Strade vuote spazzate soltanto dal vento, musei chiusi al pubblico, teatri abbandonati in una fuga precipitosa, parchi deserti, chiese rimaste orfane di cori, di inni e di incensi. Tutto il mondo si è fermato con il fiato sospeso. L’unico rumore che sfida la paura è il rimbombo dei nostri pensieri contro le fredde pareti della coscienza, mentre cerchiamo con occhi golosi una traccia di esistenza dalla finestra. Abbiamo trascorso queste settimane nell’anticamera dello spazio e del tempo, strappati alla quotidianità da una forza che ha squarciato il telaio su cui annodavamo oziosamente le trame di giorni tutti uguali, senza neanche lasciarci il tempo di stringere bene gli ultimi nodi. E così ci ritroviamo a fare i conti con una situazione a dir poco imbarazzante (imbarazzante per noi più che altro). La verità vera è che non siamo più abituati al silenzio. Da tempo la nostra vita viene scandita dagli squilli imperiosi di una suoneria, dal continuo bip dei messaggi sul cellullare, dal tintinno di un’email, dal vibrare di un telefono a muro e dal volgare belato della televisione, costantemente accesa in sottofondo. Ci eravamo quasi dimenticati di quanto fosse ingombrante la presenza del silenzio e del perché avessimo iniziato a soffocarlo con tutti quei rumori.
Già, perché il silenzio anticipa il momento in cui bisogna fare i conti con se stessi. Vuol dire dover rispondere a un appello a cui molti di noi arrivano impreparati poiché impone di riflettere su ciò che siamo al netto di tutto. Che cosa rimane davvero una volta rimossi i “rumori” e le distrazioni (nel senso etimologico del termine)? Tutti noi basiamo la nostra vita sulla ricerca spasmodica di riempitivi come i social network, le attività sportive, i viaggi, le relazioni, gli hobby, gli impegni di lavoro, la famiglia. Cerchiamo di rimandare il più possibile il momento in cui siamo veramente soli con noi stessi (o siamo “solo noi stessi”) per non doverci confrontare con qualcosa che ci dà i brividi. Fate per un attimo, miei cari lettori, lo sforzo di ritornare a quei pochi minuti in cui siete sdraiati a letto, poco prima di addormentarvi, in equilibrio orizzontale tra la frenesia della giornata appena passata e il placido oblio che vi aspetta. In quella manciata di minuti la mente è finalmente libera. Se però il sonno non sopraggiunge in fretta, la mente, non più imprigionata in celle che ci creiamo per non esistere, inizia a vagare intorno a cose spaventose: la morte, la vecchiaia, la tristezza, la solitudine, la paura di non essere amati o desiderati e così via. Sono questioni a cui non sappiamo rispondere o a cui forse non vogliamo rispondere.
Quello che voglio dire è che il silenzio, calato così all’improvviso sul mondo, ha provocato probabilmente il nostro momentaneo sgomento, dato dal non sapere più come gestire il vuoto. Si è sollevato d’un tratto il velo che ci proteggeva da noi stessi. Mi chiedo se sia questo il motivo per cui è tanto difficile restare a casa, se scappiamo fuori per evitare in ultima analisi di ritrovarci in compagnia di pensieri molesti. Vogliamo uscire per non fronteggiare la paura di riscoprirci fondamentalmente soli, pur se circondati da reti virtuali sopra le nostre teste che in pochi clic ci collegano a qualsiasi altro essere umano sul pianeta. C’è tuttavia un’innegabile bellezza in tutto questo, a voler guardare con attenzione. Mi spiego meglio. La dura analisi che la grave crisi sanitaria mondiale sta richiedendo potrà rivelarsi un domani una provvidenziale purga morale, una medicina amara da cui, dopo esserci forse abbandonati all’inizio ad un pianto pieno di singhiozzi, come fanno i bambini che vanno a chiedere scusa alla mamma, usciremo rafforzati. Ci saremo confessati, ognuno per i suoi peccati, chiedendo chi l’assoluzione, chi almeno una spiegazione. Questo surreale periodo storico offre un imperdibile pretesto per riflettere con calma sulla direzione da prendere, come popolo ma ancor prima come individui. Chiederci il perché di certe scelte o di certe non-scelte. Correggere i tanti errori di rotta.
Tanti secoli fa si diceva che la vera conoscenza iniziasse dal conoscere prima se stessi. Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas. Non bisogna uscire per trovare la verità, perché la verità si trova dentro di noi. Ahimè, non è affatto facile recuperarla, nascosta com’è da una coltre di paure, da un dedalo bivii e da mille domande. Eppure è lì che si nasconde tutto, che c’è scritto chi siamo. Può darsi che la scoperta non sia piacevole, perché scavando ci potremmo accorgere di non essere in fondo delle bellissime persone. Ciononostante lo dobbiamo almeno a noi stessi lo sforzo di provarci. Nel frattempo la caffettiera mi richiama con il suo gorgoglio, spezzando violentemente l’assordante silenzio di tanti, troppi pensieri.
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