Nessun luogo creato dall’uomo si è avvicinato tanto all’Inferno di Dante quanto i lager nazisti. Auschwitz, Birkenau, Dachau e gli altri luoghi dell’orrore disseminati tra Germania e Polonia hanno rappresentato un vero e proprio inferno terreno, un buco temporale e spaziale dove non è esistita pietà e soprattutto non è esistito amore. Per Adorno, dopo Auschwitz non dovrebbe essere più fatta poesia, come a dire che dopo Auschwitz l’umanità ha irrimediabilmente perduto qualcosa, si è guastato qualcosa che non può essere più aggiustato. Qualunque violenza commessa da un uomo su un altro uomo è stata superata dalle violenze inimmaginabili perpetrate nei lager. Primo Levi invece sosteneva che dopo Auschwitz si potesse sì fare poesia, ma soltanto su Auschwitz.

Il chimico di Torino fu deportato in uno dei tanti campi afferenti ad Auschwitz, il lager di Buna-Monowitz, anche noto come Auschwitz III, adiacente ad una fabbrica di gomma sintetica. Tutti conoscono Auschwitz e lo credono un unico campo, ma all’epoca con ‘Auschwitz’ si indicava un complesso di oltre venti lager, sparsi nelle campagne polacche, di cui Auschwitz non costituiva che il campo principale e più tristemente famoso. Ci potevano essere anche centinaia di chilometri tra un campo e l’altro. Levi vi entrò a ventiquattro anni, neolaureato in chimica all’Università di Torino e con una breve esperienza di partigiano alle spalle. Fu proprio la sua attività di partigiano a farlo finire sulla lista dei destinati ai campi di concentramento. Per qualche giorno il gruppo che doveva essere deportato fu raccolto dalle milizie fasciste a Fossoli, vicino Modena. Nessuno sapeva di preciso che cosa sarebbe successo e dove sarebbero stati trasportati, ma ciascuno di quei 650 prigionieri (prevalentemente di religione ebraica) aveva intuito che qualcosa di terribile aleggiava nell’oscurità. Il racconto della notte precedente la partenza fa stringere il cuore. Levi la ricorda nel primo capitolo di Se questo è un uomo.

« Ognuno si congedò dalla vita nel modo che piú gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino voi non gli dareste oggi da mangiare? »
Coloro che sopravvissero al viaggio si trovarono catapultati in una realtà aberrante, dove nessuno era in grado di comprendere il feroce strillare dei carcerieri né tantomeno le infinite regole del campo, urlate in tedesco e in polacco. Solo a fatica, noi abituati alle nostre comodità, possiamo farci un’idea di quanto disorientati si possa essere dopo un viaggio durato giorni, senza acqua, cibo, sonno (a meno che non sappiate dormire in piedi o seduti nei vostri escrementi in mezzo a decine di persone) e poi improvvisamente scaricati chissà dove, in una spianata gelida, strattonati in uno stanzone nel quale tra le percosse ci si deve spogliare e lasciarsi radere a zero i capelli. Tuttavia Primo Levi si aggrappa ad una feroce voglia di vivere e piano piano acquista familiarità con la nuova e allucinante realtà del lager. In suo soccorso arriva pronto un ingegno vivo, curioso, nutrito fino a quel momento da due grandi passioni: la chimica e la letteratura.
Levi incasella, suddivide e archivia le sue emozioni e i ricordi di quasi un anno di prigionia alternando categorie scientifiche a categorie poetiche, grazie alle quali il racconto di ciò che avviene all’interno di qualche centinaio di metri quadrati di filo spinato suona a tratti come il freddo resoconto di un esperimento di laboratorio (similitudine che Levi stesso proporrà per descrivere gli effetti del piano di sterminio nazista). Cionondimeno, al gergo scientifico si accompagna anche un linguaggio poetico, prepotentemente lirico, in grado di farci commuovere e non solo di spiegarci minuziosamente cosa avveniva nel campo. Nessun altro poteva servire meglio allo scopo di raccontare la sua discesa negli inferi quanto Dante Alighieri. Primo Levi e Dante hanno condiviso la medesima esperienza del Male. Entrambi sono stati all’inferno, Levi in carne ed ossa, Dante con la fantasia, ma entrambi hanno disceso uno ad uno i gradi dell’aberrazione umana inoltrandosi negli angoli più bui della psiche. Il viaggio di Dante diventa quindi per il giovane chimico torinese l’unica cornice letteraria in grado di contenere il suo racconto della trasformazione dell’essere umano in bestia, quella che Primo Levi scorge nei volti scavati dei suoi compagni, che di giorno in giorno si svuotavano di speranza fino a diventare larve, gusci di pelle senza più un’anima: « Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. »

Dante se non è citato direttamente, viene echeggiato continuamente da una serie continua di immagini infernali, dai diavoli della bolgia dei barattieri alle parole di Ulisse, a quelle dei vari mostri dell’Oltretomba. La somiglianza tra i due scrittori ruota perciò intorno al comune sdegno verso la prevaricazione del più forte sul più debole e verso la violenza in generale. Tra l’altro la storia personale di Primo Levi e di Dante è molto simile. Dante, ricordiamolo, pagò la sua sete di giustizia con l’esilio, ritrovandosi da un giorno all’altro strappato ai suoi cari e alla sua città e costretto a umiliarsi in giro per lande inospitali mendicando il pane. Primo Levi dovette fare i conti con un odio ancora più stolido perché dettato soltanto da razzismo. Il nemico di Dante e Primo Levi è quindi identico: la paura del diverso, di un pensiero diverso, di una religione diversa. Questa paura li ha resi vittime in fuga, prendendo corpo ai loro occhi in uno stato di incertezza costante, nella paura di non arrivare al giorno dopo, vale a dire nella paura che qualcuno potesse infliggergli da un momento all’altro il colpo mortale (nel Medioevo la condanna all’esilio comportava la liceità dell’assassinio a vista). Entrambi combatterono inermi contro un nemico senza volto, che li voleva ai margini, attraverso un lento processo di abbrutimento e de-umanizzazione che nei piani dei carnefici sarebbe dovuto culminare con la loro morte. Primo Levi ricorre a Dante come a un padre, ossia a qualcuno che si è trovato su quella strada prima di lui. Se questo è un uomo è così, per i lettori moderni, una nuova Divina Commedia, dalla quale però è totalmente assente la redenzione della specie ma non la lotta del singolo per la sopravvivenza.
CONTINUA… Parte II
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