Pensieri di uno pseudo-scrittore…

Un mese dal mio ultimo post! Sono ingiustificabile, o forse qualche giustificazione a ben vedere, ce l’ho, come ce l’avete voi. Come l’abbiamo tutti. Abbandonarsi alla noia e alla pigrizia è un passatempo di moda ormai. Non che sia una maniera sana, quella di sprecare le giornate, ma la situazione ci ha spolpato come delle cozze, svuotato come lumache di mare. Insomma, avete afferrato il concetto.

Ma in mezzo a tanta ignavia, ho comunque avuto un paio di belle idee per dei romanzi, che spero prima o poi vedano la luce. Mi sono perciò rimesso a progettare trame, lottare con le parole, stiracchiare idee sulla carta che si rivelano – spesso – imbarazzanti, oltreché insoddisfacenti. Mi sono prima di tutto chiesto che cosa io abbia imparato dalla prima esperienza e che cosa posso a mia volta condividere con voi. Non che ne abbiate bisogno, però chissà che un domani qualcuno mi venga a chiedere “Perché non hai mai pensato di condividere la tua esperienza di aspirante scrittore?”. La mia è quindi una giustificazione a priori (nella speranza di una domanda a posteriori).

Ciancio alle bande. Scrivere è faticoso, doloroso. Assomiglia più a un percorso a ostacoli che a uno sprint. Con qualcosa anche della maratona. E’ una corsa di devastante lunghezza. Di certo non ha nulla di quanto si vede nei film. Gli scrittori non sorseggiano brandy, nella loro baita in montagna, davanti al camminetto. Semmai sono seduti proficuamente sulla tazza, la mattina appena alzati, a partorire qualche idea per dare profondità alla storia e spessore ai personaggi. Il processo è assai complicato. Passa forse per un 1% da intuizione, mentre il resto è puro dolore. Lacrime, sudore e sangue. Vai di scalpello. Bisogna abbozzare, limare, cancellare, ripartire. Bisogna avere il coraggio di dire “questo capitolo fa schifo; ora lo cancello e lo riscrivo”, anche se equivale a perdere due settimane di lavoro. Certe volte si fa prima a rifare tutto daccapo che non a correggere i singoli pezzi.

Innanzitutto non bisogna sprecare il tempo. Tanto o poco: l’importante è scrivere. Mantenere l’inchiostro acquoso, per così dire. Evitare che si condensi. Fuor di metafora, già il percorso è lungo. Figuriamoci se si comincia a perdere tempo, rimandando alle calende greche, con la scusa che siamo stanchi, è tardi, è giovedì (o venerdì o lunedì), che la giornata è stata lunga, che manca il latte… Metti il culo sulla sedia e scrivi almeno una pagina! Do it, now. Non sprecare tempo, nell’illusione di recuperarlo. Scrivere un libro sembra qualcosa di infinito; perché in effetti lo è.

Poi, non rileggere troppo. Ho fatto l’errore (e ancora mi capita) di rileggere i primi capiti all’infinito, così tante volte da rimanere bloccato. E’ vero che i primi capitoli sono fondamentali perché determinano l’andamento della storia, il tono, l’ambientazione. Servono a “catturare” il lettore e a convincerlo, fin dalle prime battute, che si tratta di un buon libro. Ma bisogna puntare a superare l’ostacolo. C’è inoltre un grosso rischio, cioè che si perda la capacità di analizzare qualcosa che si è letto troppe volte. A furia di guardare all’infinito un paragrafo (un quadro, un disegno), smettiamo di coglierne le peculiarità. Ci sembra un ammasso informe, senza pregi e senza difetti. La cosa migliore è quindi di saltarlo e tornarci su in un secondo momento. Magari una settimana dopo, quando avrete occhi diversi. Sarete molto più oggettivi di quanto non siate fissandovici sopra maniacalmente.

Accetta le imperfezioni. Il libro non verrà mai uguale alla proiezione mentale che ne hai. Prenderà una strada tutta sua. In un certo senso avrà una sua vita. Sarà lui a dirti come vuole essere scritto. E’ frustrante, lo so, ma devi accettare che non scriviamo quello che vogliamo, bensì ciò che siamo capaci di scrivere (come sosteneva Borges). Arriveranno punti in cui non saprai come continuare, in cui spererai che i lettori non si accorgano che lì non sapevi cosa dire e che ti sei affidato a San Gennaro per continuare.

Questo ci porta ad una seconda epifania: nelle 200 o 300 o perfino 400 pagine che scriverai, è possibile che non tutti i capitoli siano uguali. Qualcuno sarà stato scritto meglio, qualcun altro peggio. Di qualcuno sarai più orgoglioso, di qualche altro meno. Alcuni arriverai perfino ad odiarli e non vorrai leggerli, perché ti irriterà il pensiero di aver scritto così male. Può darsi che in quel preciso passaggio della storia tu non fossi molto ispirato, che la penna si sia incastrata, e che alla fine tu abbia scritto solo un “ponte”, cioè niente di significativo, ma giusto un collegamento tra due punti molto più importanti. Ti rivelo un segreto: va bene lo stesso. Devi accettare le imperfezioni. Mantenersi costanti dall’inizio alla fine è estremamente difficile, se non impossibile. Arriveranno momenti in cui penserai che l’importante non è più scrivere ma solo finire.

Sii veloce nel ritmo ma lento nello sviluppo della storia. A volte capita di avere fretta di voltare sequenza; un po’ come nel cinema, quando cambia l’inquadratura. Per esempio, nel primo capitolo di ciò che sto scrivendo, mi sono reso conto che qualcosa che non tornava. L’introduzione veniva interrotta troppo bruscamente dalla seconda scena. Non avevo dato infatti abbastanza spazio al benvenuto del lettore, perché avevo iniziato subito la scena successiva. Ho perciò aggiunto un terzo paragrafo, solo per “decomprimere” la sequenza, e renderla meno strozzata. Rileggendo poi il tutto, mi sono accorto che quel paragrafo cuscinetto era proprio l’elemento mancante, e che una volta apportata la modifica, il capitolo era diventato molto più fluido.

Affidati alla scorrevolezza. Cerca di far scivolare la scrittura, e quindi la lettura. Mettiti nei panni di chi leggerà. Tu vorresti leggere quello che stai scrivendo? C’è qualcosa per cui valga la pena pagare 10 EUR per acquistare il tuo libro. Se la risposta è no, allora occorrono dei cambiamenti. E subito. Sii salace, sperimentatore, azzardato. Accelera il ritmo, crea pathos. Non descrivere e basta. I dialoghi sono molto più dinamici, con un po’ di wit (quel guizzo di intelligenza). Crea l’attesa, non avere fretta di svelare le carte. Guarda che si capisce che stai prendendo tempo e che non sai come continuare. Loro ti vedono. Chi? I lettori.

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Il faticoso mestiere di scrivere…

Scrivere è faticoso. Scrivere richiede impegno, richiede costanza e soprattutto una grande capacità di autocritica. Scrivere è 10% ispirazione, 90% traspirazione. Tutti noi crediamo si possa diventare Wilbur Smith o Dan Brown dall’oggi al domani, ma la realtà dei fatti è diversa. Borges diceva “Non scriviamo quello che vorremmo scrivere, ma solo quello che riusciamo” (non chiedetemi dove, sono sicuro di averlo letto da qualche parte!). E’ vero, terribilmente vero, comunque.

Come scrivere una storia breve in pochi passi

Pensiamo per un attimo alla più classica delle situazioni: veniamo folgorati dall’idea di un romanzo. Sarà capitato a tutti, credo. Bene, da dove si comincia? A meno che non si sia frequentato un corso o una scuola di scrittura, il primo passo è sempre rimesso all’autodidattica. Gli inglesi hanno coniato un’espressione secondo me felicissima, “by trial-and-error“, che descrive bene il genere di percorso creativo che presiede la scrittura di un libro, che passa appunto “tramite tentativi ed errori”. Il percorso davanti a chi vuole intraprenderlo è infatti accidentato, pieno di ostacoli e ovviamente di cantonate. Se vi va vi posso raccontare la mia personale esperienza, di aspirante autore, a metà strada nel mio tortuoso e sudatissimo cammino creativo.

Per anni sono stato tormentato da un’idea. Era il lontano 2007 quando mi venne in testa il germe di un romanzo (detto così suona male) e la prima domanda è stata proprio “Da dove inizio?”. Trattandosi di un romanzo ‘storico’ ho iniziato a documentarmi, ad approfondire, a comprare libri, fare fotocopie, scaricare dispense da internet. Mi sono creato a poco a poco una biblioteca. Però mi sono reso conto di aver collezionato troppe nozioni. Dopo un po’ mi ero impantanato. Erano passati 3/4 anni ed ero fermo ancora al punto di partenza, più confuso di prima e saturo di cose che non avrei mai potuto mettere in un libro. Avevo raccolto troppo materiale, la maggior parte del quale era inutile ai fini di una storia. Per cui il primo consiglio che mi sento di dare è: KEEP IT SIMPLE! Va bene documentarsi, ma senza esagerare.

Poi serve pianificare. Bisogna avere un’idea dell’ossatura, della trama, più o meno di come il libro inizierà e di come finirà e di cosa avverrà nel mentre. Anche in questo caso ho preso parecchi granchi. Avevo elaborato un fittissimo schema, tipo tabella settimanale della dieta, in cui avevo riassunto capitolo per capitolo che cosa sarebbe successo. In questo modo avevo ucciso l’ispirazione. Immaginate di scrivere una storia usando la lista della spesa: ora devi parlare di questo, poi di questo, poi di questo. Ma l’aspetto emozionante di un libro è anche la libertà di saltare di palo in frasca, di seguire il fluire spontaneo dei pensieri, di dare l’impressione che il lettore e l’autore stiano assistendo insieme allo svolgersi delle vicende. Secondo consiglio quindi: PIANIFICA MA NON TROPPO.

Il terzo consiglio è relativo al linguaggio. Si dovrebbe cercare sempre di adoperare un linguaggio consono all’argomento ma soprattuto che si sia in grado di maneggiare. Ognuno ha un suo vocabolario e ognuno ha una propria capacità espressiva. Bisogna quindi dare l’idea che la storia – per esempio quella ambientata in un altro periodo storico – venga raccontata coerentemente, sia col periodo in questione sia come la racconteremmo noi. Un linguaggio artificioso, troppo plastico, non coinvolge. Specie i dialoghi. Ma a questo consiglio magari dedicherò un pezzo a parte più avanti.

E poi scrivi, scrivi il più possibile. Versa sul foglio (elettronico) tutto quello che ti passa per la testa. Sperimenta, sbaglia, cancella, riscrivi. Non fa niente se le prime pagine sono obrobriose. Nessuno nasce romanziere. E’ normale ritornare su una frase, riformulare un pensiero, anche soltanto cancellare. La perfezione non si raggiunge e se ci si avvicina, lo si fa dopo molto esercizio. Uno scrittore non sarà mai veramente soddisfatto di ciò che ha scritto, della scelta delle parole, del modo in cui suona una frase. Gli sembrerà sempre troppo corta, o troppo lunga, un po’ macchinosa o eccessivamente colloquiale. Io personalmente sono molto critico. Raramente lascio ciò che scrivo senza ritoccarlo una decina di volte. Però se ci si lascia fermare dalla paura non si inizia mai. Bisogna sporcarsi le mani. Un po’ come quando si cucina.

Altri consigli sparsi possono essere:

  • Sottrai. Se gran parte del lavoro è buttare giù, un’altra grossa fatica è quella di rimuovere, di non dire troppo o di non dire tutto, di lasciare al lettore la sorpresa, perché se ad ogni passaggio aggiungi “perché nella sua testa lui in realtà pensava di….” privi il lettore del fascino di avventurarsi. Tu lo sai cosa vuoi dire, chi ti legge no. Quindi togli, e togli parecchio.
  • Sii reale. Forse meglio dire ‘credibile’. Una storia plausibile coinvolge. Per carità, anche i libri di fantascienza vanno molto, ma al lettore piace immedesimarsi in ciò che legge. Meglio quindi cercare un soggetto alla portata di tutti, qualcosa che faccia parte del nostro quotidiano, piuttosto che dedicarsi ad inventare le vicende di un asino parlante, intrappolato in un sottomarino spaziale, durante le guerre puniche. No?
  • Ruba. Sì, ruba. E come si suol dire, se devi rubare, ruba dai migliori. Usa espressioni e modi dire sperimentati da altri grandi scrittori (Eco, Calvino, Moravia, Pirandello ecc). Prova a usare le loro frasi, il loro “gergo”. Un altro modo di dire degli inglesi è “fake it, until you make it“. Vale a dire, fingi di essere un grande scrittore, prima o poi ti verrà un’illuminazione e potrai continuare da solo, però all’inizio siediti pure sulle spalle dei giganti. Credi che loro abbiano cominciato già da quelle altezze?

TO BE CONTINUED….

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