Il piacere di leggere Bufalino

Quando mi immergo nelle pagine di Bufalino ne ricavo sempre un piacere salmastro, istrionico e ancestrale, che mi rimane addosso per anni. Il suo stile inconfondibile, quel linguaggio avvolgente, il mondo barocco e un po’ malinconico mi appagano come un tuffo in una grotta scavata dal mare, dove la luce che filtra appena si frastaglia prima sul chiaroscuro dell’acqua e poi illumina debolmente il fondale, stesi sul quale riscopro tesori che non sapevo perduti. Per me leggere Bufalino è qualcosa di iniziatico e al contempo misterioso: una ricerca tra le pieghe dell’anima che si conclude sempre con il ritrovamento di me stesso.

Comiso, a due studenti siciliani va il premio Gesualdo Bufalino | Nuovo Sud
Gesualdo Bufalino per le viuzze della sua Sicilia

Avevo già letto tempo fa Diceria dell’untore, il suo romanzo più famoso, e recentemente Argo il cieco ovvero i sogni della memoria e Il malpensante, lunario dell’anno che fu, libri purtroppo meno conosciuti rispetto al primo ma ugualmente belli. Vinto in partenza dall’eleganza dei titoli di un autore che ha raggiunto la notorietà solo al tramonto della sua vita, mi sono accorto di avere di fronte a me soltanto l’imbarazzo della scelta e giacché la voglia di ritornare al maestro si era fatta prepotente, ho optato alla fine per Le menzogne della notte (vincitore tra l’altro del Premio Strega nel 1988) dalla cui lettura ho tratto – c’era da dubitarne? – un diletto a dir poco viscerale.

Le menzogne della notte (Italian Edition): Bufalino, Gesualdo, Zago,  Nunzio, Caputo, Francesco: 9788845291500: Amazon.com: Books
L’edizione che ho letto

Le menzogne della notte è un libro particolare, partorito probabilmente come il Frankenstein di Shelley, in una notte di tempesta. Narra di un gruppo di quattro uomini, arrestati con l’accusa di tentato regicidio, deportati su un’isola-prigione sperduta nel Mediterraneo, e in attesa di essere giustiziati. I quattro devono trascorrere in una cella comune la loro ultima notte e il racconto di Bufalino ripercorre proprio quella manciata di ore, lunghe eppure fuggevoli, facendosi per noi testimone silenzioso delle loro confidenze e messaggero fedele di ciò che, per motivi diversi, li ha portati a ordire un assassinio. La storia, così impostata, mi ha ricordato fin da subito le ambientazioni de Il conte di Montecristo di Dumas e L’Ultimo giorno di un condannato a morte di Hugo, ma le analogie con l’Ottocento, letterario e storico, sono tante e affollano numerose le paginette di questo straordinario racconto. Da Dumas Bufalino si è forse lasciato influenzare per l’immagine del Castello-fortezza di If e da Hugo avrà tratto lo spunto per la confessione in prima persona, “a favore di telecamera”, di un condannato a morte. Tuttavia, è Bufalino stesso che in quarta di copertina ammette le influenze e paga i debiti, aiutandoci così a percorrere meglio il testo e a decifrarne i tantissimi riferimenti, più e meno velati.

Quarta di copertina, scritta dallo stesso Bufalino

I protagonisti come detto sono quattro: Corrado Ingafù, conosciuto come il Barone, Saglimbeni, sedicente poeta, Agesilao, di professione soldato, e lo studente Narciso Lucifora. Ciascuno di loro si trova lì suo malgrado a rispondere dell’accusa di sedizione e attentato alla vita del re, di cui, per un artificio letterario, ignoriamo il nome. E già, perché Bufalino non menziona mai di quale re si tratti, né tantomeno ci dice la dinastia o il periodo storico. Sappiamo soltanto che ci troviamo ad un certo punto della decade ’50 del 1800, dopo i moti insurrezionali di inizio secolo e i successivi rigurgiti antiborbonici. Il contesto geografico è comunque quello del Sud Italia, prima dell’Unità d’Italia e molto dopo le campagne mazziniane. Ognuno dei condannati a morte racconta a turno la propria storia, dopo un paio di capitoli attraverso i quali veniamo introdotti alla cupa atmosfera della prigione e al suo responsabile, Consalvo de Ritis, governatore del carcere e ardente filomonarca. Proprio l’uomo del re apre il racconto sfogliando i dossier di ciascun prigioniero, a cui, prima di lasciare un’intera notte per rifletterci sopra, offre la possibilità di redimersi in extremis, dichiarandosi disposto a salvarli tutti e quattro se almeno uno scriverà all’alba su un foglio il nome del “mandante” della congiura. Fatta la proposta, il governatore si ritira, lasciando i quattro liberi di soppesare l’offerta. Nel frattempo sull’isola cala la notte e, studiatisi reciprocamente con occhio inizialmente torvo e poi via via fraterno, da sodali in armi, i prigionieri si alternano, in un novello Decameron risorgimentale.

I quattro racconti hanno ciascuno un titolo: Il racconto dello studente ovvero Narciso salvato dalle acque; Il racconto del barone; Il racconto del soldato ovvero Il guazzabuglio, Il racconto del poeta ovvero il gallo cieco. La penna di Bufalino è di rara perfezione nella sua capacità di catturare l’intensità emotiva e la temperie culturale dell’epoca, oltre ad essere argutamente ricercata e pacatamente fine. Mai eccessiva, la scrittura è infatti ampiamente lirica, com’era la penna dei grandi scrittori dell’Ottocento. Dietro il racconto, a questo punto cornice di racconti, vi è sicuramente un maestoso lavoro di recupero delle fonti, alla base delle teorie egalitarie che hanno ispirato l’azione immortale di chi ha sacrificato tutto per un ideale e smosso alla ribellione le coscienze di intere generazioni.

E’ impossibile, dietro una suggestione eminentemente linguistica, non cedere alla fascinazione, pur abbellita dal tono romanzesco, delle storie dei condannati e strizzarvi l’occhio. Si sarebbe a un certo punto quasi tentati di giustificare ciò che costoro hanno fatto – o meglio tentato di fare – se non fosse che, racconto dopo racconto, si intravedono nelle loro parole piano piano ombre e si scorgono increspature (rivelatrici in chiusura delle eponime “Menzogne”). Ma ciò che rimane innegabilmente educatore è l’arco a tutto sesto che dal singolo si stende sulle teste degli uomini, della storia particolare che si fa universale, con le considerazioni, quasi a filo di ghigliottina, sugli amori passati, le passioni, politiche e umane, i sogni, i rimpianti, le ebbrezze e le delusioni. Che cos’è in ultima analisi per un patriota, un ribelle, la vita, dinanzi alla purezza adamantina di un principio, qual è quello assoluto della libertà, pur se essa significhi morte?

Fra i due piatti della bilancia non c’è paragone: su uno sta la luce, la gioventù della luce; il poter dire: io fui, sono, sarò; poter essere ancora un poco un’inconfondibile goccia nel mare dell’esistenza; e abbracciare ancora carni di donne, annusare i fiori, ridere, piangere, dire in ogni momento Io, Io, Io…Tutto questo su un piatto ed ha il peso di una montagna. Mentre sull’altro sta solo un alito d’impalpabile nulla, una tenebrosa patria di tutti, dove le vostre parole: uguaglianza, libertà, fratellanza, che vi sembrano oggi così fatali, non avrete menti per pensarle, mani per scriverle, bocche per dirle…

Vi è molto altro in questo luminoso capolavoro, di cui però vi lascio intatta la sorpresa. Sperando di avervi incuriositi vi auguro buona lettura.

L

Basta difendere i bamboccioni!

Gramellini spesso mi diverte, coi suoi paradossi e il umorismo british, ma ancora più spesso mi fa incazzare. Mi fa incazzare per quel suo mondo fantastico, popolato di brave persone, buoni propositi, sani princìpi e lodevoli intenzioni. Questa è una di quelle volte.

Prologo. Penso abbiate sentito tutti parlare di quel recente sondaggio secondo il quale un giovane italiano ci mette circa dodici anni più del suo omologo svedese a lasciare i genitori e andare a vivere da solo. Bene, secondo Gramellini la colpa non è dei ragazzi italiani. Vi invito a dare un’occhiata alla sua rubrica prima di proseguire.

L’epigrafe della rubrica gramelliniana sul Corriere

Gramellini, che dice di odiare gli stereotipi, marcia sul terreno trito e ritrito – francamente inascoltabile – dello Stato assente. Lui, pur odiando gli stereotipi, ne dissotterra da par suo uno vecchio quanto la famigerata “Questione Meridionale”, che ha per un secolo giustificato le migrazioni da Sud a Nord e dall’Italia all’Estero. La ciabatta bucata che bloccherebbe la porta di accesso alla stabilità sarebbero le lacunose strutture statali e parastatali nostrane, i miseri (se non assenti) programmi di inserimento nel mondo del lavoro e in generale una politica disinteressata ai giovani:

“Sven ha alle spalle uno Stato che aiuta i ragazzi persino più dei vecchi, stendendo una rete di protezione che consente loro di mettere in pratica il verbo della giovinezza: rischiare. Luca B. alle spalle non ha nulla: non uno Stato, non una politica e nemmeno un’economia disposte a credere in lui.” (sic!)

Possibile che per Gramellini questi siano motivi sufficienti a giustificare il fatto che un giovane italiano rimanga a casa coi genitori fino a trent’anni? Mi sembrano solo scuse, fandonie qualunquiste che mi aspetterei di sentire al bar, non di leggere sul Corriere. E’ vero, questi problemi esistono. Nessuno lo mette in dubbio. Sono problemi che ci trasciniamo dietro da decadi, e come noi la Spagna, la Grecia e in misura ormai minore il Portogallo. Ma i toni un tempo accesi di questi problemi si sono stinti, rimanendo acquerelli, sfondi statici, su cui ciò che fa davvero la differenza sono l’intraprendenza e la reale volontà dell’individuo.

Che lo Stato se ne fotta dei giovani è fuor di dubbio. Tutti noi ci confrontiamo ogni giorno con la classe sociale predominante, quella dei 40-50enni, inutile, obsoleta, culturalmente arretrata e dolosamente colpevole di ostacolare ciò che altrove avviene naturalmente: il ricambio generazionale, bloccando l’ingresso di giovani preparati, poliglotti, tech-savvy, e preferisce invece vivacchiare lì, nello stesso posto che occupa dal 1992, come un grumo di escrementi incrostati nelle tubature della società. Anziché incentivare e promuovere i 20/30enni italiani, i quali sarebbero capaci di elevare l’Italia a livelli competitivi in Europa, gli si fa la guerra. Ebbene, di fronte a un tale omertoso muro di gomma (per non dire d’altro), nulla vieta al summenzionato rampante giovane italiano, finiti gli studi, idealmente a 25 anni, di andarsene al Nord (se vive al Sud), o di emigrare verso lidi stranieri se non trova nulla nemmeno al Nord.

Nel mio piccolo ho fatto così, anni fa. Il mercato del lavoro era in piena crisi – parlo del 2013 – e piuttosto che ingrassarmi con la pasta e fagioli cucinata da mammà, e la mancetta di papà, ho fatto le valigie e me ne sono andato dove all’epoca c’era qualche opportunità di lavoro in più. Non dico che questa sia l’unica soluzione, si può anche fare qualcosa in Italia, basta forse scegliere il giusto percorso di studi, uno che abiliti velocemente ad una professione, od uno che non immetta altri poeti, letterati, filosofi nel circuito, come è stato per il sottoscritto. Io ero assolutamente consapevole di destinarmi alla fame. Si sa che carmina non dant panem, ma ero pronto ad andarmene pur di difendere la mia scelta. Amici che hanno studiato Economia, Ingegneria, IT, hanno fatto molta meno fatica e hanno trovato anche dei bei lavori, senza neppure bisogno di emigrare. Tutto sta al giovane, alle sue scelte, alle sue aspirazioni. Il fuoco nello stomaco però ci deve essere.

La frottola dello Stato assistenzialista, che bussa alla porta del giovane per offrirgli un lavoro e se non glielo offre, quantomeno lo mantiene pagandolo per restare a casa a giocare alla PlayStation, non è solo sbagliata, ma mi irrita parecchio. Continuiamo, ascoltando le sirene di Gramellini, a credere che la soluzione debba arrivare per forza da fuori, da un deus ex machina che non esiste, sul cui aiuto non bisogna nemmeno contare, così come sarebbe da idioti chiedere a Babbo Natale di pagarci le bollette. E’ vero, lo Stato dovrebbe supportare. Visto che non è così, che si fa? Si aspetta come San Simeone lo Stilita che qualcosa cambi o ci si rimbocca le maniche e ci si ingegna, ci si arrabatta? Io direi la seconda, anche perché è una scelta più dignitosa rispetto al lusso tentatore da girone dantesco dell’ignavia, del torpore da mezzogiorno meridionale o da bruma padana, che spegne col suo grigiume il sacro impegno di chi qualcosa farà, a prescindere.

Insomma basta con l’inerzia e la pacca sulle spalle (“Povero figlio, nessuno ti aiuta“), basta con le sovvenzioni a fondo perduto, di chi incentiva il dolce far niente, che fa sentire meno colpevoli chi ha il posto fisso alle Poste o una sinecura da parroco di paese. Basta essere condiscendenti con chi se la vuole grattare, e pensa solo a dove andare a ballare il sabato sera. Il mondo è di chi si sveglia presto. Amen.

L

Wittgenstein for dummies

Se c’è una sensazione che si prova leggendo per la prima volta Wittgenstein è una profonda stupidità, seguita dalla più sconfinata ammirazione. Sì perché Wittgenstein, diciamolo pure, fa sentire incommensurabilmente stupidi, almeno me, lettore medio, con il mio modesto bagaglio di conoscenze, composto da remote e nebulose nozioni di filosofia, risalenti ai tempi del liceo, e al frutto di qualche svogliata lettura personale.

Ludwig Wittgenstein | Pantheism.com
Ludwig Wittgenstein (1889 – 1951)

Il genio di Wittgenstein per me è inspiegabile. Neppure sfogliando la sua biografia riesco a farmene una ragione. Nato in Austria, studia a Cambridge dove conosce Bertrand Russell che lo ha come allievo, quello strano studente dal viso emaciato e gli occhi spiritati, il quale sotto la guida di un professore del calibro di Russell si interessa presto alla logica e alla filosofia del linguaggio. Wittgenstein si ritrova successivamente coinvolto nella bagarre della Prima Guerra Mondiale, dove combatte per l’esercito austriaco (tra l’altro anche sul suolo italico). Rientra in patria e insegna per qualche tempo alle elementari (sic!) ma si stanca quasi subito del provincialismo di casa sua e parte di nuovo per l’Inghilterra dove stavolta lo aspettano gli onori che merita. Diviene in breve una delle menti più brillanti del mondo accademico anglossassone, insignito del titolo di membro del Trinity College e con una cattedra all’Università di Cambridge. Muore appena sessantaduenne nel 1951, lasciando dietro di sé una manciata di scritti e una fama imperitura di genio che lo consacrerà come l’intellettuale-simbolo del XX secolo.

I testi più famosi di Wittgenstein sono sicuramente il Tractatus logico-philosophicus e i Quaderni 1914-1916. Non rimane molto altro, intendo materiale scritto di suo pugno. La letteratura sul suo conto è invece sconfinata ma non interessa qui parlarne. Entrambe le opere di Wittgenstein si presentano come una raccolta di considerazioni, che vanno dalla singola frase al paragrafo (dieci, quindici righe al massimo), e si discostano dalla forma prolissa del saggio per avvicinarsi alla manualistica tipica del mondo scientifico, a cui Wittgenstein si rifà con una prosa asciutta, schematica, ridotta all’osso. Il suo pensiero è infatti tanto essenziale quanto lo è la sua scrittura. Wittgenstein, proposizione dopo proposizione, sfronda, pulisce, riordina quanto detto nel campo della logica, da Aristotele in poi, per correggere gli errori e preparare il terreno su cui alligneranno fertilmente gli studi di semiologia novecentesca, di Pierce, degli strutturalisti, di Eco e altri, di qua e di là dall’Oceano. Insomma, Wittgenstein diviene il punto di arrivo e di partenza di tutto ciò che è stato detto e si dirà sul linguaggio e sulla logica. Wittgenstein si può dire che sia la pietra angolare della cultura dei primi del Novecento, perché le sue posizioni dimostrano subito di avere ripercussioni vastissime, che esulano dall’ambito circoscritto del linguaggio e abbracciano ogni aspetto del nostro modo di leggere il mondo.

Quando si chiama in causa Ludwig Wittgenstein, vengono spesso citate due frasi. La prima è “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo“e l’altra è “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere“. Le due celebri affermazioni si trovano ambedue nel Tractatus. Estrapolate brutalmente dal loro contesto, come si fa ormai nell’era della cultura fast food, le due frasi si prestano a un’infinità di interpretazioni, tutte inevitabilmente sbagliate. Contrariamente a quanto si immagina appena le si legge, Wittgenstein non voleva infatti dire che serve un vocabolario ampio, né tantomeno invitava alla riflessione e al silenzio. Non è necessario però sapere tutto di Wittgenstein perché quelle frasi risultino meno oscure, ma occorre quantomeno evitare il facile romanticismo dei nostri tempi che ci spinge nonostante tutto a stiracchiarne il significato per farlo combaciare con ciò che vorremmo dicessero. Fuor di poesia quindi, quale messaggio si cela dietro le due frasi passate alla storia?

Premettendo che non è affatto facile commentare Wittgenstein, tenterò comunque di fornire qualche indicazione di massima, contando sulla mia debole (e arbitraria) esegesi e l’aiuto provvidenziale dell’introduzione al Tractatus, scritta non a caso da Bertrand Russell. Spiegare Wittgenstein è un’impresa a dir poco titanica, riservata certamente a pochi, che richiede competenze fuori dalla norma (ubi maior…). Inoltre, correremmo soltanto il rischio di confonderci le idee a vicenda, se mi avventurassi in una dissertazione “a braccio” partendo da proposizioni già di per sé astruse. Cionondimeno, ho notato che qualche punto fermo qua e là c’è, nei testi di Wittgenstein; niente più che scogli a cui aggrapparsi per non farsi travolgere dal fiume in piena delle premesse e delle conclusioni, delle formule e dei segni matematici di cui le notazioni del Tractatus traboccano senza pietà.

Secondo Wittgenstein esiste una corrispondenza tra il mondo, cioè la realtà (2.063 La realtà tutta è il mondo), e il linguaggio. Le strutture che ci circondano, che Wittgenstein chiama “immagini”, rispecchiano le strutture della nostra lingua. Quindi, ciò che ha senso da una parte, ha senso anche dall’altra e le relazioni del mondo equivalgono alle relazioni nel linguaggio, seguendo il filo di connessioni logiche (2.I9 L’immagine logica può raffigurare il mondo). La premessa è questa ed è molto semplice. Ma le considerazioni che nascono sono diverse e man mano più complesse. Il nostro linguaggio infatti viene usato arbitrariamente e spesso in maniera scorretta, e soprattutto in modo diverso da ciascuno di noi. Idealmente, tutto ciò che diciamo dovrebbe avere un senso. Non dovrebbero esistere proposizioni prive di senso, perché per quale motivo dovremmo dire qualcosa che non significa niente? Le cose si complicano subito. Per mantenere la discussione sul piano più immediato e logico possibile dovremmo seguire il consiglio di Wittgenstein e scomporre la realtà nelle sue particelle più semplici e scomporre di conseguenza il linguaggio in proposizioni essenziali, che descrivano fatti terra terra. Operato questo progressivo lavoro di scomposizione, si dovrebbe giungere alla descrizione totale del mondo, ad un livello ovviamente teorico. Ma ritorniamo un attimo all’affermazione di prima, secondo la quale una frase che non ha significato non dovrebbe esistere. Il problema, o meglio i problemi, che Wittgenstein combatte sono proprio le affermazioni false e le affermazioni sbagliate, che per lui non hanno ragione di esistere. Un’affermazione dovrebbe sempre significare qualcosa di vero e dovrebbe, a maggior ragione, “significare” qualcosa. Un’affermazione falsa o che non significa niente è un’aberrazione della logica, un’impossibilità, un nonsense. Ecco come introduce il problema Russell:

«Un linguaggio logicamente perfetto ha regole di sintassi che prevengono il nonsenso, e ha simboli i quali hanno sempre un significato definito, unico, univoco.»

Più avanti Russell dice anche:

«Funzione essenziale del linguaggio è asserire, o negare, fatti. Data la sintassi d’un linguaggio, il significato d’un enunciato è determinato non appena sia noto il significato delle parole componenti. Affinché un certo enunciato asserisca un certo fatto, comunque il linguaggio possa essere costruito vi dev’essere qualcosa in comune tra la struttura dell’enunciato e la struttura del fatto. Questa è, forse, la tesi più fondamentale della teoria di Wittgenstein.»

Semplicità e verità. Entrano in ballo un po’ alla volta concetti che aggiungono elementi all’analisi della realtà, come il simbolismo e l’uso dei segni, grazie ai quali è possibile discernere le proposizioni vere da quelle non vere, quelle prive di significato da quelle che hanno un significato. Ma, volendo rimanere sul piano più elementare possibile, il discorso di Wittgenstein ruota di base tutto intorno ai due concetti di essenzialità e verità. Wittgenstein si era reso conto di quanta confusione si fosse accumulata negli studi di logica, riguardo idee in fin dei conti semplici, ma che il sedimentarsi di conclusioni sbagliate, hanno coperto di una patina di inutile difficoltà. In una proposizione, Wittgenstein richiama il famoso rasoio di Occam, principio elaborato dal filosofo medievale Guglielmo di Occam, secondo cui tra più ipotesi per la risoluzione di un problema, si deve scegliere, a parità di risultati, quella più semplice. 5.47321 Il rasoio di Ockham naturalmente non è regola arbitraria o giustificata dal suo successo pratico: Esso detta che unità segniche ‘innecessarie’ non significano nulla.

Dato quindi che linguaggio e mondo coincidono, almeno sul piano simbolico, cioè entrambi sono portatori del medesimo significato, non è tecnicamente possibile dire qualcosa del mondo che non sia già insito nel mondo stesso, e viceversa. Laddove la realtà incontra il suo confine, là è anche il limite di ciò che si può affermare della realtà. Il parallelismo è anche simmetria. Noi siamo i portatori di questo significato che esiste perché è nella nostra testa. Pertanto, il nostro linguaggio coincide con il mondo e con la realtà in cui siamo immersi come esseri in grado di desumere significati dalla foresta di segni che ci circonda. Nulla può essere aggiunto o detto in più rispetto a quanto già non esista. In questo senso “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. La visione soggettiva mette al centro il mondo, destituendo ontologicamente la realtà del suo valore assoluto e trasferendolo nell’uomo che diviene così il centro di ogni interpretazione, purché la sua analisi logica della realtà rispetti le connessioni logiche insite nel linguaggio. 5.6I: La logica pervade il mondo; i limiti del mondo sono anche i limiti di essa. Noi non possiamo, dunque, dire nella logica: Questo e quest’altro v’è nel mondo, quello no. Infatti ciò parrebbe presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché richiederebbe che la logica trascendesse i limiti del mondo; solo così essa potrebbe contemplare questi limiti anche dall’altro lato. Ciò che noi non possiamo pensare, noi non lo possiamo pensare; né, di conseguenza, noi possiamo dire ciò che noi non possiamo pensare.

Ne consegue che anche la seconda frase è quasi un corollario della prima, poiché così come qualcosa può essere detto (e deve essere sempre veritiero), tanto più bisogna evitare di dire qualcosa di falso o che non abbia significato. In mancanza di significato e di verità, la logica incontra il suo limite più vigoroso, che si traduce in un auspicabile silenzio da parte della filosofia, che è poi un’operazione della mente, non una raccolta di considerazioni come si crede (4.II2: Lo scopo della filosofia è il rischiaramento logico dei pensieri. La filosofia non è una dottrina, ma un’attività)

Sperando di non aver fatto troppo a pezzi Wittgenstein, mi auguro anche di aver fatto almeno un po’ di chiarezza sulle sue due affermazioni più emblematiche che, oggi come allora, rimangono una finestra importantissima sul suo pensiero, per noi ancora imprescindibile per comprendere ciò che ci circonda.

6.52 Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta.

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Fenomenologia del tarantino

L’uomo tarantino rientra nella subcategoria dell’uomo meridionale, di cui egli è uno dei più fieri esponenti. Il tarantino, ossia l’abitante di Taranto, si distingue però da qualsiasi altro meridionale per delle caratteristiche uniche e inconfondibili. Può darsi che non tutti abbiano familiarità con certe latitudini ed è con questo spirito pieroangelesco che mi accingo a divulgare, a beneficio dei profani, le peculiarità culturali del tarantino. Il tarantino, bisogna sapere, è infatti sì meridionale, ma ha sviluppato negli anni una meridionalità tutta sua, in barba ai vicini baresi, ai più lontani cosentini e perfino ai remotissimi palermitani, che non potrebbero essere più diversi. Sbaglia – a mio parere non senza un fondo di razzismo – chi etichetta i meridionali come tutti uguali e li classifica in base ai soliti stereotipi quali inciviltà, nullafacenza e ignoranza. Tale giudizio, oltre ad essere offensivo, non potrebbe essere più lontano dal vero, perché in base alla mia esperienza, ogni meridionale ha il “suo” specifico grado di inciviltà, nullafacenza e ignoranza. E il tarantino non è da meno.

Il tarantino è incivile per definizione. Sporca quando può, e anche quando non può; lo fa persino volentieri. Ma lo fa con un’eleganza ammirevole e con una naturalezza senza pari, come se fosse un’attività necessaria quanto nutrirsi e respirare. I cumuli di spazzatura per lui non sono affatto un problema, finché non è costretto a cambiare corsia o marciapiede per evitarli. Allora si spazientisce, e non si può certo dargli torto. Pertanto la soluzione a cui egli ricorre – sovrana fra le creature – è di farsi carico altruisticamente del problema, e “scaricare” la monnezza in campagna, meglio ancora sulla via per il mare, a edificazione dei posteri che potranno ritrovare tra questi cumuli notizie dei loro predecessori. Davvero commovente è la caravana di automobili che al tramonto trasportano fuori città i nuovi tarantini che vogliono contribuire allo sviluppo della catasta col desiderio di emulare la grandiosità delle generazioni passate.

Il tarantino inoltre urla invece di parlare, ma non per colpa sua. Lo fa perché la natura lo ha dotato di corde vocali sovrannaturali, completamente diverse da quelle di un bellunese o di un valdostano. E’ il suo tono di voce normale. In spiaggia, per strada, in macchina. I tarantini urlano quando devono comunicare tra loro, per scambiarsi messaggi importanti come l’ultima vittoria della Juve e i dettagli di una recente conquista amorosa. Sono tutte informazioni che richiedono una certa enfasi, che non si possono certo trasmettere in forma anonima, come la morale traviata della società vorrebbe. Quando il tarantino sente qualcuno parlare a un tono di voce più basso del suo ammutolisce e lo guarda con giustificato disprezzo, come se si trattasse di un essere inferiore, incapace di raggiungere le vette delle sue prodezze acustiche. Dotato di siffatte trombe naturali, il tarantino le usa, anche orgogliosamente, dovunque capiti, condividendo col prossimo ciò che gli sta a cuore in quel momento. Senza queste preziose testimonianze non potremmo apprezzare un talento che altrimenti andrebbe sprecato.

Ma se c’è un campo nel quale il tarantino non ha davvero pari è quello della guida. Il tarantino ha il merito di aver elaborato un codice della strada tutto suo, ben più evoluto di quello che si usa nel resto della Penisola. Strisce pedonali, semafori, sensi unici, precedenze, stop. Sono arcaismi superati da tempo a Taranto, dove chiunque intenda mettersi alla prova, troverà pane per i suoi denti, perché il tarantino in macchina non ha rivali. Sorpassa dove non può sorpassare, usa il clacson al posto della freccia, parcheggia appena sente lo stimolo di fermarsi, disinvolto e spontaneo come un artista in preda a un raptus creativo. Una tale libertà di espressione ha reso il tarantino un virtuoso del volante, un Monet delle quattro ruote, un Picasso dei motori, che solo pochissimi sono in grado di apprezzare. Certo, molti potrebbero sudare freddo dinanzi a una tale spregiudicatezza e le malelingue potrebbero addirittura trovarla fuori luogo. Ma sarebbe uno sbaglio, perché è il resto del Paese che si avvale ancora di un codice automobilistico vetusto, desueto, inapplicabile al fervido genio del Nostro che, rallentato da una simile gabbia di regole, si è creato uno stile tutto suo, più libero e meno coercitivo, nel quale le multe sono orpelli di cui ci si sbarazza con una semplice telefonata e gli autovelox inopportuni ostacoli, sulla strada che conduce al capolavoro.

Il tarantino poi si esprime quasi sempre in dialetto. Ha scarsa dimestichezza con l’italiano che adopera solo quando vi è costretto. Se può ritorna subito al dialetto, col quale si sente a suo agio e che lo protegge dalla barbarie della lingua franca e dagli incomodi dei vernacoli forestieri. D’altronde, per il tarantino qualunque lingua di qualsiasi altra città è una lingua sconosciuta. Fortunatamente il suono aulico del dialetto ci fa presto dimenticare quanto sia rozza la lingua di Dante e Petrarca e quanto invece sia più bello sentir litigare due persone in spiaggia, magari per un parcheggio rubato, o anche assistere al vivace scambio di opinioni al mercato rionale, davanti al banco della verdura. Roba da far ammutolire il Vate e vergonare un Manzoni.

Altro campo di eccellenza del tarantino, razza a questo punto superiore, è quella del portamento, che racchiude un po’ tutto ciò che è stato detto finora. Il tarantino doc, il tarantino verace, cioè quello nato e cresciuto a bordo mare, allevato a cozze e Primitivo, frequentatore dello stadio Iacovone, consumatore abituale di birra Raffo e panzerotti, possibilmente impiegato alle poste o in qualche atavico ufficio statale, con una modesta rendita di falsa invalidità, pensione di reversibilità e amicizie ministeriali assortite, si riconosce anche per i suoi connotati. Ha infatti il capello corto, stile militare, e il baffo. Esibisce poi un ventre gonfio, che se si cela sonnacchioso sotto i vestiti di inverno, riappare lucido e abbronzato d’estate, quando il tarantino può finalmente mettersi il costume a mutanda e le mani sui fianchi, e contemplare l’orizzonte, ponderando chissà quali metafisiche esistenziali. Orgoglioso di tanto ventre, non appena finisce il suo lauto pasto in spiaggia, si alza dal tavolino da campeggio e si posiziona fiero come un adone sul bagnasciuga, quasi a dire “e ora non ce n’è per nessuno”. In città invece, quando tocca rientrare dalla villeggiatura ma fa ancora caldo – cioè fino ad ottobre inoltrato – il tarantino si ostina a girare coi bermuda e il borsello a tracolla, veri e propri segni di testosteronica mascolinità.

Il tarantino sa tutto, ha un’opinione su qualsiasi materia. Dall’alto della sua conoscenza quasi enciclopedica del mondo, maturata dopo anni di mangiate di pesce e discussioni al bar, è in grado di spaziare dalla politica all’economia, dallo sport alla finanza, dalla medicina all’istruzione, dalla musica al cinema, e tenere testa a fior fior di specialisti. Il tarantino, ancor più dell’italiano medio, è versato in ogni branca del sapere, a cui si aggiunge la sua frequentazione abituale di Facebook, che sicuramente ha rafforzato lo spessore delle sue argomentazioni, rendendolo un avversario temutissimo da professori e studiosi di stirpe, nonché un campione di dialettica.

Insomma, nella razza del tarantino si sono condensati millenni di evoluzione e selezione della specie. Quella che tutti noi possiamo ammirare oggi è una razza superiore, fisicamente e mentalmente, seconda a nessuna. Una partita biologica vinta dall’umanità che, complice la modestia, fatica a mostrarsi al mondo e a cui spero di aver reso anche solo un briciolo di giustizia con questa mia farraginosa indagine fenomenologica. Non senza un pizzico di presunzione voglio rivelare di far parte anch’io di questa specie di uomini superiori, benché mi sia trasferito altrove da piccolo, inquinando quindi irreparabilmente il mio sangue, ma quando vi ritorno per qualche giorno di vacanza non manco mai di ammirare con gelosia chi prospera ancora in questa culla del progresso.

L

Un capolavoro

Ansia da condivisione

Chi come me è nato negli anni ’80 sicuramente ricorderà il film Mr Crocodile Dundee. Una scena divertente, ambientata nell’oscuro outback australiano, vede un amico aborigeno di Dundee confrontarsi con la moderna compagna americana dell’australiano. L’aborigeno blocca la donna che vuole scattargli un foto. Al che la donna si scusa, credendo che l’uomo non voglia farsi scattare una foto per paura che gli venga rubata l’anima. Ma l’aborigeno, che indossa i jeans e vive in città, le risponde che non può scattargli una foto finché non toglie il tappo dall’obiettivo.

Fuor di metafora e fuor di equivoco, questa scena da piccolo mi ha sempre divertito molto. Ora, nell’era dei social media, la ripenso con occhi diversi. Aristotele, oltre duemila anni fa, scrisse che l’uomo è per natura un “animale politico”, nella valenza greca del termine politico che allora aveva un significato diverso. L’aggettivo ai tempi di Aristotele non aveva infatti niente a che vedere con la politica di oggi. ‘Politico’ viene da –polis, cioè da città, che a sua volta contiene la radice poli-, la quale è usata ancora oggi in italiano quando si vuole indicare un certo numero di qualcosa. Perciò, l’accezione “animale politico”, si rifà all’istinto innato nell’uomo di vivere all’interno di una comunità, in un gruppo di persone, e di essere di conseguenza un “animale sociale”. Di nuovo la parola social.

Habemus papam! Vi annunzio di aver abbandonato da ormai un mese tutti i social media (Twitter, Facebook e Instagram). In realtà Facebook l’avevo abbandonato già da una decina d’anni, ma mi ero iscritto di nuovo di recente solo per seguire alcuni eventi culturali. Mi sono deciso però a compiere il gran rifiuto e cancellare definitivamente ogni traccia social, dando finalmente seguito a un progetto che mi ronzava in testa da parecchio tempo. Se volete vi dirò anche il perché.

Un po’ come l’aborigeno, avevo iniziato anch’io a rendermi conto che i social media mi stavano rubando l’anima. Ogni scatto diventava il pretesto per mettersi in mostra, per condividere con perfetti sconosciuti la mia vita. Un piatto, un tramonto, un libro, uno specchio. Qualsiasi cosa. Mi sono detto un giorno “Così è troppo!”. Ero entrato anch’io nel vortice della condivisione, dove si versa qualsiasi ritaglio della propria esistenza nella speranza di ricevere un like o un commento. Ogni post aveva iniziato a nausearmi, a mettermi a disagio. Avevo cominciato a capire che dietro l’ansia della condivisione si celava un perenne senso di insoddisfazione e forse – ancora peggio – una richiesta di attenzione. I miei appelli erano diretti a una manciata di sconosciuti che con i loro like mi facevano sentire meno solo, lasciandomi invece con una profonda desolazione nell’animo, soprattutto dopo un divorzio doloroso, che alimentava il mio bisogno di postare roba raffinata, al fine di ottenere un vuoto riconoscimento e quindi appagare la mia sete di affetto. Questa era brutalmente la ragione dietro ogni post, senza troppi fronzoli.

Insieme alla tristezza di cercare attenzione dagli sconosciuti, trascurando le persone in carne e ossa, mi ero reso poi conto di quanto tempo mi facessero perdere i social media. Fateci caso, provate a pensare a quante volte guardate il telefono durante il giorno. Non siamo più capaci di finire la pagina che stiamo leggendo o il cibo nel piatto senza consultare almeno una volta il telefono. E il più delle volte non lo tiriamo fuori per chissà quale ricerca. Vogliamo vedere soltanto se qualcuno ci ha scritto, se hanno apprezzato l’ultima foto che abbiamo postato e se ci hanno lasciato un commento sotto la nostra cartolina delle vacanze messa su Facebook. Siamo diventati schiavi della nostra vita in vetrina. Il condizionamento mentale è disastroso. Assorbe del tutto la nostra attenzione. Ci distoglie dal lavoro e ci rende soprattutto meno presenti nel qui e ora. Questo si traduce in deficit di produttività che compromettono la nostra capacità di portare avanti i compiti, che siano lavorativi, di studio, di socialità, di conversazione, perfino di sonno. Quante volte ci siamo trovati a cena fuori, o al cinema, o a teatro e abbiamo sentito l’irrefrenabile impulso di estrarre il cellulare dalla tasca per una rapida occhiatina ai social. E quante ore abbiamo trascorso al buio a letto prima di addormentarci, compulsando nervosamente Instagram o Twitter, nella vana attesa di una notifica. Tristemente vero, no?

Realizzato che non volevo più essere uno dei cani addestrati da Steve Jobs e Mark Zuckerberg a sbavare a comando ad ogni pollice in su, avevo capito che l’unico modo di tornare padrone della mia vita era di cancellarmi dai social, vale a dire di disintossicarmi. Mi sembra che vaghiamo come zombie nella realtà, convinti di vivere nel patinato mondo virtuale degli influencer.

Dopo un mese di digital-detox, riconosco di aver ripreso a leggere e scrivere molto di più di quanto non facessi in passato. Sono quasi a metà di un libro che in 13 anni non avevo ancora avuto né il tempo né la costanza di portare avanti. Passo meno di un’ora al giorno col telefono in mano, giusto per rispondere ai miei familiari che mi scrivono e agli amici che mi chiamano. Preferisco l’esistenza in carne e ossa all’immagine proiettata di noi stessi che ci fa sognare di essere dei modelli, dei filosofi, dei viaggiatori, dei life-coach, dei fighi e delle veline. No, mi spiace. Saremo anche animali sociali, ma, mio caro Aristotele, non fa più per me.

L

Effetto Serra

In un suo recente exploit alla Camera dei Deputati, Vittorio Sgarbi ha ricordato le affermazioni di Cossiga sull’ANM, definendola un’associazione mafiosa. Sgarbi è stato subito messo a tacere dalla Presidentessa della Camera, Mara Carfagna, e criticato da una semisconosciuta deputata, tale Bartolozzi. E’ stato infine trascinato di peso fuori dall’aula dopo essersi rifiutato di seguire l’invito ad abbandonare il dibatitto. Tutto ciò ha destato lo sdegno di Michele Serra e di Corrado Augias, che su Repubblica hanno entrambi criticato Sgarbi per la sua ennesima intemperanza. Ecco di seguito la risposta di Serra ad una precedente lettera di difese di Vittorio Sgarbi, sempre pubblicata su Repubblica. Riporto soltanto la risposta concisa di Serra, a cui vorrei dare io una risposta, se mi permettete:

Gentile Vittorio Sgarbi, il direttore mi chiede di risponderle e lo faccio più per dovere che per piacere. Corrado Augias e io abbiamo scritto, in sedi diverse, più o meno la stessa cosa: lei è un buon critico d’arte e, al tempo stesso, una persona di madornale maleducazione. Difficile dire quale dei due aspetti sia stato più determinante nella sua brillante carriera. Lei è probabilmente certo di essere stato sospinto soprattutto dal suo valore culturale. Non sa quanto mi piacerebbe poterle dare ragione, ma temo, vivendo l’epoca e avendo lavorato a lungo in televisione, che la sua prolungata esposizione pubblica sia dovuta soprattutto al suo talento (assolutamente fenomenale) per la polemica violenta, la rissa, l’ingiuria, la sopraffazione di chi ha la sbadataggine di trovarsi sulla sua strada senza un paraorecchie che lo protegga dalle sua contumelie.

Ora lei, a fronte del mio supposto moralismo, rivendica la legittimità della “provocazione artistica”, ma mi consenta di dirle che è solamente un alibi. Lei non è un artista. E’ un critico d’arte, un organizzatore culturale, un intellettuale, un parlamentare. Dunque non ha alcun titolo per accampare l’alibi della “provocazione artistica”. Le dirò di peggio. Io sono, a conti fatti, cento volte più artista di lei – ho scritto romanzi, racconti, monologhi teatrali, libretti d’opera, le risparmio la lista perché non esiste niente di più noioso e imbarazzante del narcisismo – eppure ho seri dubbi che questo mi autorizzi a mandare affanculo il mio prossimo, come a lei così spesso capita di fare. Sa, esistono perfino artisti educati.

Infine, visto che cita come prova a discarico le lettere dei suoi ammiratori, sono costretto a dirle che dai lettori di Repubblica (giornale, come lei giustamente scrive, “rispettoso dei diritti”), ho ricevuto solo lettere (tante, e tantissime lungo gli anni) molto ostili nei suoi confronti. Perché, a proposito di sensibilità per i diritti, il diritto al rispetto non è tra i meno significativi. Rispetti le altre persone e riceverà rispetto. Continui a spregiarle e riceverà spregio. Lo capirebbe anche un bambino.

Michele Serra”

Gentile Michele Serra, così come “non esiste niente di più noioso e imbarazzante del narcisismo“, mi lasci dire che le paternali sono invece ben più noiose e imbarazzanti del suo supposto narcisismo, che pure non le impedisce di collocarsi un gradino sopra gli altri. Ecco, il problema della sinistra italiana è proprio qui, nel credersi superiori agli altri, nel giudicare con disprezzo il prossimo, da una presunta posizione di superiorità. Questo, mi creda, è ancora più sgradevole e farisaico del fingere ritrosia, quando invece l’accusa è già stata lanciata. Ma facciamo un passo indietro.

Lei liquida Sgarbi come offensivo perché ritiene che sia stato sbagliato, nonché oltraggioso, il suo comportamento alla Camera. Bene, se anche fosse esistito margine per darle ragione, glielo dico con franchezza, questo è stato l’unico episodio in cui Sgarbi non ha sbagliato nulla. Tutti noi conosciamo Sgarbi, o meglio, lo Sgarbi pubblico, lo Sgarbi sopra le righe, lo Sgarbi urlatore, iracondo e offensivo. Eppure, il suo intervento alla Camera, cui lei e Augias avete apposto il vostro marchio censorio (da bravi gesuiti del Seicento), è stato perfetto, tempestivo e assolutamente rispettoso. Sgarbi ha sì urlato, ma ha urlato la verità. Ha detto che l’ANM ormai puzza come pesce avariato, e per farlo ha ricordato le parole di Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica Italiana, quindi un’auctoritas. Non erano parole sue, erano di Cossiga. Le ricordo che lo scandalo Palamara, per quanto scomodo per l’intellighenzia di cui vi reputate alfieri immacolati, è uno scandalo di rilevanza nazionale, se non addirittura mondiale. E’ un fatto gravissimo ed è stato giusto ricordarlo, è stato giusto invocare lo sdegno popolare; è oltremodo sacrosanto esigere chiarezza. Anche se sappiamo tutti che non succederà. La verità deve essere gridata quando intorno regna invece il silenzio, quando la paura rende gli animi pavidi. Crede che Davide avrebbe sconfitto Golia se avesse avuto paura? Sgarbi ha gridato allo scandalo, non ha gridato contro nessuno. E’ diverso.

Infine, caro Serra, dobbiamo ahimè constatare che la sinistra ha perso un’altra buona occasione per tacere. Le debbo ricordare tutte le volte che Repubblica ha fatto da cassa di risonanza ai velenosi attacchi contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini, tacendo invece dei tanti, brutti, episodi in cui ministri, assessori, sindaci, insegnanti, professori si sono lasciati andare alle più incresciose contumelie all’indirizzo del popolo di destra? Le risparmio l’imbarazzo e lascio a voi la cattiva abitudine al dito puntato, all’atteggiamento censorio e allo sprezzo costante dell’inferiore che vi ha reso simili – se non peggiori – a ciò che un tempo combattevate quasi con coerenza: la Chiesa. Siete ormai diventati la loro brutta copia. Avete assunto l’abito talare del censore cattolico e ne scimmiottate perfino i toni, parlando con finta pacatezza, come preti dal pulpito. Censurate, biascicate di uguaglianza, date lezioni di umiltà e decoro, quando nelle vostre sacrestie avvengono le più immani schifezze che tacete senza vergogna. Lasciate ad altri le lezioni di morale, perché siete ancora lontani dal poter scagliare la prima pietra.

L

E tu, in cosa credi?

Forse qualcuno di voi si ricorderà del famoso monologo del film Radiofreccia, che faceva “Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards…“.

Anche se non sono certo Stefano Accorsi mi è venuta l’idea di chiedermi in cosa credo invece io. Chissà se vi è mai capitato di domandarvi in cosa credete, se vi siete mai fermati a pensare ai vostri punti saldi, a cosa rimane delle vostre convinzioni al netto delle vostre più recenti scoperte, sulla vita, sulle persone, su Dio. Vorrei mettermi alla prova con un mio modesto “credo” personale, condivisibile o meno. Poco importa. L’opinione – per essere fini – è come il buco di culo: ognuno ha la sua. Spero di non offendervi (troppo)!

Credo nella famiglia, nell’amore incondizionato di un padre e di una madre e in quello tra fratelli. Credo che non esista legame più forte di quello che unisce membri dello stesso sangue.

Credo che se si è fortunati nel corso di una vita intera si possono contare forse due, tre amici veri al massimo. Il resto sono nient’altro che comparse, controfigure, gente che appare e poi scompare. Fumo negli occhi, aria fritta.

Credo che l’amore vero sia ancora più raro dell’amicizia, forse non esiste nemmeno. Molti – quasi tutti – non lo trovano. Perciò si accontentano di quello che capita, senza crederci veramente nemmeno loro. Più si invecchia e più si avverte il terrore di rimanere soli, di morire da soli come un cane. Nessuno accetta quest’idea e si fa andare bene il primo compagno che passa per strada, dimenticandosi di tutte le sofferenze passate. Credo che l’amore possa esistere dunque solo in assenza di memoria.

Credo che l’amore comunque duri poco. Spesso viene confuso con la passione. Infatti, molto spesso, quando si smette di desiderare qualcuno, finisce anche la relazione. Credo che dopo qualche anno l’amore diventi soltanto una bella amicizia. Ci si sopporta, ci si conosce, si ride ancora e si scherza, ma iniziano le litigate, si tollerano sempre meno i difetti dell’altro. Se si riesce ad allungare questo periodo bene bene, come la pasta della pizza, si può anche morire con la stessa persona. E’ questione di pazienza (e di impasto).

Credo che il mondo sia crudele, spietato. La gente – la stragrande maggioranza – fa schifo. E’ cattiva, egoista, ignorante, rozza, volgare, rumorosa, avida, corrotta.

Credo che una ristrettissima minoranza di persone, direi l’1% di tutta la popolazione mondiale, sia invece illuminata, colta, altruista, innovatrice, geniale, lungimirante. Purtroppo, la proporzione è troppo sfavorevole e quindi i pochi buoni non potranno mai avere la meglio sul restante 99%. Il nostro destino è quindi di estinguerci con le nostre stesse mani, tra guerre, inquinamento, sovrappopolamento, carestie, epidemie ecc.

Credo che non esista niente dopo la morte. Non ce n’è alcuna prova infatti. Credo che la religione – LE religioni in effetti – siano frottole, inventate dall’uomo, che ha sempre avuto paura di morire e quindi di scomparire per sempre. E’ così, accettiamo l’idea. Facciamocene una ragione. Lo capisco, abbiamo tutti quella scintilla di dubbio, ma tanto non lo sapremo mai.

Credo che la Bibbia non abbia alcun valore, anzi credo che abbia lo stesso valore metafisico delle Favole dei Fratelli Grimm e lo stesso valore storico di un romanzo di Dan Brown. Idem per il Corano, i Veda e roba simile. Sono tutti libri scritti per giustificare noi stessi e la nostra voglia di credere in qualcosa.

Credo che si debba godere soltanto di quello che c’è, che è l’unica certezza che abbiamo. LA VITA. Bisogna sfruttare ogni momento, perché quando finisce, finisce. Non c’è un secondo tempo, un atto finale, un nono inning, un sequel, non c’è una deroga. Non c’è niente. Nessun angioletto, nessun diavoletto, nessuno che viene a trovarti nei sogni a dirti che ti aspetta nell’aldilà. E’ un mucchio di scemenze.

Credo che diamo troppa importanza alle cose sbagliate. Viviamo appesi a una caccola dell’universo. Siamo una particella di un organismo infinito. Viviamo il tempo di uno starnuto, in confronto al tempo eterno dell’universo e ci preoccupiamo di dove faremo le vacanze, di dove mangeremo a Natale, dei bollini della spesa, del canone della televisione. Viviamo immersi nelle cazzate invece delle uniche cose che contano, cioè la famiglia e la serenità.

Credo che il mondo sia sbagliato, cieco, ingiusto. Destiniamo fondi alle stronzate, investendo tempo e energie in ciò che alla fine ci distruggerà. Credo che dovremmo pensare all’ambiente, alle risorse rinnovabili, alla salute, all’istruzione, al progresso tecnologico. Invece investiamo nel consumismo, nel petrolio, nei piaceri effimeri, nello sport, nei social media, nella moda. Credo che quindi non ci sia salvezza per noi.

Credo nel bello, nell’arte, nella cultura, nella leggerezza, nella musica. Credo che un dipinto o una scultura siano frammenti di eternità, la prova che l’uomo è nato per grandi cose, ma ha inventato i cellulari e quindi ha smesso di pensare, trasformandosi in uno scimpanzè. Senza offesa per gli scimpanzè.

Credo che si debba rispettare sempre il prossimo perché ci si sente meglio a compiere un bel gesto piuttosto che a lanciare un insulto. Credo però che sia molto difficile.

Credo in una serata in pizzeria tra amici, nelle chiacchiere in compagnia, nelle risate di complicità con qualcuno, nel dire “ti voglio bene” al proprio padre e alla propria madre, nell’abbracciare un figlio appena nato, nel parlare di un libro letto o di una bella canzone, nel guardare un tramonto con una persona di cui si è innamorati e nel risvegliarsi accanto a lei. Credo che per questo, anche solo per questo, valga la pena vivere.

L

Medioevo, un racconto.

Ho scritto un racconticino di un paio di pagine per il concorso “scriptavolant”, indetto dal Mercato delle Gaite di Bevagna. Toh! Sorbitevelo:

«Abbiamo bisogno di parlarvi».

L’uomo non rispose. Sollevò la zampa posteriore del cavallo, se la poggiò sulle ginocchia e si mise ad estrarre uno ad uno i chiodi che fissavano il ferro di cavallo allo zoccolo. Dovette lottare con uno spesso grumo di fango rappreso, adoperando una buona dose di precisione, prima di riuscire ad afferrare la testa di ogni chiodo con la pinza. Finita la pulizia del primo zoccolo, lasciò andare la zampa del cavallo e, spostatosi di lato, prese l’altra, iniziando daccapo la medesima operazione.

«Per favore, vi chiediamo soltanto di ascoltarci».

Questa volta l’uomo sollevò la testa, si asciugò il sudore col dorso della mano e scrutò i due uomini davanti a sé. Vide due facce imberbi, incorniciate da due caldi cappucci di lana, e due larghi mantelli grigi che svolazzavano mossi da un leggero vento autunnale. Li squadrò con la stessa attenzione con cui aveva estratto i chiodi, cercando di anticipare il motivo per cui quegli uomini si erano recati fin lì, chiedendo di Rainulfo. Li aveva sentiti arrivare. Aveva però fatto finta di niente, sperando che se ne andassero. Da tempo ormai nessun veniva più a chiedere di lui. Sapeva che quando sarebbe successo di nuovo, non sarebbe certo stata una visita di cortesia. Nessuno si spingeva fin lassù senza un buon motivo. La maggior parte delle volte si trattava di seccatori, ma quella mattina si era svegliato con una strana sensazione, come se il suo passato l’avesse finalmente raggiunto. In cuor suo sperò di ingannarsi, poi sentì in lontananza i passi di quegli uomini e capì di non essersi sbagliato.

«Che cosa volete?», chiese in tono seccato Rainulfo. Voleva scoprire subito a che cosa doveva quella visita.

«Siete voi Rainulfo?», domando uno dei due uomini incappucciati che a occhio e croce non superava i vent’anni.

«Sì», rispose Rainulfo. «Posso sapere invece voi chi siete e che cosa volete da me?».

«Ci hanno detto che vivete qui da dieci anni», proseguì l’uomo, «È vero?».

«Sono arrivato qui all’incirca dieci anni fa…».

A quella risposta i due uomini si lanciarono un’occhiata. Dopo di che il secondo uomo, che ancora non aveva parlato, gli chiese, «Possiamo vedere il vostro polso destro?».

Rainulfo non ebbe più bisogno di alcuna risposta. Realizzò subito chi fossero e il motivo della loro presenza. Comprese anche che non poteva assolutamente sottrarsi alla richiesta, per cui a malincuore lasciò andare la zampa del cavallo, che fino ad allora non aveva mollato, e girò l’avambraccio verso l’alto, mostrando il polso. Si scorgeva a malapena una scritta piuttosto sbiadita, coperta da una folta peluria rossiccia e dalla sporcizia del lavoro di maniscalco. Erano però leggibili le tre parole iniziali “Non Nobis Domine”. Il motto dei cavalieri templari.

«Bene, siete voi». I due uomini salutarono Rainulfo con un ossequioso inchino e si liberarono del cappuccio, esibendo una chierica rasata di fresco che troneggiava su due corone di capelli biondi. Rainulfo attese quindi in silenzio che quegli uomini raccontassero del perché si erano messi sulle sue tracce. Il primo uomo, che lo aveva interrogato all’inizio, iniziò a parlare in perfetto volgare toscano, benché con un marcato accento tedesco.

«Ci rincresce disturbarvi. Abbiamo bisogno di parlarvi di questioni piuttosto gravi che vi riguardano da vicino».

Rainulfo lo interruppe, «Allora è meglio se andiamo in casa», disse. «Seguitemi». Quando si alzò dallo sgabello, Rainulfo mostrò una corporatura imponente. Superava i due uomini di tutta la testa. Le spalle larghe erano bilanciate in avanti da un torace possente e da due braccia vigorose che, già forti di natura, si erano irrobustite grazie lavoro giornaliero di maniscalco. Uscirono dalla stalla in cui Rainulfo teneva due coppie di bellissimi stalloni baschi, per raggiungere una modesta capanna ad un solo piano, dal tetto spiovente coperto di strame, a qualche decina di metri di distanza. Il sole del pomeriggio rischiarava al di là della sua dimora una vallata dove si estenda il resto del villaggio, da cui Rainulfo viveva isolato volontariamente.

Li fece accomodare al centro del salone, intorno al tavolo dove mangiava e su cui si trovavano ancora gli avanzi del suo desinare. Quando si furono seduti tutti e tre, l’uomo fu invitato con un gesto da Rainulfo a proseguire.

«Come detto ci dispiace avervi recato disturbo. Tuttavia, siamo stati incaricati dall’Ordine di venire a cercarvi perché solo voi siete in grado di aiutarci». L’uomo continuò, «Voi sapete che quando avete chiesto il congedo, nonostante la regola non ne menzioni la possibilità, vi è stato concesso in virtù dei vostri meriti e delle imprese che avete compiuto che hanno contribuito ad accrescere di molto il prestigio all’Ordine». L’uomo fece una breve pausa, quindi riprese, «Ora sapete anche che il Maestro nutriva una grande stima nei vostri confronti e che è stato lui ad accordarvi questa licenza, mai concessa a nessun altro cavaliere dell’Ordine, pur consapevole che avrebbe perso un milites eccezionale, con doti e conoscenze che richiedono anni di impegno e disciplina, oltre a un lungo servizio nei ranghi. Avete scelto di ritirarvi in questo luogo appartato, rientrando nel secolo nelle vesti di un uomo normale, mescolandovi tra la gente comune. Cionondimeno voi non siete affatto un uomo come tutti gli altri e questo l’Ordine non l’ha mai dimenticato. Adesso, purtroppo, le vostre capacità vengono richieste dal Gran Maestro in persona ed è necessario che riprendiate immediatamente servizio».

Rainulfo aveva ascoltato pazientemente, senza interromperlo. Sotto la fronte madida però i suoi occhi lampeggiavano, travolti da una tempesta di ricordi che risalivano alla sua vita precedente. Di colpo gli erano tornati alla mente gli anni trascorsi nelle terre d’Oltremare, a difendere il sepolcro dai musulmani e a scortare i fedeli nel loro pellegrinaggio verso Gerusalemme. Si ricordò di aver partecipato perfino a una crociata, quella indetta da papa Eugenio III, che si era affidato alla predicazione del formidabile Bernardo di Chiaravalle, il quale percorrendo in lungo e in largo l’Europa tuonò fino a risvegliare la fede dei sovrani Svevi e Capetingi che, aderendo con entusiasmo alla causa, si imbarcarono insieme ai loro eserciti alla volta della Terrasanta. A posteriori si rivelò un inutile di sacrificio che non bastò a ribaltare le sorti della crociata, risoltasi in una disfatta. Finita la crociata, Rainulfo ritenne giusto prendere i voti del Tempio e prestare servizio in quelle lande desolate, battute dagli infedeli, perché credeva nella bontà della militia Christi: i soldati di Dio. Da soldato semplice divenne ben presto un cavaliere di rango elevato, grazie al suo fisico possente, all’abilità sia nell’uso della spada sia dell’arco, e soprattutto alla sua spiccata intelligenza. Una volta che ebbe acquisito importanza all’interno dell’Ordine, capì ben presto che dietro l’azione dei Templari si muovevano interessi tutt’altro che nobili. Disgustato dai continui massacri ai danni di poveri pastori inermi e da uccisioni di massa, giustificate con un ‘Dio lo vuole’, chiese di poter restituire la sua tonaca ed essere sciolto dai voti. Il Gran Maestro dell’Ordine, che gli voleva bene come a un figlio, acconsentì, e Rainulfo ritornò nel suo paese d’origine, riprendendo l’attività che gli aveva insegnato suo padre.

Tornato in patria, fu accolto con gioia da coloro che lo avevano visto partire ragazzo e che lo vedevano ora rientrare uomo, possente, le mani forti e la pelle cotta dal sole. Senza fargli troppe domande, gli era stato offerto di iscriversi alla lega degli artigiani in qualità di maniscalco, che era l’unico mestiere che conosceva, in considerazione del buon nome della sua famiglia. Venne così considerato da tutti uno di loro. La gente sapeva solo che era stato un soldato ma non si sapeva altro, un po’ per il timore che incuteva – sebbene poi si rivelasse buono come il pane – un po’ perché in fondo andava bene così, che il giovane Rainulfo fosse tornato a casa.

«Che cosa devo fare?», domandò Rainulfo.

«Un mese fa una carovana di pellegrini cristiani è stata assalita dai mori. Gli uomini sono stati uccisi e le donne rapite. Si tratta di nobildonne cristiane. Crediamo che siano ancora vive».

«E io che dovrei fare?»

«Abbiamo già inviato due spedizioni che però hanno fallito entrambe. Li hanno fatti cadere in trappola, li hanno massacrati e hanno infilzato le loro teste su pali acuminati, davanti alle nostre porte». I due uomini si fecero il segno della croce.

«In che zona è succeso?»

«Cinquanta miglia a sud di Gerusalemme».

«È dove sono stato di guarnigione io!», esclamò Rainulfo.

«Esattamente», ribattè il giovane, «Nessuno conosce quell’area come voi. Inoltre nessuno ha dimestichezza con quelle tribù selvagge come ne avete voi».

Rainulfo pensò, «Su quanti uomini potrei contare?».

«Sareste da solo. Gli infedeli hanno riconquistato quella zona e stanno marciando velocemente su Gerusalemme. Tutti gli uomini devono rimanere a difendere la Città Santa».

Rainulfo pensò alla sua vita, a cosa avrebbe rischiato, alla pace che avrebbe lasciato e a cui molto probabilmente non sarebbe più tornato. Non voleva abbandonare di nuovo casa sua, i pochi amici che si era fatto, gli artigiani che lo stimavano e il profumo di quella campagna che al tramonto odorava di muschio. Guardò il sole ormai basso all’orizzonte e volle catturare con gli occhi la bellezza di quel paesaggio familiare. Sospirò, chiese a quegli uomini di avviarsi e di aspettarlo in fondo al sentiero, mentre lui andava a recuperare il suo cavallo su cui montò, lasciandosi alle spalle casa sua.

Faceva caldo, anche se il sole era ormai al tramonto. Rainulfo sussurrò qualcosa all’orecchio del suo cavallo, che subito affrettò l’andatura. Non poteva fare a meno di pensare alla sua missione, a come l’aveva immaginata e al modo in cui gli artigiani lo avevano accolto. Poi si voltò a guardare le mura della città, appena a un tiro di balestra, e si disse che un giorno sarebbe tornato.

L

Historically Correct

Edward Colston è stato un commerciante di Bristol, vissuto tra il 1600 e il 1700, che tra i tanti prodotti che importò dall’Africa, oltre all’oro e all’argento, importò anche schiavi.

Bristol statue provides UK with a 'Saddam Hussein moment' in Black ...
A Bristol la statua di Edward Colston viene deposta e gettata nel fiume, durante i disordini legati al BLM (Black Lives Matter) movement.

Qualche giorno fa, durante le proteste iniziate sulla scorta della rivolta di Minneapolis negli Stati Uniti, in seguito alla morte di George Floyd, i manifestanti inglesi hanno rovesciato la statua di Edward Colston e l’hanno calata nel fiume, accusandola di glorificare un commerciante di schiavi e quindi, secondo loro, un “razzista”. Ispirata da questo gesto, in altre parti del mondo, la gente ha iniziato ad attacare i “simboli” del razzismo, rovesciando e vandalizzando monumenti. E’ stata vandalizzata la statua di Cristoforo Colombo a New York, con l’accusa di colonialismo, quella di Robert Baden Powell (il fondatore dello scoutismo), nel Dorset, sospettato di contatti con Hitler; la statua di Leopoldo II del Belgio, che invase il Congo alla fine del XIX secolo. E così via, pressoché ovunque si sono ripetute scene del genere.

Perché vengono abbattute le statue di Cristoforo Colombo - Il Post
E’ stata abbattuta anche la statua di Cristoforo Colombo a New York, perché simbolo del colonialismo europeo

Tralascerò qualsiasi considerazione sulla liceità o l’opportunità di protestare perché penso non ci possa essere disaccordo sul fatto che dovunque esiste ancora tanto, troppo razzismo. Quando però la protesta si trasforma in vandalismo, purtroppo non mi trova più d’accordo. Tantomeno quando dimostra di essere storicamente inadatta, superficiale, ignorante e politicizzata. Perché dico questo? Perché la storia raccoglie fatti, mette insieme episodi, traccia linee di pensiero e tenta di dare una spiegazione a certi fenomeni. Tutto ciò che accade, in qualsiasi momento lungo la linea del tempo, accade perché prima si sono manifestati degli elementi, seppure impercettibili, che hanno concorso a determinare quell’avvenimento. Il compito della storia è proprio di risalire alle cause di un avvenimento, indagandone gli effetti. Ora, è vero che la storia si comprende meglio a posteriori. Tuttavia, lo sguardo che si rivolge al passato deve rimanere il più obiettivo possibile, anche se si analizza qualcosa che è in disaccordo con le nostre convinzioni personali. Studiare il fascismo non vuol dire essere dei fascisti, così come studiare l’Olocausto non fa di noi dei nazisti, né – vivaddio – ne peggiora le conseguenze. Dipende sempre dalla nostra posizione di principio. Lo storico dovrebbe pertanto comportarsi come uno scienziato davanti a un campione da analizzare, col suo microscopio, nell’ambiente asettico del suo laboratorio. La sua indagine dovrebbe essere oggettiva. Lo storico deve riportare i fatti così come sono. Sarà poi compito dei teorici interrogarsi sulle implicazioni. Vedo molto più simile il lavoro dello storico a quello dell’archeologo, piuttosto che a quello del filosofo, che potrebbe avere ragione ma anche ingannarsi.

Ultimamente, purtroppo, è sempre più in voga un fenomeno di revisionismo storico che ambisce a cancellare momenti “sgradevoli” della nostra storia, come se la censura applicata retroattivamente servisse a purgare l’anima mundi da quanto successo. Peccato che non funzioni così.

Nel romanzo 1984 di George Orwell, il Grande Fratello che controlla tutto e tutti, impone agli abitanti del suo mondo fittizio una lingua detta neolingua (Newspeak, in originale), il cui scopo è di cancellare qualsiasi termine richiami l’opposizione al regime. Non devono esistere contrari, soltanto eufemismi. Non si parla più di “brutto”, ma solo di “non bello”. Uno dei dipartimenti governativi collegati al Grande Fratello è incaricato appunto di redigere continuamente un vocabolario epurandolo dai vecchi termini, cassati dal regime, al fine di prevenire il germe di idee sovversive. Il genio di Orwell si deve all’aver ipotizzato che la lingua, quanto più è ricca di termini, tanto più favorisce la ricchezza di idee di chi la parla. Ad una lingua povera corrisponde, di contro, povertà di concetti e di opinioni, e quindi maggiore facilità da parte del governo nel controllo delle masse. Un’altra delle attività portate avanti Grande Fratello, è anche la rimozione e la revisione del passato. Lo slogan martellante che si vede in televisione e si sente alla radio è Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato. La follia dei totalitarismi è proprio di pensare di poter riscrivere la storia, in modo tale da prevedere il futuro.

Un altro episodio inquietante furono le cosiddette Bücherverbrennungen, ossia i roghi dei libri al tempo del Partito Nazionalsocialista tedesco. Nel corso di cotali raduni, venivano raccolti libri o saggi che si esprimevano contro l’ideologia nazista, o che comunque portavano a conclusioni in contrasto con quanto sostenuto dai teorici del Reich. Anche in simili circostanze è stato folle, oltre che scellerato, immaginare di liberarsi della diversità di opinioni eliminandone le sue manifestazioni “cartacee”. In questo caso, a farne le spese sono stati i libri di scrittori e pensatori quali Einstein, Brecht, Zolà, Marx, Hemingway, Joyce ecc. Insomma, nulla che non sia stato ristampato qualche anno dopo.

Fabio Tuiach inneggia a Bücherverbrennungen nazista
Adepti della Gioventù hitleriana gettano libri ritenuti pericolosi nel fuoco

La china del revisionismo è perciò pericolosa, oltreché sbagliata. Intanto perché la storia non si può cancellare. Ciò che è successo è successo. Eliminare un libro, una statua, una targa, una bandiera, può sì evitare che il tale evento venga ricordato ma non potrà mai eliminare l’evento in sé, che continuerà ad esistere. Si dimostra una pretesa sciocca quella di abbattere una statua perché la figura rappresentata dalla statua è comunque presente in un libro, o ormai in internet. Chiunque può – e dovrebbe, a parer mio – documentarsi. Non si può impedire alla gente di cercare da sola le informazioni. La censura nel corso dei secoli ha dimostrato un’infinità di volte di produrre l’effetto opposto a quello che voleva ottenere. Pensiamo, ad esempio, all’Indice dei libri proibiti. A chi non interesserebbe andare a leggere un libro messo all’Indice? A tutti, credo. Impedire ad un’opera di essere pubblicata ne accresce enormemente il valore e concentra l’interesse del pubblico proprio su quell’opera. Si prenda la Bibbia di Lutero o il De revolutionibus orbium coelestium o il De Monarchia di Dante Alighieri. Sì, perfino il De Monarchia di Dante è stato messo all’Indice. Sono tutti libri che conosciamo benissimo. Sono diffusissimi e studiatissimi. Contro di essi la censura della Chiesa, benché ci abbia provato, non ha potuto alcunché. Le persone li hanno comunque trovati, li hanno fatti stampare sottobanco, e sono circolati ugualmente. In fondo, è un po’ come quando la mamma da piccoli ci probiva di guardare qualcosa. Finiva che la guardavamo di nascosto. Se non ce l’avesse proibito forse non saremmo stati altrettanto curiosi…

Index Librorum Prohibitorum - Wikipedia
Una delle edizioni dell’Index librorum prohibitorum, creato nel 1559 da papa Paolo IV.

Il problema della censura politicizzata, del cosiddetto “politicamente corretto”, è inoltre incredibilmente fuorviante. Col passare del tempo non mutano semplicemente i costumi ma cambia anche il modo di pensare. Noi individui del 2020 non pensiamo certo come si pensava nell’Ottocento o come pensavano gli uomini del Medioevo. Le nostre categorie di pensiero hanno subito un’evoluzione, e sono tuttora in divenire. Col mutamento del pensiero collettivo, assistiamo altresì ad un mutamento dei giudizi di valore, ossia di ciò che riteniamo semplicemente giusto e sbagliato, bello e brutto, vero e falso. Pensiamo ad esempio ai canoni di bellezza. Il modello del corpo maschile o di quello femminile è diverso rispetto all’ideale di corpo maschile di cento anni fa. Ma anche soltanto di cinquant’anni fa. Figuriamoci questioni più complicate come l’omosessualità, l’aborto, la razza, la parità di genere, l’immigrazione ecc. Non possiamo pretendere che ciò che ci sembra sdoganato e scontato adesso lo fosse anche nel 1600. Non dimentichiamoci che conquiste importanti come i diritti umani si devono agli ultimi trenta, quarant’anni al massimo. Un tempo il dibattito verteva intorno ad altri temi. L’errore è esattamente di credere che il pensiero sia unico, stabile, immutato nei secoli, tale e quale nel corso del tempo. Quindi che l’aggettivo ‘razzista’ possa essere utilizzato per definire sia un uomo del 1900 che un uomo del 1200. Uomini e pensatori che hanno fatto la storia probabilmente non passerebbero il più elementare degli esami se potessimo chedere loro cosa ne pensano degli immigrati, delle donne e dei neri. Secondo i nostri “canoni” Dante passerebbe per xenofobo, George Washington e Churchill per razzisti, Manzoni per bigotto, Boccaccio per misogino, Catullo per omofobo. Eppure questi grandi uomini credevano di esprimere un pensiero moderno, forse rivoluzionario. Lo era, in effetti, per il periodo in cui vissero. Acquisizioni della coscienza collettiva come la Dichiarazione dei Diritti Umani hanno dietro un cammino millenario che è passato anche dal pensiero di uomini come loro che rispetto a chi li ha preceduti, sono stati a modo loro “moderni”. Non è una scusa quella di contestualizzare. Bisogna sempre inserire il pensiero nell’ambiente in cui è nato. Solo così possiamo “giudicare” quanto è stato detto nella maniera migliore.

In conclusione, il passato non va rimosso. Tutt’altro. Va studiato, approfondito, conosciuto. Rimuovere i simboli del passato è la cosa più stupida che si possa fare perché si cerca di oscurare qualcosa che invece va posto sotto la luce della riflessione. Il motto dell’illuminismo era Sàpere aude (lett. ‘osa conoscere’). La conoscenza richiede coraggio. In fondo è più facile adottare il pensiero di qualcun altro, anziché elaborare il proprio. E’ più facile esprimere un giudizio superficiale anziché risalire alle cause. E’ più facile coprire anziché svelare. Invece il compito di noi uomini moderni, che abbiamo alle spalle millenni di evoluzione, ci obbliga a porci continuamente delle domande, a non accontentarci della prima risposta. Già in un altro articolo mi sono permesso di dire la mia sulla questione della censura e del politicamente corretto, sottolineando quanto sia sbagliato porre freni alla conoscenza, solo perché ci troviamo davanti un argomento che non incontra i nostri gusti. Il confronto stimola la crescita. Il dialogo e la frizione sono parti fondamentali dell’apprendimento perché è nella contrapposizione tra due basi diverse che si poggiano le fondamenta per un giudizio largo, una veduta corroborante che estenda i propri orizzonti aldilà di quanto non abbia fatto chi ci ha preceduto. Bernardo di Chartres, un filosofo del Medioevo, disse che “noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti“. Il mio invito, quindi, è a non abbattere le statue, ma ad arrampicarvisi e a riflettare, osservando dall’alto l’orizzonte.

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Vittime del Baronismo universitario

Riporto di seguito l’articolo del Corriere della Sera:

Angela Vettese bocciata (per la terza volta) all’abilitazione da prof. E lei: «Meglio mandare i figli all’estero»

È una delle maggiori curatrici d’arte contemporanea. «Non ha i titoli per diventare ordinario di Storia dell’arte». La replica: «In Italia per accedere conta il do ut des».

Angela Vettese

«Una gaffe imbarazzante. Angela Vettese “non è matura”. Bocciata? Da chi?»: questa la notizia riportata ieri sul Giornale dell’Arte (Allemandi) da Nicolas Ballario. Angela Vettese è una delle maggiori curatrici d’arte contemporanea, critica e direttrice di musei ed è stata «bocciata» (per la terza volta) all’Abilitazione scientifica nazionale da ordinario nel raggruppamento di Storia dell’Arte, ultima di una schiera di vittime del baronismo. I cinque commissari, Rosanna Cioffi, Cecilia De Carli, Giovan Battista Fidanza, Silvia Maddalo e Marco Pierattilio Tanzi non l’hanno abilitata giudicando i titoli da lei presentati sulla base di criteri stabiliti dall’Anvur, «che sfavoriscono chi ha successo nel mondo delle professioni e dello studio individuale e favoriscono chi staziona in università», racconta la Vettese.

I commissari hanno avuto «gioco facile» nel bocciarla: la Vettese non possiede «responsabilità di studi e ricerche scientifiche affidati da qualificate istituzioni pubbliche o private» (cioè la direzione di musei vale zero); non ha «responsabilità scientifica per progetti di ricerca internazionali che prevedano la revisione tra pari» (cioè, studiare per realizzare mostre non conta); non ha «direzione o partecipazione a comitati editoriali di riviste, collane editoriali» specie di classe A e quindi non conta nulla scrivere per Il Giornale dell’Arte, il Domenicale del Sole 24 Ore… Le sue pubblicazioni sono (scontato) ritenute «troppo divulgative: per bocciarmi uno ha preso una parte di quanto c’è scritto su di me su Wikipedia». Morale, giudizio: «Non meritevole perché non presenta articoli di fascia A nell’Arte, superficialità e tendenza divulgativa, mancata maturità metodologica». Un classico.

Perché avviene questo?

«Perché si scimmiotta un meccanismo anglosassone, privilegiando brevi saggi in rivista A con necessità del peer review, che è cosa seria in astratto, ma non sempre attendibile in pratica, mentre si depotenzia il valore delle monografie, del lavoro e dello studio individuale. Ci sono ordinari che ora non passerebbero: conosco uno che ci ha messo 10 anni a scrivere un libro fondamentale, quindi non rientrerebbe nei parametri. È un sistema studiato per delegittimare chi è all’esterno dell’università».

Cattiva legge?

«La legge è migliore della precedente, ma si è trovato l’inganno. Il mio raggruppamento, ad esempio, L ART 04 è di critica, teoria, mercato e restauro dell’arte, ma io vengo giudicata nell’ambito della Storia dell’arte. È un sistema che penalizza chi fa studi a cavallo di discipline diverse; si è presentata una ricercatrice che ha lavorato in Inghilterra e la commissione, pur riconoscendo il valore altissimo delle ricerche, ha dichiarato che “non rientravano perfettamente nel raggruppamento disciplinare”».

La storia non è nuova, si colpisce il merito e si premia l’appartenenza.

«Germano Celant disse: “Insegno se mi fanno subito ordinario di chiara fama, altrimenti non mi metto in quel tunnel. Non lo fecero. Si è perso un super professore».

Perché è così?

«È un mondo che crede di essere più importante di quello che è, ora conta poco. È abbarbicato a pseudo certezze legate a scuole, appartenenze. All’estero tu puoi entrare come ricercatore sulla base di quello che hai fatto senza la creazione di quel tunnel inventato in Italia che ti consente di accedere all’università solo dopo vari placet e do ut des che sono una spada di Damocle. Si parte con un giovane che fa la sua tesi di dottorato, metà della quale diventa articolo dell’ordinario che gli ha fatto da tutor e questo che tace».

Le famiglie hanno percezione di ciò?

«In parte. Sanno che è un mondo con qualche opacità. Io invito i figli dei miei amici ad andare a studiare all’estero».

Mai pensato di lasciare l’università?

«Stupidamente ho lasciato, progressivamente, la carriera di direttrice musei: ho passione per l’insegnamento».

Ci tenterà ancora?

«Ci proverò nel biennio 2020-2022, anche se la domanda è talmente complicata che ci vuole un mese solo per compilarla. Va bene per chi passa il tempo in università, ma per chi lavora…».