1) Divina Commedia (Dante Alighieri)
2) Guerra e Pace (Lev Tolstoj)
3) Epistulae morales ad Lucilium (Lucio Anneo Seneca)
4) La montagna incantata (Thomas Mann)
5) Don Quixote de la Mancha (Miguel de Cervantes)
6) Essais (Michel de Montaigne)
7) I Promessi Sposi (Alessandro Manzoni)
8) Odissea (Omero)
9) Delitto e Castigo (Fëdor Dostoevskij)
10) I Miserabili (Victor Hugo)
A questo punto voi forse direte: perché questi libri e non altri? E io potrei rispondervi, con altrettanta cazzimma: perché il blog è mio e ci scrivo quello che voglio io! Che de gustibus non si sputa ecc ecc. Poi forse mi sentirei in colpa e ammetterei che dover scegliere soltanto dieci libri comporta, ahimè, l’enorme sacrificio di dover rinunciare ad altri libri fondamentali. E insieme converremmo sul fatto che sono rimasti fuori l’Iliade e l’Eneide, ma allora tanto valeva includere l’Epopea di Gilgameš, la Stele di Rosetta, i Rotoli del Mar Morto, i Veda e la Torah e redigere un’edizione “Indiana Jones” del decalogo solo per i poemi antichi. Invece io volevo includere sì uno dei poemi principali della letteratura occidentale ma lasciare spazio anche ad altri temi e ad altri tempi. Per me i russi dovevano esserci assolutamente: Tolstoj e Dostoevskij sono imprescindibili, l’uno con il più bell’affresco del periodo napoleonico mai scritto, l’altro con un genere diverso di affresco, quello della psiche umana, dove si combatte la lotta di ognuno di noi tra bene e male, tra giustizia e vigliaccheria (e non sempre vince la prima). Sul gradino più alto del podio ovviamente la Divina Commedia, riconosciuta da Harold Bloom come la vetta di tutte le letterature, insieme alle tragedie di Shakespeare, che però non ho incluso non perché non meritino una menzione ma perché personalmente non mi hanno insegnato quello che invece mi ha insegnato Dante. Ritenta, Shakespeare, sarai più fortunato.
A Manzoni ho dedicato il posto che merita perché i Promessi Sposi esprimono sotto forme diverse la bellezza che uno scrittore che voglia fregiarsi di tale titolo dovrebbe inseguire: una lingua armoniosamente ricca, una base filosofica solida e uno sfondo ricercato. Esistono tanti bei romanzi di impronta manzoniana (i Viceré di De Roberto, il Mulino del Po di Bacchelli), persino al di fuori dei nostri confini, si pensi a Os Maias di Eça de Queirós e ai grandi novellisti di lingua inglese (Melville, Hawthorne, Thomas Hardy, Henry James). Tuttavia nessuno si avvicina al buon vecchio Alessandro.
Veniamo ai francesi, i miei amati-odiati francesi. Ho con il romanticismo francese un rapporto piuttosto conflittuale, fatto di continui addii. Ho provato più volte a stimolare in me l’amore per Balzac, Stendhal, Flaubert, ma sono stato un egual numero di volte fiaccato dalla loro inutile pomposità e dalla assenza totale di nerbo. Per carità, si tratta di grandissimi romanzieri, però fiacchi, per non parlare di Proust che rigurgita un delirio onirico su sette (s-e-t-t-e!!) volumi. Troppo, non ce la faccio, svengo. Invece Victor Hugo è un vortice, un ciclone impressionante che sconquassa le fondamenta di chi lo legge. Giustamente Gide rispondeva, a chi gli chiedeva chi fosse il più grande scrittore francese di tutti i tempi “Hugo, hélas!”. Concordo.
Alla pazzia sono dedicati i libri di Mann e Cervantes. La Montagna Incantata (sarebbe meglio tradurla con La Montagna Magica perché il titolo originale è Der Zauberberg) è un libro che andrebbe letto due volte, tanto è difficile. Così suggeriva lo stesso Mann e in effetti sono tante le sfumature che servirebbe un saggio apposta. La figura di Settembrini è emblematica affascinante. Il Quixote riguarda tutti noi, da sempre, in quanto esseri perennemente in bilico tra la realtà e la fascinazione dell’abisso, dal quale i nostri sogni ci richiamano tentatori. Sarebbe così dolce potervisi abbandonare e poterlo raccontare. Ma non tutti hanno un fido scudiero a fare da testimone.
Il lato più delicato e riflessivo è infine affidato a due libri peculiari nel loro genere, separati da molti secoli, però entrambi accomunati dalla medesima perlustrazione delle pieghe dell’animo dove a volte si cela il senso di ciò che siamo. Avrei voluto includere anche i Pensieri di Pascal e quelli di Marco Aurelio, ma in verità è a Seneca e Montaigne che ricorro più spesso ed è a loro che sono più legato, quando sento il bisogno di sottrarmi allo strepito del mondo. In loro trovo la giusta, riconfortante inquietudine che mi fa riflettere vigilando.
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