Censure stonate

Mi riprometto di evitare per quanto possibile gli articoli dell’Huffington Post perché so quanto siano faziosi, poco oggettivi e sgradevolmente demagogici. Quasi sempre ci riesco, cancellando in fretta la notifica non appena un nuovo articolo si insinua nella mia rassegna stampa. Ma oggi me ne hanno mandato uno direttamente e benché abbia espresso subito un secco rifiuto, ho finito per cedere e leggerlo (qui). Pentendomene immediatamente.

L’autore, tale Giuliano Cazzola, si sente in dovere di dire la sua sulla canzoncina “Immigrato” che accompagna il primo mini-trailer del film Tolo Tolo di Checco Zalone. Cazzola, nomen omen evidentemente, si è sentito punto sul vivo nella sua immacolata concezione del bene e del male dalla satira istrionica di Zalone, a mio parere sottile e niente affatto scontata. Dopo poche righe il buon Cazzola chiama addirittura in causa la Repubblica di Weimar perché, sostiene, il clima dei tempi di allora, quelli del 1933, in qualche modo ricorda il clima perverso dei giorni nostri. Mi sono fiondato allora alla finestra per vedere se in strada sfilavano carri armati e schiere di nazisti al passo dell’oca. Ma sono rimasto piuttosto deluso dal monotono spettacolo di un’ottuagenaria con un corgi bianco al guinzaglio e due sedicenni seduti su una panchina. Per un attimo Cazzola me l’ha fatta.

L’apotesi arriva poco dopo perché il Nostro (seppure sia tentato di cedere la mia quota) conclude drammaticamente: Del resto, non possiamo restare prigionieri del ‘’politicamente corretto’’ – ammesso che l’antirazzismo possa ancora ritenersi tale, visti i dati del Censis – ma sarebbe meglio non dimenticare le parole di Primo Levi: ciò che è stato può ritornare. Cazzola, in chiara astinenza da Index librorum prohibitorum, si giustifica e anticipa le obiezioni del popolo degli stufi del politicamente corretto definendosi preventivamente un ‘antirazzista’ (me lo vedo, vestito con un saio francescano mentre chiede perdono per aver rubato delle caramelle quando aveva sette anni) e invocando a protezione del suo capolavoro scrittorio non le nove Muse, non Apollo, non gli Dei Mani, bensì – udite udite – Primo Levi.

E no, caro Cazzola, questa volta non te la cavi così. Non puoi passare da una canzone di Checco Zalone ai nazisti, ai campi di concentramento, a Primo Levi. L’arditezza del tuo (s)ragionamento denota una preoccupante povertà concettuale, una scarsa conoscenza della storia e, quel che è peggio, un enorme pregiudizio verso chi la pensa diversamente. Bisogna premettere – e mi rivolgo a quei pochi che non hanno ancora sentito la canzoncina di Checco Zalone – che la satira del comico pugliese colpisce indifferentemente destra e sinistra, falcidiando i luoghi comuni che volenti o nolenti ci tocca sorbire quotidianamente, dal barista quando andiamo a prendere il caffè, al giornalaio nel darci il resto, dal barbiere mentre ci accorcia le basette fino al mezzobusto all’ora di cena nel commentare gli interventi dal Papete, pardon, da Montecitorio. Viviamo in un tripudio di banalità: il porto chiuso (canta uno sconfortato Zalone davanti all’immigrato che si è impossessato della sua vita “Chi ha lasciato il porto spalancato?“), il ‘prima gli italiani’ di salviniana memoria (ricostruito in un duetto in cui Zalone canta “Potevi andar dal mio vicino pakistano, O a quel rumeno in subaffitto al terzo piano. Ma hai scelto me. Il mio deretano. Dimmi perché. Perché, perché perché perché?” a cui l’immigrato obietta alzando le braccia “Prima l’italiano!“), per finire con le mogli italiane che, secondo un topos ricorrente, sarebbero sessualmente frustrate dall’assenza dei loro mariti (forse perché bloccati al bar dal barista leghista) e sarebbero quindi contente dell’arrivo degli africani. Insomma, le abbiamo sentite proprio tutte. Zalone non fa altro che compendiare tutte queste aporie per musicarle in uno zibaldone del dibattito politico degli ultimi cinque anni, come se in Italia – ed è vero – non si fosse parlato d’altro.

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Un frammento del film “Tolo Tolo” di Checco Zalone

Lascerò a Cazzola il beneficio di non aver capito il senso della canzone ma vorrei ricordargli quanto invece sia sana la diversità, a cui forse lui non è più abituato, espressa di solito dalla Satira. Amico mio, la satira non ha colore. Non è né bianca né nera, né bionda né mora. A proposito di mori, diceva il buon Totò, parafrasando a modo suo un famoso adagio latino, che la satira “ridendo castiga i mori”, cioè i costumi (non gli scuri di capelli). Quindi il comico ha sempre il diritto di parola, a prescindere da chi sia al governo in quel momento, a prescindere da quanto ottusa e bigotta sia la morale dominante. Un vero artista (e un bravo satiro) è capace di scagliarsi con uguale veemenza tanto sul politico di uno schieramento quanto sul suo avversario. La satira è la quintessenza della libertà di pensiero che non può essere repressa e incanalata a seconda delle mode sociali, del supposto buon senso e da una pruriginosa educazione pseudoborghese. Sono fermamente convinto che si possa – e si debba – scherzare su tutto e che non esistano argomenti tabù. Beninteso, lo scherzo deve prendere di mira l’argomento, non la persona, e non ci deve essere un intento offensivo ma solo dissacrante. Scherzare su qualcosa vuol dire non farsi sconfiggere da quel qualcosa. Vuol dire – per citare Eco – che è possibile ridere anche di Dio, così come è possibile ridere della morte, delle malattie, del sacro, vale a dire di tutto ciò di cui l’uomo ha paura. La satira (lo uso qui come sinonimo di ironia) abbatte il muro che non ci fa vedere aldilà delle nostre debolezze per liberarcene catarticamente. Una risata ci seppellirà.

Senza libertà di parola e di insulto non avremmo avuto Giovenale, Petronio, Catullo, Boccaccio, Pietro Aretino, Arthur Schopenauer, Gioacchino Belli, Pier Paolo Pasolini, Chuck Palahniuk. Il mondo sarebbe più piccolo senza questi giganti e sicuramente meno intelligente. La satira ‘spinta’ innesca inevitabilmente uno scontro (ma preferirei usare il termine confronto) che produce hegelianamente un superamento e quindi una crescita per entrambe le parti. Vivere in una società omologata, recintata, dove tutti la pensano allo stesso modo significa impoverirsi culturalmente e spiritualmente. Il caso non voglia mai che diventassimo tutti dei Cazzola, che vivessimo irretendo i nostri istinti offensivi per paura di ledere la sensibilità del prossimo. Quando l’obiettivo non è il prossimo come persona ma come esponente di un’idea non ci può essere offesa, così come personalmente non mi sono mai sentito offeso nel sentirmi chiamare interista, cattolico, esistenzialista. Anzi.

In Inghilterra è consuetudine lasciare ampio spazio ai comici, i quali sparano liberamente a zero su tutto e tutti, scorazzando in campi che per noi, avamposto crociato e sede papale, sarebbero impensabili. Ricordo di aver assistito a ben più di uno spettacolo in cui si sono toccati argomenti ‘delicatissimi’ per i nostri standard, ad esempio le malattie dei bambini, l’olocausto e il sesso. Comici famosissimi come Ricky Gervais e Jimmy Carr non si fanno problemi a uscirsene con battute terrificanti come “Dark humor is like a kid with cancer. It never gets old” (che evito di tradurre per non finire all’inferno). Non oso immaginare che polverone si alzerebbe se un Claudio Bisio o un Enrico Brignano dicessero qualcosa di simile al di qua delle Alpi. Fortunatamente esistono paesi in cui il pubblico è ancora in grado di distinguere lo scherzo dalla violenza verbale, il sarcasmo dall’abuso. Nel ridicolizzare qualcosa di tanto serio come l’omosessualità o l’AIDS, più o meno tutti capiscono che ciò che veramente si sta ridicolizzando non sono le persone che ne soffrono ma l’atteggiamento ipocrita della società, l’oscurantismo latente che sotto il velo della tolleranza e del rispetto nasconde un inconfessabile razzismo. La satira scoperchia il marcio che tutti noi accatastiamo sotto il tappeto. Alza la voce quando si vorrebbe mantenere il silenzio. Punta il riflettore sulla ferita in cancrena da cui disgustati vorremmo torcere il viso. Per questo è tanto importante che rimanga libera dagli atteggiamenti censori dei moralisti e pseudobuonisti che pensano di fare del bene ergendosi a novelli Savonarola e condannando gli altri dal loro pulpito instabile. Rassegnatevi, perché la storia insegna che finché vige la censura, ci sarà sempre materiale per la satira. Con buona pace dei vari Cazzola.

L

*POSTILLA* qualcuno ha finalmente capito il senso del video:

https://www.corriere.it/spettacoli/19_dicembre_09/checco-zalone-non-sfotte-l-immigrato-ma-sfotte-noi-c26e37fe-1a74-11ea-ad77-fa161de046d9.shtml