Diceva la nonna “Impara le poesie a memoria!”

Ancora mezzo addormentato e indecorosamente sporco di latte e cereali, leggevo stamattina con interesse un articolo dal titolo altisonante ‘Imparare a memoria poesie ha ancora senso nel Terzo Millennio‘, uscito sulla rivista online La Nuova Bussola Quotidiana. Come si sa, il tema della memoria e della sua applicazione nella vita di tutti i giorni è vexata questio, che solca imperterrita le nebbie del tempo, atterrendo ancora oggi legioni di studenti. Ne parlava già Cicerone con la sua teoria dei loci e per l’archeologo Heinrich Schliemann la trasmissione mnemonico-orale era un problema che attanagliava già i rapsodi omerici, capeggiati da un certo Omero, cioè ὁ μὴ ὁρῶν ossia ‘colui che non vede’, il quale dovette per l’appunto fare di necessità virtù mandando a memoria poemi lunghissimi (masochista tra l’altro perché erano i suoi) con il solo ausilio di una straordinaria corteccia cerebrale. Arriviamo quindi ai medioevali e ai rinascimentali, veri e propri virtuosi dell’ars mnemonica, dove troviamo Pico de Pap…volevo dire Pico della Mirandola e Giordano Bruno, l’uno campione naturale, senza steroidi, di memoria (sapeva recitare a memoria decine di libri e la Divina Commedia a ritroso partendo dall’ultimo verso), il secondo autore di trattati sull’argomento (il suo De Umbris Idearum pare sia un saggio ermetico dedicato alla pratica della memoria attraverso esercizi fisici e visivi). In tempi più vicini a noi le tecniche di allenamento della memoria si sprecano e le réclame degli imbonitori da circo che promettono una memoria poderosa sono ovunque, dalle università ai meeting di affari. Tutti la vogliono, nessuno però ha intenzione di rimboccarsi le maniche.

E’ un argomento che mi ha sempre affascinato, lo devo ammettere, ma col passare degli anni sono diventato sempre più scettico verso la ‘miracolosità’ e soprattutto verso l’utilità di una memoria utilizzata a fini insulsi, come imparare a memoria i mazzi di carte, sequenze numeriche, le formazioni delle squadre di cricket, gli anni delle guerre puniche e di quelle napoleoniche, tutti i nomi degli astronauti dell’Apollo 13 (anche delle scorte) e così via. Il discorso cambia se abbandoniamo il regno della memoria usata a mo’ di barattolo di confettura, in cui colare quello che capita, e ci avviciniamo a un utilizzo un po’ meno inutile, ossia quando si usa la memoria per assorbire qualcosa che possa essere ruminato e che in qualche modo possa arricchire il ‘portatore’, come una poesia o un brano di prosa. Qualche decennio fa, già alle elementari, i bambini erano obbligati a deglutire, spesso storpiandone brutalmente il senso, poesie famose, un po’ per rispetto verso la storia patria, un po’ per puro sadismo degli insegnanti. Come dimenticare l’ambientazione bucolica e sovente ridicola in cui brucava la Cavallina storna di Pascoli, la stessa (temo) in cui Giosuè Carducci seppelliva i suoi dodici figli (“sei nella terra fredda, sei nella terra negra“) e decantava un ignoto pontefice con “T’amo Pio Nono“, per non parlare di San Martino di Fiorello (messa in musica dallo stesso Carducci al Festivalbar), per arrivare infine alle mostruose declamazioni dei dicitori improvvisati di Youtube che leggono Manzoni e Leopardi come si leggerebbero i componenti del Viakal (rimando a questo link, fortemente sconsigliato agli stomaci più deboli).

Il provvido Giovanni Fighera, nel suo articolo, ribatte su un punto a parer mio fondamentale, ossia che l’esercizio della memoria e quindi dell’apprendimento apparentemente passivo regala invero un duplice beneficio, immediato e a lungo termine, e vi dirò perché. Imparare una poesia fa assaporare meglio il verso nell’insieme sia delle sue parole che dei singoli suoni, perché impone una lettura molto più lenta e ripetuta svariate volte. Ma regala altresì al nostro spirito qualcosa che un giorno riaffiorerà dalla coscienza in un momento particolarmente emozionante, mentre osserveremo un tramonto o accarezzeremo il volto della persona amata. Ci verranno allora forse alle labbra i versi mandati a memoria tanti anni prima e ci scopriremo in quell’attimo un po’ poeti, anche solo di luce riflessa.

Insomma, usare la memoria è utile, è sano, rafforza lo spirito e previene i segni del rincoglionimento, sempre più precoci nella nostra società di memoria outsourced, delocalizzata come una fabbrica Fiat, trasferita dal nostro computer interno – il nostro meraviglioso cerebro! – al più vicino telefonino, dove stiviamo app che possano contenere quello che ormai non ci interessa più ricordare perché tanto è lì, a portata di pollice. Lo sapevano gli antichi quando dicevano che “memoria minuitur nisi eam exerceas“, cioè – parafrasando – che la memoria va allenata per non ritrovarsi duri come delle pigne e vuoti come la dispensa al rientro dalle vacanze. Se tornassimo ad allenare la nostra testa imparando le poesie, una lingua straniera, o anche soltanto i dialoghi del nostro film preferito (basta che non sia Twilight però o siete squalificati), quello che vi pare purché richieda uno sforzo, forse ci troveremmo tutti più ricchi e un po’ meno muti di fronte alla bellezza.

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