siano in molti a storcere il naso, Pasolini conduce una dura battaglia contro la rigida morale cattolica del suo tempo, poco incline ad accettare le turbolenze culturali del ’68. Ma Pasolini ha le idee troppo chiare e troppa voglia di dire la sua per preoccuparsi di ciò che diceva la gente e cercare di non offendere la sensibilità della borghesia, vale a dire di gran parte della società italiana del secondo dopoguerra.

The Lost Pasolini Interview on Notebook | MUBI

E’ proprio a questa sua lunga schermaglia culturale, durata tutta la vita, che dobbiamo la nascita di una serie di scritti, dal titolo già di per sé eloquente di Scritti corsari, nei quali Pasolini torna a più riprese su temi “scomodi”, però a lui molto cari. Ciò che noi oggi possiamo ammirare è uno spaccato dell’Italia, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, quasi un’analisi sociologica, dalla quale emergono sì dei fermenti di rinnovamento, ma che ancora fatica a lasciarsi alle spalle ipocrisie e moralità vecchie di decenni. Il pensatore emiliano, autore già conosciutissimo, cerca di scuotere con uno stile asciutto e calibrato, ricercato ma senza eccessive sottigliezze, l’intellighenzia del suo paese, colpevole secondo lui di ingabbiare in categorie di pensiero arretrate i naturali impulsi della società. Pasolini non invita all’anarchia, né difende l’oscenità o l’immoralità, come veniva ingiustamente accusato di fare. Voleva soltanto che i cosiddetti intellettuali scendessero dalla loro torre di avorio e toccassero con mano i sentimenti del popolo.

Pasolini in una delle sue tante visite alle borgate romane

Pasolini è infatti sempre stato molto attento a ciò che pulsava nelle periferie, nelle borgate, nei posti più lontani dal centro, dove trionfavano povertà e disagio. Da intellettuale stabilitosi a Roma, aveva la possibilità di dialogare con persone che, a differenza sua, non avevano potuto studiare e che si barcamenavano come potevano nell’indigenza. Aveva a disposizione, a pochi chilometri dall’eleganza dei Parioli, realtà difficili, di criminalità, violenza e degrado. Poteva, e lo faceva spesso, confrontarsi con i ragazzi, ai bisogni dei quali si è sempre dimostrato sensibile, parlandone nei suoi libri e in televisione. Ritroviamo negli Scritti corsari parecchi elementi ancora oggi di una modernità disarmante. Si discuteva già all’epoca di temi come l’aborto e il divorzio. Pasolini in queste pagine apparse poi sui giornali, difende e si difende, schivando gli attacchi personali di chi faceva leva sulle dicerie riguardo la sua omosessualità per screditarlo. Ma Pasolini è troppo fine per abbassarsi a quei livelli, mantenendo sempre il confronto sul piano della più lucida riflessione intellettuale. Le sue sono pagine limpidissime, fresche, sorprendentemente attuali se si considera, come già detto, che da allora sono passati quarant’anni. Sono tanti i nomi noti (Marco Pannella, Umberto Eco, Italo Calvino..) e tanti quelli di cui non ci si ricorda più. Con costoro Pasolini scende nell’arena dialettica, dando prova fino all’ultimo di cosa voglia dire essere coerenti.

La storia della Chiesa è una storia di potere e di delitti di potere: ma quel che è ancora peggio, è, almeno per quanto riguarda gli ultimi secoli, una storia di ignoranza. Nessuno potrebbe per esempio dimostrare che continuar a parlare oggi di San Tommaso, ignorando la cultura liberale, razionalistica e laica, prima, e poi la cultura marxista in politica e la cultura freudiana in psicologia (per tenermi a schemi primi e elementari), non sia un atto sotto-culturale. L’ignoranza della Chiesa in questi ultimi due secoli è stata paradigmatica, soprattutto per l’Italia. E’ su essa che si è modellata l’ignoranza qualunquistica della borghesia italiana. Si tratta infatti di una ignoranza la cui definizione culturale è: una perfetta coesistenza di «irrazionalismo», «formalismo» e «pragmatismo»....

In un passaggio altrettanto significativo, Pasolini scrive a Italo Calvino, precisando che cosa ha interesse a difendere e che cosa invece non rimpiange della tradizione storica del suo paese:

“Ciò che io rimpiango (se si può parlare di rimpianto) l’ho detto chiaramente, sia pure in versi (Paese sera, 5-1-1974). Che degli altri abbiano fatto finta di non capire è naturale. Ma mi meraviglio che non abbia voluto capire tu (che non hai ragioni per farlo). Io rimpiangere l’ “Italietta”? Ma allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderòn, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films, non sai niente di me! Perché tutto ciò che io ho fatto e sono, esclude per sua natura che io possa rimpiangere l’Italietta. A meno che tu non mi consideri radicalmente cambiato: cosa che fa parte della psicologia miracolistica degli italiani, ma che appunto per questo non mi par degna di te. L’“Italietta” è piccolo-borghese, fascista, democristiana; è provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e volgare. Vuoi che rimpianga tutto questo? Per quel che mi riguarda personalmente, questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni...”

Io so bene, caro Calvino, come si svolge la vita di un intellettuale. Lo so perché, in parte, è anche la mia vita. Letture, solitudini al laboratorio, cerchie in genere di pochi amici e molti conoscenti, tutti intellettuali e borghesi. Una vita di lavoro e sostanzialmente perbene. Ma io, come il dottor Hyde, ho un’altra vita. Nel vivere questa vita, devo rompere le barriere naturali (e innocenti) di classe. Sfondare le pareti dell’Italietta, e sospingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino, il mondo sottoproletario e il mondo operaio. L’ordine in cui elenco questi mondi riguarda l’importanza della mia esperienza personale, non la loro importanza oggettiva.

Ne emerge un mondo nuovo, rivoluzionario, forse troppo moderno per l’epoca. Un mondo che a Pasolini stava stretto e che finisce col soffocarlo. Al di là della propria ideologia, occorre riconoscere che ci voleva coraggio per sostenere posizioni del genere, in un paese con enormi distinzioni di classe e frequenti ingiustizie. Se non li avete letti, vi consiglio gli Scritti corsari, così come qualsiasi altra opera di Pasolini, che – ed è una caratteristica dei grandi – pur appartenendo al passato, si rivolgono al futuro, lasciando sempre qualcosa da imparare.

L

Un vecchio progetto…

Mi sono deciso finalmente a caricare sul portale Academia.edu (con un ritardo di appena un paio d’anni) una mia tesi su José Saramago, dal titolo Forma e stile della narrazione saramaghiana. Il lavoro non ha mai visto la luce perché, da quando l’ho portato a termine, sono cambiate di molto le mie circostanze personali. Alla fine ho deciso di non iscrivermi più al corso di laurea in Lingue e letterature straniere, che avrei voluto conseguire in Statale a Milano. Sono rientrato nel frattempo in Italia, e i miei impegni di lavoro attuali (lavoro che non c’entra nulla con la letteratura) hanno reso impossibile anche solo cullare le velleità accademiche che avevo un tempo. Il progetto è pertanto rimasto nel cassetto. Sino ad oggi.

Perché Saramago? Beh, Saramago, “José” per gli amici, è ed è stato l’autore che più mi ha fatto crescere negli ultimi anni. Parlo almeno degli ultimi dieci anni. Avevo letto il Vangelo secondo Gesù Cristo nel 2010 ma non mi aveva colpito particolarmente. Ho quindi letto, dietro segnalazione, Una terra chiamata Alentejo e sono rimasto folgorato. Mi sono perciò dedicato alla rilettura del Vangelo e, al contempo, allo studio della lingua portoghese, i cui primi rudimenti mi hanno permesso di approciare i libri in originale. Mi si è spalancato un mondo. Mi ha affascinato la maniera malinconica, un po’ pessimista, di raccontare vita e storie di personaggi come tutti noi, uomini e donne, che rappresentano l’incarnazione delle nostre fragilità.

Saramago inoltre si è inventato uno stile che prima non esisteva. La marca distintiva della sua riconoscibilissima scrittura è infatti la quasi assenza della punteggiatura, perché, a suo dire, attraverso la rarefazione dei segni ortografici (fatti salvi il punto e la virgola) è possibile avvicinarsi al modo in cui chi non sapeva scrivere comunicava col prossimo. Per capirci, tramite i racconti. Il contesto “orale”, ricreato nei suoi romanzi, è profondamente debitore della sua formazione da autodidatta (Saramago non si è mai laureato) e della sua educazione, avvenuta nel cuore rurale del Portogallo. Leggendo i suoi libri si ha da subito l’impressione di tornare al modo più ancestrale di raccontare qualcosa, magari intorno al fuoco, la sera.

Ciò che ho analizzato è proprio la correlazione tra questa scelta eversiva di scrivere e le sue più profonde convinzioni sociopolitiche. Saramago non scrive senza punteggiatura perché non è in grado di maneggiarla. Tutt’altro. Lo fa perché ha in mente uno scopo preciso, che nel mio lavoro ho tentato di sottolineare, perché volevo liberare il campo da ogni polemica nata intorno alla sua figura: dalla tendenza a prendersi gioco delle regole, dal suo smaccato anticlericalismo (Saramago era ateo) e da una generale irriverenza verso tutto ciò che costituisce un dogma. Perché se da un lato è vero che il Nobel portoghese irride spesso e volentieri l’autorità, dall’altro è anche colui che più di ogni altro scrittore contemporaneo ha restituito dignità all’uomo, anzi all’Uomo. Specie a quello più umile. Saramago ci ha insegnato, un romanzo alla volta, a sognare e raccontarci l’un l’altro i nostri sogni.

José Saramago
José Saramago (1922 – 2010)

Ancora sul linguaggio

Già in questo articolo ho affrontato il delicato argomento della scrittura e ho parlato di quanto sia doloroso il processo creativo. Almeno sulla base della mia esperienza. Ho cercato di riassumere (maldestramente) qualcuno degli errori che più facilmente si commettono nello scrivere un libro (eccessiva preparazione, linguaggio inadeguato, verbosità, incoerenza ecc). Insomma, vedi sopra.

Mi ero ripromesso di soffermarmi su un aspetto che, a mio avviso, è quello intorno al quale ruota tutta la macchina e a causa del quale, molto spesso, un libro ha poco, se non alcun successo: il linguaggio. Vale secondo me la pena spendere qualche parola proprio a proposito del linguaggio e cercare di capire insieme perché il suo uso (più spesso abuso) sia così delicato. Naturalmente, anche quelle che seguiranno sono considerazioni del tutto personali e soggettive, basate su ciò che ho sperimentato di persona.

Dunque, la lingua, inutile ricordarlo, è un muscolo. E come tutti i muscoli, quando manca di esercizio si indebolisce. Parlo chiaramente della lingua nel senso di linguaggio, lessico, sintassi, retorica. Ossia di tutto ciò che si cela dietro l’espressione letteraria, che è poi il modo in cui la nostra voce suona dietro una tastiera.

Ognuno di noi possiede un certo vocabolario, conosce dei modi di dire, ha imparato nel corso del tempo parole gergali, termini arcaici, espressioni dialettali. Alcuni parlano anche altre lingue e hanno quindi immagazzinato a livello profondo del cerebro strutture grammaticali, che possono essere più o meno simili all’italiano. Ad una vasta conoscenza della propria lingua madre (rare sono le persone che scrivono in più lingue), non sempre però corrisponde un’uguale abilità scrittoria. Voglio dire, abbiamo provato tutti la sensazione che la padronanza della nostra lingua ci garantirà, alla prima occasione, di scoprirci grandi romanzieri e parolieri dalla penna facile e, perchè no, potenziali Premi Nobel. Posso dirvi, senza tema di smentita, che non è così.

La prima cosa che si prova, di fronte a una pagina vuota, è la paura. “Oddio, e ora da dove comincio?“. Così iniziamo a digitare qualche parola. Cerchiamo di mettere insieme una frase a casaccio, nella speranza che la pagina si riempia da sola. Ci auguriamo che una parola tiri l’altra e che, a poco a poco, il discorso fili da sé, in una sorta di flusso di coscienza. Calma, di Joyce ce n’era uno solo. Subentra allora lo sconforto. Ci ritroviamo bloccati, inermi. Non sappiamo cosa e dire e soprattutto non sappiamo come dirlo. Non ci accorgiamo che, forse, i nostri balbettii non dipendono da vaghi ricordi degli esercizi di analisi logica e dal fatto che nell’ultimo anno non abbiamo letto abbastanza libri.

L’errore è piuttosto non avere chiaro in testa l’argomento, ciò di cui si vuole parlare, perché ci concentriamo solamente sulla forma. Senza il concetto, inevitabilmente la forma ne risente. La speranza che la forma preceda il contenuto è assolutamente vana. Un adagio a cui mi sono sempre ispirato è REM TENE, VERBA SEQUENTUR, che può essere tradotto in italiano come «possiedi l’argomento e le parole seguiranno», e che viene attribuito a Catone. Mi pare illuminante. Prima pensa alla trama, a ciò che vuoi mettere in quella pagina bianca e poi vedrai che le parole appariranno (più o meno) da sole.

Ti sei poi chiesto che tono e che stile vuoi adoperare? Stai pensando di scrivere un giallo. Bene, hai esperienza in merito? Sai che tipo di linguaggio ci vuole? Ad ogni libro corrisponde un certo linguaggio. Evitiamo la tentazione di sovvertire il canone. Prima facciamoci le ossa con le regole e poi forse saremo pronti per scrivere come Palazzeschi e Marinetti. Ma dobbiamo conoscere intanto gli stili di ciascun genere. Il consiglio che avevo dato nel mio precedente articolo era di “rubare” ai grandi romanzieri, per esempio il loro modo di costruire la frase. Ovviamente, intendo rubare in senso buono. Non sto invitando al plagio. Usano frasi corte o lunghe? Termini di tutti giorni o manzoniani?

Io, personalmente, faccio molta attenzione alla punteggiatura, alla disposizione dei punti, delle virgole, dei punto e virgola, dei due punti. Di tutto. Mi concentro sulla scorrevolezza delle frasi e sul modo in cui si collegano tra loro (paratassi, ipotassi). Cerco di mettermi nei panni del lettore, per capire l’effetto che il mio paragrafo fa negli occhi di chi legge. Ho da poco scritto un giallo e mi sono reso conto che, per esempio, è meglio adoperare frasi brevi, a effetto, con un buon numero di parolacce e modi di dire colloquiali. Vanno benissimo. Magari stonerebbero in un saggio, ma per un giallo non c’è problema. Anzi, fanno atmosfera. Avevo in mente i classici (Conan Doyle, Poe, Agatha Christie, Simenon) ma anche gli autori “alternativi” (Palaniuk, Pinketts). Ogni genere ha il suo stile, e di conseguenza il suo linguaggio.

Un’altra grande difficoltà, almeno per me, è stata “tornare” a scrivere in italiano. Ho vissuto cinque anni all’estero. Perciò l’italiano in quel periodo mi è servito poco. Mi ero abituato a comunicare soltanto in inglese. Quelle poche volte in cui scrivevo qualcosa, si trattava perlopiù di email di lavoro, ed erano scritte in inglese. Avevo accantonato l’italiano. Questa lontananza l’ho pagata cara quando mi sono finalmente messo a scrivere un libro. Avevo perso familiarità con la mia lingua madre. Molte volte, specie all’inizio, mi trovavo a pensare alla frase in inglese – anche la singola parola – e a non ricordare l’equivalente in italiano. Mi sono sentito frustrato perché ho sempre creduto di possedere un buon lessico, avendo sempre letto e studiato molto. Ma è stato come rimettersi a correre dopo un lungo periodo di inattività. Le frasi che mi uscivano erano rachitiche, lessicalmente povere, costruite male. Ho dovuto perciò fare delle prove. Rileggere libri che avevo già letto, riabituarmi a ciò che era sepolto da qualche parte nella mia testa, ma che non avevo più usato. L’esercizio continuo, giornaliero è stato sì doloroso ma alla fine appagante.

Chi scrive bene è perché ha scritto tanto. Bisogna continuare a scrivere, senza mai fermarsi. Bisogna testare ogni giorno le proprie competenze. Un concetto fondamentale è: creati il tuo linguaggio. Scopri che cosa sai scrivere bene. Testa gli avverbi, le locuzioni. Non avere paura di dire o scrivere qualcosa. Usa il bagaglio di conoscenze che hai, fin nel più minuscolo dei suoi elementi. E’ un po’ come avere una cassetta degli attrezzi e non aprirla mai. Il linguaggio è uno strumento, composto da viti, rondelle, bulloni, che a seconda di come vengono messi insieme, danno luogo a un risultato. La dimestichezza con questi “pezzi” viene solo dalla pratica. Gli anglosassoni dicono infatti PRACTICE MAKES PERFECT. La pratica rende perfetti. True.

Sicuramente il discorso potrebbe continuare ancora a lungo ma, come direbbe qualcuno, «Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.».

L

Addio a un anno di merda

Inutile dire che il 2020 è stato l’anno del COVID-19. Purtroppo quello che si chiude rientra a buon diritto tra gli anni neri della storia dell’umanità. E’ stato l’anno della peggiore crisi sanitaria e economica globale mai registrata.

Sono morte quasi 2 milioni di persone. 80 milioni sono quelle che si sono ammalate. Intere famiglie sono state distrutte, molti hanno perso i propri cari. Popolazioni come quella degli Stati Uniti, dell’India e del Brasile sono state falcidiate in numeri apocalittici, tipo guerra atomica. Stati sull’orlo del fallimento, aziende chiuse, negozi che non riapriranno mai più.

Insomma, chi più ne ha, più ne metta. Ciascuno di noi ha un motivo per ritenere il 2020 un vero e proprio ANNO DI MERDA.

E allora, cosa ci lasciamo dietro, ora che stiamo per stappare lo spumante, pronti a celebrare l’arrivo di un nuovo anno, con lo stesso entusiasmo con cui abbiamo atteso il 2020? Siamo sicuri che il 2021 andrà meglio? Forse è meglio non domandarcelo.

Ci lasciamo alle spalle l’anno che ci ha portato via Maradona, Paolo Rossi, Kobe Bryant, Gigi Proietti, Sean Connery, Ennio Morricone, Luis Sepulveda, Ezio Bosso, Carlos Ruiz Zafon, Kenzo e Gucci (il nipote).

Ci lasciamo alle spalle Trump che dice addio alla presidenza, la Cina che diventa la prima potenza economica del pianeta (e rimane la “probabile” causa della pandemia) e l’Europa che riceve in queste ore le prime dosi del vaccino.

Ci lasciamo alle spalle Mr Amazon, Jeff Bezos, che diventa l’uomo più ricco del mondo, grazie all’uso massiccio degli acquisti online negli ultimi mesi.

Ci lasciamo alle spalle più di 2 milioni di contagiati solo in Italia, tra i quali si contano, ad oggi, 71.925 morti (!)

Ci lasciamo alle spalle oltre 20 DPCM, 8 Decreti Legislativi, incalcolabili ordinanze regionali e comunali.

Ci lasciamo alle spalle l’abitudine a portare la mascherina, sempre e dovunque, che è per noi tutti ormai una seconda pelle.

Ci lasciamo alle spalle lo smartworking, la cassa integrazione, i fondi alle partite iva, i contributi, i ristori, gli indennizzi, le chiusure anticipate, il coprifuoco, gli spray per le mani, i tamponi, i test sierologici, il lockdown, i vaccini, le zone rosse, arancioni e gialle.

Ci lasciamo alle spalle i sospetti, i complotti, i “è tutta una messinscena”, i negazionisti, i Burioni del web, i coglioni di Facebook, i telegiornali che non parlano d’altro, i Grisanti, i Galli, i Gismondo, i no-vax, gli epidemiologi del bar, i professori a distanza e quelli da vicino.

Ma soprattutto ci lasciamo alle spalle i genitori non visti per settimane, i nonni (sopravvissuti) isolati da qualche parte, i pranzi saltati, gli abbracci mancati, i baci non dati, le strette di gomito, i sorrisi coperti da un rettangolino azzurro, le spese “sospese”, le pizze regalate, il rispetto delle code, le passeggiate al parco dopo un mese in casa, i figli al telefono, i fidanzati su Skype, i viaggi di ritorno in Italia dopo mesi all’estero, chi bussa solo per sapere come va e se può fare qualcosa, chi non licenzia, chi assume, chi guarisce.

Buon 2021.

L

Ancora Bufalino

Ironico, lucido, barocco, ricercato. Ho già parlato altrove di Bufalino e di quanto mi piaccia. Ogni tanto rileggo i passaggi che mi hanno colpito, fatto sorridere o semplicemente riflettere, per riassaporare la sua sottile arguzia e il lirico disincanto con cui osservava il mondo. Vi riprongo niente più che una mia personale selezione, tratta dal libro “Il malpensante. Lunario dell’anno che fu“:

Da oggi in poi, se ci riesco, voglio vivere in corsivo.

I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali.

Resta dubbio, dopo tanto discorrere, se le donne preferiscano essere prese, comprese o sorprese.

Quel precetto del Principe, doversi fare le ingiurie d’un colpo e i benefici adagio, perché si assaporino meglio, regola anche, io credo, il contegno dei duellanti d’amore. Più in generale, tutto Machiavelli sarebbe da assumere per pedagogo di seduzioni.

Per gli scrittori di America e Russia deve aver contato l’euforia di vivere in grandi spazi, fra miriadi di creature. Un Withman, un Tolstoj, fossero stati danesi o svizzeri, avrebbero avuto polmoni più stretti.

“I giovani non hanno niente da dire, i vecchi si ripetono, la noia è reciproca.” (Letto non so dove)

Uccidersi si porta molto, quest’anno.

C’è un bagliore di gusto maligno nello sguardo con cui misuriamo i guasti del tempo nel viso di chi non volle dirci di sì.

Ci siamo scordati del vento, noi che abitiamo fra cemento e ferro, sotto corazze di lana. Ma che dio selvaggio esso doveva sembrare ai pastori antichi, ai marinari, ai villani. Cercate Esiodo, cercate Lucrezio: Principio venti vis verberat incita corpus…

La verità è plurale, è la menzogna che è singola.

Un tempo circuivo i libri come un seduttore una donna, un Demetrio Poliorcete una nuova città. Oggi pretendo che vengano loro alla sbarra, non condono a nessuno l’onere della prova.

Amanuense di Dio o replicante del Diavolo, spesso lo scrittore esegue solo ciò che l’uno o l’altro gli detta.

Certi amori sono soltanto sudori che si somigliano.

Il passato è la mia patria.

Il miglior maestro non ha discepoli, insegna soltanto ipotesi.

Nulla che somigli all’incipit vertiginoso di una leggenda africana: “Al tempo quando non c’era il tempo…”

Le braci fredde della lunga estate… Ahimè, è dall’infanzia che penso in endecasillabi!

In un mondo di inerzie contraddirsi rimane l’unico movimento.

Signore, abbi pietà dei suicidi, risparmia loro l’immortalità.

Letto col solito fastidio sul giornale di stamani l’ultimo bollettino della guerra italo-italiana.

Due infelicità, sommate, possono fare una felicità.

Un tu precoce toglie il gusto di guadagnarselo.

Vi sono versi che fanno piangere. Come quando torna in mente un tic, un’inflessione di voce d’una persona cara e perduta. Tale effetto mi fa una terzina di Dante: “Così la neve al sol si dissigilla…”

Gli assenti hanno una volta torto ma novantanove volte ragione.

Ogni pubblico dicitore di versi è un reo confesso.

Dio è morto creandoci, noi siamo un’opera postuma.

Chi abusa del proprio ingegno non merita misericordia.

Chi scrive per il suo tempo, disperi di sopravvivergli.

Una carezza non lascia su un viso più impronte che una musica nell’aria.

La tua indifferenza mi adula.

“Il nulla è l’universo senza di me.” (André Suarés)

Scrivere come guerriglia contro la solitudine.

Fare del proprio dolore una verità, una frode e una musica.

La felicità esiste, ne ho sentito parlare.

Diffidate degli ottimisti, sono la claque di Dio.

L

Discorsi da Nobel

Discurso José Saramago premio Nobel Literatura

Maestà, Altezza Reale, Signore e Signori,

Oggi sono passati esattamente 50 anni dalla firma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per fortuna non sono mancate le celebrazioni per l’anniversario. Sapendo, tuttavia, quanto velocemente l’attenzione si affatichi quando le circostanze richiedono di applicarsi all’esame di questioni serie, non è azzardato prevedere che l’interesse pubblico per essa inizi a diminuire da domani. Certo, non ho nulla contro gli atti commemorativi, vi ho contribuito, modestamente, con poche parole. E poiché la data lo richiede e l’occasione non lo sconsiglia, permettetemi di spendere ancora qualche parola qui.

In quanto dichiarazione di principi, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non crea obblighi legali nei confronti degli Stati, a meno che le rispettive Costituzioni stabiliscano che i diritti e le libertà fondamentali ivi riconosciuti saranno interpretati in conformità con la Dichiarazione. Sappiamo tutti, tuttavia, che questo riconoscimento formale può finire per essere distorto o addirittura negato nell’azione politica, nella gestione economica e nella realtà sociale. La Dichiarazione Universale è generalmente considerata dai poteri economici e politici, anche quando presumono di essere democratici, un documento la cui importanza non va molto al di là del grado di buona coscienza che fornisce loro.

In questi cinquant’anni non sembra che i governi abbiano fatto per i diritti umani tutto ciò che, moralmente, quando non per legge, erano obbligati a fare. Le ingiustizie si moltiplicano nel mondo, le disuguaglianze peggiorano, l’ignoranza cresce, la miseria si diffonde. La stessa umanità schizofrenica capace di inviare strumenti a un pianeta per studiarne la composizione delle rocce, osserva indifferentemente la morte di milioni di persone per fame. Marte è più facilmente raggiungibile in questo momento rispetto ai nostri simili.

Qualcuno non sta facendo il suo dovere. I governi non lo rispettano, o perché non lo sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché chi governa effettivamente non lo permette, multinazionali e multinazionali il cui potere, assolutamente antidemocratico, ha ridotto a un guscio senza contenuto ciò che restava dell’ideale di democrazia. Ma anche i cittadini che siamo non stanno facendo il loro dovere. Ci è stata proposta una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa crediamo di avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto può esistere senza la simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettato e soddisfatto. Non c’è da aspettarsi che i governi faranno nei prossimi cinquant’anni ciò che non hanno fatto in questi che festeggiamo. Allora, cittadini comuni, prendiamo la parola e prendiamo l’iniziativa. Con la stessa veemenza e la stessa forza con cui rivendichiamo i nostri diritti, rivendichiamo anche il dovere dei nostri doveri. Forse il mondo può iniziare a migliorare un po’.

I ringraziamenti non sono stati dimenticati. A Francoforte, dove mi trovavo l’8 ottobre, le prime parole che ho pronunciato sono state per ringraziare l’Accademia svedese per l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Ho anche ringraziato i miei editori, i miei traduttori e i miei lettori. Vi ringrazio ancora tutti. E ora voglio anche ringraziare gli scrittori portoghesi e di lingua portoghese, quelli del passato e quelli di oggi: è per loro che esiste la nostra letteratura, io sono solo uno in più che si è unito a loro. Quel giorno ho detto che non ero nato per questo, ma mi è stato dato. Quindi eccomi qui.

José Saramago

Stoccolma, 10 dicembre 1998

L

Il faticoso mestiere di scrivere…

Scrivere è faticoso. Scrivere richiede impegno, richiede costanza e soprattutto una grande capacità di autocritica. Scrivere è 10% ispirazione, 90% traspirazione. Tutti noi crediamo si possa diventare Wilbur Smith o Dan Brown dall’oggi al domani, ma la realtà dei fatti è diversa. Borges diceva “Non scriviamo quello che vorremmo scrivere, ma solo quello che riusciamo” (non chiedetemi dove, sono sicuro di averlo letto da qualche parte!). E’ vero, terribilmente vero, comunque.

Come scrivere una storia breve in pochi passi

Pensiamo per un attimo alla più classica delle situazioni: veniamo folgorati dall’idea di un romanzo. Sarà capitato a tutti, credo. Bene, da dove si comincia? A meno che non si sia frequentato un corso o una scuola di scrittura, il primo passo è sempre rimesso all’autodidattica. Gli inglesi hanno coniato un’espressione secondo me felicissima, “by trial-and-error“, che descrive bene il genere di percorso creativo che presiede la scrittura di un libro, che passa appunto “tramite tentativi ed errori”. Il percorso davanti a chi vuole intraprenderlo è infatti accidentato, pieno di ostacoli e ovviamente di cantonate. Se vi va vi posso raccontare la mia personale esperienza, di aspirante autore, a metà strada nel mio tortuoso e sudatissimo cammino creativo.

Per anni sono stato tormentato da un’idea. Era il lontano 2007 quando mi venne in testa il germe di un romanzo (detto così suona male) e la prima domanda è stata proprio “Da dove inizio?”. Trattandosi di un romanzo ‘storico’ ho iniziato a documentarmi, ad approfondire, a comprare libri, fare fotocopie, scaricare dispense da internet. Mi sono creato a poco a poco una biblioteca. Però mi sono reso conto di aver collezionato troppe nozioni. Dopo un po’ mi ero impantanato. Erano passati 3/4 anni ed ero fermo ancora al punto di partenza, più confuso di prima e saturo di cose che non avrei mai potuto mettere in un libro. Avevo raccolto troppo materiale, la maggior parte del quale era inutile ai fini di una storia. Per cui il primo consiglio che mi sento di dare è: KEEP IT SIMPLE! Va bene documentarsi, ma senza esagerare.

Poi serve pianificare. Bisogna avere un’idea dell’ossatura, della trama, più o meno di come il libro inizierà e di come finirà e di cosa avverrà nel mentre. Anche in questo caso ho preso parecchi granchi. Avevo elaborato un fittissimo schema, tipo tabella settimanale della dieta, in cui avevo riassunto capitolo per capitolo che cosa sarebbe successo. In questo modo avevo ucciso l’ispirazione. Immaginate di scrivere una storia usando la lista della spesa: ora devi parlare di questo, poi di questo, poi di questo. Ma l’aspetto emozionante di un libro è anche la libertà di saltare di palo in frasca, di seguire il fluire spontaneo dei pensieri, di dare l’impressione che il lettore e l’autore stiano assistendo insieme allo svolgersi delle vicende. Secondo consiglio quindi: PIANIFICA MA NON TROPPO.

Il terzo consiglio è relativo al linguaggio. Si dovrebbe cercare sempre di adoperare un linguaggio consono all’argomento ma soprattuto che si sia in grado di maneggiare. Ognuno ha un suo vocabolario e ognuno ha una propria capacità espressiva. Bisogna quindi dare l’idea che la storia – per esempio quella ambientata in un altro periodo storico – venga raccontata coerentemente, sia col periodo in questione sia come la racconteremmo noi. Un linguaggio artificioso, troppo plastico, non coinvolge. Specie i dialoghi. Ma a questo consiglio magari dedicherò un pezzo a parte più avanti.

E poi scrivi, scrivi il più possibile. Versa sul foglio (elettronico) tutto quello che ti passa per la testa. Sperimenta, sbaglia, cancella, riscrivi. Non fa niente se le prime pagine sono obrobriose. Nessuno nasce romanziere. E’ normale ritornare su una frase, riformulare un pensiero, anche soltanto cancellare. La perfezione non si raggiunge e se ci si avvicina, lo si fa dopo molto esercizio. Uno scrittore non sarà mai veramente soddisfatto di ciò che ha scritto, della scelta delle parole, del modo in cui suona una frase. Gli sembrerà sempre troppo corta, o troppo lunga, un po’ macchinosa o eccessivamente colloquiale. Io personalmente sono molto critico. Raramente lascio ciò che scrivo senza ritoccarlo una decina di volte. Però se ci si lascia fermare dalla paura non si inizia mai. Bisogna sporcarsi le mani. Un po’ come quando si cucina.

Altri consigli sparsi possono essere:

  • Sottrai. Se gran parte del lavoro è buttare giù, un’altra grossa fatica è quella di rimuovere, di non dire troppo o di non dire tutto, di lasciare al lettore la sorpresa, perché se ad ogni passaggio aggiungi “perché nella sua testa lui in realtà pensava di….” privi il lettore del fascino di avventurarsi. Tu lo sai cosa vuoi dire, chi ti legge no. Quindi togli, e togli parecchio.
  • Sii reale. Forse meglio dire ‘credibile’. Una storia plausibile coinvolge. Per carità, anche i libri di fantascienza vanno molto, ma al lettore piace immedesimarsi in ciò che legge. Meglio quindi cercare un soggetto alla portata di tutti, qualcosa che faccia parte del nostro quotidiano, piuttosto che dedicarsi ad inventare le vicende di un asino parlante, intrappolato in un sottomarino spaziale, durante le guerre puniche. No?
  • Ruba. Sì, ruba. E come si suol dire, se devi rubare, ruba dai migliori. Usa espressioni e modi dire sperimentati da altri grandi scrittori (Eco, Calvino, Moravia, Pirandello ecc). Prova a usare le loro frasi, il loro “gergo”. Un altro modo di dire degli inglesi è “fake it, until you make it“. Vale a dire, fingi di essere un grande scrittore, prima o poi ti verrà un’illuminazione e potrai continuare da solo, però all’inizio siediti pure sulle spalle dei giganti. Credi che loro abbiano cominciato già da quelle altezze?

TO BE CONTINUED….

L

Galileo Galilei: il primo scienziato.

Mi ha sempre appassionato l’astronomia ma non ho mai veramente approfondito la materia. Ho comprato tempo addietro un telescopio, un po’ per gioco, perché mi trovavo a passare davanti a una vetrina di un negozio di strumenti scientifici, ripromettendomi di penetrare i misteri della volta celeste ma – come è destino di tutti i capricci travestiti da grandi amori – è presto finito tutto in uno scatolone da trasloco, dove è rimasto fino a che, con un richiamo simile ai tamburi di Jumanji, la nostalgia e forse anche l’ozio della quarantena non mi hanno fatto tornare a quel lontano desiderio adolescenziale…

Non appena il lockdown me l’ha poi permesso, ho tentato qualche timida, impacciata osservazione serale, imbattendomi in stormi di zanzare, fangosi canali di periferia e gli sguardi allarmati delle coppiette. Ma la caparbietà può dove le difficoltà sono a volte insormontabili. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. Insieme alla pratica ho rispolverato anche le gemme della tradizione astronomica come La Composizione del Mondo di Ristoro d’Arezzo, il Dialogo sopra i Massimi Sistemi e un manualetto scolastico sul sistema solare e un libello, sempre di Galileo, che quando uscì ebbe subito popolarità ma che oggi viene considerato tra le opere minori e che acquistai attirato dalla bella edizione in ristampa anastatica. Tutti titoli che avevo per qualche motivo già in libreria. Per inciso, ho sempre preferito la lettura degli originali alle antologie e alle traduzioni in ‘italiano moderno’, poiché secondo me il testo originale consente un accesso privilegiato, non filtrato, al pensiero dell’autore, senza passaggi intermedi. Consiglio pertanto, laddove possibile, di sforzarsi di approcciare gli originali, in italiano antico o in altre lingue, sebbene ciò significhi fare i conti con due grossi ostacoli: una lingua diversa dalla nostra e la scarsa conoscenza del contesto (superabile attraverso i ragguagli forniti quasi sempre nell’introduzione). E con questo chiudo l’inciso.

Mi sono ritrovato tra le mani quindi il Sidereus Nuncius e la Vita di Galileo, scritta quest’ultima in forma di testo teatrale. Il primo qualcuno lo avrà magari avrà sentito citare ma non era sicuramente tra le opere da leggere quando si studiava il Seicento (almeno per quanto mi ricordi..). Si tratta in verità ormai di un libello molto importante, pur composto da una cinquantina di pagine, redatto in latino, che getta le basi della moderna scienza astronomica; il secondo è invece una delle più famose pièce del Novecento, nella quale la figura dell’astronomo pisano assurge ad emblema di libero pensiero. Brecht volle che la storia della censura subita da Galileo evocasse la ben più drammatica repressione nazista, contro la quale ogni ragione e ogni slancio intellettuale dell’epoca si infranse senza speranza, contrariamente a quanto accadde a Galileo, che pur osteggiato in vita, ricevette poi il plauso unanime dei posteri.

Frontespizio della prima edizione del Sidereus Nuncius

Nel Sidereus Nuncius Galileo presenta alcune scoperte sconvolgenti, compiute tra la fine del 1609 e gli inizi del 1610, grazie al perfezionamento del cannocchiale. Galileo aveva intuito subito le immense potenzialità di quello strumento, allora usato ancora soltanto a fini meramente utilitaristici, per avvistare i nemici in guerra e spiare i territori vicini. Dopo aver migliorato l’ingrandimento delle lenti, la lunghezza e la misura del tubo (la sapienza degli artigiani di Murano aiutò moltissimo), Galileo lo alzò dall’orizzonte terrestre e lo puntò al cielo, iniziando una lunga benché frettolosa serie di osservazioni. Prese appunti ogni giorno – anzi ogni notte – su ciò che vedeva. Annotava di tutto: gli orari in cui un astro appariva e scompariva, l’aspetto delle stelle, i movimenti dei pianeti, il ripetersi della fasi lunari, le eclissi, qualsiasi fenomeno celeste, normale o eccezionale, i vari moti di rotazione e rivoluzione, la posizione stessa della Terra. Fu un testimone fedele, curiosisissimo e abbastanza scrupoloso. Piano piano si accorse di alcune cose che nessuno aveva mai notato e che egli non vedeva l’ora di rivelare. Notò ad esempio che la Luna era ricoperta da macchie e che la sua superficie non era perfetta come si credeva. Egli vide anche che intorno a Giove ruotavano quattro pianeti più piccoli che non si distaccavano mai dalla sua orbita e che battezzò ‘pianeti medicei’, in onore di Cosimo II de’ Medici, a cui il fisico pisano, desideroso di un riconoscimento immediato del proprio genio, dedicò il trattato che, con la penna ancora umida di inchiostro, consegnò trepidante alle stampe.

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L’edizione del Sidereus Nuncius con ristampa dei disegni di Galileo Galilei

Quando Galileo pubblicò il Sidereus Nuncius (traducibile come “Messaggero Celeste”), la portata delle rivelazioni fu rivoluzionaria. Le 550 copie della prima edizione andarono a ruba. Arrivarono immediatamente richieste di ristampa da ogni parte del mondo, perfino dalla Cina. La Chiesa inizialmente non si accorse di quanto quel libello appena pubblicato fosse “sovversivo” e diede l’imprimatur. Si ritiene ora che la dedica ai Medici sia servita ad alleggerire il controllo da parte del Tribunale dell’Inquisizione. Solo in un secondo momento i censori cattolici colsero i riferimenti non troppo velati a Copernico e alla teoria eliocentrica. Il testo, pur in latino, è godibilissimo. Galileo inoltre, per rafforzare l’evidenza delle sue scoperte, corredò le cinquanta paginette scarse del Sidereus di bellissimi disegni delle macchie e delle fasi lunari, e dei movimenti dei satelliti di Giove. Galileo era riuscito a raccogliere dati molto precisi intorno ai moti dei pianeti. Ciò che stupisce del Sidereus è per l’appunto l’accuratezza delle sue osservazioni, che servirono a sostenere la battaglia della scienza contro l’imperante oscurantismo cattolico. Il Sidereus è uno dei primi libri “fattuali” della nascente astronomia.

Tra le varie scoperte che fece, Galileo si accorse che la Luna non era un pianeta perfettamente sferico e perfettamente ‘bianco’, come voleva la Chiesa (la quale vedeva nella perfezione dei pianeti del sistema solare un’espressione della perfezione divina e quindi della stabilità dell’universo). Galileo, pagina dopo pagina, diede delle picconate portentose all’edificio aristotelico-tolemaico su cui da oltre un migliaio di anni poggiavano le convinzioni astronomiche tramandate nelle università occidentali. Sulla Luna Galileo scorse montagne, crateri, avvallamenti, buchi e mari. Esattamente come sulla Terra. E ne disegnò a matita le forme che sono una testimonianza meravigliosa dell’avidità culturale con cui in quel tempo si progrediva nella scoperta di nuovi continenti e di nuovi pianeti.

L’accuratezza dei disegni di Galileo confrontati con immagini moderne della Luna
Sidereus Nuncius - Wikiwand
Altri bellissimi disegni delle fasi lunari
Galileo Galilei scoprì anche la costellazione delle Pleiadi, accorgendosi di quanto erano numerose le stelle che ne facevano parte
Galileo Galilei e le lune di Giove | Annaliside
Altro esempio dell’accuratezza delle osservazioni di Galileo nella descrizione della posizione dei satelliti di Giove ad una data ora in un dato giorno

La storia della condanna e dell’abiura di Galileo, nota a tutti, è stata magnificamente raccontata da Bertold Brecht in uno dei testi cardine della drammaturgia novecentesca. Brecht compose alcune versioni della sua Vita di Galileo, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale (nel ’38-’39 e poi nel ’43-’45), in cui delinea la sagoma di un Galileo ormai alle soglie della vecchiaia, non più disposto a scendere a compromessi. La genialità del personaggio, romanzato ma vogliamo credere non troppo lontano dal personaggio storico, è tutta nella sua determinazione, nell’amore per la conoscenza e in quel barlume di follia – quasi donchisciottesco – nel ricordare ai suoi studenti di non smettere mai di credere nelle proprie idee.

Il Galileo di Brecht è un Galileo personale, intimo, perfino domestico. Lo vediamo alle prese con la figlia (come molte ragazze, in cerca di un marito), con la governante e con i tanti giovani che, attirati dalla sua fama, si recano da lui per ricevere insegnamenti e consigli. Uno in particolare si distingue per la sua sete intellettuale, Andrea Sarti, il figlio della governante, che rimarrà fedele allo scienziato nel momento più difficile della sua vita, quello dell’abiura, a cui Galileo mostrerà il suo lato più paterno.

In un passaggio illuminante, Galileo viene chiamato ad una riunione con altri sedicenti scienziati e filosofi, sostenitori della teoria tolemaica allora in voga. L’anziano Galileo, che ha tra le mani la portentosa quanto rivoluzionaria arma del telescopio, cerca di convincere i suoi “colleghi” a credere per una volta ai loro occhi anziché a polverose teorie fondate soltanto sull’autorevolezza di Aristotele, ma che di scientifico – diremmo empirico – non hanno nulla:

FILOSOFO (sussiegoso) – Se qui ci si propone di trascinare nel fango Aristotele, l’autorità riconosciuta non solo da tutta l’antica sapienza, ma anche dai grandi Padri della Chiesa, ritengo superfluo continuare la discussione. Non mi presto a dispute prive di scopo concreto. Ho detto.
GALILEOLa verità è figlia del tempo e non dell’autorità. La nostra ignoranza è infinita: diminuiamola almeno di un millimetro cubo! Perché voler essere adesso tanto intelligenti, se potremo alla fine essere un pochino, un nonnulla meno sciocchi? A me è toccata la singolare ventura di scoprire un nuovo strumento che trasporta un minuscolo spicchio dell’universo un poco, non molto, più vicino ai nostri occhi. Vi prego di servirvene.
FILOSOFO – Altezza, signore, signori, ditemi: dove ci conduce tutto questo?
GALILEO – Dove la verità possa condurre, è forse cosa che turba lo scienziato?
FILOSOFO (con veemenza) – Signor Galilei, la verità può portarci chi sa dove!

In una delle battute centrali del dramma, il monaco Fulgenzio, “persona” del potere ecclesiastico, fa a Galileo un esempio molto semplice del perché la Chiesa non possa essere sconfitta, nemmeno coi fatti, come se volesse giustificare la raison d’être per cui è quasi necessario che la Chiesa poggi su dogma e paure. Secondo il suo punto di vista, la condanna inflitta a Galileo è sacrosanta, poiché la sua tracotanza intellettuale, la sua imperdonabile hybris, rischia di far crollare un edificio che è stato eretto da un millennio e mezzo con lo scopo di confortare i deboli e tenere a bada gli ignoranti – il volgo insomma. La povera gente non ha alcun interesse a credere nel movimento di un pianeta piuttosto che di un altro. A costoro preoccupa soltanto della propria anima e il poter credere che le fatiche, gli stenti e la sofferenza riceveranno una ricompensa, se non nell’aldiquà (certamente non nell’aldiquà!), almeno nell’aldilà. Brecht rievoca tra le righe la celebre frase di Marx “La religione è il sospiro della creatura oppressa“.

FULGENZIO – Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta infelicità? Quella Sacra Scrittura, che tutto spiega e di tutto mostra la necessità: il sudore, la pazienza, la fame, l’oppressione, a che potrebbe ancora servire se scoprissero che è piena di errori? No: vedo i loro sguardi velarsi di sgomento, e il coltelluccio cadere sulla pietra del focolare; vedo come si sentono traditi, ingannati. Dunque, dicono, non c’è nessun occhio sopra di noi? Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere cosi, da miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro di tutte le cose? Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza, è semplicemente non aver mangiato! E la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito! Così direbbero; ed ecco perché nel decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d’animo.

In conclusione, consiglio a tutti la visione del bellissimo spettacolo di Marco Paolini “ITIS Galileo”, disponibile gratuitamente su YouTube, che ricostruisce la figura di Galielo Galilei coniugando sapientemente umorismo, istruzione, linguaggio e ironia, in un’imperdibile occasione per riscoprire uno dei più grandi geni di tutti i tempi.

L

Jim Carrey, art and color.

“What you do in life chooses you. You can choose, not to do it. You can choose to try and do something safer. Your vocation chooses you.

When I really started painting a lot, I had become so obsessed that there was nowhere to move in my home. Painting were everywhere. There were becoming part of the furniture, I was eating on them.

I found myself looking around at one point, a real blick winter in New York and it was so depressing and I think I needed color.

You can tell what I love by the color of the paintings. You can tell my inner life by the darkness in some of them. You can tell what I want from the brightness in some of them.

I think what makes someone an artist is, they makes models of their inner life, they make something physically come into being that is inspired by their emotions or their needs or what they feel the audience needs.

When I was a kid I spent half my time in the living room performing for people, I spent the other half of time in my bedroom, by myself, writing poetry and sketching. I was not the type of kid you could say, as a punishment, “go to your room” because my room was like heaven to me. My isolation was welcomed.

I sketched all the time but I didn’t do a lot of painting. Suddenly, six years ago, at a time when I was trying to heal a broken heart I decided, well, maybe I will paint.

The energy that surrounds Jesus is electric.

I don’t know if Jesus is real, I don’t know if he lived, what he means but the paintings of Jesus are really my desire to convey Christ consciousness. I wanted you to have the feeling, when you look in his eyes, that he was accepting of who you are. I wanted him to be able to stare at you and heal you from the painting. You can find every race in the face of Jesus and I think that’s how every race imagines Jesus, they imagine as their own.

I don’t know what painting teaches me, I know that it just frees me. Free from the future, free from the past, free from regret, free from worry.

Something inside you is always telling a story. I believe that every single thing you see and hear is talking to you.

You know, the bottom line with all of this, whether is performance or it’s art or it’s sculpture, is love. We wanna show ourselves and have that be accepted.

I love being alive and the art is the evidence of that.”
– Jim Carrey