Diffidenza smascherata

‘Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante mascherine e pochi volti.’, direbbe oggi Pirandello. Se lo scrittore siciliano potesse, si meraviglierebbe anche lui di come ci siamo trasformati. E se quando scriveva lui il problema era la falsità, oggi dobbiamo aggiungerci il male dei nostri tempi: il sospetto.

Vorrei condividere con voi una breve riflessione. Come saprete, gli ultimi mesi non sono stati affatto facili, per nessuno di noi. Ciononostante stiamo provando, tra alti e bassi, a tornare alla normalità. Stiamo cercando di ripartire, di tornare alla nostra vita di ieri, già imperfetta, benché l’esodo dalla quarantena abbia imposto a tutti un buffo orpello, un accessorio divenuto ormai mondano, un capo di abbigliamento da sfoggiare in tutte le occasioni. Sì, avete capito bene, parlo della ‘mascherina’, moderno ritrovato scientifico che secondo l’opinione di altamente qualificati esperti (penso più di moda che di medicina), dovrebbe servire a prevenire una seconda ondata di Coronavirus. Il tanto temuto COVID-19! Rullo di tamburi, inchino, sipario.

Così ce ne andiamo tutti in giro con queste mascherine sul viso. Chi non le ha si arrangia come può. Si copre il volto con la sciarpa (è giugno!), col bavero del giubbotto (fa caldo), con la mano (niente dita alla Mork & Mindi però), con un foulard (meglio una kefia, fa radical chic, altrimenti va bene anche un briatoresco scialle madreperla), con qualsiasi cosa (avete provato con un calzino di spugna? Qualcuno ha perfino messo un tutorial su Youtube). La parola d’ordine rimane una sola: COPRIRSI. Dalla copertura del naso e della bocca proviene la nostra unica speranza di salvezza. Qualora andassimo in giro impavidamente a labbra scoperte e narici dilatate, sicuraramente l’aria pregna di virus penetrerebbe nelle nostre vie respiratorie infliggendoci, dopo atroci spasmi, la morte.

Per strada i runner senza mascherina vengono visti come untori. Verso di loro le mamme-chioccia scagliano anatemi e accidenti (“Te possino!”), mentre allontanano i figli dai marciapiedi su cui si avvicina il tanto temuto appestato. Io che sono un runner mi sono beccato più di un’occhiataccia del genere e vi posso dire che non è piacevole essere guardato come un lebbroso infetto. Poi però ci ripenso e mi rendo conto che dietro questo gioco di “copriti-tu-o-mi-copro-io” (nuovo gioco dell’estate), si agita in realtà un motivo ben più profondo che ci induce inconsapevolmente a comportarci così. Qui non si tratta più di salute, di benessere, di virus, di salvezza e di cazzate simili. La gente fuma, fa sesso non protetto, guida ubriaca, fa la spesa all’Esselunga senza tessera. E’ spericolata, insomma. Non ha nessun riguardo per il proprio benessere. Altrimenti non si spiegherebbero i programmi della D’Urso. Siamo tutti masochisti, ci piace soffrire. Ce ne frega poco di beccarci ‘sto virus.

Ciò che si nasconde dietro la mascherina è in realtà pura e semplice diffidenza. Diciamocelo, siamo ormai sempre meno animali sociali. Non ci fidiamo del nostro vicino, non ci piace il contatto col prossimo, menchemeno quello ravvicinato. La mascherina rappresenta il correlato oggettivo (che parolone, eh?) della paura che abbiamo dell’ignoto. Una sorta di reificazione, di oggettualizzazione della nostra innata diffidenza verso chi non conosciamo, ma non serve fare chissà che esempi, può essere benissimo la persona davanti a noi in coda o quella seduta accanto alle Poste. Tirarsi su la mascherina equivale a dire “Non ti conosco. Sei potenzialmente un pericolo, ma non per la mia salute. In generale. Pertanto mi copro, tirandomi su la mascherina.”. Un po’ come quando andavamo a letto e facevamo attenzione a coprirci i piedi per evitare che il mostro che vive sotto il letto se li mangiasse di notte. E’ la nostra coperta di Linus, l’oggetto che ci salverà dal mondo e dalla malvagità dell’uomo. Io vi saluto e vi auguro buona serata. Mi raccomando, prima di andare a dormire, tiratevi su la mascherina, così l’uomo nero non potrà farvi del male.

L

L’uomo dell’assemblea

L’uomo dell’assemblea risponde al nome di Qoelet, per gli amici Ecclesiaste (Ἐκκλησιαστής), che deriva dal vocabolo greco ἐκκλησία (ecclesìa), vale a dire “assemblea”, e di conseguenza sta a indicare colui che riunisce un’assemblea. Il caso vuole che Qoelet oltre duemila anni fa abbia scritto uno dei libri più scandalosi e criptici dell’intera tradizione sapienzale allora in voga in quello striminzito lembo di terra che è Israele, che in seguito a rocambolesche vicissitudini e soprattutto a tanta fortuna, è stato infine accolto tra i libri sacri della Bibbia, più precisamente tra i libri sapienzali (dove spicca il celebre Cantico dei Cantici). Ho parlato non a caso di ‘fortuna’ perché Qoelet ha cercato in tutti i modi di farsi escludere dal canone biblico ma nonostante i suoi sforzi non c’è riuscito! Infatti, la particolarità dell’Ecclesiaste (userò questo termine per parlare del libro e distinguerlo dal suo autore) è che la ‘sapienza’ che Qoelet ci vuole trasmettere sia assolutamente una sapienza sui generis. Egli non decanta la bontà, né l’amore per Dio, né la speranza, né la felicità, né gli scenari pieni di letizia che ricorrono in abbondanza nelle pagine sbrodolanti allegria del Vangelo e in altri luoghi della Bibbia. Prima di dirvi di cosa parla esattamente Qoelet, riporto il giudizio di Voltaire:

«Chi parla, in quest’opera, è un uomo disingannato dalle illusioni di grandezza, stanco dei piaceri e disgustato della scienza. È un filosofo epicureo, che ripete ad ogni pagina che il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti; che l’uomo non ha niente in più della bestia; che sarebbe meglio non esser nati, che non c’è un’altra vita, e che non c’è niente di buono né di ragionevole se non il godere in pace il frutto delle proprie fatiche assieme alla donna amata. L’intera opera è di un materialista a un tempo sensuale e disgustato»

Insomma, a Voltaire l’Ecclesiaste non piacque proprio e lo bocciò con un giudizio tranchant, compilando la relativa voce nel suo Dizionario Filosofico. E non mi riesce affatto difficile indovinare il motivo. Avevo letto l’Ecclesiaste tanti anni fa e l’ho da poco riletto integralmente. Il libro contiene la famosa affermazione “Vanità delle vanità e tutto è vanità“, da molti ancora oggi malamente presa come una condanna della vanità, nel senso di amore per se stessi e per la propria immagine. In realtà, la vanità a cui Qoelet si riferisce è la “vanitas” latina, cioè l’inutilità, l’essere vano. Che cosa sarebbe vano per Qoelet? Ma che domande: La vita dell’uomo! La morale che Qoelet insegue e su cui ribatte come un martello dall’inizio alla fine del suo libello è l’assoluta inutilità di tutto ciò che facciamo. Secondo dotte riscostruzioni Qoelet sta tenendo una lezione o presiedendo un’assemblea (da cui il suo attributo di “ecclesiaste”). E’ un uomo colto, in là con gli anni, che ha visto come va il mondo, e che occupa una posizione di potere al servizio di un qualche sovrano e che può pertanto permettersi certe libertà che ad altri non sarebbero consentite. E’ per giunta un uomo che non ha peli sulla lingua. Dice esattamente quello che pensa, ben sapendo di risultare scandaloso per la morale del tempo, e per certi aspetti anche per la nostra di morale, di uomini nati duemila anni dopo. Tuttavia Qoelet ha bisogno a tutti i costi di trasmettere il suo messaggio. Ma che cosa c’è di tanto scandaloso nell’allocuzione di Qoelet?

La mia opinione, di ateo che ha ricevuto un’educazione cattolica, come la maggior parte di coloro che sono cresciuti in Europa, è che il messaggio di Qoelet non sia poi così scandaloso come sembrò a Voltaire. Lo ritengo semmai un canto del cigno, scollegato tematicamente dai libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, in virtù della sua impressionante lucidità, della sua atemporale modernità (sembra scritto ieri!) e della quasi totale assenza di quel caliginoso tepore emanante dalla costante presenza di Dio, che se nell’Antico Testamento striglia e nel Nuovo Testamento promette, è però sempre presente. Nell’Ecclesiaste al centro non troviamo Dio bensì l’Uomo. Dio viene chiamato in causa, come un’ipotesi remota, che non ha una diretta influenza sulla vita degli uomini. E’ lì, si intravede sullo sfondo, ma sono convinto che Qoelet ne parli più per ragioni stilistiche che filosofiche, perché un uomo vissuto a Gerusalemme duemila anni fa non poteva non menzionare Dio, se dobbiamo dirla tutta…

Qoelet non vuole coccolare l’uomo, non vuole infondergli speranza nella vita eterna e farlo crogiolare nel pensiero suggestivo che, alla fine dei suoi travagli, gli sia riservato un angolino in Paradiso dove potrà finalmente riposarsi. Qoelet vuole invece che l’uomo sappia che la sua vita è breve (“chi sa che cosa sia meglio per l’uomo nella vita, nei giorni contati della sua fugace esistenza“), che dopo la sua morte nessuno si ricorderà di lui (“Non c’è ricordo per gli avi e per i posteri che saranno, neppure per loro ci sarà ricordo presso coloro che verranno in seguito“), che acquisire saggezza comporta solo sofferenza e tormento (“in molta sapienza c’è molta inquietudine e aggiungere conoscenza è accrescere dolore“) e che quindi sia meglio rimanere stolti se si vuole vivere serenamente (“La mente dei sapienti è in una casa in lutto e la mente degli stolti è in una casa in festa“), che dopo tutto gli stolti e i sapienti sono destinati entrambi all’oblio per cui non c’è differenza (“Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto“). Poi Qoelet ci vuole ricordare quanto sia più ragionevole essere poveri perché la ricchezza aumenta soltanto le preoccupazioni (“il sonno del lavoratore è dolce, poco o molto che mangi; ma la sazietà del ricco non gli concede di dormire“) e che possedere una grande ricchezza non serve perché bisognerà lasciarla al sopraggiungere della morte (“In realtà, che cosa rimane all’uomo di tutto il suo lavoro e di tutto il suo affanno con cui si affatica sotto il sole?“). Ci ricorda che viviamo circondati da continue ingiustizie e che assistiamo quotidianamente al prosperare dei malvagi a spese dei giusti (“Tutto ho visto nei miei giorni fugaci: il giusto distrutto nonostante la sua giustizia e il malvagio fiorente nonostante la sua malvagità“). La sua amara conclusione è che i morti siano più felici dei vivi perché hanno finalmente smesso di affannarsi, anzi, che i sommamente felici siano coloro che non sono mai nati perché si sono risparmiati un vano viaggio su questa terra. Come non sentire diciotto secoli dopo l’eco di Qoelet in quel “E’ funesto a chi nasce il dì natale“. D’altronde, Leopardi si era ispirato proprio all’Ecclesiaste scrivendo il poema A se stesso, che si chiude con il verso “E l’infinita vanità del tutto“. Vanità delle vanità e tutto e vanità.

Lo scenario dipinto da Qoelet è fosco, molto fosco. Le tinte sono apparentemente nere. Tutto ruota intorno al concetto di inutilità. Vivere è inutile, quello che facciamo non aggiunge e non toglie niente a ciò che è stato fatto prima di noi e che verrà fatto da chi verrà dopo. Il sole domani sorgerà imperterrito, incurante degli affanni degli uomini che nascono e muoiono sulla terra senza lasciare tracce. Tutto è destinato a perdersi nella nebbia dell’eternità nella quale l’uomo si dimena scioccamente credendosi immortale, accumulando beni e sapere, come se questo servisse a prolungargli la vita, o follia delle follie (vanità delle vanità), sottrarlo alla morte. L’architrave del discorso di Qoelet poggia per intero sulla parola ebraica “hebel“, cioè soffio, fumo, nebbia, tradotta tradizionalmente con vanità, perché è carattestico della nebbia non poterla trattenere tra le mani. Nella sua edizione dell’Ecclesiaste, padre Serafino Parisi, spiega così l’uso del termine “soffio” a significare ‘vanità’:

L’immagine del «fumo», o «nebbia», o «vapore», o «soffio» – attraverso la quale il lettore deve passare – è una situazione che descrive la concreta esistenza dell’uomo. Questo simbolo, non solo letterario, che attraverserà tutto il libro, rimanda a qualcosa di effimero, fugace, transitorio. Per spiegare questa immagine iniziale si è fatto ricorso a richiami musicali: è un basso continuo, con nulla di barocco, ma con molte evocazioni interpretative e possibili improvvisazioni legate alla sensibilità dell’esecutore. Non è, dunque, possibile intendere la frase come una formula stereotipata, essa è piuttosto sintesi e indicazione di un percorso, quello che l’autore intende far compiere al lettore. L’enfasi posta sulla parola hebel al superlativo, che ne indica il massimo grado, e la reiterazione del termine, collocano il lettore, che sta iniziando a leggere il libro, all’interno di un banco di nebbia, o di una nuvola composta di fumo, sottilissima ed evanescente, ma in grado di fargli sperimentare la difficoltà del cammino da intraprendere e la fatica della ricerca e dell’orientamento. (“Qoelet”, introduzione, traduzione e commento a cura di Serafino Parisi, ed. San Paolo, 2017, pp. 46-47).

Le parole di Qoelet sono sicuramente dure, secche, prive di abbellimenti, tali da sconvolgere generazioni e generazioni di studiosi che si sono interrogati sulla loro autenticità e sull’opportunità o meno di mantenere il libro nel canone dei testi sapienzali della Bibbia. Molti si sono chiesti quale fosse il pensiero reale di Qoelet, che sfrondato dei suoi orpelli pseudo-religiosi, tanto odora di cripto-ateismo, a causa della sua evidente sovversività. Il cattolico Voltaire, come si è visto, inorridì davanti alla crudezza dell’Ecclesiaste e tuttora il libro non è tra i più letti in chiesa. In realtà il messaggio non è poi così tetro come sembra. Qoelet sa bene di porsi in rottura rispetto al pur breve passato. La sua profonda cultura lo mette nelle condizioni di valutare perfettamente le ripercussioni del suo pensiero, e secondo me aveva previsto le polemiche che sarebbero nate. Qual era perciò il senso ultimo del messaggio di Qoelet, ossia ciò che l’assemblea davanti a lui avrebbe dovuto conservare da quella agghiacciante e spietata perorazione? Questa è la mia spiegazione, che non credo troppo distante dal vero.

Finora abbiamo visto gli aspetti negativi del breve vagabondaggio dell’uomo sulla terra, che secondo Qoelet rappresentano uno spreco di tempo: ricchezze, sapienza, una vasta discendenza, palazzi, banchetti, beni, concubine. Tutto questo non è ciò che si dovrebbe inseguire perché ci si affaticherebbe ad accumulare qualcosa che tanto non si può conservare, perché poi arriva la morte che cancella tutto. Per Qoelet un uomo veramente felice è al contrario un uomo che sa apprezzare la semplicità, vale a dire le piccole gioie della vita, che sa godere con moderazione del vino e del cibo, che sa mantenere il cuore leggero senza voler indagare argomenti che sono fuori dalla sua portata, come il senso dell’esistenza e il volere di Dio. Queste sono questioni che fanno impazzire l’uomo, che comunque ha innata in sé la curiosità verso il trascendente (Qoelet lo chiama “frammento di mistero“). Sta all’uomo saggio calibrare l’impegno per non accumulare pensieri troppo gravosi che lo allontanerebbero dalla leggerezza di spirito, ma attenzione perché troppa leggerezza è tipica degli stolti. Il confine tra saggio e stolto è sottile. La sapienza non sta nel trovare tutte le risposte, ma nel vivere con profitto dei pochi giorni a disposizione, godendo delle sincere piacevolezze quotidiane, che si possono riassumere nella categoria “premio per le proprie fatiche“. Solo l’uomo capace di beneficiare del frutto del proprio lavoro è veramente felice: “Ecco ciò che io ho visto: che è perfetta felicità mangiare, bere e godersela in tutta la fatica in cui uno si spossa sotto il sole, nei giorni contati della vita che Dio gli dà.

Le trentotto occorrenze del termine “soffio” (o ‘vanità’) servono a sottolineare il carattere transitorio ed effimero dell’esistenza che benché passi in fretta, regala comunque occasione di gioire e di apprezzare quei piaceri davvero autentici, a chi sia in grado di approfittarne. Qoelet è stato tacciato sommariamente di epicureismo e il suo discorso sepolto sotto una montagna di pregiudizi da una tradizione in imbarazzo di fronte a un libro sapienziale che invita a pensare al presente senza riporre troppa speranza nel futuro di cui non si sa nulla, in contrasto con una pletora di santi e santoni che invece chiedono al credente di inginocchiarsi, di sopportare in silenzio le sofferenze in vista di fantomatiche ricompense celesti. L’Ecclesiaste però emerge fulgido e soprattutto innocente, a distanza di un paio di millenni. Qoelet deve essere letto per quello che è: la voce immortale di un saggio che parlava agli uomini con parole semplici di cose di tutti i giorni, senza nascondersi dietro astruse metafisiche e volontarie mistificazioni, amministrate ancora oggi da tanti, troppi dispensatori di dottrina che si compiacciono della nebulosità dei libri sacri per irretire le masse e conservare il loro status e quindi la loro ragione di esistere. Rendo il merito dovuto a Qoelet della sua incredibile trasparenza, che si staglia come un diamante nel panorama fumoso e nebbioso di venti secoli di arbitrarie esegesi.

L

Eternamente fragile

Me lo ricordo come se fosse ieri. Era il 2004 e dovevamo presentare a turno il nostro compito per l’ora di greco. A me era toccato leggere e spiegare alcuni passi tratti da “Le origini della tragedia e del tragico” di Mario Untersteiner, famoso grecista insegnante della mia professoressa di greco proprio al Berchet di Milano. Era arrivato il mio turno, il foglio spiegazzato tra le mani, il silenzio irreale della classe, io in piedi davanti alla lavagna. Qualcosa però si ruppe improvvisamente dentro di me. Iniziai a sudare, a balbettare, a evitare lo sguardo colpevolmente innocente dei miei compagni, ignari di ciò che stava accadendo. Persi completamente la lucidità. Le orecchie mi ronzavano come dopo una forte esplosione. Non riuscivo nemmeno capire quello che avrei dovuto leggere, né mi riusciva di mettere a fuoco la mia stessa scrittura. Dopo un paio di tentativi preferì fare scena muta, pur dovendo soltanto leggere quello che avevo scritto. Presi un voto pessimo ma me ne importò relativamente. Fu un’esperienza dolorosa, terrificante, traumatica, che uccise da quel momento in avanti la mia sicurezza. Era la prima volta, il mio primo attacco di panico. Avevo 17 anni.

Da quel giorno in poi gli episodi si intensificarono. Fu come scendere in bici da un pendio ripido: la velocità aumenta progressivamente e così la paura di provare di nuovo la stessa sensazione. Me ne ricordo tantissimi di episodi: il giorno della mia laurea, le prime serate al ristorante o a casa con la mia fidanzata, quelle con i suoi parenti, gli esami universitari, le uscite con amici… Ogni volta la stessa identica opprimente sensazione di soffocamento, di tachicardia, la voglia di scappare in fretta e furia. Ci sono state volte in cui ho dovuto ripetere degli esami all’università perché l’attacco era così forte che mi ha impedito di parlare e sono stato costretto a uscire, lasciando tutto a metà. Un’altra volta andai al ristorante con la mia fidanzata e un’altra coppia, formata da sua sorella e il fidanzato. Non riuscii neanche a dare il primo morso alla pizza. Dovetti uscire letteralmente dal ristorante e rifiatare come se avessi passato mezz’ora sott’acqua. Rimasi fuori dal ristorante finché gli altri non ebbero finito e pagato il conto. Era dicembre, fuori nevicava. Io ero accaldato come a Ferragosto.

Mi ci sono voluti diversi anni per affrontare il problema. All’inizio non riuscivo nemmeno a parlarne, tale era l’imbarazzo. Chissà poi perché? Lo raccontai al mio migliore amico, alla mia ragazza, a mia madre. Piano piano cominciai a parlarne, a scherzarci su, a esorcizzarlo mettendolo al centro della discussione, davanti a tutti, come se condividendo con gli altri il mio problema il peso da sopportare fosse più leggero. Piano piano mi aiutò. Mi documentai sugli attacchi di panico. Volevo scoprire l’origine fisiologica degli attacchi di panico, che cosa scatta nel nostro cervello in queste situazioni. Ad oggi so soltanto che si tratta in parte di predisposizione naturale (un’amigdala particolarmente sensibile) e in parte è il frutto di esperienze traumatiche. Una cura? Non esiste una vera e propria cura. Ho fatto diversi anni di terapia, su consiglio del mio migliore amico che poi è diventato psicologo e che mi consigliò di parlarne con qualcuno. Sviscerare i problemi, coadiuvato da uno specialista che sappia porre le giuste domande aiuta a mettere a fuoco i nodi irrisolti della nostra psiche. Questo credo che valga in generale per ogni problema, non solo per gli attacchi di panico. Esistono poi dei farmaci che alleviano un po’ i sintomi, come il Tavor (un ansiolitico), e le pastiglie di valeriana, che servono più che altro a indurre sonnolenza, riducendo la sensibilità dell’amigdala, che è la ghiandola del cervello preposta a captare i segnali di pericoli, che quando “impazzisce”, come appunto nel caso di un attacco di panico, manda in tilt il corpo. Bisogna però fare attenzione a non abusare dei farmaci perché si rischia innanzitutto di non sentirne più l’efficacia, se si comincia ad assumerli regolarmente. E si rischia anche di finire in ospedale. Io ci sono finito all’ospedale, dopo un’indigestione di pastiglie di valeriana. Ne presi tre e sono quasi collassato. Queste sono le poco piacevoli consequenze delle diffuse cure fai-da-te!

A distanza di qualche anno ho imparato a convivere con questo problema, che non passa mai del tutto, è bene sottolinearlo. Rimane come un ordigno latente che può esplodere da un momento all’altro. La capacità di controllare gli attacchi di panico varia a seconda dello stato emotivo della persona. Se l’individuo che ne soffre attraversa un perodo di forte insicurezza, personale o lavorativa, per non dire di depressione, allora è molto probabile che l’attacco di panico scatti alla prima sollecitazione. Basta aggiungere altra pressione a quella che ha già per scatenare l’attacco. Inoltre ciascuno di noi ha paura di qualcosa di diverso: prendere l’aereo, tenere un discorso in pubblico (nel mio caso essere al centro dell’attenzione), prendere i mezzi, ritrovarsi in una piazza affollata ecc.. C’è chi si aiuta evitando quella determinata situazione. Io ho sperimentato invece la strategia della graduale esposizione, in modo da allenare la mia mente a sopportare lo stress che altrimenti rifuggerebbe. Si costituisce poi quella che ho definito una “memoria negativa”, ossia una catena di ricordi di episodi simili, in cui si è verificato l’attacco. Se ad esempio ho avuto attacchi di panico nel corso degli ultimi tre esami all’università, è molto probabile che l’esame che sono in procinto di sostenere mi spaventi perché sono quasi sicuro che mi capiterà un altro attacco. Si è creata quindi nella mia mente una scia negativa che mi induce ad avere paura di eventi analoghi a quelli che ho già vissuto. E’ uno dei tanti “trucchi” con cui la nostra mente ci incastra, facendoci temere qualcosa che non è ancora successo, influenzando e quindi determinando le nostre scelte di vita.

Degli attacchi di panico, e in generale dei disturbi d’ansia, mi fa più paura la loro sordida capacità di limitare le vite degli individui che ne soffrono, condizionandoli. Molti si proibiscono di prendere un aereo perché hanno paura di volare o di fare qualcosa per evitare di star male. Per esperienza, ho combattuto per anni tra il desiderio di diventare un professore e la paura di espormi proprio a quella situazione che mi ha causato tanto disagio. La lotta quotidiana con l’ansia non è facile. E’ un nemico silenzioso e scorretto, da cui però possiamo imparare a difenderci, se ci sforziamo di considerare noi stessi il nostro unico alleato in questa battaglia, anziché un ostacolo. Buona domenica a tutti.

L

La grande bellezza del Silenzio

Strade vuote spazzate soltanto dal vento, musei chiusi al pubblico, teatri abbandonati in una fuga precipitosa, parchi deserti, chiese rimaste orfane di cori, di inni e di incensi. Tutto il mondo si è fermato con il fiato sospeso. L’unico rumore che sfida la paura è il rimbombo dei nostri pensieri contro le fredde pareti della coscienza, mentre cerchiamo con occhi golosi una traccia di esistenza dalla finestra. Abbiamo trascorso queste settimane nell’anticamera dello spazio e del tempo, strappati alla quotidianità da una forza che ha squarciato il telaio su cui annodavamo oziosamente le trame di giorni tutti uguali, senza neanche lasciarci il tempo di stringere bene gli ultimi nodi. E così ci ritroviamo a fare i conti con una situazione a dir poco imbarazzante (imbarazzante per noi più che altro). La verità vera è che non siamo più abituati al silenzio. Da tempo la nostra vita viene scandita dagli squilli imperiosi di una suoneria, dal continuo bip dei messaggi sul cellullare, dal tintinno di un’email, dal vibrare di un telefono a muro e dal volgare belato della televisione, costantemente accesa in sottofondo. Ci eravamo quasi dimenticati di quanto fosse ingombrante la presenza del silenzio e del perché avessimo iniziato a soffocarlo con tutti quei rumori.

Già, perché il silenzio anticipa il momento in cui bisogna fare i conti con se stessi. Vuol dire dover rispondere a un appello a cui molti di noi arrivano impreparati poiché impone di riflettere su ciò che siamo al netto di tutto. Che cosa rimane davvero una volta rimossi i “rumori” e le distrazioni (nel senso etimologico del termine)? Tutti noi basiamo la nostra vita sulla ricerca spasmodica di riempitivi come i social network, le attività sportive, i viaggi, le relazioni, gli hobby, gli impegni di lavoro, la famiglia. Cerchiamo di rimandare il più possibile il momento in cui siamo veramente soli con noi stessi (o siamo “solo noi stessi”) per non doverci confrontare con qualcosa che ci dà i brividi. Fate per un attimo, miei cari lettori, lo sforzo di ritornare a quei pochi minuti in cui siete sdraiati a letto, poco prima di addormentarvi, in equilibrio orizzontale tra la frenesia della giornata appena passata e il placido oblio che vi aspetta. In quella manciata di minuti la mente è finalmente libera. Se però il sonno non sopraggiunge in fretta, la mente, non più imprigionata in celle che ci creiamo per non esistere, inizia a vagare intorno a cose spaventose: la morte, la vecchiaia, la tristezza, la solitudine, la paura di non essere amati o desiderati e così via. Sono questioni a cui non sappiamo rispondere o a cui forse non vogliamo rispondere.

Quello che voglio dire è che il silenzio, calato così all’improvviso sul mondo, ha provocato probabilmente il nostro momentaneo sgomento, dato dal non sapere più come gestire il vuoto. Si è sollevato d’un tratto il velo che ci proteggeva da noi stessi. Mi chiedo se sia questo il motivo per cui è tanto difficile restare a casa, se scappiamo fuori per evitare in ultima analisi di ritrovarci in compagnia di pensieri molesti. Vogliamo uscire per non fronteggiare la paura di riscoprirci fondamentalmente soli, pur se circondati da reti virtuali sopra le nostre teste che in pochi clic ci collegano a qualsiasi altro essere umano sul pianeta. C’è tuttavia un’innegabile bellezza in tutto questo, a voler guardare con attenzione. Mi spiego meglio. La dura analisi che la grave crisi sanitaria mondiale sta richiedendo potrà rivelarsi un domani una provvidenziale purga morale, una medicina amara da cui, dopo esserci forse abbandonati all’inizio ad un pianto pieno di singhiozzi, come fanno i bambini che vanno a chiedere scusa alla mamma, usciremo rafforzati. Ci saremo confessati, ognuno per i suoi peccati, chiedendo chi l’assoluzione, chi almeno una spiegazione. Questo surreale periodo storico offre un imperdibile pretesto per riflettere con calma sulla direzione da prendere, come popolo ma ancor prima come individui. Chiederci il perché di certe scelte o di certe non-scelte. Correggere i tanti errori di rotta.

Tanti secoli fa si diceva che la vera conoscenza iniziasse dal conoscere prima se stessi. Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas. Non bisogna uscire per trovare la verità, perché la verità si trova dentro di noi. Ahimè, non è affatto facile recuperarla, nascosta com’è da una coltre di paure, da un dedalo bivii e da mille domande. Eppure è lì che si nasconde tutto, che c’è scritto chi siamo. Può darsi che la scoperta non sia piacevole, perché scavando ci potremmo accorgere di non essere in fondo delle bellissime persone. Ciononostante lo dobbiamo almeno a noi stessi lo sforzo di provarci. Nel frattempo la caffettiera mi richiama con il suo gorgoglio, spezzando violentemente l’assordante silenzio di tanti, troppi pensieri.

L

Il peggior lettore del mondo

Image result for bad reader

Lo confesso: sono un pessimo lettore. Ho molti difetti – di cui so che un giorno dovrò rendere conto – ma quello che turba di più i miei sonni e rende inquiete le veglie, giunto ormai alla quarta decade della vita, è aver preso coscienza di non essere più il lettore che ero. Sento con febbricitante lucidità di aver abbandonato, per non più ritornarvi, il nutrito club dei cosiddetti lettori onnivori, vale a dire di coloro che per scelta o vocazione sarebbero capaci di masticare anche la letteratura più indegna, che non augureresti al tuo peggior nemico (mai fu proferita offesa più grande di “Ti auguro di leggere l’ultimo libro di Fabio Volo!“, magari accompagnata da una copia autografata). Perché in fondo, ricordiamolo, un buon lettore è un po’ come un buon amico: ascolta con pazienza, è disposto a perdonare e a sorvolare su certe debolezze, si fida a prescindere e alla fine comunque dirà sempre belle cose in giro. Ecco, io sono l’opposto. Ma senza fretta, ci arriveremo…

Image result for urlo munch

Non ho più la calma che avevo. Sono anch’io “in preda ad astratti furori”, da una decina d’anni almeno. Quindi la crisi d’identità si è tramutata in malessere cronico, contro cui la somministrazione progressiva dei romanzi di Vespa, Moccia e Sveva Casati Modigliani non sortirebbe alcun effetto se non gettarmi in una buia afflizione, al contrario di ciò che il veleno fece con Mitridate. Mi lascio titillare ormai da ben poche letture che accolgo spesso con scialba diffidenza e, devo dire, malcelato fastidio, quasi che preconizzi l’imminente delusione. Tuttavia mi lascio tentare, quantomeno per curiosità (non si vive di solo pane…), ritrovando se va bene un guizzo dei tempi che furono, se va alla grande un moto di entusiasmo che mi riscalda per mesi, quale si è dato per esempio con la lettura di 1984 che avevo classificato – mea maxima culpa! – nella categoria dei ‘romanzi da supermercato’. Sarà stato il titolo numerico? Quanto mi sbagliavo. Così come sono stato sorpreso anche dagli Scritti Corsari di Pasolini e dall’Amleto di Shakespeare, ritenuti per anni mattoni illeggibili, a cui si era aggiunto peraltro un ingiustificato pregiudizio per averne sentito parlare fino alla nausea durante la prigionia del liceo. Non mi avrete, mi sono ripetuto. Mi ebbero, alla fine, e meno male.

Image result for vittorioalfieri
La leggenda vuole che Vittorio Alfieri, iniziando il “Galateo” di Della Casa e scoprendo che la prima parola era ‘conciosiacosache’, abbia lanciato il libro fuori dalla finestra…

Se il libro non mi cattura fin dalla prima pagina lo abbandono immediatamente. Senza remissione di peccato. Non temporeggio in attesa che la storia migliori o che la scrittura si sviluppi. Chi sa scrivere sa scrivere bene fin dall’inizio, non impara strada facendo. Anche perché mi inquieterebbe pensare che le fondamenta di una casa non siano state posate con la stessa cura con cui è stato rifinito il tetto. O sbaglio? Ma non è tutto qui. Oltre ad essere molto impaziente sono anche molto esigente. Voglio dire, mi rendo conto che non ci sono in giro solo romanzieri da Nobel ma pretendo che l’autore sappia articolare elegantemente una frase, che possegga un vocabolario ricco e che riesca a trasmettere al suo lettore dei contenuti che vadano al di là del semplice diletto estetico. Per dirla alla Spinazzola. Voglio, insomma, ritrovarmi alla fine del libro a sapere qualcosa che non sapevo prima, a scoprirmi più istruito, e non solo intorno alle vicende amatorie di giovani milionari americani con inclinazioni sadomaso o di improbabili comunioni tra licantropi e vampiri. Lascio ad altri queste delizie. Arrogante, direte? Molto, forse: Hypocrite lecteur, — mon semblable, — mon frère.

Image result for watching ourselves in the mirror

Faccio poi l’errore di innamorarmi di più libri, o meglio, di più idee che ho dei libri. Vorrei leggere di tutto, salvo poi accorgermi che il tempo è poco e qualcosa va sacrificato. Oltre ad essere quindi un amante impaziente, sono anche infedele – perché vado con tutti. Ho una lettura per ogni stanza della casa e per ogni momento della giornata: un libro prima di andare a dormire, uno vicino al divano, uno in bagno (sapete, come stimolo). Ad ogni stato d’animo il suo libro. Forse è sbagliato, e bisognerebbe concentrarsi su un solo libro alla volta. Ma ho tanti interessi e non è detto che voglia leggere sempre e solo romanzi. Infatti, i libri che dissemino variano senza alcun criterio, passando dal saggio storico alla raccolta di poesie, dalla monografia in spagnolo o francese alla guida touring della Cornovaglia. Preferisco i classici, quasi esclusivamente classici. Un altro stereotipo di cui mi alimento pur sapendo di sbagliarmi è che la lettura tardo novecentesca sia solo spazzatura. Lungi da me maghetti, scope volanti, storie di famiglie in crisi, sogni spezzati e – peggio del peggio – libri motivazionali. Ho quindi molto da farmi perdonare. Ma al momento, l’unica certezza che ho, è di essere il peggior lettore possibile.

L

Immunità (o imbecillità?) di gregge

Mentre il nostro sistema sanitario, praticamente al collasso, cerca di fronteggiare l’epidemia più grave mai abbattutasi sull’Italia dal dopoguerra ad oggi, continuano a verificarsi i soliti episodi di italico malcostume che mi costringono a interrogarmi sulle effettive (in)capacità cerebrali dei miei connazionali. Il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna restare a casa, senza se e senza ma, senza possibilità di appello. Per contrastare il diffondersi dell’epidemia, l’unica arma a nostra disposizione è la prevenzione. Per fermare il contagio bisogna evitare il contatto col prossimo. Eppure, nonostante la chiarezza quasi evangelica della richiesta, la gente continua pervicacemente a riversarsi in strada, ad andare nei supermercati (perfino alle inaugurazioni dei supermercati), a frequentare in massa i parchi e i mercati cittadini, fare baldoria ai concerti, andare a sciare e a ritrovarsi in giro nei locali della movida per allegri pomeriggi di aggregazione.

Risultato immagini per can italians follow the rules
Il New York Times sottolinea la famigerata inciviltà del Belpaese (titolo poi modificato)

Ci troviamo quindi a fare i conti con l’annosa questione del rapporto degli italiani con le regole, e a dover ancora una volta prendere atto che proprio no: non riusciamo ad obbedire (checché si provi Garibaldi)! Siamo il paese con il più alto numero di contagiati in Europa e siamo quello che ha dovuto adottare le misure più drastiche. Siamo tuttora in lockdown, termine anglosassone che indica una sorta di autoembargo che prevede il divieto assoluto di transito sia all’interno sia verso l’esterno. Nessuno può entrare e nessuno può uscire dall’Italia. Nessuno “dovrebbe” nemmeno muoversi (uso il condizionale perché da noi i modi certi dell’indicativo lasciano il tempo che trovano…) se non per stringenti motivi di lavoro, salute e di emergenza. Come si prevedeva, la misura è stata applicata con la stessa tenuta di uno scolapasta.

Notizia che si commenta da sola

Le forze dell’ordine fanno quello che possono con quello che hanno. Non le si può biasimare. L’imbecillità è tutta del gregge che riconferma ancora una volta la propria incofondibile immaturità, adottando i comportamenti più scellerati, nel momento in cui meno dovrebbe. Basta affacciarsi alla finestra per assistere al lieto proliferare di capannelli di debosciati che bivaccano sulle panchine, a spensierate famigliole in bicicletta, alla transumanza incontrollata di adolescenti caracollanti (il “gonzo pecorume” di Rebora) che pascolano beati incuranti dei rischi a cui espongono, prima che se stessi, gli anziani, vere vittime di questa epidemia.

Qualche giorno fa, alla notizia dell’imminente lockdown della Lombardia, si è scatenato il panico e il conseguente fuggi fuggi dei meridionali verso i propri paesi di origine. La fuga concitata di migliaia di persone ha causato proprio lo scenario che si sarebbe voluto evitare: la propagazione del virus nel resto d’Italia. La “paura” (uso questo termine ma vorrei scrivere ‘coglionaggine’, ‘matta bestialità’, ‘endemica stupidità’) ha prevalso sul buon senso. Strano. L’idea di una quarantena nelle inospitali lande del nord non è stata evidentemente allettante come quella di trascorrere un mese tra le amorevoli braccia di mammà, ingollando mozzarelle, tarallucci e parmigiane, pur se questo significa contagiare il nonno già malato e la zia asmatica. Nemmeno la prospettiva di contribuire al bene comune è riuscita a instillare un po’ di buon senso nelle menti sottodimensionate di chi ha pensato solo e soltanto al proprio tornaconto. Peraltro il sistema sanitario al sud è gravato da problemi strutturali che lo rendono inadeguato a reggere un impatto simile a quello che ha colpito gli ospedali della Lombardia.

L’emergenza Coronavirus al sud rischia di mettere in ginocchio il resto del paese

Se c’è una classifica in cui l’Italia non ha eguali è quella dell’inciviltà, dell’egoismo, della scarsa lungimiranza, dell’incapacità di fare gioco di squadra (meno folcloristico del suonare il sassofono alla finestra). Dovremmo lavorare sulla costruzione di una base solida che passi dal rispetto generale delle regole, dall’accettazione tantrica del fatto che prima dei diritti vengono i doveri, che prima di esigere bisogna dare, e non basta riempirsi il petto parlando di quanto sia buona la nostra pappa al pomodoro. Bisogna mostrare al mondo che in caso di necessità si può contare sull’Italia, e non solo come i soliti pagliacci che cantano e ballano e come quelli che vengono fatti accomodare al tavolo dei bambini con il loro bunga bunga, lo shish, i giuseppi e tante amenità per cui noi veniamo sempre etichettati come gli “inadeguati”. Vorrei vedere per una volta un cazzuto atto di orgoglio tale da mettere a tacere la boriosa prosopopea transalpina e l’arroganza di chi si crede meglio di noi. Che poi migliori non sono.

L

I venditori di certezze

Oggi mi è capitato di riflettere sul valore che diamo alla conoscenza e al suo altrettanto fondamentale contrario, la mancanza di essa. La cultura moderna impone a noi tutti dei modelli sociali “forti”: influencer, politici, reti televisive, opinion leader, istituzioni, comunità, perfino nazioni. Ma siamo davvero sicuri di aver bisogno di qualcuno che ci dica che cosa vogliamo e che cosa ci manca? Ma soprattutto, abbiamo davvero bisogno di trovare sempre un principio positivo, affermativo, in grado di appianare ogni dubbio?

Anticamente l’uomo saggio era colui che brancolava nel buio. La sua saggezza, unita ad una preparazione culturale che per i contemporanei poteva ritenersi smisurata (secondo i parametri del tempo) lo isolava dagli altri e lo confinava in un universo senza pareti. Le domande che il saggio di allora si faceva erano sicuramente meno di quelle che potrebbe farsi un saggio di oggi e le poche risposte – tutte empiriche – si contavano sulle dita di una mano. La sua onestà intellettuale gli faceva riconoscere di aver raggiunto i limiti del sapere, le colonne d’Ercole dello scibile umano, oltre le quali si penetra nell’instabile dominio dell’incertezza. Il vero saggio, prendiamo Socrate, preferiva affermare di “non sapere” piuttosto che elargire le sue poche verità al popolo. Che lo facesse per superbia o per effettiva mancanza di propensione commerciale, un uomo istruito e curioso era un uomo che viveva lontano dalla società come un reietto, per evitare la facile seduzione del compiacimento e dell’adulazione. Riparato dalla nomea di paria, il saggio si sottraeva al mondo preferendo dire “no” anziche “sì”.

Anno 2020, mutatis mutandis, tutti vogliono regalarci certezze, risposte, soluzioni. Nessuno ha più tempo per il dubbio. Siamo attratti dalla facilità delle risposte, senza accorgerci però che la facilità reca spesso con sé un nemico anche etimologicamente simile, la faciloneria. Ma se questo è il modello proposto non vuol dire che lo si debba accettare passivamente. Potremmo riscoprire in noi il culto socratico per il sospetto e con esso una capacità innata di filtrare le informazioni, trattenendo solo quelle importanti. Quanto più vasto è il mare tanto più stretta deve essere la rete che gettiamo, in modo da non venire sommersi da tonnellate di spazzatura culturale, cure magiche, se non miracolose, a mali che ci portiamo dietro da millenni (su tutti la paura della morte), con cui dobbiamo e dovremo ancora convivere a lungo. Pertanto, se lunga è la strada da percorrere, tanto vale rallentare e goderci il panorama, senza troppa fretta di arrivare.

L

Salvato da San Francesco!

Agli inizi di luglio del 2014 mi trovavo ad Assisi per partecipare ad un seminario di studi francescani. L’anno primo mi ero laureato con lode alla Statale di Milano con una tesi su Dante e i Commentatori del Trecento. Così il mio relatore mi aveva invitato a partecipare al seminario, se volevo coltivare la mia ambizione di rimanere nel mondo accademico. Avrei conosciuto studenti di altre università, partecipato a lezioni tenute da professori eruditi e soprattutto avrei cominciato ad assaporare che cosa voleva dire vivere letteralmente sepolti tra i manoscritti medievali. Per alcuni può forse suonare come una condanna ai lavori forzati ma era il mio sogno e ne ero felicissimo.

Vista dalla Basilica superiore di San Francesco di Assisi

Avevo all’epoca solo una vaga idea dei passi da intraprendere per diventare professore universitario. Sapevo che bisognava passare da un dottorato, specializzarsi in un certo ambito di studi, pubblicare quanto prima qualcosa: articoli, monografie, ricerche. Se tutto andava bene, al termine dei canonici quattro anni di dottorato (parlo della durata media di un dottorato in Italia), si poteva ambire a un concorso nazionale o regionale e sperare di vincere un assegno di ricerca, grazie al quale affiancarsi a un professore e, piano piano, ‘conquistarsi’ la propria cattedra. In un futuro non troppo vicino, da ‘ricercatore’ si poteva diventare ‘professore associato’ e un giorno, magari, ‘professore ordinario’. Il nostro apparato accademico non vanta certo un ampio grado di flessibilità e modernità. Inoltre, in molte università vige una sorta di sistema clientelare per cui si favoriscono certe cattedre e certi aspiranti al soglio, sulla base di criteri tutt’altro che oggettivi e meritocratici. Tuttavia qui siamo in un campo di sospetti purtroppo ben conosciuto e intorno al quale non mi dilungherò perché sarebbe improduttivo. In Italia funziona così. Punto e basta.

Un archivio riservato ai soli ricercatori

L’ambiente in cui mi trovavo era stimolante, per non dire idilliaco. Parlo di Assisi. Eravamo all’incirca una ventina e arrivavamo da tutto il mondo. C’era uno studente russo interessato all’iconografia sacra in Europa, un ricercatore italiano che lavorava negli Stati Uniti. C’era chi arrivava da Buenos Aires. Altri venivano da più vicino, dalla Spagna e dalla Francia. Il resto di noi era italiano, in una vasta rappresentanza delle migliori università del territorio, dalla Federico II a Roma 3, dall’Università Pontificia a quella di Siracusa e a varie università del Nord. Alcuni erano già al secondo o terzo dottorato. Altri avevano già pubblicato libri. Uno di loro mi disse che la sua tesi di dottorato era stata acquistata dalla Biblioteca del Congresso di Washington.

Uno scorcio della piana di Assisi da uno dei chiostri

Parlavamo diverse lingue, scambiandoci opinioni e storie personali, non per forza attinenti a ciò che eravamo lì per studiare, vale a dire la figura di San Francesco. Ciascuno arrichiva il resto del gruppo con il suo bagaglio di conoscenze. Vivevamo insieme, mangiavamo insieme, dormivamo insieme. Di giorno la scaletta prevedeva cinque o sei ore di lezione, che erano improntate quasi più a un dialogo con gli insegnanti, visto il nostro livello di preparazione, in una specie di Accademia Platonica rediviva. Nel resto del tempo venivamo condotti a scoprire luoghi affascinanti di Assisi, inaccessibili alla massa dei turisti, per cui servivano permessi speciali. Potemmo così ammirare da vicino la regola bullata di San Francesco, manoscritti rarissimi conservati in archivi remoti, chiostri aperti di norma soltanto ai frati per ragioni di silenzio e di rispetto. Vi era dappertutto una sacralità che compenetrava ogni centimetro di quei vicoli arroccati sul fianco del Monte Subasio e che avrebbe fatto provare un brivido di turbamento anche all’ateo più algido (come il sottoscritto). Pur non essendo un credente, la maestosa magia delle pietre su cui San Francesco aveva poggiato i palmi piagati dalle stimmate mi faceva tremar le vene e i polsi. Lì potevo davvero respirare il Medio Evo.

Una foto fatta pochi istanti prima di ammirare la Regola Bullata di San Francesco…

Dopo solo pochi giorni si era già instaurata un’atmosfera di confidenza, rafforzata anche dalle tante ore passate insieme, dalla colazione in refettorio (eravamo alloggiati in un ex-convento) fino alle partite dei mondiali che seguivamo con i professori, i quali non disdegnavano una pausa da argomenti seri come la questione dell’usus pauper e dell’eredità di San Francesco. Pertanto, in quei piacevoli giorni ebbi modo di approcciare senza reticenze e infingimenti persone straordinarie per temperamento, passione e ambizione. In tutti i loro racconti baluginava una fede incrollabile verso il proprio lavoro. Notai però quasi subito che nel raccontarmi quanto amassero ciò che facevano, vi erano aspetti che rendevano il panorama un po’ meno attraente. Per esempio nessuno di quei ragazzi si poteva definire totalmente autosufficiente. Qualcuno era già più vicino ai quaranta che ai trenta. Molti dovevano arrangiarsi con un lavoretto part-time per pagarsi gli studi. Chi vinceva un assegno di ricerca poteva solo sperare di non essere spedito dall’altra parte d’Italia e già sapeva che quei 500 euro al mese non gli sarebbero bastati per mantenersi fuori di casa. Le pubblicazioni non rendevano nulla se non crediti universitari e un modesto curriculum in caso di concorso. L’unica speranza (parlo sempre dell’Italia) era che il professore ordinario si ritirasse – meglio prima che poi – investendo uno dei suoi assistenti suo successore. Ma la competizione era ferore e la decisione aleatoria. All’estero, ad esempio in Spagna, la situazione era addirittura peggiore, visto che gli stipendi e i fondi erano inferiori a quelli erogati da noi. Si faceva veramente la fame. Negli Stati Uniti i fondi erano più consistenti ma le condizioni a dir poco da incubo. I docenti venivano trattati alla stregua di cavalli da corsa, a cui tirare il collo finché avevano fiato, in una corsa impazzita alla ricerca del best-seller. Bisognava leggere una media di 300/400 titoli nell’arco di un anno e sfornare monografie mastodontiche come “Il Rinascimento” o “La Guerra di Lepanto”, affinché le si potesse piazzare sul mercato facendo guadagnare l’Università attraverso i diritti d’autore. La valutazione era basata sulla performance e non sulla qualità dello studio. L’idea di finire in una specie di Wall Street del Medioevo non mi allettava particolarmente…

A cena tutti insieme

Sconfortato e demoralizzato mi resi conto che quella non poteva essere la mia strada. Per carità, ammiravo i sacrifici di quei ragazzi e la gioia nei loro cuori, ma quando mi chiesi se sarei stato anch’io pronto di investire tanto tempo ed energie in un cammino che mi avrebbe quasi sicuramente reso precario fino a cinquant’anni, dovetti ammettere a me stesso in tutta sincerità che non lo ero. Volevo la sicurezza e l’indipendenza. Due cose che la carriera di professore in Italia, e all’estero, non garantiva. Avrei continuato a coltivare i miei interessi nel tempo libero, seguendo un altro percorso pur sapendo che avrei rinunciato a un sogno che coltivavo da anni e per il quale mi ero impegnato a fondo. Fu così che di lì a pochi mesi, anche un po’ con rabbia, mi trasferii in Inghilterra abbandonando del tutto la via delle lettere. Si dice che carmina non dant panem ed era vero. Ancora oggi, soprattutto oggi, ripenso a quel bivio del 2014, forse perché il decennio sta per chiudersi e si tende a tracciare un bilancio di ciò che si è fatto, chiedendosi se si è presa la decisione giusta. A distanza di sei anni rispondo senza alcuna esitazione che ho fatto bene. Ciononostante, avverto ultimamente un po’ di nostalgia di quei momenti, delle discussioni all’aperto sotto il bellissimo cielo umbro, cullate dal sommesso frinire delle cicale. Poter finalmente parlare di storia, letteratura, arte, religione, con qualcuno che trova questi argomenti interessanti, invece delle solite chiacchiere da aperitivo, è stato un privilegio che non ho mai dato per scontato e che conserverò come uno dei ricordi più belli. Quando il medesimo fuoco arde in più persone si crea un legame fortissimo, un’intimità immediata che supera eventuali barriere linguistiche, spaziali o culturali. Ci si scopre amici senza essersi mai visti prima. Devo a San Francesco l’avermi fatto conoscere persone meravigliose con cui sono ancora in contatto e avermi cinicamente aperto gli occhi a una realtà che si sarebbe rivelata insostenibilmente amara. Posso affermare che, almeno nel mio caso, quello è stato a tutti gli effetti un miracolo.

L

Censure stonate

Mi riprometto di evitare per quanto possibile gli articoli dell’Huffington Post perché so quanto siano faziosi, poco oggettivi e sgradevolmente demagogici. Quasi sempre ci riesco, cancellando in fretta la notifica non appena un nuovo articolo si insinua nella mia rassegna stampa. Ma oggi me ne hanno mandato uno direttamente e benché abbia espresso subito un secco rifiuto, ho finito per cedere e leggerlo (qui). Pentendomene immediatamente.

L’autore, tale Giuliano Cazzola, si sente in dovere di dire la sua sulla canzoncina “Immigrato” che accompagna il primo mini-trailer del film Tolo Tolo di Checco Zalone. Cazzola, nomen omen evidentemente, si è sentito punto sul vivo nella sua immacolata concezione del bene e del male dalla satira istrionica di Zalone, a mio parere sottile e niente affatto scontata. Dopo poche righe il buon Cazzola chiama addirittura in causa la Repubblica di Weimar perché, sostiene, il clima dei tempi di allora, quelli del 1933, in qualche modo ricorda il clima perverso dei giorni nostri. Mi sono fiondato allora alla finestra per vedere se in strada sfilavano carri armati e schiere di nazisti al passo dell’oca. Ma sono rimasto piuttosto deluso dal monotono spettacolo di un’ottuagenaria con un corgi bianco al guinzaglio e due sedicenni seduti su una panchina. Per un attimo Cazzola me l’ha fatta.

L’apotesi arriva poco dopo perché il Nostro (seppure sia tentato di cedere la mia quota) conclude drammaticamente: Del resto, non possiamo restare prigionieri del ‘’politicamente corretto’’ – ammesso che l’antirazzismo possa ancora ritenersi tale, visti i dati del Censis – ma sarebbe meglio non dimenticare le parole di Primo Levi: ciò che è stato può ritornare. Cazzola, in chiara astinenza da Index librorum prohibitorum, si giustifica e anticipa le obiezioni del popolo degli stufi del politicamente corretto definendosi preventivamente un ‘antirazzista’ (me lo vedo, vestito con un saio francescano mentre chiede perdono per aver rubato delle caramelle quando aveva sette anni) e invocando a protezione del suo capolavoro scrittorio non le nove Muse, non Apollo, non gli Dei Mani, bensì – udite udite – Primo Levi.

E no, caro Cazzola, questa volta non te la cavi così. Non puoi passare da una canzone di Checco Zalone ai nazisti, ai campi di concentramento, a Primo Levi. L’arditezza del tuo (s)ragionamento denota una preoccupante povertà concettuale, una scarsa conoscenza della storia e, quel che è peggio, un enorme pregiudizio verso chi la pensa diversamente. Bisogna premettere – e mi rivolgo a quei pochi che non hanno ancora sentito la canzoncina di Checco Zalone – che la satira del comico pugliese colpisce indifferentemente destra e sinistra, falcidiando i luoghi comuni che volenti o nolenti ci tocca sorbire quotidianamente, dal barista quando andiamo a prendere il caffè, al giornalaio nel darci il resto, dal barbiere mentre ci accorcia le basette fino al mezzobusto all’ora di cena nel commentare gli interventi dal Papete, pardon, da Montecitorio. Viviamo in un tripudio di banalità: il porto chiuso (canta uno sconfortato Zalone davanti all’immigrato che si è impossessato della sua vita “Chi ha lasciato il porto spalancato?“), il ‘prima gli italiani’ di salviniana memoria (ricostruito in un duetto in cui Zalone canta “Potevi andar dal mio vicino pakistano, O a quel rumeno in subaffitto al terzo piano. Ma hai scelto me. Il mio deretano. Dimmi perché. Perché, perché perché perché?” a cui l’immigrato obietta alzando le braccia “Prima l’italiano!“), per finire con le mogli italiane che, secondo un topos ricorrente, sarebbero sessualmente frustrate dall’assenza dei loro mariti (forse perché bloccati al bar dal barista leghista) e sarebbero quindi contente dell’arrivo degli africani. Insomma, le abbiamo sentite proprio tutte. Zalone non fa altro che compendiare tutte queste aporie per musicarle in uno zibaldone del dibattito politico degli ultimi cinque anni, come se in Italia – ed è vero – non si fosse parlato d’altro.

Risultato immagini per zalone immigrato"
Un frammento del film “Tolo Tolo” di Checco Zalone

Lascerò a Cazzola il beneficio di non aver capito il senso della canzone ma vorrei ricordargli quanto invece sia sana la diversità, a cui forse lui non è più abituato, espressa di solito dalla Satira. Amico mio, la satira non ha colore. Non è né bianca né nera, né bionda né mora. A proposito di mori, diceva il buon Totò, parafrasando a modo suo un famoso adagio latino, che la satira “ridendo castiga i mori”, cioè i costumi (non gli scuri di capelli). Quindi il comico ha sempre il diritto di parola, a prescindere da chi sia al governo in quel momento, a prescindere da quanto ottusa e bigotta sia la morale dominante. Un vero artista (e un bravo satiro) è capace di scagliarsi con uguale veemenza tanto sul politico di uno schieramento quanto sul suo avversario. La satira è la quintessenza della libertà di pensiero che non può essere repressa e incanalata a seconda delle mode sociali, del supposto buon senso e da una pruriginosa educazione pseudoborghese. Sono fermamente convinto che si possa – e si debba – scherzare su tutto e che non esistano argomenti tabù. Beninteso, lo scherzo deve prendere di mira l’argomento, non la persona, e non ci deve essere un intento offensivo ma solo dissacrante. Scherzare su qualcosa vuol dire non farsi sconfiggere da quel qualcosa. Vuol dire – per citare Eco – che è possibile ridere anche di Dio, così come è possibile ridere della morte, delle malattie, del sacro, vale a dire di tutto ciò di cui l’uomo ha paura. La satira (lo uso qui come sinonimo di ironia) abbatte il muro che non ci fa vedere aldilà delle nostre debolezze per liberarcene catarticamente. Una risata ci seppellirà.

Senza libertà di parola e di insulto non avremmo avuto Giovenale, Petronio, Catullo, Boccaccio, Pietro Aretino, Arthur Schopenauer, Gioacchino Belli, Pier Paolo Pasolini, Chuck Palahniuk. Il mondo sarebbe più piccolo senza questi giganti e sicuramente meno intelligente. La satira ‘spinta’ innesca inevitabilmente uno scontro (ma preferirei usare il termine confronto) che produce hegelianamente un superamento e quindi una crescita per entrambe le parti. Vivere in una società omologata, recintata, dove tutti la pensano allo stesso modo significa impoverirsi culturalmente e spiritualmente. Il caso non voglia mai che diventassimo tutti dei Cazzola, che vivessimo irretendo i nostri istinti offensivi per paura di ledere la sensibilità del prossimo. Quando l’obiettivo non è il prossimo come persona ma come esponente di un’idea non ci può essere offesa, così come personalmente non mi sono mai sentito offeso nel sentirmi chiamare interista, cattolico, esistenzialista. Anzi.

In Inghilterra è consuetudine lasciare ampio spazio ai comici, i quali sparano liberamente a zero su tutto e tutti, scorazzando in campi che per noi, avamposto crociato e sede papale, sarebbero impensabili. Ricordo di aver assistito a ben più di uno spettacolo in cui si sono toccati argomenti ‘delicatissimi’ per i nostri standard, ad esempio le malattie dei bambini, l’olocausto e il sesso. Comici famosissimi come Ricky Gervais e Jimmy Carr non si fanno problemi a uscirsene con battute terrificanti come “Dark humor is like a kid with cancer. It never gets old” (che evito di tradurre per non finire all’inferno). Non oso immaginare che polverone si alzerebbe se un Claudio Bisio o un Enrico Brignano dicessero qualcosa di simile al di qua delle Alpi. Fortunatamente esistono paesi in cui il pubblico è ancora in grado di distinguere lo scherzo dalla violenza verbale, il sarcasmo dall’abuso. Nel ridicolizzare qualcosa di tanto serio come l’omosessualità o l’AIDS, più o meno tutti capiscono che ciò che veramente si sta ridicolizzando non sono le persone che ne soffrono ma l’atteggiamento ipocrita della società, l’oscurantismo latente che sotto il velo della tolleranza e del rispetto nasconde un inconfessabile razzismo. La satira scoperchia il marcio che tutti noi accatastiamo sotto il tappeto. Alza la voce quando si vorrebbe mantenere il silenzio. Punta il riflettore sulla ferita in cancrena da cui disgustati vorremmo torcere il viso. Per questo è tanto importante che rimanga libera dagli atteggiamenti censori dei moralisti e pseudobuonisti che pensano di fare del bene ergendosi a novelli Savonarola e condannando gli altri dal loro pulpito instabile. Rassegnatevi, perché la storia insegna che finché vige la censura, ci sarà sempre materiale per la satira. Con buona pace dei vari Cazzola.

L

*POSTILLA* qualcuno ha finalmente capito il senso del video:

https://www.corriere.it/spettacoli/19_dicembre_09/checco-zalone-non-sfotte-l-immigrato-ma-sfotte-noi-c26e37fe-1a74-11ea-ad77-fa161de046d9.shtml