Diceva la nonna “Impara le poesie a memoria!”

Ancora mezzo addormentato e indecorosamente sporco di latte e cereali, leggevo stamattina con interesse un articolo dal titolo altisonante ‘Imparare a memoria poesie ha ancora senso nel Terzo Millennio‘, uscito sulla rivista online La Nuova Bussola Quotidiana. Come si sa, il tema della memoria e della sua applicazione nella vita di tutti i giorni è vexata questio, che solca imperterrita le nebbie del tempo, atterrendo ancora oggi legioni di studenti. Ne parlava già Cicerone con la sua teoria dei loci e per l’archeologo Heinrich Schliemann la trasmissione mnemonico-orale era un problema che attanagliava già i rapsodi omerici, capeggiati da un certo Omero, cioè ὁ μὴ ὁρῶν ossia ‘colui che non vede’, il quale dovette per l’appunto fare di necessità virtù mandando a memoria poemi lunghissimi (masochista tra l’altro perché erano i suoi) con il solo ausilio di una straordinaria corteccia cerebrale. Arriviamo quindi ai medioevali e ai rinascimentali, veri e propri virtuosi dell’ars mnemonica, dove troviamo Pico de Pap…volevo dire Pico della Mirandola e Giordano Bruno, l’uno campione naturale, senza steroidi, di memoria (sapeva recitare a memoria decine di libri e la Divina Commedia a ritroso partendo dall’ultimo verso), il secondo autore di trattati sull’argomento (il suo De Umbris Idearum pare sia un saggio ermetico dedicato alla pratica della memoria attraverso esercizi fisici e visivi). In tempi più vicini a noi le tecniche di allenamento della memoria si sprecano e le réclame degli imbonitori da circo che promettono una memoria poderosa sono ovunque, dalle università ai meeting di affari. Tutti la vogliono, nessuno però ha intenzione di rimboccarsi le maniche.

E’ un argomento che mi ha sempre affascinato, lo devo ammettere, ma col passare degli anni sono diventato sempre più scettico verso la ‘miracolosità’ e soprattutto verso l’utilità di una memoria utilizzata a fini insulsi, come imparare a memoria i mazzi di carte, sequenze numeriche, le formazioni delle squadre di cricket, gli anni delle guerre puniche e di quelle napoleoniche, tutti i nomi degli astronauti dell’Apollo 13 (anche delle scorte) e così via. Il discorso cambia se abbandoniamo il regno della memoria usata a mo’ di barattolo di confettura, in cui colare quello che capita, e ci avviciniamo a un utilizzo un po’ meno inutile, ossia quando si usa la memoria per assorbire qualcosa che possa essere ruminato e che in qualche modo possa arricchire il ‘portatore’, come una poesia o un brano di prosa. Qualche decennio fa, già alle elementari, i bambini erano obbligati a deglutire, spesso storpiandone brutalmente il senso, poesie famose, un po’ per rispetto verso la storia patria, un po’ per puro sadismo degli insegnanti. Come dimenticare l’ambientazione bucolica e sovente ridicola in cui brucava la Cavallina storna di Pascoli, la stessa (temo) in cui Giosuè Carducci seppelliva i suoi dodici figli (“sei nella terra fredda, sei nella terra negra“) e decantava un ignoto pontefice con “T’amo Pio Nono“, per non parlare di San Martino di Fiorello (messa in musica dallo stesso Carducci al Festivalbar), per arrivare infine alle mostruose declamazioni dei dicitori improvvisati di Youtube che leggono Manzoni e Leopardi come si leggerebbero i componenti del Viakal (rimando a questo link, fortemente sconsigliato agli stomaci più deboli).

Il provvido Giovanni Fighera, nel suo articolo, ribatte su un punto a parer mio fondamentale, ossia che l’esercizio della memoria e quindi dell’apprendimento apparentemente passivo regala invero un duplice beneficio, immediato e a lungo termine, e vi dirò perché. Imparare una poesia fa assaporare meglio il verso nell’insieme sia delle sue parole che dei singoli suoni, perché impone una lettura molto più lenta e ripetuta svariate volte. Ma regala altresì al nostro spirito qualcosa che un giorno riaffiorerà dalla coscienza in un momento particolarmente emozionante, mentre osserveremo un tramonto o accarezzeremo il volto della persona amata. Ci verranno allora forse alle labbra i versi mandati a memoria tanti anni prima e ci scopriremo in quell’attimo un po’ poeti, anche solo di luce riflessa.

Insomma, usare la memoria è utile, è sano, rafforza lo spirito e previene i segni del rincoglionimento, sempre più precoci nella nostra società di memoria outsourced, delocalizzata come una fabbrica Fiat, trasferita dal nostro computer interno – il nostro meraviglioso cerebro! – al più vicino telefonino, dove stiviamo app che possano contenere quello che ormai non ci interessa più ricordare perché tanto è lì, a portata di pollice. Lo sapevano gli antichi quando dicevano che “memoria minuitur nisi eam exerceas“, cioè – parafrasando – che la memoria va allenata per non ritrovarsi duri come delle pigne e vuoti come la dispensa al rientro dalle vacanze. Se tornassimo ad allenare la nostra testa imparando le poesie, una lingua straniera, o anche soltanto i dialoghi del nostro film preferito (basta che non sia Twilight però o siete squalificati), quello che vi pare purché richieda uno sforzo, forse ci troveremmo tutti più ricchi e un po’ meno muti di fronte alla bellezza.

L

Il concetto di vendetta nel Conte di Montecristo

La bellezza con cui vengono raccontate le avventure del Conte di Montecristo è pericolosa – piacevolmente pericolosa – perché può far distogliere lo sguardo dal concetto che sostiene l’intero architrave del romanzo di Dumas, vale a dire il concetto di vendetta. Alexandre Dumas fin dalla prima pagina tratteggia i lineamenti di un personaggio maestoso che acquisisce esperienza e consapevolezza passando attraverso momenti dolorosissimi. Il Conte di Montecristo è all’inizio un giovane capitano di navi mercantili all’alba di una vita piena di promesse di felicità. Ma questa vita gli viene strappata via dall’invidia e dall’avidità di individui senza scrupoli che si erano professati suoi amici.

Edmon Dantes, questo il vero nome del protagonista, finisce in galera a vent’anni per uscirne alla soglie dei quaranta e solo grazie a un rocambolesco tentativo di evasione andato a buon fine. Edmond ha trascorso gran parte della sua vita adulta nelle segrete del Castello d’If, unico condannato per un intrigo in cui egli non ebbe che un ruolo marginale e per di più inconsapevole. Ma tant’è, quegli uomini che gli si erano stretti intorno all’apice della sua breve fortuna volevano in realtà toglierlo dalla circolazione, sacrificando lui per non dover essere loro a finire in ceppi. La lunga prigionia cambia inevitabilmente il carattere del giovane, inselvatichendolo e rendendolo astioso. Ai suoi occhi il destino perde i connotati favorevoli che aveva prima per assumere i tratti di un fato irrazionale che punisce i buoni e ricompensa i malvagi. La rabbia, covata in silenzio per tanti anni, è stata resa ancora più cieca dal fatto di non conoscere né il volto né il nome del suo nemico, cioè del responsabile della sua condanna. A causa sua ha infatti perduto tutto: famiglia, carriera, amore. Giura perciò a se stesso di trovare e punire i colpevoli. Ma quando Edmond Dantes si affaccia di nuovo al mondo è un uomo diverso. Non è più uno spensierato marinaio ma un uomo maturo, sicuro e potente e che per giunta dispone di ricchezza così vasta da poter ottenere qualsiasi cosa. Un’ulteriore caratteristica lo distingue da tutti gli altri: un’immensa sete di vendetta.

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Il Castello d’If in un dipinto

Tornato tra i liberi, Edmond Dantes, che per celarsi meglio e agire indisturbato assume il titolo di Montecristo, attua con freddezza la sua vendetta. Quello che segue è uno dei racconti più belli della nostra letteratura, per colpi di scena, regia quasi cinematografica, dialoghi e ricostruzione storica. Come si è detto però, dietro le vicende del Conte di Montecristo si agita un desiderio che poche persone possono dire di non aver mai provato. La vendetta che muove il protagonista non assume mai l’aspetto di furia cieca e spietata; semmai rimane piuttosto entro gli argini di una giustizia riparatrice. Dumas, nel coordinare lo svolgersi delle vicende, è sempre attento a non farsi possedere mai dall’istinto di inscenare una resa dei conti sul modello di Quentin Tarantino o una carneficina biblica alla Sodoma e Gomorra. Il Conte di Montecristo solo a tratti è brutale, però mai di una violenza fine a se stessa. Egli interpreta la sua opera più come quella di un giudice che di un Angelo Vendicatore. Nel compiere la sua vendetta il Conte vuole semplicemente che chi si è comportato male ma che l’ha sempre fatta franca, paghi e che chi è stato onesto fino a rimetterci riceva almeno il sollievo di una vita senza più pensieri. Il Conte diviene così l’ago della bilancia del Bene e del Male.

Inevitabilmente una figura simile non può che prestarsi a delle obiezioni morali, su tutte a mio avviso quella che si interroga sul limite fino a cui è consentito a un uomo amministrare la giustizia, la quale per molti può essere amministrata soltanto da Dio o quantomeno da una potenza trascendente. Secondo me è questo il cardine problematico del romanzo. Perfino il lettore meno empatico, grazie alla bravura di Dumas nel presentarle, si immedesima nelle disgrazie che colpiscono il marinaio, ma può questi anche accettare l’idea che qualcuno si erga a Giudice assoluto degli altri uomini? Non sono pochi i passaggi in cui Edmond Dantes riflette se ciò che persegue sia giusto o meno. Il più delle volte ne sembra convinto, ripensando al dolore che gli è stato ingiustamente inflitto. Raramente invece pare pentito. In un punto-chiave il Conte di Montecristo rivela al procuratore Villefort quale sia la sua missione.

Si intravede qui come Dumas voglia elevare il Conte di Montecristo al rango di individuo fuori dal comune, mi verrebbe da dire quasi di Padreterno. Il Conte sa di non rispondere più alle leggi degli uomini ma soltanto alle sue, che sono terrene unicamente nell’estensione limitante del tempo e della distanza. Il Conte è stato astratto da Dumas dalle sue spoglie mortali e trasportato in una sfera più grande. Tuttavia un uomo, benché potentissimo e dotato di un’immensa conoscenza, rimane pur sempre un uomo, anche in un romanzo, e il suo giudizio ricadrà sempre entro il dominio della fallibilità. Vi è qui un richiamo al topos letterario della hýbris, ossia del peccato di superbia, che contraddistingue gli uomini che si credono superiori alla massa, o perché investiti di una missione divina o perché in effetti dotati di qualità uniche e che quindi ambiscono a oltrepassare i limiti imposti dalla natura. Proprio contro questo limite doveva scontrarsi prima o poi anche il Conte, verso la fine del libro, quando si accorge di aver ecceduto nella sua vendetta e di aver involontariamente arrecato più dolore a Villefort di quanto questi ne meritasse. In questa scena il procuratore del re ha appena scoperto che sua moglie e il figlioletto Edouard si sono tolti la vita, dopo aver appreso solo poche ore prima della morte della figlia Valentine (finta morte, ma Villefort non lo sa). Pur vedendo il procuratore in preda al dolore più atroce, il Conte affonda il colpo rivelandogli di essere la persona che tanti anni prima lui aveva ingiustamente condannato e quindi sommando al lutto anche il peso insostenibile del rimorso.

E voi cosa ne pensate?

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Le mille persone di Pessoa

Fernando Pessoa (1888-1935) fu uno dei più significativi poeti di lingua portoghese mai esistiti e una figura chiave della poesia di tutto il Novecento. La caratteristica forse più nota di Fernando Pessoa era che si credeva “abitato” da diverse personalità (non a caso pessoa in portoghese vuol dire ‘persona’). Una delle sue tante personalità, quella che per il padrone di casa si identificava con il nome di Ricardo Reis, scrisse un componimento bellissimo, apparentemente semplice, quasi banale, ma che come tutte le poesie più alte richiede una vita intera per essere decifrato. Ve lo sottopongo stasera, credo per malinconia e un fondo di tristezza. Per me ha un significato molto profondo. Oserei dire che l’ho elevato negli anni a “filosofia di vita”. Lo riporto prima in originale e poi in traduzione. Buonanotte.

Para ser grande, sê inteiro: nada
Teu exagera ou exclui.
Sê todo em cada coisa. Põe quanto és
No mínimo que fazes.
Assim em cada lago a lua toda
Brilha, porque alta vive.

Per essere grande, sii intero: niente
di te esagera o escludi.
Sii tutto in ogni cosa. Metti ciò sei
nella minima cosa che fai.
Così come in ogni lago la luna tutta
brilla, perché alta vive.

Monumento a Fernando Pessoa (Monastero dos Jerónimos, Lisbona)

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Se tu mi dimentichi (Si tú me olvidas)

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti a poco a poco.
Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi alla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

(Pablo Neruda)

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La congiura dei pazzi

Si sa che historia magistra vitae e che ogni pagina del libro di storia ci riporta una lezione che non dovremmo mai dimenticare. Si usa spesso anche l’espressione “mai come in questi tempi…”, oppure “oggi più che mai…”. Ebbene, i tempi in cui viviamo sono davvero bizzarri, bisogna ammetterlo. Le vicende politiche del Belpaese si prestano a così tanti parallelismi quante sono le facce di un prisma. Da ciascuna di esse si risale ad un’interpretazione, che ognuno di noi trarrà da par suo, se vorrà. Non sarò io a pilotare la scelta, anche perché il privilegio della storia è che si rivela solo a posteriori. Quindi ai poster l’ardua sentenza.

Rileggevo per masochismo della Congiura dei Pazzi (https://it.wikipedia.org/wiki/Congiura_dei_Pazzi):

La Congiura dei Pazzi, conclusasi il 26 aprile 1478, fu una cospirazione ordita dalla famiglia di banchieri fiorentini de’ Pazzi avente lo scopo di stroncare l’egemonia dei Medici tramite l’appoggio del papato e di altri soggetti esterni, tra cui la Repubblica di Siena, il Regno di Napoli e il Ducato di Urbino. La congiura portò all’uccisione di Giuliano de’ Medici e al ferimento di Lorenzo il Magnifico, senza tuttavia condurre alla fine del potere mediceo su Firenze, come era nei piani...

Come si vede si parla dell’egemonia di un partito, di una famiglia, di una figura in particolare, quella di Giuliano de’ Medici. Si parla del fastidio che questa figura arrecava alle altre potenze della penisola, passate in secondo piano a causa del prestigio crescente del partito dei Medici. E così si ordisce una congiura per farli cadere, perire, scomparire dalla circolazione, con l’aiuto di potenze che agiscono nell’ombra. Soggetti interni e soggetti esterni si coalizzano ai danni di un uomo che verrà ucciso. Ma rivediamo i fatti e i protagonisti.

I componenti dei Medici formavano una lega di persone cazzute e potenti. Erano un partito vero e proprio. Il più potente del Nord Italia. Il consenso presso il popolo cresceva giorno dopo giorno. Secondo le statistiche del tempo si dice che sfiorasse quasi il 40%. La gente adorava la veemenza e la sicumera dei leghisti medicei. Però si sa che da un grande potere derivano grandi responsabilità e così i Medici, avidi di consensi, aumentavano le promesse di benessere. “Realizzeremo strade e ponti”, “la smetteremo di far entrare a Firenze i Bolognesi e i Milanesi, se non sono provvisti di regolari permessi di soggiorno”, “si potranno prendere a bastonate i ladri che entrano nei castelli degli altri”. Insomma, grazie a queste promesse fagocitarono rapidamente i partitelli più piccoli.

A Roma intanto il papa tuonava contro la lega medicea (che da ora in poi per comodità chiamerò solo Lega). Il papa sembrava più interessato alle ricchezze terrene che a quelle celesti: si occupava di questioni politiche, gestiva alleanze, arringava folle, denigrava chi non la pensava come lui. Altro che docile vecchietto! Secondo lui a Firenze doveva entrare chiunque, bisognava accogliere bolognesi, romani, veneti ecc. La gente scuoteva la testa, ascoltava per rispetto ma continuava a parteggiare per la Lega. Lasciamo quindi Roma e torniamo a Firenze, dove nel frattempo qualcuno si era stufato di fare da sfondo alle vicende politiche. Una vecchia famiglia fiorentina, non più potente come una volta, si trovava a rosicare parecchio per la potenza della Lega. Era guidata da un esponente sempre diverso e non riuscivano mai a mettersi d’accordo su niente, nemmeno sul nome del proprio partito: Pazzi, De’ Pazzi.. Un giorno uno di loro se ne uscì con l’idea che bisognasse tenere nascosto il vero nome dietro una sigla. Siccome la fantasia era poca, invertirono le lettere del cognome in Pazzi De’ e lo abbreviarono in PD. Nacque immediatamente una coalizione tra tutti gli esclusi dal potere. Il nemico comune era la Lega. Nella coalizione confluirono preti, papi, potentati stranieri, tra cui perfino francesi e tedeschi evidentemente interessati a mettere bocca nelle faccende italiane. Si schierarono con il PD anche un nutrito gruppo di “intellettuali” e benpensanti. Il piano era pronto: bisognava fare fuori il capo della Lega. Pertanto, una domenica si diedero appuntamento in chiesa alcuni sicari mandati dal PD, che si erano finti nei mesi prima amici della Lega. Erano nobili, c’era un duca, c’era un marchese. C’era addirittura un Conte. Costui si rivelò il primo traditore. Fu lui a infliggere la pugnalata più dura al capo della Lega. La cosa fece scalpore perché invece di causare il rovesciamento degli equilibri, contribuì a rafforzare il consenso della Lega, che da quel giorno crebbe ancora di più. La vendetta fu terribile. Si cambiarono nobili e ministri, il il PD sparì dalle tribune politiche, la gente chiese di poter scegliere di nuovo chi far governare. In conclusione la congiura non servì a niente. Fu solo una congiura dei pazzi.

L

Primo Levi e Dante all’inferno – Parte III

Faceva tiepido fuori, il sole sollevava dalla terra grassa un leggero odore di vernice e di catrame che mi ricordava una qualche spiaggia estiva della mia infanzia. Pikolo mi diede una delle due stanghe, e ci incamminammo sotto un chiaro cielo di giugno. Cominciavo a ringraziarlo, ma mi interruppe, non occorreva. Si vedevano i Carpazi coperti di neve. Respirai l’aria fresca, mi sentivo insolitamente leggero…

E’ mattina presto. Ha appena albeggiato. Primo Levi si sta avviando insieme a Jean verso una cisterna interrata per svolgere il compito della giornata. Per qualche strana ragione ha il cuore leggero e nulla in quelle poche righe può far presagire l’orrore che circonda i due personaggi. Sembra di leggere il racconto di una domenica in montagna, tra amici. Primo e Jean, quasi coetanei, seppure in posizioni sociali diverse nel campo (più in basso Primo, molto più in alto Jean) sono accomunati dallo stesso interesse per la vita e per il mondo che li aspetta là fuori. Si concedono timidamente il lusso di sperare. Parlano di letture, di lingue, di cose belle insomma. A un certo punto un pensiero attraversa la mente del giovane chimico torinese. Gli viene voglia di parlare di qualcosa di sacro, qualcosa che stride così forte in quel momento e in quel luogo:

… Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è piú un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.

… Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: Quando…

Primo Levi si ferma e traduce le due terzine come può, fidandosi del suo francese scolastico e sperando che l’agile mente di Jean faccia il resto. In qualche modo il messaggio di Dante passa. Jean si accorge che quelle poche parole in italiano vogliono dire qualcosa di stupefacente. Entrambi si accorgono che per un’assurda magia sono riusciti a portare la poesia nel Lager. E non una poesia qualsiasi. Quella di Dante, quella dell’Inferno. Nell’inferno appunto. Primo Levi prosegue, si tortura per continuare il canto, per far sapere a Jean cosa dice Ulisse, che cosa avviene di lui e dei compagni.

E dopo «Quando»? Il nulla. Un buco nella memoria «Prima che sí Enea la nominasse». Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: «… la piéta Del vecchio padre, né’l debito amore Che doveva Penelope far lieta…» sarà poi esatto? … Ma misi me per l’alto mare aperto. Di questo sí, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché «misi me» non è «je me mis», è molto piú forte e piú audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.

Sono ormai oltre i due amici. Hanno valicato con l’immaginazione la gelida recinzione del Lager e stanno solcando le onde sulla nave di Ulisse, col vento che sferza il volto e il sole che scalda la pelle. Non sono più due reietti, condannati dalla malvagità dei tempi a morire troppo presto. Sono ormai due marinai, fidi sodali in un’avventura di cui serberanno per sempre la memoria.

«Mare aperto». «Mare aperto». So che rima con «diserto»: «… quella compagna Picciola, dalla qual non fui diserto», ma non rammento piú se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio.

Il lavoro è passato sullo sfondo, così come la bruttezza del luogo in cui i loro corpi sono rimasti. La poesia di Dante Alighieri li ha elevati ad altre vette e su altre cime irraggiungibili, da cui possono ora contemplare con distacco lo scempio del nazismo. Primo Levi e Jean sono altrove, in un altro luogo e in un’altra epoca. La bellezza così come la cultura unisce e non divide. Non ha bisogno di lingue per trasmettersi. Contagia, ma come un virus che rafforza invece di indebolire. Gli uomini grazie alla poesia ridiventano Uomini. Ed è quindi in uno stato di pressoché illuminazione che Primo Levi snocciola la terzina più famosa del canto. La magia si compie. Jean ascolta estatico comprendendo che le sue quattro ossa, agitate da un soffio di vita, sono state portate dal vento dove pochi uomini hanno il privilegio di dirigersi, per non più essere dimenticati. Primo Levi e Jean sono per un attimo usciti dall’inferno.

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.


Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di piú: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio,
ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

<— Parte II

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Brexit in Shakespeare’s times

May Day, May Day. Aiuto, l’Inghilterra affonda. Il Primo Ministro Theresa May ha appena annunciato le proprie dimissioni mentre il paese si avvia verso una hard brexit, cioè verso una Brexit senza accordo. Significa che tra poco l’Inghilterra non farà più parte dell’Unione Europea e starà alla sua bravura (o meno) stipulare accordi con i ventisei paesi ancora parte dell’UE. Tuttavia sarà inevitabile che, quantomeno all’inizio, si verifichino disagi: rialzo dei prezzi, aumento della burocrazia, rischio di paralisi nei trasporti e nell’assicurare la fornitura di merci e servizi, problemi di documenti per chi viaggia avanti e indietro, per gli stranieri che risiedono nel Regno Unito e per gli inglesi che vivono fuori dai confini nazionali, perdita di valore della sterlina, fuga delle multinazionali per evitare i dazi ecc.

Insomma, il panorama non è dei migliori. Eppure, c’è ancora una piccola isola felice nascosta nel cuore di un’isola invece molto preoccupata. Si tratta del Parlamento inglese, la cosiddetta House of Commons (la “camera dei comuni”, contrapposta alla House of Lords, la “camera dei Lord”). La House of Lords non conta praticamente nulla. E’ composta da membri non eletti, vecchi bacucchi imbalsamati, vescovi, pari del regno e altri damerini pre-Rivoluzione francese. Serve solo a controbilanciare formalmente il volere del vero Parlamento, appunto quello della House of Commons, eletto invece democraticamente. Tuttavia la Camera dei Comuni non è proprio così comune. Vive ancora di rigide tradizioni secolari, come per esempio il Gentleman Usher of the Black Rod (per gli amici solo Black Rod), una sorta di nunzio della Regina che invita ogni anno i parlamentari a recarsi in un’altra sala per ascoltare il regnante di turno tenere il discorso di apertura dei lavori. I parlamentari per tradizione gli sbattono la porta in faccia prima che arrivi, gesto che simboleggia la fierezza del parlamento di fronte all’invadenza della corona. Il Black Rod bussa quindi tre volte con il bastone nero (da cui il suo nome) e si fa aprire. Arrivato al centro della sala pronuncia le stesse identiche parole da secoli: « Mr/Madam Speaker, The Queen commands this honourable House to attend Her Majesty immediately in the House of Peers ». Una sceneggiata che va avanti dalla fine della Guerra Civile nel 1651.

Il Black Rod arriva alle porte della House of Commons che gli vengono sbattute in faccia. E’ un gesto comico ma simbolico, ripetuto da secoli.

Un altro simbolo dei secoli che furono è la cosiddetta Cerimonial Mace ( la “mazza cerimoniale”), vale a dire un bastone riccamente ornato, in metallo o in legno, tenuto sul tavolo del Parlamento ad ogni seduta. Udite, udite: tutti i paesi di origine anglosassone seguono la regola del Parlamento del Regno Unito. Le loro rispettive camere parlamentari non possono legalmente riunirsi senza la presenza della mazza cerimoniale, dal momento che essa rappresenta l’autorità del sovrano. Pertanto le mazze, in tutti i Parlamenti del Commonwealth, dal Canada all’Australia, vengono portate all’entrata ed all’uscita di ogni sessione della Camera. Tra l’altro c’è da dire che si tratta di un oggetto che passa quasi inosservato…

Una Cerimonial Mace sul tavolo della House of Commons.

Come la mazza e il Black Rod sopravvivono ancora tantissime tradizioni che il Parlamento Inglese non si sognerebbe mai di abolire, così fiero del proprio passato e della propria storia. Però mi chiedo se gli honorable gentlemen, come lo speaker della camera appella gli MP’s, si siano resi conto di quanto la loro gabbia di cianfrusaglie storiche abbia rallentato la discussione intorno a un tema così veloce come la Brexit. Più di una volta mi ha sorpreso l’evidente stonatura tra l’ampollosità tutta accademica e tutta formale del cedere o prendere la parola, tra un order! e un si accomodi, e la necessità di trovare rapidamente una soluzione. Invece l’House of Commons ha passato tre anni, cioè da quando ha vinto il fronte popolare del leave, a crogiolarsi nelle sue inutili conversazioni da te e biscotti delle 17, perdendosi in soporifere quanto insignificanti sottigliezze, probabilmente credendo di avere a disposizione tutto il tempo del mondo. Soprattutto in questi ultimi mesi, gli MP’s hanno sprecato sedute su sedute, votando se accettare un accordo con l’UE, se accettare di rifiutare un accordo, se rifiutare di accettare di rifiutare un accordo, e così via.

Fuori dalle mura di Westminster il popolo chiedeva una risposta. Dentro le mura qualcuno era (ed è) ancora convinto di vivere nel XVII secolo, che la formalità conti più della sostanza, che nulla – nemmeno lo spettro del baratro verso cui l’Inghilterra avanza al galoppo – potrà mai impedire che sul tavolo manchi la mazza cerimoniale o che si possa arrivare a contestare la posizione autorevolissima dello Speaker parlando da seduti…

Il carismatico John Bercow riporta in più di un’occasione “ordine” nel Parlamento

C’è un’evidente contraddizione tra un Parlamento che rifiuta di mettersi al passo coi tempi e un paese invece che rischia di finire al collasso. Per quel poco che conosco gli inglesi, so che non c’è nulla che un buon English Tea non possa risolvere. Long Live The Queen!

L

Primo Levi e Dante all’inferno – Parte II

«Accende una pila tascabile, e invece di gridare «Guai a voi, anime prave» ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo danaro od orologi da cedergli, tanto dopo non ci servono piú. Non è un comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte. La cosa suscita in noi collera e riso e uno strano sollievo »

Caronte nell’illustrazione di Gustave Doré

Primo Levi è appena salito sul camion che lo porterà dal treno ad Auscwhitz. Una guardia fa il giro raccogliendo gli oggetti personali dei deportati. Questo suscita in Levi il paragone con Caronte, il traghettatore di anime incontrato da Dante all’ingresso dell’Inferno. Il Caronte di Dante è una figura severa, rabbiosa, che incute quasi paura, mentre il soldato tedesco è paradossalmente mite, cosa che infatti sorprende sia Primo Levi sia gli altri insieme a lui. Con l’immagine ambigua di un nemico gentile comincia il viaggio verso il più terribile degli inferni.

Un altro aspetto che sorprenderà Levi, giunto ormai da qualche giorno nel campo, sarà il rovesciamento totale delle convenzioni umane e delle leggi civili. Una volta entrati ad Auschwitz non vigono più quelle regole. Al di qua del filo spinato non esiste rispetto, non esiste compassione, non si aiuta il più debole, che sia vecchio, donna o bambino. Nel Lager si è anni luce lontani dal senso di fratellanza. Se al di fuori gli uomini vivono per aiutarsi, nel campo di concentramento si vive come se ci si trovasse in una bolgia infernale. Il Male, impersonato dalle guardie, è come quello descritto da Dante. I diavoli delle bolge trasfigurano assumendo l’aspetto delle guardie del Lager.

« La spiegazione è ripugnante ma semplice: in questo luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo il campo è stato creato. Se vorremo viverci, bisognerà capirlo presto e bene:… Qui non ha luogo il Santo Volto, qui si nuota altrimenti che nel Serchio! »

Man mano che percorre le bolge e scende verso il centro dell’Inferno, Dante dice che c’è sempre meno luce, ovviamente la luce del Bene. Allo stesso modo Primo Levi scopre presto che nel campo di concentramento bisogna fare i conti con il buio, cioè con la mancanza di pietà, ma non la pietà finta di chi si aspetta qualcosa in cambio, bensì quella spontanea che fa tendere la mano a chi cade e non ha più le forze per rialzarsi. Bisogna cercare di accettare il pensiero reale del dolore e la possibilità concreta della morte e imparare a convivere con la paura di essere uccisi. Levi lo mette subito in chiaro, prima a se stesso, come lezione, poi a noi, perché ne siamo testimoni nel nostro mondo e nel nostro tempo. Egli sa che dovrà trovare il suo posto in mezzo a tanta ferocia, evitando i colpi, le botte, il freddo e la fame. Il suo universo finisce con la sua pelle e il suo pigiama a righe.

Il verso «Qui non ha luogo il Santo Volto, qui si nuota altrimenti che nel Serchio!» viene pronunciato da uno dei diavoli della bolgia dei barattieri ed è significativo perché nella scena immaginata da Dante, ci troviamo dinanzi ad un enorme lago di pece bollente. Qui vi finiscono i barattieri cioè coloro che avevano elargito favori in cambio di denaro. Per costoro emergere dalla pece anche solo per un secondo era un immenso sollievo. Tuttavia nel Lager-inferno la speranza e la compassione mancano. Nessuno può intercedere per un peccatore o per un recluso, nemmeno il Santo Volto (era un’icona sacra che si trovava a Lucca) dice il verso di cui Levi si ricorda improvvisamente mentre si fa strada stanco e infreddolito nel fango pesante del campo come un dannato nella pece. L’invenzione dantesca è potente, il parallelo azzeccato. La realtà purtroppo ha superato l’immaginazione, perché il dolore provato da Levi e dai suoi compagni è vero, arpiona le ossa come gli uncini dei diavoli quando qualcuno tentava di mettere fuori la testa per respirare. Allora i diavoli – che non facciamo fatica a immaginare vestiti di nero con in mano un fucile – li spingevano ancora più giù nel fondo del lago. Al dolore seguiva addirittura l’offesa, sbattuta sulla faccia da carcerieri disumani. In quel lago di pece, in quel mare di fango polacco, potevano pure scordarsi di sguazzare beati come facevano “da vivi” nelle acque del Serchio.

I Malebranche arpionano un dannato

Ma al di là degli espliciti riferimenti a Dante, la descrizione dei condannati del campo in Se questo è un uomo richiama continuamente la Divina Commedia. Non serve che Primo Levi ci dica “qui sto citando Dante” per accorgerci che i corpi lividi e smagriti che ogni giorno lentamente abbandonavano le baracche diretti in fabbrica, sembrano la processione degli indovini che avanzano nudi, in lacrime, con la testa girata verso la schiena, o il lento incedere degli ipocriti, coperti da cappe di piombo pesantissime. La stessa magrezza innaturale che scava le ossa e riduce il volto a uno scheletro era stata già immaginata da Dante ancor prima che la realtà terribile del nazismo la sperimentasse sugli esseri viventi. Nel Purgatorio, Dante si imbatte nei golosi, i quali non possono nutrirsi di nulla se non di acqua (si pensi alla zuppa acquosa del Lager che gonfia il ventre e allaga le arterie) e vengono tentati continuamente da un profumo di frutta che però non possono cogliere. Ecco un’altra punizione, l’illusione data dalla speranza: nulla fa più male che essere a un passo dalla salvezza e non potervi arrivare. L’aspetto dei golosi rispecchiava le privazioni a cui erano sottoposti nel loro girone secondo la fantasia di Dante che immagina che si possa leggere nel loro viso la parola OMO, uomo (come il titolo del racconto di Primo Levi). Le occhiaie sono due “O” e il setto nasale una “M”. Sembra la descrizione dei detenuti del Lager.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, 
palida ne la faccia, e tanto scema, 
che da l’ossa la pelle s’informava.

[…]

Parean l’occhiaie anella sanza gemme: 
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ 
ben avria quivi conosciuta l’emme.  
                         

(Pur. XXIII, 22-33)            

Dante e Virgilio in presenza dei golosi nel XXIII del Purgatorio

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L     

Tutte le lettere d’amore sono (“Todas as cartas de amor são”)

Todas as cartas de amor são 

Ridículas. 

Não seriam cartas de amor se não fossem 

Ridículas.

Também escrevi em meu tempo cartas de amor, 

Como as outras, 

Ridículas.

As cartas de amor, se há amor, 

Têm de ser 

Ridículas.

Mas, afinal, 

Só as criaturas que nunca escreveram 

Cartas de amor 

É que são 

Ridículas.

Quem me dera no tempo em que escrevia 

Sem dar por isso 

Cartas de amor 

Ridículas.

A verdade é que hoje 

As minhas memórias 

Dessas cartas de amor 

É que são 

Ridículas.

(Todas as palavras esdrúxulas, 

Como os sentimentos esdrúxulos, 

São naturalmente 

Ridículas).

21-10-1935

Álvaro de Campos (eteronimo di Fernando Pessoa)

Traduzione

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.

Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.

Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.

La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

(Tutte le parole eccentriche,
come tutti i sentimenti eccentrici,
sono naturalmente
ridicole).

Ericeira – 20-05-2019

Veduta di Ericeira in Portogallo