Mi ha sempre appassionato l’astronomia ma non ho mai veramente approfondito la materia. Ho comprato tempo addietro un telescopio, un po’ per gioco, perché mi trovavo a passare davanti a una vetrina di un negozio di strumenti scientifici, ripromettendomi di penetrare i misteri della volta celeste ma – come è destino di tutti i capricci travestiti da grandi amori – è presto finito tutto in uno scatolone da trasloco, dove è rimasto fino a che, con un richiamo simile ai tamburi di Jumanji, la nostalgia e forse anche l’ozio della quarantena non mi hanno fatto tornare a quel lontano desiderio adolescenziale…
Non appena il lockdown me l’ha poi permesso, ho tentato qualche timida, impacciata osservazione serale, imbattendomi in stormi di zanzare, fangosi canali di periferia e gli sguardi allarmati delle coppiette. Ma la caparbietà può dove le difficoltà sono a volte insormontabili. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. Insieme alla pratica ho rispolverato anche le gemme della tradizione astronomica come La Composizione del Mondo di Ristoro d’Arezzo, il Dialogo sopra i Massimi Sistemi e un manualetto scolastico sul sistema solare e un libello, sempre di Galileo, che quando uscì ebbe subito popolarità ma che oggi viene considerato tra le opere minori e che acquistai attirato dalla bella edizione in ristampa anastatica. Tutti titoli che avevo per qualche motivo già in libreria. Per inciso, ho sempre preferito la lettura degli originali alle antologie e alle traduzioni in ‘italiano moderno’, poiché secondo me il testo originale consente un accesso privilegiato, non filtrato, al pensiero dell’autore, senza passaggi intermedi. Consiglio pertanto, laddove possibile, di sforzarsi di approcciare gli originali, in italiano antico o in altre lingue, sebbene ciò significhi fare i conti con due grossi ostacoli: una lingua diversa dalla nostra e la scarsa conoscenza del contesto (superabile attraverso i ragguagli forniti quasi sempre nell’introduzione). E con questo chiudo l’inciso.
Mi sono ritrovato tra le mani quindi il Sidereus Nuncius e la Vita di Galileo, scritta quest’ultima in forma di testo teatrale. Il primo qualcuno lo avrà magari avrà sentito citare ma non era sicuramente tra le opere da leggere quando si studiava il Seicento (almeno per quanto mi ricordi..). Si tratta in verità ormai di un libello molto importante, pur composto da una cinquantina di pagine, redatto in latino, che getta le basi della moderna scienza astronomica; il secondo è invece una delle più famose pièce del Novecento, nella quale la figura dell’astronomo pisano assurge ad emblema di libero pensiero. Brecht volle che la storia della censura subita da Galileo evocasse la ben più drammatica repressione nazista, contro la quale ogni ragione e ogni slancio intellettuale dell’epoca si infranse senza speranza, contrariamente a quanto accadde a Galileo, che pur osteggiato in vita, ricevette poi il plauso unanime dei posteri.

Nel Sidereus Nuncius Galileo presenta alcune scoperte sconvolgenti, compiute tra la fine del 1609 e gli inizi del 1610, grazie al perfezionamento del cannocchiale. Galileo aveva intuito subito le immense potenzialità di quello strumento, allora usato ancora soltanto a fini meramente utilitaristici, per avvistare i nemici in guerra e spiare i territori vicini. Dopo aver migliorato l’ingrandimento delle lenti, la lunghezza e la misura del tubo (la sapienza degli artigiani di Murano aiutò moltissimo), Galileo lo alzò dall’orizzonte terrestre e lo puntò al cielo, iniziando una lunga benché frettolosa serie di osservazioni. Prese appunti ogni giorno – anzi ogni notte – su ciò che vedeva. Annotava di tutto: gli orari in cui un astro appariva e scompariva, l’aspetto delle stelle, i movimenti dei pianeti, il ripetersi della fasi lunari, le eclissi, qualsiasi fenomeno celeste, normale o eccezionale, i vari moti di rotazione e rivoluzione, la posizione stessa della Terra. Fu un testimone fedele, curiosisissimo e abbastanza scrupoloso. Piano piano si accorse di alcune cose che nessuno aveva mai notato e che egli non vedeva l’ora di rivelare. Notò ad esempio che la Luna era ricoperta da macchie e che la sua superficie non era perfetta come si credeva. Egli vide anche che intorno a Giove ruotavano quattro pianeti più piccoli che non si distaccavano mai dalla sua orbita e che battezzò ‘pianeti medicei’, in onore di Cosimo II de’ Medici, a cui il fisico pisano, desideroso di un riconoscimento immediato del proprio genio, dedicò il trattato che, con la penna ancora umida di inchiostro, consegnò trepidante alle stampe.

Quando Galileo pubblicò il Sidereus Nuncius (traducibile come “Messaggero Celeste”), la portata delle rivelazioni fu rivoluzionaria. Le 550 copie della prima edizione andarono a ruba. Arrivarono immediatamente richieste di ristampa da ogni parte del mondo, perfino dalla Cina. La Chiesa inizialmente non si accorse di quanto quel libello appena pubblicato fosse “sovversivo” e diede l’imprimatur. Si ritiene ora che la dedica ai Medici sia servita ad alleggerire il controllo da parte del Tribunale dell’Inquisizione. Solo in un secondo momento i censori cattolici colsero i riferimenti non troppo velati a Copernico e alla teoria eliocentrica. Il testo, pur in latino, è godibilissimo. Galileo inoltre, per rafforzare l’evidenza delle sue scoperte, corredò le cinquanta paginette scarse del Sidereus di bellissimi disegni delle macchie e delle fasi lunari, e dei movimenti dei satelliti di Giove. Galileo era riuscito a raccogliere dati molto precisi intorno ai moti dei pianeti. Ciò che stupisce del Sidereus è per l’appunto l’accuratezza delle sue osservazioni, che servirono a sostenere la battaglia della scienza contro l’imperante oscurantismo cattolico. Il Sidereus è uno dei primi libri “fattuali” della nascente astronomia.
Tra le varie scoperte che fece, Galileo si accorse che la Luna non era un pianeta perfettamente sferico e perfettamente ‘bianco’, come voleva la Chiesa (la quale vedeva nella perfezione dei pianeti del sistema solare un’espressione della perfezione divina e quindi della stabilità dell’universo). Galileo, pagina dopo pagina, diede delle picconate portentose all’edificio aristotelico-tolemaico su cui da oltre un migliaio di anni poggiavano le convinzioni astronomiche tramandate nelle università occidentali. Sulla Luna Galileo scorse montagne, crateri, avvallamenti, buchi e mari. Esattamente come sulla Terra. E ne disegnò a matita le forme che sono una testimonianza meravigliosa dell’avidità culturale con cui in quel tempo si progrediva nella scoperta di nuovi continenti e di nuovi pianeti.




La storia della condanna e dell’abiura di Galileo, nota a tutti, è stata magnificamente raccontata da Bertold Brecht in uno dei testi cardine della drammaturgia novecentesca. Brecht compose alcune versioni della sua Vita di Galileo, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale (nel ’38-’39 e poi nel ’43-’45), in cui delinea la sagoma di un Galileo ormai alle soglie della vecchiaia, non più disposto a scendere a compromessi. La genialità del personaggio, romanzato ma vogliamo credere non troppo lontano dal personaggio storico, è tutta nella sua determinazione, nell’amore per la conoscenza e in quel barlume di follia – quasi donchisciottesco – nel ricordare ai suoi studenti di non smettere mai di credere nelle proprie idee.
Il Galileo di Brecht è un Galileo personale, intimo, perfino domestico. Lo vediamo alle prese con la figlia (come molte ragazze, in cerca di un marito), con la governante e con i tanti giovani che, attirati dalla sua fama, si recano da lui per ricevere insegnamenti e consigli. Uno in particolare si distingue per la sua sete intellettuale, Andrea Sarti, il figlio della governante, che rimarrà fedele allo scienziato nel momento più difficile della sua vita, quello dell’abiura, a cui Galileo mostrerà il suo lato più paterno.
In un passaggio illuminante, Galileo viene chiamato ad una riunione con altri sedicenti scienziati e filosofi, sostenitori della teoria tolemaica allora in voga. L’anziano Galileo, che ha tra le mani la portentosa quanto rivoluzionaria arma del telescopio, cerca di convincere i suoi “colleghi” a credere per una volta ai loro occhi anziché a polverose teorie fondate soltanto sull’autorevolezza di Aristotele, ma che di scientifico – diremmo empirico – non hanno nulla:
FILOSOFO (sussiegoso) – Se qui ci si propone di trascinare nel fango Aristotele, l’autorità riconosciuta non solo da tutta l’antica sapienza, ma anche dai grandi Padri della Chiesa, ritengo superfluo continuare la discussione. Non mi presto a dispute prive di scopo concreto. Ho detto.
GALILEO – La verità è figlia del tempo e non dell’autorità. La nostra ignoranza è infinita: diminuiamola almeno di un millimetro cubo! Perché voler essere adesso tanto intelligenti, se potremo alla fine essere un pochino, un nonnulla meno sciocchi? A me è toccata la singolare ventura di scoprire un nuovo strumento che trasporta un minuscolo spicchio dell’universo un poco, non molto, più vicino ai nostri occhi. Vi prego di servirvene.
FILOSOFO – Altezza, signore, signori, ditemi: dove ci conduce tutto questo?
GALILEO – Dove la verità possa condurre, è forse cosa che turba lo scienziato?
FILOSOFO (con veemenza) – Signor Galilei, la verità può portarci chi sa dove!
In una delle battute centrali del dramma, il monaco Fulgenzio, “persona” del potere ecclesiastico, fa a Galileo un esempio molto semplice del perché la Chiesa non possa essere sconfitta, nemmeno coi fatti, come se volesse giustificare la raison d’être per cui è quasi necessario che la Chiesa poggi su dogma e paure. Secondo il suo punto di vista, la condanna inflitta a Galileo è sacrosanta, poiché la sua tracotanza intellettuale, la sua imperdonabile hybris, rischia di far crollare un edificio che è stato eretto da un millennio e mezzo con lo scopo di confortare i deboli e tenere a bada gli ignoranti – il volgo insomma. La povera gente non ha alcun interesse a credere nel movimento di un pianeta piuttosto che di un altro. A costoro preoccupa soltanto della propria anima e il poter credere che le fatiche, gli stenti e la sofferenza riceveranno una ricompensa, se non nell’aldiquà (certamente non nell’aldiquà!), almeno nell’aldilà. Brecht rievoca tra le righe la celebre frase di Marx “La religione è il sospiro della creatura oppressa“.
FULGENZIO – Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta infelicità? Quella Sacra Scrittura, che tutto spiega e di tutto mostra la necessità: il sudore, la pazienza, la fame, l’oppressione, a che potrebbe ancora servire se scoprissero che è piena di errori? No: vedo i loro sguardi velarsi di sgomento, e il coltelluccio cadere sulla pietra del focolare; vedo come si sentono traditi, ingannati. Dunque, dicono, non c’è nessun occhio sopra di noi? Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere cosi, da miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro di tutte le cose? Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza, è semplicemente non aver mangiato! E la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito! Così direbbero; ed ecco perché nel decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d’animo.
In conclusione, consiglio a tutti la visione del bellissimo spettacolo di Marco Paolini “ITIS Galileo”, disponibile gratuitamente su YouTube, che ricostruisce la figura di Galielo Galilei coniugando sapientemente umorismo, istruzione, linguaggio e ironia, in un’imperdibile occasione per riscoprire uno dei più grandi geni di tutti i tempi.
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