
Maestà, Altezza Reale, Signore e Signori,
Oggi sono passati esattamente 50 anni dalla firma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per fortuna non sono mancate le celebrazioni per l’anniversario. Sapendo, tuttavia, quanto velocemente l’attenzione si affatichi quando le circostanze richiedono di applicarsi all’esame di questioni serie, non è azzardato prevedere che l’interesse pubblico per essa inizi a diminuire da domani. Certo, non ho nulla contro gli atti commemorativi, vi ho contribuito, modestamente, con poche parole. E poiché la data lo richiede e l’occasione non lo sconsiglia, permettetemi di spendere ancora qualche parola qui.
In quanto dichiarazione di principi, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non crea obblighi legali nei confronti degli Stati, a meno che le rispettive Costituzioni stabiliscano che i diritti e le libertà fondamentali ivi riconosciuti saranno interpretati in conformità con la Dichiarazione. Sappiamo tutti, tuttavia, che questo riconoscimento formale può finire per essere distorto o addirittura negato nell’azione politica, nella gestione economica e nella realtà sociale. La Dichiarazione Universale è generalmente considerata dai poteri economici e politici, anche quando presumono di essere democratici, un documento la cui importanza non va molto al di là del grado di buona coscienza che fornisce loro.
In questi cinquant’anni non sembra che i governi abbiano fatto per i diritti umani tutto ciò che, moralmente, quando non per legge, erano obbligati a fare. Le ingiustizie si moltiplicano nel mondo, le disuguaglianze peggiorano, l’ignoranza cresce, la miseria si diffonde. La stessa umanità schizofrenica capace di inviare strumenti a un pianeta per studiarne la composizione delle rocce, osserva indifferentemente la morte di milioni di persone per fame. Marte è più facilmente raggiungibile in questo momento rispetto ai nostri simili.
Qualcuno non sta facendo il suo dovere. I governi non lo rispettano, o perché non lo sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché chi governa effettivamente non lo permette, multinazionali e multinazionali il cui potere, assolutamente antidemocratico, ha ridotto a un guscio senza contenuto ciò che restava dell’ideale di democrazia. Ma anche i cittadini che siamo non stanno facendo il loro dovere. Ci è stata proposta una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa crediamo di avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto può esistere senza la simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettato e soddisfatto. Non c’è da aspettarsi che i governi faranno nei prossimi cinquant’anni ciò che non hanno fatto in questi che festeggiamo. Allora, cittadini comuni, prendiamo la parola e prendiamo l’iniziativa. Con la stessa veemenza e la stessa forza con cui rivendichiamo i nostri diritti, rivendichiamo anche il dovere dei nostri doveri. Forse il mondo può iniziare a migliorare un po’.
I ringraziamenti non sono stati dimenticati. A Francoforte, dove mi trovavo l’8 ottobre, le prime parole che ho pronunciato sono state per ringraziare l’Accademia svedese per l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Ho anche ringraziato i miei editori, i miei traduttori e i miei lettori. Vi ringrazio ancora tutti. E ora voglio anche ringraziare gli scrittori portoghesi e di lingua portoghese, quelli del passato e quelli di oggi: è per loro che esiste la nostra letteratura, io sono solo uno in più che si è unito a loro. Quel giorno ho detto che non ero nato per questo, ma mi è stato dato. Quindi eccomi qui.
José Saramago
Stoccolma, 10 dicembre 1998


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