Umberto Eco: “Caro nipote, studia a memoria”

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Caro nipotino mio,

non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché si tratta di una messa in scena per costringerti a non uscire di casa e guardare le vere ragazze. Parto dal principio che tu sia eterosessuale, altrimenti adatta le mie raccomandazioni al tuo caso: ma guarda le ragazze, a scuola o dove vai a giocare, perché sono meglio quelle vere che quelle televisive e un giorno ti daranno soddisfazioni maggiori di quelle on line. Credi a chi ha più esperienza di te (e se avessi guardato solo il sesso al computer tuo padre non sarebbe mai nato, e tu chissà dove saresti, anzi non saresti per nulla).

Ma non è di questo che volevo parlarti, bensì di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria.
È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa. Sarebbe un poco come se, avendo imparato che per andare da via Tale a via Talaltra, ci sono l’autobus o il metro che ti permettono di spostarti senza fatica (il che è comodissimo e fallo pure ogni volta che hai fretta) tu pensi che così non hai più bisogno di camminare. Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello.

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria.

Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera). Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, il dottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto.

Sembra un gioco (ed è un gioco) ma vedrai come la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo. Ti sarai chiesto perché i computer si chiamavano un tempo cervelli elettronici: è perché sono stati concepiti sul modello del tuo (del nostro) cervello, ma il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.

C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.

Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene – a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.

Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene, perché varie inchieste ci dicono che i ragazzi di oggi, anche quelli grandi che vanno già all’università, se sono nati per caso nel 1990 non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa era accaduto nel 1980 (e non parliamo di quello che è accaduto cinquant’anni fa). Ci dicono le statistiche che se chiedi ad alcuni chi era Aldo Moro rispondono che era il capo delle Brigate Rosse – e invece è stato ucciso dalle Brigate Rosse.

Non parliamo delle Brigate Rosse, rimangono qualcosa di misterioso per molti, eppure erano il presente poco più di trent’anni fa. Io sono nato nel 1932, dieci anni dopo l’ascesa al potere del fascismo ma sapevo persino chi era il primo ministro ai tempi dalla Marcia su Roma (che cos’è?). Forse la scuola fascista me lo aveva insegnato per spiegarmi come era stupido e cattivo quel ministro (“l’imbelle Facta”) che i fascisti avevano sostituito. Va bene, ma almeno lo sapevo. E poi, scuola a parte, un ragazzo d’oggi non sa chi erano le attrici del cinema di venti anni fa mentre io sapevo chi era Francesca Bertini, che recitava nei film muti venti anni prima della mia nascita. Forse perché sfogliavo vecchie riviste ammassate nello sgabuzzino di casa nostra, ma appunto ti invito a sfogliare anche vecchie riviste perché è un modo di imparare che cosa accadeva prima che tu nascessi.

Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria.

Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo. Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?

Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.

Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”. 

(Umberto Eco, dalla rubrica “La Bustina di Minerva”, L’Espresso, 3 gennaio 2014)

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Dio? Non pervenuto

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Ce lo siamo chiesto un po’ tutti e un po’ tutti ci siamo dati la stessa risposta: Boh! Voglio dire, tutti ci siamo chiesti se Dio esiste e che cosa faccia lassù (o laggiù). Sfortunatamente non lo sapremo mai. O perlomeno non lo sapremo adesso. Forse lo sapremo dopo, ma non potremo raccontarlo. Allora ci arrovelliamo, dando ognuno una risposta diversa. C’è chi risponde convinto che Dio esiste, perché ha trovato la fede, e crede che Dio sia un signore anziano con la barba, seduto su una nuvoletta, un po’ annoiato, in mezzo agli angeli e a San Pietro, che qualche secolo fa si è sporto, come quando cerchi di afferrare il telecomando dal divano, per toccare il dito di Adamo. Così almeno se lo immaginava Michelangelo. Se usciamo dall’Europa Dio cambia e diventa per alcuni un paffuto omino pelato, accovacciato e sorridente, lucido come il portagioie della nonna. Andando in giro per il mondo lo vediamo assumere tanti aspetti quante sono le favelle degli uomini: metà uomo e metà elefante, cantante hippie con quattro braccia e gilet di pelle alla Ligabue, una donna con testa di gatto, un totem, un albero, una mucca, il sole, la luna, pupazzi, statue varie, per alcuni addirittura un triangolo con dentro un occhio (che Benigni pensava fosse il simbolo di un oculista con l’auto in panne).

Già i Greci si ponevano queste domande, credendo che sulla cima dell’Olimpo ci fosse una magica città dove Zeus ne combinava di tutti i colori, ingravidando a destra e a manca povere pastorelle sotto le sembianze di tutti gli animali da cortile che neanche la fattoria di zio Tobia. Nascevano così i primi miti sugli dei, grazie ai quali gli uomini sperarono per un attimo che le divinità avessero le loro stesse debolezze e una buona fetta dei loro vizi. Questa era una gran bella notizia perché se Dio era simile all’uomo allora l’uomo poteva elevarsi fino a diventare simile a Dio. Così, insieme ai miti sugli dei proliferarono anche quelli sugli eroi. L’età dell’innocenza, ahimé, non durò a lungo perché arrivarono le religioni monoteiste a dare una bella sforbiciata al pandemonio (reale) dei Greci e a scavare un fossato profondo tra l’uomo e Dio, come a dire “Ehi, scherza coi fanti ma lascia stare i santi!” e “Non pronunciare il nome di Dio invano”. Dio incominciava a scomparire all’orizzonte, isolato e imbronciato sulla sua torre d’avorio come un bambino che non viene invitato a una festa. Intanto l’uomo, cacciato dal paradiso terrestre, era costretto ad arrangiarsi con le sue sole forze alle prese con un mondo ostile, chiaramente non progettato per accoglierlo. Questa era la convinzione del nostro Giacomino Leopardi che, nel Dialogo della Natura e di un Islandese, sostiene proprio questo, cioè che l’uomo sia un ospite e non il padrone di casa come credeva e crede ancora di essere (ed un ospite neppure tanto gradito se si guarda a certe inospitali regioni del pianeta come l’Islanda, la Patagonia o il Molise). Qualcosa inizia a incrinarsi nell’idillio tra l’uomo e il suo fattore. Prima Dio crea l’uomo e ora lo scaccia da sé come un verme schifoso. Piano piano, con l’aumentare dell’umanità dell’uomo, ci accorgiamo che aumenta la disumanità di Dio.

Per l’ebraismo Dio è quindi un essere severo, rancoroso, decisamente sprovvisto di tolleranza e ancor meno di propensione al perdono. Non c’è più dialogo ma ordini. Dio dice all’uomo come tagliare la carne, quante volte pregare, quando riposare, quando lavorare, come vestirsi, lavarsi, pettinarsi, sposarsi, cosa studiare, come fare all’amore (che – sia chiaro – si deve fare solo a scopo riproduttivo e mai per diletto, altrimenti è peccato). Questa l’atmosfera soffocante che si respira nell’Antico Testamento, dove c’è scritto che Dio, quando gli girano i cinque minuti, è capace di ridurre una città in cenere con una pioggia di fuoco e di annegare in un diluvio tutti gli esseri viventi. Per cui bisogna fare attenzione con un Dio del genere. Il cristianesimo capisce che è arrivato il momento di cambiare strategia di marketing per non perdere gli ultimi iscritti e ridimensiona la “durezza” dell’ebraismo attraverso il messaggio caritatevole del suo portavoce, Gesù il Nazareno (per inciso, caritas in latino voleva dire ‘amore’, in italiano, per qualche motivo, vuol dire ‘mangiare a sbafo’). Ebraismo e cristianesimo rimangono comunque religioni sorelle, ma differiscono proprio su questo punto. Potremmo quasi dire che l’ebraismo si consacra come la religione della cattiveria, il cristianesimo si vende come la religione della pace. Qualcuno che voglia fare una polemica marzulliana potrebbe obiettare che di pace il cristianesimo ne ha portata ben poca, visto che nel nome di Cristo sono state combattute otto crociate, massacrati gli ugonotti (Strage di San Bartolomeo), sterminati gli anabattisti (Massacro di Münster), uccisi gli anti-calvinisti (Sébastien Castellion), arsi gli anti-dogmatici (Giordano Bruno), trucidati i popoli precolombiani (vedi le relazioni di Bartolomé de las Casas e dei gesuiti), lapidati gli ebrei (Notte dei cristalli), e chi più ne ha più ne metta…

Ma qui intervengono la filosofia e la teologia a insegnare ai più sprovveduti che Dio non è responsabile di chi agisce in nome suo, dato che esiste un principio passepartout chiamato “libero arbitrio”. In sostanza, Dio crea l’uomo, lo riempie di istinti e di pulsioni (buono, Freud, non è ancora il tuo momento) e gli dice “se ti comporti bene ricorda che è merito mio che ti ho ispirato con i miei insegnamenti, se ti comporti male sappi che è tutta colpa tua perché sei adulto e vaccinato e devi saper distinguere il bene dal male”. Insomma, gli piace vincere facile. Poi, accortosi che a elargire troppo libero arbitrio correva il rischio di lasciar pensare troppo l’uomo al punto da fargli sorgere strisciante il dubbio che forse, stai a vedere, non c’è nessuno a cui rendere conto delle proprie azioni, introduce il concetto di peccato, liberamente tradotto dall’adagio maronnico “e se poi te ne penti?”. L’uomo è fregato su tutti i fronti. Può sbagliare perché è libero, ma se sbaglia deve rimediare pregando e comportandosi bene, se non vuole perdere la tessera del buon cristiano. Si sa che i liberi pensatori non sono ben visti di questi tempi. Meglio rimanere nel gregge di Dio che essere una pecora nera. La sua vita d’ora in avanti è un continuo sbagliare e ravvedersi, sbagliare e pregare, pregare e sba(di)gliare. Errare humanum est, perseverare ovest.

Pertanto, possiamo ora facilmente immaginarci Dio come quel bambino imbronciato, seduto sul formicaio con una lente di ingrandimento in mano, torturarci dal primo fino all’ultimo respiro con ogni sorta di calamità: povertà, catastrofi, alluvioni, incendi, omicidi, paralisi, incidenti automobilistici, attacchi di animali feroci, punture di insetti, decessi a profusione (amici, persone amate, familiari, il tuo cane, il tuo gatto..), malattie curabili e incurabili, menomazioni degli arti, rovesci della sorte, carestie, riscaldamento globale, ingiustizie continue, dolore, solitudine, depressione, alcool, droga, fumo etc etc. Se tutto va bene ci lascia timbrare l’ultimo cartellino malconci, canuti e raggrinziti, con un pannolone per non cagarci addosso e un’infermiera ucraina che ci imbocca, ma pur sempre integri. Se tutto va male anche prima, magari quando è veramente troppo presto, quando non si può trovare davvero una spiegazione a luoghi come l’istituto dei tumori infantili. In entrambi casi è comunque una liberazione.

Dunque, che fare? Что делать (cit.). Dove trovare una risposta? Una risposta non c’è e, come detto all’inizio, non si può trovare. Ciascuno segua la sua strada, appoggiandosi alla scienza o alla religione, alla ragione o alla fede, che per Kierkeegard è un salto (leap of faith), appunto un salto della fede, proprio perché si sceglie di saltare nel vuoto, ad occhi chiusi. Per Dante la fede è qualcosa di simile a quella di Kierkegaard, vale a dire “sostanza di cose sperate”. Nell’uomo è innata e incoercibile la speranza che ci sia qualcos’altro, che non finisca tutto qui, che ci sia qualcosa dopo, insomma che questo male abbia un senso. Magari aveva ragione Marx quando diceva che “La religione è il sospiro di una creatura oppressa“, magari la risposta migliore l’hanno trovata invece i pastori ignoranti, gente senza le nostre tossiche strutture culturali che riempiono la psiche di false illusioni e di risposte complicate a una domanda in fondo semplice. Perché allora non levare, come loro, lo sguardo al cielo e chiedere alla luna “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai“?

In una pagina dei suoi famosi Quaderni di Lanzarote, lo scrittore portoghese José Saramago doveva essersi lasciato trasportare da divagazioni simili, perché annota poche righe che valgono più di qualsiasi nefasta teologia.

23 de Fevereiro de 1994
Deus não precisa do homem para nada, exceto para ser Deus.
Cada homem que morre é uma morte de Deus. E quando o último homem morrer, Deus não ressuscitará.
Os homens, a Deus, perdoam-lhe tudo, e quanto menos o compreendem mais lhe perdoam.
Deus é o silêncio do universo, e o homem o grito que dá um sentido a esse universo.

23 febbraio 1994
Dio non ha bisogno dell’uomo in nulla, eccetto che per esser Dio.
Ogni uomo che muore è una morte di Dio. E quando l’ultimo uomo morirà, Dio non resusciterà.
Gli uomini, a Dio, gli perdonano tutto, e quanto meno lo comprendono più lo perdonano.

DIO E’ IL SILENZIO DELL’UNIVERSO, E L’UOMO IL GRIDO CHE DA’ UN SENSO A QUESTO SILENZIO.

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“Il Re”, un parere onesto

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Timothée Chalamet in una scena del film “The King” di Netflix

Ho visto un Re. Sa l’ha vist cus’e’? risponderebbe forse qualcuno. Però sì, ho visto un Re, anzi Il Re, il film realizzato da Netflix intorno alle gesta del re anglosassone Enrico V. A vestire i panni del monarca c’è il giovane attore statunitense Timothée Chalamet, astro nascente di Hollywood, acclamato di recente per la sua interpretazione in Call me by your name (preferisco usare i titoli originali perché fafffigo). Vorrei dirvi ora quello che penso della produzione firmata Netflix.

Dunque, da medievista premetterò che sono abbastanza esigente quando si tratta di film storici e ancor di più quando si tratta di film di ambientazione medievale. Giusto per capirci: film tipo Il Signore degli Anelli e serie come Il Trono di Spade per me non hanno nulla di storico e vanno ascritte al genere ‘fantasy’. Ritengo anche che un vero storico dovrebbe astenersi dal guardarli se non vuole giocarsi il (mio) rispetto. Sto scherzando (forse). Detto questo, mi rendo conto che non si può essere troppo severi quando si deve vendere un film al pubblico e che forse le famigliole che vanno al cinema la domenica e le coppiette di influencer troverebbero noioso un film che rasenti troppo il documentario sul Medioevo e che sia poco ‘movimentato’ (#tooboring, #medioevosucks). C’è però modo e modo di fare un film e un po’ di accuratezza storica non ha mai ucciso nessuno. Fino ad ora…

Inizierò da ciò che ho apprezzato. Il film racconta in maniera linearmente coerente la salita al trono di Enrico di Monmouth, mal vista da un padre ottuso che non condivide il carattere cupo e pericolosamente ascetico del suo primogenito, fino all’affermazione di questi come Re. Chalamet riesce a rendere efficacemente il contrasto tra la personalità quieta ma ambiziosa del futuro Enrico V e i timori del reale entourage, composto da bricconi ancora legati allo status quo che li ha arricchiti e ingrassati, e diffidenti nei confronti di un re così giovane e tanto desideroso di imporre uno stacco netto dal vecchio corso. Lo sguardo e la recitazione del protagonista, nonostante la giovane età, fanno assaporare quell’aria un po’ maledettamente shakespeariana che segue tutta l’ascesa di Enrico V, raccontata dal Bardo nell’omonima opera. Ho poi goduto molto della fotografia che si dimostra sapiente. Londra si presenta in tutta la sua fangosa maestà; gli alloggi della corte sono cautamente spogli e tuttavia arredati con notevole precisione, come dovevano essere all’epoca; gli abiti non sono pacchiani; gli esterni a dir poco maestosi. I dialoghi sono a tratti brillanti, solo a tratti però. Voglio salvare con un dignitosissimo 6 lo sforzo di non storpiare (troppo) la lingua, considerando anche quanto sia difficile scrivere in un linguaggio che non può essere quello dei moderni rapper di strada ma nemmeno quello parlato nei drammi di Shakespeare o, diocenescampi, nei Canterbury Tales di Chaucer, che risalgono più o meno allo stesso periodo. Probabilmente, se a qualche pazzo venisse in mente di scrivere un film in inglese medievale solo uno spettatore su dieci ci capirebbe qualcosa. Ho trovato poi davvero ben confezionato e convincente il personaggio di John Falstaff, consigliere e amico di Enrico V. Il personaggio viene presentato come una creatura a metà tra Little John e Frate Tuck, un po’ orso Baloo e un po’ Baaghera, con una vena malinconica ma bonaria, che sembra voler fare da padre a quel ragazzo che lotta per diventare re. Le sue poche battute si incastonano perfettamente in ogni scena col risultato che ci si affeziona inevitabilmente al burbero ubriacone che si redime cadendo in battaglia per il suo paese e per il suo re. Già, la battaglia, La Battaglia. Azincourt.

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La Battaglia di Azincourt praticamente decise le sorti della Guerra dei Cent’anni tra Inghilterra e Francia e si chiuse con la clamorosa vittoria degli inglesi, inferiori per numero ed equipaggiamento ai francesi che giocavano in casa. Ma gli inglesi avevano dalla loro un’arma semplice quanto formidabile, con la quale compierono una vera carneficina: l’arco lungo (il famoso longbow). Fu lo strumento decisivo quel giorno

Nel film la battaglia è stata realizzata magistralmente. La location è una zona all’aperto circondata da boschi nei quali gli inglesi possono nascondersi in attesa di passare alla controffensiva (ho letto da qualche parte che è stata girata in Ungheria). Il clima piovoso della notte precedente rende il luogo un pantano nel quale le truppe inglesi affondano e si incagliano, esponendosi alla pioggia di frecce mortali che si abbatte da ogni lato sulla loro testa. Come si vede dal filmato che ho riportato sopra, la battaglia viene inserita nel film tra due scene significative di tête-à-tête tra Enrico V e il Delfino del re di Francia, Luigi di Valois, interpretato qui da Robert Pattinson. Insomma, la battaglia va come deve andare (o perlomeno così dicono). I francesi, pieni di spocchia (strano eh?), arrancano nel fango e vengono trucidati impietosamente dagli inglesi che all’epoca sembravano molto più interessati all’Europa di quanto non lo siano ora. Tra i due prevale per maturità il giovane Hal, futuro Enrico V, sull’immaturo quanto imbarazzante Delfino curioso francese. Sul campo di battaglia avviene finalmente la trasformazione del giovane Hal in Re e finalmente il popolo lo riconosce come tale. Ma veniamo alla parte succosa della recensione, quella sui difetti del film.

Vorrei soffermarmi sulla figura del Delfino di Francia, come detto interpretato da Robert Pattinson. Consiglierei all’attore britannico di lasciar perdere i drammi in costume e di rimanere nell’ambito dei vampiri, anche perché i delfini mi stanno simpatici e non vorrei rovinarmene il ricordo. Il suo tentativo di rendere il principe un Joker ante-litteram secondo me è scadente, quasi quanto il suo esilarante accento francese. Anzi no, il suo accento francese è decisamente peggiore. Non so come l’abbiano reso in italiano, ma guardando il film in originale ci si accorge che Timothée Chalamet ha molte più battute in francese di Robert Pattinson che a dire il vero, se ricordo bene, dice soltanto “Les imbéciles” prima della battaglia (che a me fa venire in mente “Tu sei quello che i francesi chiamano les incompétents” di Mamma ho perso l’aereo, NdA). A questo punto mi viene il dubbio che Robert abbia volutamente esagerato il personaggio per renderlo ancora più stolido. Ma non ne esce trionfalmente e a me resta il dubbio che sia semplicemente un idiota. Dico il vampiro, non il delfino. Povero delfino.

Per il resto, a parte la battaglia che smuove il ritmo del film, c’è poco brio dietro il tono a volte spento di Timothée, che ha ogni tanto quell’espressione da triglia nei primi piani. Timothée sembra avere due sole espressioni, con i capelli lunghi o con i capelli corti, come si diceva di Clint Eastwood, che avesse solo due espressioni, con e senza cappello. Parla francese da madrelingua e rende bene la tensione spirituale del re, ma quando non urla (nell’arringare ad esempio l’esercito) non si capisce bene che cosa faccia. Meno male che c’è John Falstaff a dare profondità alla recitazione, che altrimenti sarebbe persa in un labirinto machiavelico di mezzi personaggi che poco aggiungono alla trama, come la moglie di Enrico V, Caterina di Valois (bella e insipida) e il consigliere-traditore William Gascoigne, ucciso alla fine da Enrico.

Ritrovo, infine, sempre lo stesso modo di maneggiare il Medioevo ‘per stereotipi’, mutuando non so più se dai romanzi fantastici o dai cartoni della Disney le classiche figure dell’ubriacone, dell’infido traditore, del bonaccione, del giovane che deve farsi le ossa, del sapiente e così via. Il Medioevo era ben altro. Ma questa è un’altra storia. Buona visione.

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Il teatro “infernale” di Sartre

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Jean Paul Sartre (1905-1980) nel suo studio

Nel 1947 esce Huis Clos del filosofo francese Jean-Paul Sartre. Si tratta di una pièce che si svolge nell’aldilà, più precisamente all’inferno. I tre protagonisti vengono introdotti in un’anonima e disabitata stanza d’albergo dove ciascuno di loro inizia a raccontare agli altri la propria storia. La stanza nella quale vengono riuniti presenta tuttavia un’insolita caratteristica: non ci sono sbarre e la porta non è chiusa a chiave. I tre, volendo, potrebbero tranquillamente andarsene perché nessuno li sorveglia o li trattiene. Non esistono carcerieri. Invece Garcin, Inès ed Estelle rimangono dove sono. Vinto un iniziale stupore, i tre cominciano a intrecciare tra loro quegli stessi rapporti viziati che li hanno fatti finire all’inferno. Garcin è stato un adultero disertore di guerra, Inès una lesbica che ha ucciso il marito ed Estelle una ricca matrona che ha annegato suo figlio. Tutti e tre hanno tradito e compiuto delitti e ora anche da morti continuano ad ingannare, cercando nel prossimo un alleato o nemico, a seconda della convenienza. Si crea presto un clima di gelosia e maldicenza, benché ormai nessuno di loro riesca più a fare a meno degli altri da cui si accorge di dipendere morbosamente.

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Una delle tante rappresentazioni teatrali di Huis Clos

Il dramma, che si svolge in un unico atto, diviene in breve tempo famosissimo anche perché contiene la frase “l’inferno, sono gli altri” (in francese “l’enfer, c’est les autres“). Questa la citazione completa: “Tutti questi sguardi che mi divorano… Ha! Voi siete solo due? Vi credevo di più. Allora, è questo l’inferno. Non avrei mai creduto…Voi avete in mente lo zolfo, il rogo, la grata…Ah! Che idiozia. Non c’è bisogno della grata: l’inferno, sono gli Altri” (in originale “Tous ces regards qui me mangent … Ha, vous n’êtes que deux ? Je vous croyais beaucoup plus nombreuses. Alors, c’est ça l’enfer. Je n’aurais jamais cru … Vous vous rappelez : le soufre, le bûcher, le gril .. Ah ! Quelle plaisanterie. Pas de besoin de gril : l’enfer c’est les autres”). La conclusione a cui i personaggi e gli spettatori giungono è che nell’inferno di Sartre non c’è bisogno di gabbie perché il vero tormento è rappresentato dalla presenza dell’altro. Ma che cosa voleva veramente dire Sartre con quella frase?

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Sartre in una foto dove cammina contro vento

Me lo sono chiesto a lungo, soprattutto perché la frase si presta a molteplici interpretazioni. “L’inferno sono gli altri” è volutamente ambigua e Sartre non poteva non aver ricercato questo effetto per creare nel lettore (e poi nello spettatore) una giustificata sensazione di angoscia. La prima idea che mi è venuta in mente è che implicasse una forma di condanna ‘sociale’, se la si legge come atto di accusa verso le colpevoli ‘falle’ degli allora ceti medio-alti. D’altronde, il testo è stato scritto nel ’43, in piena Seconda Guerra Mondiale, cioè quando l’Europa era attraversata da un odio e un risentimento mai visti prima. La delazione, spesso perfino tra consanguinei, era tristemente diffusa. Fidarsi di qualcuno poteva significare andare incontro alla propria rovina. Oppure, perché non darne una lettura politica? I motivi sono grossomodo analoghi, dato che un vero e proprio inferno ‘terreno’ era quello in cui milioni di persone vivevano a causa della volontà distorta di pochi uomini malvagi. Ho pensato quindi al nazismo e ai totalitarismi. Tutto questo secondo me reggeva per due motivi. Primo perché dietro il testo si intravede sempre la Guerra, ma poi perché poteva valere anche come principio autonomo, decontestualizzato da Sartre per essere inserito in un discorso più generale, come appunto in Huis Clos, dove mancano riferimenti a fatti storici concreti. Infine, Sartre poteva pure essersi rifatto ai filosofi precedenti, per esempio a Hobbes (quello di “homo homini lupus“, cioè ‘l’uomo è lupo all’uomo’), a Rousseau (il cui Contratto Sociale auspicava che la volontà egoista del singolo soggiacesse in favore del bene comune) e a Schopenhauer, che tanto peserà sulle posizioni politiche del discepolo ribelle Nietzsche. Queste sono state le mie spiegazioni, fondate solamente sulla superficie testuale dell’opera. Erano però sbagliate perché non tenevano conto di elementi fondamentali. I missed the forest for the trees.

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Il dipinto “L’urlo” fu realizzato seguendo le suggestioni dell’esistenzialismo

Bisogna ricordarsi che Sartre fu un filosofo e uno scrittore prolifico, il cui talento era solo ‘prestato’ al mondo delle lettere. Il suo pensiero si suddivide tra una marea di testi filosofici, racconti, romanzi, saggi politici, sceneggiature ecc, che ricompongono da angolazioni diverse la sua particolare weltanschauung, vale a dire la sua originale visione del mondo. Potrei anche dire, da lettore di Sartre-scrittore più che di Sartre-filosofo, che i romanzi e i racconti forniscono un accesso facilitato, più diretto, al suo pensiero, il quale rimarrebbe altrimenti racchiuso entro i sillogismi impenetrabili dei suoi saggi, come ad esempio l’osticissimo L’essere e il nulla. Nei manuali Sartre rientra nella sezione dedicata all’Esistenzialismo. Ma in che senso Sartre era esistenzialista?

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Grazie a due romanzi, La nausea e Il muro, si riesce forse a capirlo. Il messaggio di Sartre è – semplificando brutalmente – che l’uomo si ritrova a vivere circondato da costrizioni e sovrastrutture che gli condizionano pesantemente l’esistenza. Ciascuno di noi dovrebbe riscoprire il mondo, e poi se stesso, come se lo vedesse per la prima volta, liberandosi da tutti i condizionamenti. Il malessere di Antonio Roquentin ne La nausea deriva proprio dal condurre un’esistenza quasi da alieno, in mezzo a un mare di ‘cadaveri’, ossia di persone incapaci di provare emozioni o quantomeno di accorgersi di non essere più libere. La paralisi sociale de La nausea, ispirata dalla passività sociale del tempo, mi ricorda quella descritta da Joyce nel racconto ‘I morti’ (in Gente di Dublino), simboleggiata lì dalla neve che cade (a sancire l’immobilità delle relazioni umane), qui da una borghesia di periferia ottusa e pedante. Gli oggetti inanimati come la scrivania o il sedile del tram colpiscono Roquentin come se non li avesse mai visti prima, un po’ come se fosse stato appena catapultato sulla Terra (un po’ come Mr Bean scaraventato sul pavimento nella sigla dei suoi sketch). La novità di tutto gli suscita fastidio e nausea, in un lento processo di ambientamento che però dovrà sfociare idealmente nel rigetto anziché nell’omologazione.

Les hommes, il faut les voir d’en haut” (“Gli uomini bisogna vederli dall’alto”) scrive Sartre all’inizio del racconto ‘Erostrato’ ne Il muro. Quindi possibilmente distanza dal prossimo e lucidità di analisi. Ciascuno dei successivi racconti delinea un tratto dell’Uomo, fino alla scena catartica della fucilazione, nella quale noi lettori perdiamo la sensibilità come se fossimo noi a finire contro il muro. Ci rendiamo conto di quanto vita e morte siano simili e di come il rischio di ‘morire’, cioè di spegnersi sia dietro l’angolo. La rottura dei rapporti umani è il filo che lega i romanzi e i racconti di Sartre e che forse getta un po’ di luce sulla frase “l’inferno sono gli altri”. L’errata impostazione dei rapporti con l’Altro pregiudica la nostra felicità e la conoscenza che possiamo avere di noi stessi. Dobbiamo smantellare giudizi e pregiudizi e tornare alla sincerità affinché gli altri ci vedano per quello che siamo, e non come maschere che celano qualcosa di diverso. Il teatro paradossale di Sartre inaugura probabilmente la stagione del teatro dell’assurdo di Beckett e di Harold Pinter, due grandissimi sceneggiatori che avranno trovato nell’esistenzialismo sartriano il gusto per il paradosso, usato per spiegare una realtà indecifrabile, incomprensibile se non attraverso appunto una non-linearità, qual è quella sgradevole che ci mette sotto il naso il filosofo francese. Lo dirà proprio lui in un’intervista che è così, che l’inferno sono gli altri nella misura in cui la relazione col prossimo nasce viziata. Questo il link da cui ho estratto il passaggio qui sotto (con traduzione):

“Je veux dire que si les rapports avec autrui sont tordus, viciés, alors l’autre ne peut être que l’enfer. Pourquoi ? Parce que les autres sont, au fond, ce qu’il y a de plus important en nous-mêmes, pour notre propre connaissance de nous-mêmes. Quand nous pensons sur nous, quand nous essayons de nous connaître, au fond nous usons des connaissances que les autres ont déjà sur nous, nous nous jugeons avec les moyens que les autres ont, nous ont donné, de nous juger. Quoi que je dise sur moi, toujours le jugement d’autrui entre dedans. Quoi que je sente de moi, le jugement d’autrui entre dedans. Ce qui veut dire que, si mes rapports sont mauvais, je me mets dans la totale dépendance d’autrui et alors, en effet, je suis en enfer. Et il existe une quantité de gens dans le monde qui sont en enfer parce qu’ils dépendent trop du jugement d’autrui. Mais cela ne veut nullement dire qu’on ne puisse avoir d’autres rapports avec les autres, ça marque simplement l’importance capitale de tous les autres pour chacun de nous.”

“Io voglio dire che se i rapporti con gli altri sono distorti, viziati, allora l’altro non può essere che l’inferno. Perché? Perché gli altri sono, in fondo, ciò che vi è di più importante in noi stessi, per la nostra propria conoscenza di noi stessi. Quando pensiamo a noi, quando cerchiamo di conoscerci, in fondo usiamo delle conoscenze che gli altri hanno già su di noi, noi ci giudichiamo con gli strumenti che gli altri hanno, che ci hanno dato, di giudicarci. Qualunque cosa dico di me, il giudizio degli altri è sempre in mezzo. Qualunque cosa io provi per me, il giudizio degli altri entra in mezzo. Ciò vuol dire che, se i miei rapporti sono cattivi, io mi metto a totale dipendenza degli altri e allora, in effetti, io sono nell’inferno. Ed esiste nel mondo una quantità di gente che è nell’inferno perché dipende troppo dal giudizio altrui. Ma ciò non significa affatto che non si possa avere altri rapporti con gli altri, questo delinea semplicemente l’importanza capitale di tutti gli altri per ciascuno di noi.”

Ecco un altro paio di link per chi volesse approfondire l’argomento:

  1. Philosophy – Sartre” (ENG, su Youtube)
  2. Huis Clos et la question des autres : L’enfer intersubjectif” (FRA)

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‘Dante’s Inferno’ made in USA

La Freeform, emittente via cavo statunitense, ha avuto la brillante idea di sviluppare una serie televisiva basata sull’Inferno di Dante, ambientandola ai giorni nostri. Il centro dell’azione non sarà più Firenze ma Los Angeles, dove si svolgeranno le vicende di Grace Dante, 20enne dalla vita travagliata, divisa tra un fratello problematico e una madre dipendente dalla droga. La giovane rinuncerà a tutto, vita, carriera, sogni ecc per occuparsi della sua famiglia disastrata, vivendo quindi un vero e proprio inferno quotidiano. Questa a grandissime linee l’idea della serie.

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Don Draper (interpretato dall’attore Jon Hamm) legge l’Inferno nella serie “Mad Men”

Se da un lato mi fa certamente piacere che in America si interessino a Dante, dall’altro non posso nascondere un certo fastidio nel sapere che la Commedia verrà fatta a pezzi e data in pasto a un pubblico poco incline a sottigliezze linguistiche, storiche e tantomeno teologiche. D’altronde, già Woody Allen diceva tempo fa che gli americani non gettano mai via i loro rifiuti ma li trasformano in show televisivi. Quindi il pensiero corre veloce all’umorismo sguaiato e alla risata facile, al trash proposto in tutte le salse dei talk-show d’oltreoceano dove genitori redneck si menano davanti ai figli per fare audience e gli chef urlano in cucina che manco i sergenti istruttori alle reclute, alla mancanza di educazione artistica e alle lacune culturali dei quiz a scelta multipla per adolescenti coi denti bianchi e i capelli perfetti che magari vogliono solo fare i quaterback o le cheerleader perché è più figo che studiare letteratura europea. Allora mi rendo conto che i miei forse sono solo stereotipi e che invece gli americani non sono più come si vedono nei loro stessi telefilm, che non sono tutti surfisti californiani, teenager bullizzati, nerds, aspiranti supereroi, potenziali serial-killer e cose simili. Forse si stanno aprendo al resto del mondo e per mondo intendo il Vecchio Mondo: l’Europa. In fondo noi (gli italiani) li abbiamo scoperti (loro, gli americani), e quindi un po’ di rispetto ce lo devono, dato che da sempre ci prendono per il culo con i Mamma Mia! caricaturati, i gesti delle mani fatti a casaccio, la pizza con l’ananas, il vino bevuto a metà pomeriggio in giardino, i film dove gli italiani sono tutti o mafiosi o latinlover (molti di noi suonano anche il mandolino). Che scoprano invece la nostra cultura millenaria fatta di Dante, Leonardo (non Dicaprio) e Michelangelo (non quello di Dan Brown), ma soprattutto la smettano di fare il bagno nella Fontana di Trevi e andare in giro per Roma in Vespa. Allenino il palato ai sapori delicati della nostra tavola e agli aromi stagionali che nulla hanno a che vedere con gli hamburger, i tacos, i chipotle, il burro di arachidi, il caffè allungato in tazza grande, gli spaghetti con le polpette o, peggio, alla bolonnaise come lo chiamano loro (mi viene orrore solo a pensarci!), il parmesan e chi più ne ha più ne metta. Se mi maltrattano Dante sarà guerra senza quartiere. State attenti, sono cintura nera di stereotipi.

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Dell’Italia

Forse non tutti sanno chi è Giuseppe Prezzolini. Prezzolini fu uno scrittore, saggista e giornalista che visse diverso tempo all’estero. Ebbe una vita lunghissima, spegnendosi centenario nel 1982. Ci ha lasciato una vasta bibliografia ma ci ha lasciato soprattutto un pamphlet semi-sconosciuto dal titolo Codice della vita italiana. Il libretto data 1921 ed è un’opera che si legge in un’ora al massimo. I pochi capitoli richiamano già nel titolo i tanti codici su cui si basa il nostro diritto, ambendo in maniera scarnissima a delinerare i tratti essenziali degli italiani per com’erano, per come eravamo all’epoca. Anche se scritto un secolo fa il Codice della vita italiana rimane attualissimo nella sua satira di costume, dimostrando che in fondo non siamo così cambiati. Vi propongo il primo capitoletto e ve ne raccomando vivamente la lettura.

Capitolo I – Dei furbi e dei fessi

  1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
  2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. – questi è un fesso.
  3. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
  4. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.
  5. Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.
  6. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.
  7. Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
  8. I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
  9. Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
  10. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
  11. Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido, avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.
  12. Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi.
  13. Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandare via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.
  14. Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e l’associazione con altri briganti alla guerra contro questi.
  15. Il fesso si interessa al problema della produzione della ricchezza. Il furbo sopratutto a quello della distribuzione.
  16. L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
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Giuseppe Prezzolini

L

La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
..

GABRIELE D’ANNUNZIO, La pioggia nel pineto (Alcyone, 1902-03)

Manoscritto della poesia

L

Harold Bloom, il critico geniale.

È stato doloroso apprendere che Harold Bloom se n’è andato. La sua era una mente acutissima, a cui si univano un carattere poco avvezzo al compromesso e una penna raffinata. Il grande critico newyorkese era l’ultimo esponente di quella nouvelle vague di critica americana ancora in grado di esprimere un giudizio critico serio, all’altezza di tale nome, prima che l’editoria di massa si consacrasse a valutazioni prettamente monetarie. Vale per lui quello che si dice di Boezio: Bloom era l’ultimo degli antichi. Nel corso della sua lunga vita divorò migliaia di libri, leggendo in sette o otto lingue, perfino in ebraico e in greco antico. Gliene derivò una cultura vertiginosa. La sua battaglia era tutta rivolta a far riscoprire i classici. Non gliene fregava niente del politically correct. Per lui non era accettabile includere nei programmi accademici autori minori provenienti da culture arretrate solo per evitare accuse di discriminazioni. Secondo lui una scrittrice nigeriana o filippina non era equiparabile a un Omero o a un Cervantes. Al fine di rimettere al centro i classici stilò quello che è considerato il suo testamento, cioè il Canone Occidentale (1996), nel quale raccolse i più celebri autori europei occidentali. Naturalmente, così facendo, si attirò una pioggia di critiche che però sdegnò dall’alto della sua autorevolezza e che riunì, per puro gusto classificatorio, sotto l’appellativo irrisorio di Scuola del Risentimento. Una bella immagine non c’è che dire.

Harold Bloom era un genio e passeggiava a buon diritto tra i geni. Mi lega a lui il ricordo di una lettura di un suo saggio dal titolo appunto Il Genio (BUR, 2003) dove si trova una carrellata di nomi intramontabili della letteratura europea. Shakespeare e Dante sono a suo (ben poco) modesto parere le vette di ogni cultura, di ogni tempo e ogni luogo. Bloom riconosce ai due maestri il merito di aver arricchito le rispettive lingue con le loro opere. Probabilmente il fatto di appartenere ad un English-speaking country deve aver influito sulla sua scelta di riservare al Bardo un posto leggermente più alto rispetto a quello occupato dal Sommo Poeta, sebbene a me Shakespeare non paia avere nulla in più rispetto a Dante. Ma qui entriamo nel campo scivoloso delle preferenze personali e si rischia di tirare fuori i coltelli. Bisogna comunque riconoscergli il merito di aver certificato in ambito internazionale la grandezza di Dante e della Divina Commedia, che egli cercava faticosamente di gustare in originale (leggeva e rileggeva il Purgatorio, anche in età avanzata, perché – diceva – non si sentiva ancora a pronto a passare dalla montagna dei peccatori ai cieli del Paradiso). Incluse per la cronaca anche altri scrittori italiani nel suo catalogo di geni, come Manzoni e Leopardi.

Infine, mi preme ricordare che per Bloom c’era un unico grande romanziere, ancora vivente quando Bloom scriveva, a cui riservò la lusinghiera definizione di ‘titano’ e questi, giusto per capirci, era il premio Nobel José Saramago. Bloom lo definì il “romanziere maggiormente dotato di talento ancora in vita. Il Maestro è uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione”.

Addio, Harold.

Harold Bloom

L

L’assenza come fonte d’ispirazione

È innegabile che l’assenza rechi con sé dolore e il dolore distanza. Chi vive un periodo difficile è inconsapevolmente portato a isolarsi, a circondarsi di solitudine, dove trovare il silenzio necessario a rivivere i ricordi di qualcosa che non ha più. Dalla perdita di qualcosa emergono talvolta forme artistiche elevate che proprio nella solitudine trovano la loro ragion d’essere. La mia idea è che, a rifletterci, l’assenza costringe la mente a reagire, cercando nella facoltà immaginativa la risposta a un’assenza a cui non si rassegna.

Dall’assenza di qualcuno l’uomo ha tratto da sempre lo stimolo per erigere opere immortali, ossia creare qualcosa che a differenza di un corpo umano non perisse mai. Sono così nati monumenti, poemi, dipinti, sono state composte musiche e fatti viaggi. Tutto partendo da un ricordo. Se incanalato, il dolore che segue una perdita è uno tra i più potenti propulsori della creazione artistica. Quasi tutto ciò che ci circonda deriva infatti dal bisogno di trasformare il caduco in eterno, di lasciare una traccia del nostro o dell’altrui passaggio. Mi spingerò fino a dire che senza la perdita di qualcosa o di qualcuno forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di esprimere alcuna emozione, poiché la presenza dell’altro completerebbe già il quadro e non avremmo quindi alcuna necessità di proiettare al di fuori i nostri sentimenti, a dare una forma al nostro dolore. Quando questo qualcosa non c’è più, si attiva un meccanismo di auto conservazione tale per cui siamo spinti a colmare questo vuoto.

Volevo condividere con voi questa mia riflessione domenicale.

L