E’ di pochi giorni fa la notizia che una giovane ingegnera informatica americana, Katie Bouman, è riuscita a ricostruire la prima immagine di un buco nero così come si presenta nello spazio. La foto ha fatto subito il giro del mondo, guadagnandosi il plauso della comunità scientifica e più in generale l’interesse della stampa mondiale che chiede che la foto in questione diventi presto la “foto del secolo”.

Nel clamore generale, quello che mi ha stupito di più sono state le reazioni dell’intellighenzia nostrana a una simile scoperta. C’è chi si è profuso in commenti di ammirazione, chi si è mantenuto freddo e chi invece – non avendoci probabilmente capito granché – ha preferito saggiamente il silenzio. Tra quei pochi che hanno espresso la loro idea sulla foto c’è stato Vittorio Feltri che come ben sappiamo ama spararle grosse, tra il provocatore e il guascone. Il Feltrone nazionale si è lasciato andare a un commento a dir poco grottesco, mostruosamente sopra le righe rispetto a quelli più prudenti di altri intellettualoidi peninsulari e mi chiedo perché abbia sprecato un’occasione così buona per mordersi la lingua. Dalle colonne del suo editoriale, con un riconoscibilissimo aplomb, Feltri afferma:
“Alla fine concludo che a me dei buchi non me ne frega nulla, specialmente se neri, non so che farmene, ignoro a che servano. [..] E quand’ anche fosse agevole affacciarsi in tempi più ragionevoli sulla voragine non penso che metteremmo le mani su un tesoro tale da modificare la nostra mediocre esistenza. Un motivo in più per fottersene di questa pubblicizzata scoperta manco fosse quella dell’America.”
Insomma, Feltri non invita certo a godere maialescamente del piacere anche solo estetico di guardare una foto scattata nello spazio che una volta tanto non ritrae l’ennesimo sondino su Marte, non dico a riconnettersi con il desiderio di sapere che da millenni muove l’evoluzione umana. Meno male che Ulisse, Darwin e Newton non leggono Libero. Da buon bergamasco, argillosamente pragmatico e forse più abituato a impugnare la cazzuola che la penna, Feltri alza metaforicamente il sopracciglio dinanzi a qualcosa di così lontano, di cui non si vedono bene neanche i contorni, per colpa del fotografo che non è riesciuto a tenere ferma la mano dall’emozione. Per fortuna, a correre in soccorso dello spaesato Feltri ci pensa uno che di scienza ne capisce, una punta di diamante della comunità scientifica italiana, fondatore della Federazione mondiale degli scienziati, nonché saggista e divulgatore prolifico, il benemerito professor Antonino Zichichi, il quale dall’alto della sua cultura e dei suoi novant’anni si è detto poco colpito dallo scatto:
“Se sono entusiasta dello scatto del buco nero? No, è ovvio che doveva esser così, non è affatto una scoperta. È la foto di una cosa che doveva esistere, un oggetto talmente potente nella sua forza gravitazionale che non rilascia nemmeno la luce.Il progresso nasce dagli esperimenti che possiamo fare nei nostri laboratori. Dei buchi neri non sappiamo cosa farcene“.
Insomma, per Zichichi la foto è solo una perdita di tempo, meglio ficcare il naso tra i libri piuttosto che perdere tempo con simili fesserie da cartomanti. Anche qui il livello di curiosità intellettuale è impressionante. Come si suol dire, quando il saggio indica la luna, lo stolto gli frega il portafogli. Scherzi a parte, la questione dei buchi neri è seria. Se da un lato i vari Zichichi e Feltri si battono perché la gente si dimentichi presto di buchi neri e torni a pensare a faccende concrete come le bollette, la spesa, il lavoro e i figli da portare in piscina, c’è chi si ostina – o meglio si ostinava – a voler continuare a guardare verso l’alto, in quella posa un po’ romantica, un po’ donchisciottesca del marinaio che la sera esce sul ponte ad ammirare il cielo stellato, puntellato di luci, come infinite capocchie di spilli infilate in un cuscino di velluto. Era qualcuno che di scienza ne capiva e che era anche terribilmente innamorato dello spazio, al punto da consacrare la sua vita all’argomento ‘buchi neri, vale a dire Stephen Hawking, che ahimè non potrà apprezzare la foto perché scomparso l’anno scorso.
Il fisico inglese credeva fermamente che i buchi neri contenessero, se decifrati, la prova definitiva della validità o nullità della teorie scientifiche sulle quali si basa la nostra (a dire il vero piuttosto scarsa) conoscenza dell’universo. Hawking era inoltre assurdamente legato alla convinzione che la conoscenza dovesse essere condivisa con il numero più largo di persone. Chissà come inorridirebbero in questo momento i Feltri e gli Zichichi che ci vogliono confinati tra gli scaffali dei supermercati. Lo scienziato britannico cercava di esprimersi nel linguaggio più semplice possibile affinché chiunque potesse capire concetti talvolta difficili come quello della teoria della relatività, del principio di intederminazione di Heisenberg e della legge di gravitazione universale. Tutte cose che di solito trasmettono in seconda serata, dopo il Grande Fratello, vero Feltrone?
In uno degli ultimi libri di Hawking, pubblicato postumo, sono state raccolte le sue risposte alle domande che negli anni studenti, appassionati e gente comune gli ha fatto, sperando che in quanto scienziato più famoso al mondo, potesse chiarire alcuni dei grandi interrogativi dell’umanità: esistono gli alieni, si può viaggiare nel tempo, è possibile predire il futuro, e così via… In ogni capitolo ritorna assillante la questione dei buchi neri che davvero lo ossessionava. La mancanza di informazioni certe a riguardo, su come nasca un buco nero, come si sviluppi, cosa si trovi dentro un buco nero e cosa potrebbe succedere ad un malcapitato cosmonauta che vi finisca dentro, sono state il cruccio della sua vita, a cui speriamo che prima o poi qualcuno sappia dare una risposta. Stupefacente era la sua curiosità verso il cielo, lo spazio e le stelle e per ogni forma di appetito intellettuale, tanto solertemente represso nel bel paese.

“Quando crescevo era ancora accettabile – non per me ma in termini sociali – dire di non essere interessati alla scienza e di non vedere il punto nel preoccuparsene. Questo non è più il caso. Lasciatemi essere chiaro. Non sto promuovendo l’idea che tutti i giovani debbano crescere per diventare degli scienziati. Non la vedo come una situazione ideale, poiché il mondo ha bisogno di persone con un’ampia varietà di competenze. Ma sto sostenendo che tutti i giovani dovrebbero avere familiarità e fiducia nelle materie scientifiche, qualunque cosa scelgano di fare. Devono essere scientificamente istruiti e ispirati ad impegnarsi con gli sviluppi scientifici e tecnologici per saperne di più. Un mondo in cui solo una piccola super élite sia in grado di comprendere la scienza e le tecnologie avanzate e le loro applicazioni sarebbe, ritengo, un mondo pericoloso e limitato. Dubito seriamente che venga data priorità a progetti benefici a lungo termine come la pulizia degli oceani o la cura delle malattie nei paesi in via di sviluppo. Peggio ancora, potremmo scoprire la tecnologia viene usata contro di noi e potremmo non avere il potere di fermarla. Non credo nei confini, né per ciò che possiamo fare nella nostra vita personale né per ciò che la vita e l’intelligenza possono raggiungere nel nostro universo. Siamo alle soglie di importanti scoperte in tutti i settori della scienza. Senza dubbio il nostro mondo cambierà enormemente nei prossimi cinquanta anni. Scopriremo che cosa è successo durante il Big Bang. Arriveremo a capire come è iniziata la vita sulla Terra. Potremmo persino scoprire se la vita esiste altrove nell’universo. Sebbene le possibilità di comunicare con una specie extraterrestre intelligente possano essere ridotte, l’importanza di una tale scoperta significa che non dobbiamo rinunciare a provarci. Continueremo a esplorare il nostro habitat cosmico, inviando robot e uomini nello spazio. Non possiamo continuare a guardare tra di noi, su un pianeta piccolo, sempre più inquinato e sovraffollato. Attraverso lo sforzo scientifico e l’innovazione tecnologica dobbiamo guardare all’esterno verso l’universo più ampio, cercando allo stesso tempo di risolvere i problemi sulla Terra. E sono ottimista sul fatto che alla fine creeremo degli habitat adatti alla razza umana su altri pianeti. Trascenderemo la Terra e impareremo ad esistere nello spazio.
Questa non è la fine della storia, ma solo l’inizio di ciò che spero siano miliardi di anni di vita fiorente nel cosmo.
E un ultimo punto: non sappiamo mai da dove avverrà la prossima grande scoperta scientifica, né chi la farà. Aprendo il brivido e la meraviglia della scoperta scientifica, creando modi innovativi e accessibili per raggiungere il più ampio pubblico giovane possibile, aumentano notevolmente le possibilità di trovare e ispirare il nuovo Einstein. Ovunque possa essere.”
Per concludere, ciò che davvero muove il sole e l’altre stelle è e rimane sempre la curiosità intellettuale, il fascino verso l’inesplorato e il desiderio di capire di più di ciò che ci circonda. Nella sua battaglia personale, Hawking ci stimola a non arrenderci alle sirene di chi ci vuole spenti, omologati e adagiati su ciò che già si conosce. Chiuderei quindi con le sue parole, tratte sempre da Brief Anserws to the Big Questions:
Quindi ricorda di guardare le stelle e non i tuoi piedi. Cerca di dare un senso a ciò che vedi e chiediti cosa fa esistere l’universo. Sii curioso. E per quanto possa sembrare difficile la vita, c’è sempre qualcosa che puoi fare e in cui puoi avere successo. È importante che non ti arrenda. Scatena la tua immaginazione. Modella il futuro. – Stephen Hawking.
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