Cara Oriana,
la situazione qui fa parecchio schifo. Ci hai lasciati ormai da un po’ di tempo, da quel lontano 2006, che ti ha visto perdere la battaglia col nemico forse più malvagio di tutti: il cancro.
Da allora sono successe tante cose, poche belle, tante brutte. Sei sempre stata una donna determinata, una scrittrice dotata di una penna straordinaria e una giornalista che non si è mai piegata a nessuna logica e a nessun partito. Hai scritto così come hai vissuto, in maniera coerente, e a testa alta. Hai sempre preferito le tue idee a quelle degli altri e non hai mai abdicato a nessuna ridicola morale in nome del profitto. Per questo ho deciso di raccontarti le ultime, di confidarmi (virtualmente) con te, dopo averti (ri)scoperta attraverso i tuoi libri più famosi, e aver imparato ad ascoltare la tua voce, che in un momento storico “di notte della coscienza”, qual è quello che stiamo vivendo, si staglia limpida come la luce di un faro. Ho deciso di scriverti una lettera. Un po’ come tu hai fatto nel libro Lettera a un bambino mai nato. Mi hai insegnato che si può dialogare con qualcuno che non si è mai conosciuto, qualora si avverta il bisogno di riparare all’ingiustizia che il tempo fa, mettendo due persone su due diversi piani temporali.
Dunque, come ti dicevo la situazione è molto brutta. Innanzitutto ci troviamo nel mezzo di una guerra. Già, una guerra! Tu non ci crederai. Siamo nel 2022 e il mondo è ancora in guerra! La malvagità umana ha dato nuovamente prova di sé. E nel peggiore dei modi. A febbraio di quest’anno, La Russia ha invaso militarmente l’Ucraina e, da qualche settimana, si agita perfino lo spettro della bomba atomica.
Nel 2022, nessuno – me compreso – credeva che avrebbe sentito più parole del genere. Tu hai sempre reputato la guerra una follia, forse la più grande follia ordita dall’uomo. Avevi pienamente ragione quando dicesti che “la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre” e che “dev’esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere.” Lo dicesti dopo esserti trovata a testimoniare gli orrori del Vietnam. Tornasti a casa schifata, dopo otto anni passati in Asia Minore, a vedere coi tuoi occhi cosa i figli di Dio possono fare ai propri simili, e raccogliesti i tuoi pensieri in un libro il cui titolo rende appieno lo sdegno e il disincanto che quell’esperienza ti aveva lasciato: Niente e così sia. Oggi, come allora, fosti più che mai profetica. Lo avevi già capito che non sarebbe cambiato nulla.
La televisione trasmette nuovi orrori, gli stessi orrori: fosse comuni, stanze delle torture, palazzi rasi al suolo, di cui restano solo macerie, famiglie distrutte, bambini massacrati da bombe a grappolo sganciate sulle scuole, proclami terrificanti, minacce di morte. E ciò che fa più orrore – o più schifo – è che il mondo sembra non aver imparato nulla dalle guerre combattute negli ultimi 5000 anni. A un proclama fa seguito un proclama ancora più violento, a una minaccia fa seguito una minaccia più feroce, a un ponte crollato per motivi militari segue una rappresaglia su obiettivi civili, nei quali a pagare sono guarda caso sempre innocenti. Mai che si ammazzino tra colpevoli. Come al solito il dialogo è la prima delle vittime e il generale in campo è sempre la brutalità. Nelle guerre nessuno vince mai veramente. Per questo io credo poco nella rivalità tra Oriente e Occidente. Credo piuttosto nella malvagità dell’uomo che cerca soltanto il pretesto, anche il più futile, per trucidarsi. Quando non è il denaro, è la morte a eccitare l’uomo. Non parlo qui dell’uomo riferendomi all’umanità, quindi a uomo e donna. Quando dico “uomo” intendo proprio l’individuo di sesso maschile, il quale, come tu ben sai, di fronte alla logica, preferisce spesso spiegarsi con le mani.
Non so come finirà questa guerra. Non ne ho proprio idea, vorrei un briciolo della tua saggezza per ben sperare. Visto il crinale su cui ci siamo incamminati, temo che l’esito sarà disastroso. E visto il potenziale distruttivo di cui ora nazioni come la Russia, gli USA, l’Iran, la Corea, sono capaci, c’è poco da stare sereni. Ti parlavo infatti dello spettro dell’atomica. Quello ovviamente sarebbe il pericolo maggiore. Ma intanto ci sono altri pericoli dietro l’angolo. Il mondo sta andando incontro a un lungo inverno. Questo scontro sta mettendo a nudo le fragilità che si celavano dietro la maschera di forza delle alleanze, tanto di quelle occidentali, quanto di quelle orientali. La NATO si è dimostrata un’alleanza fittizia, il cui scopo non è la pace ma la guerra. Ciò si può dire con buona approssimazione anche dell’Europa, travagliata da profonde insicurezze e scombussolata da dissensi profondi. All’interno di essa non tutti i paesi hanno lo stesso potere. Alcuni comandano, alcuni obbediscono. Alcuni hanno potere di veto sui paesi più deboli: possono decidere cosa fare, possono decidere chi ci guadagnerà, possono decidere chi soccomberà.
Per fare un esempio, la Russia ci ha tagliato il gas. Paesi come la Norvegia, che di gas ne hanno in quantità industriali, stanno facendo affari d’oro. Gli altri stanno annaspando. In altre situazioni, come nel caso dell’Olanda, il guadagno è indiretto, perché in Olanda si trova il mercato europeo di scambio dell’energia, dove si discute a che prezzo acquistare l’energia (gas + elettricità) e a che prezzo rivenderla. In una certa misura, l’Olanda beneficia dall’essere il luogo deputato a questo scambio. Per questo non accetta che l’Europa imponga un tetto al prezzo di acquisto, onde evitare di rimetterci nella vendita. Dimmi tu se questo non è un comportamento squallido, inqualificabile in un momento in cui serve solidarietà. Il loro comportamento vergognoso è però logico se lo si osserva da un altro punto di vista. Come si diceva, è il denaro a dettare le amicizie tra le nazioni. Nel grande business della guerra, mentre in trincea degli innocenti muoiono, nei palazzi del potere c’è sempre qualcuno che si sfrega le mani. Il problema è quando sono i tuoi stessi alleati a lucrare sulla tua pelle. Allora, questa logica, seppure perversa e seppure in linea con la filiera delle aberrazioni che si concludono con la canna di un fucile, non va più bene. Almeno, a me non va più bene. L’Europa si è rivelata proprio questo, una presa in giro, un fallimento conclamato. La gente si sta accorgendo che l’unico motivo per cui questo carrozzone è stato creato, è stato null’altro che l’interesse economico di pochi. E’ questo che tiene in piedi il mondo. Ma non per molto, vedrai.
Ma veniamo all’Italia, alla tua cara Italia. Tu che hai passato gli ultimi anni della tua vita in America e che pure pensavi alla Bella Italia dove eri nata e cresciuta, ed era dell’Italia che ti preoccupavi. Noi ci stiamo arrangiando, perché è questa la nostra arte, la nostra unica vera sapienza. Il talento che ci contraddistingue. Su questioni economiche non abbiamo alcuna voce in capitolo. Da tempo ormai dal tavolo degli adulti siamo stati relegati al tavolo dei bambini, un po’ per per colpa della nostra classe politica e un po’ perché in fondo ce lo siamo meritati. Siamo sempre stati dei beceri ignoranti – basta guardare quello che la gente scrive in internet (che tu hai fatto appena in tempo a veder nascere) – e i nostri politici sono espressione del qualunquismo più basso. Col passare del tempo abbiamo mandato nei palazzi del potere persone senza qualifiche, ignoranti che in una scuola primaria farebbero fatica a rispondere alle domande più elementari. Ebbene, sono costoro che ci rappresentano, sono questi individui che mandiamo a difenderci. Non mi sorprende che ora l’Italia sia ridotta in queste condizioni.
Ma veniamo a noi. Tralasciamo i politicanti. Se tu avessi visto cos’è successo negli ultimi tre anni. L’Italia (ma in realtà la Terra tutta) è stata travolta da una serie di sciagure che definire bibliche sarebbe riduttivo. Nel 2020 lo scoppio di una pandemia improvvisa ha mietuto milioni di vittime. Solo da noi ne ha fatte più di centomila. Non si sa chi sia il colpevole, né credo che lo si saprà mai. Anche in quel caso, dopo una prima apparente solidarietà iniziale, ogni paese ha iniziato a fare parte per se stesso. In Italia si è quasi subito creata una spaccatura, una cesura netta, tra chi era favorevole a trovare una cura e poi a farsi vaccinare contro questo virus e dall’altra chi ha cominciato quasi subito a gridare al complotto, a dire che era tutta una messinscena, perfino a dubitare che nelle bare portate via sui camion, in lunghi cortei funebri, ci fossero dei cadaveri. Cara Oriana, è stato uno spettacolo raccapricciante, così stupido che a volte preferisco convincermi di essermelo sognato e che non si possa davvero affermare che i funerali siano dei teatrini coi quale un fantomatico ordine mondiale vorrebbe irretire milioni di persone e convincerle a fare non si sa bene cosa! Tutto ciò non ha senso, tutto ciò è bestiale, nel senso che tali ipotesi le potrebbe fare solo una bestia, un animale privo di ragione, non un homo sapiens.
Quello è stato secondo me un punto di non ritorno. Il 2020 ha segnato un vero prima e dopo. Da allora non siamo più gli stessi. Si è rotto qualcosa, si è spento qualcosa. Ricordi ciò che disse Adorno di Auschwitz, che dopo i lager nazisti non si potesse più fare poesia, perché era impossibile credere ancora nella bellezza dopo tanto orrore? Un po’ come l’orrore di cui parlava Kurz in Cuore di tenebra. Bene, secondo me qualcosa di simile si può dire di questo mondo malato, dopo la terribile pandemia del 2020. Ci ha cambiati, snaturati, resi nemici l’uno dell’altro. Ci ha obnubilato. Ha finito con esaltare l’ignoranza, propalare l’antiscientismo, premiare la cultura dell’approssimazione e incentivare lo smercio delle fandonie. Il tutto facilitato da questa grande Rete nella quale ci si infila per documentarci, per curarci, per trovare qualcuno che la pensi come noi, per insultarci, per gioire dei morti della guerra, per tifare il tiranno e dileggiare lo sconfitto. Non si cerca più la verità. Adesso si cerca quello che risponde al nostro desiderio. Crediamo a chi canta la nostra stessa canzone, nell’assenza totale di contraddittorio. Stiamo entrando in un nuovo evo oscuro, mi sa.
Ma quello che più mi spaventa è che non abbiamo più il coraggio di pensare. Un altro terribile bavaglio è infatti quello del pensiero unico. Del politicamente corretto (che tanto ti faceva arrabbiare!) Lascia che ti aggiorni un attimo. Tu non hai idea di cosa sia diventato il dibattito al giorno d’oggi. Bisogna quasi avere paura a fare dell’umorismo, perché potrebbe saltare fuori uno che, piccato, ti dice, “A me non sta bene che si rida di questo argomento!”. Sono nate correnti assurde come la Woke Culture, la Cancel Culture, il movimento #MeToo, che sono peggio delle bestemmie, perché riducono a brandelli il libero arbitrio. Essi vorrebbero passare per movimenti progressisti ma sono in realtà peggio delle censure dell’Inquisizione del 1600. E di tali grettezze hanno tutto il sapore. Secondo questa teoria, non è più importante ciò che tu pensi, ma ciò che tu dici, in un ipocrisia farisaica che a me personalmente mette i brividi. Rivedo all’orizzonte i roghi nazisti dei libri contro il regime. Il regime adesso è il politicamente corretto. Qualsiasi altra idea è da bruciare. Ti faccio un altro esempio. Sull’onda di queste assurdità, qualcuno ha iniziato a sbandierare la cosiddetta “identità di genere”, vale a dire il diritto di identificarsi con ciò che ci si sente di essere. Per esempio, se io domani mi sentissi donna, così per un capriccio maturato mentre sorseggio il caffè a colazione, avrei tutto il diritto di pretendere di venire apostrofato – pardon, apostrofata! – come Signora, in spregio alla mia biologia, in spregio ai miei cromosomi da uomo. E potrei ovviamente offendermi se qualcuno si rifiutasse. Tu pensa a che punto siamo arrivati.
Oggi, posizioni come le tue, sull’aborto o le adozioni per coppie omosessuali per esempio, sarebbero inesprimibili. Nel senso che ti impedirebbero non dico di elaborarle, ma perfino di pronunciarle. Figuriamoci se provassi anche solo a ripetere quello che dicesti in quel libro infuocato che era Oriana Fallaci intervista sé stessa, allorché affermasti: “Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non sono riuscita a far nascere i miei bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria e Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato.” Oggi tu, mia cara Oriana, che ripugnavi le correnti e disdegnavi le etichette (quegli -ismi, di cui parlavi in Un uomo), passeresti per una fascista, o peggio, un’odiatrice seriale. Verresti accusata soprattutto da quelle stesse donne per le quali tu avevi creduto di batterti. Beffa delle beffe, sarebbero proprio altre donne ad avversare per prime le tue parole.
Ho sempre pensato che ognuno debba essere lasciato libero di esprimere le sue idee e che quando quel giorno nefasto verrà, in cui la dittatura del pensiero unico ci impedirà di ragionare, allora noi come umanità potremo considerarci finiti. Potremo mettere il cervello sul comodino, perché tanto non ci servirà più. Qualcosa di questo tipo si discute oggi in quel lembo di terra disgraziato che è l’Iran. Ti addolorerebbe sapere che tanti giovani, tanti ragazzi e tante ragazze, stanno trovando la morte, per mano dei macellai al governo e delle loro polizie. Già, quel governo odioso e brutale degli ayatollah col quale tu ti scontrasti. Questo è davvero un fatto di cronaca che fa sanguinare il cuore. Te lo riassumo, nonostante faccia male ricordarlo. Il 13 settembre di quest’anno, una donna curda iraniana di nome Mahsa Amini è stata arrestata a Teheran dalla cosiddetta polizia “morale” iraniana per non aver rispettato l’obbligo di indossare il velo. Secondo alcuni testimoni, Mahsa Amini è stata picchiata violentemente mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara a Teheran. In poche ore, è stata trasferita all’ospedale di Kasra dopo essere entrata in coma. È morta tre giorni dopo.
Da quel giorno sono scoppiate proteste in tutto il mondo. Centinaia, se non migliaia di ragazze, iraniane e non, si sono filmate mentre si tagliavano i capelli, puntando il dito verso il violento regime dei teocrati. Mi sei quindi venuta in mente tu, e mi è venuta in mente la tua intervista con l’allora ayatollah Khomeini, durante la quale, in un gesto che il tuo coraggio ha consegnato alla storia, ti sei strappata il velo dalla testa – quel cencio da te definito medievale – e gliel’hai scaraventato ai piedi. Ancora una volta ci vedesti lungo, quando subito dopo scrivesti: “È un Mussulmano Moderato uno che bastona la propria moglie o le proprie mogli e uccide la figlia se questa si innamora di un cristiano? Cari miei, l’Islam moderato è un’altra invenzione. Un’altra illusione fabbricata dall’ipocrisia, dalla furberia, dalla quislingheria o dalla Realpolitik di chi mente sapendo di mentire. L’Islam Moderato non esiste. E non esiste perché non esiste qualcosa che si chiama Islam Buono e Islam Cattivo. Esiste l’Islam e basta. E l’Islam è il Corano. Nient’altro che il Corano. E il Corano è il Mein Kampf di una religione che ha sempre mirato ad eliminare gli altri. Una religione che ha sempre mirato a eliminare gli altri. Una religione che si identifica con la politica, col governare. Che non concede una scheggia d’unghia al libero pensiero, alla libera scelta. Che vuole sostituire la democrazia con la madre di tutti i totalitarismi: la teocrazia.” Nessuno oggi avrebbe le palle di ripetere le tue parole. La verità è che siamo diventati un mondo di pavidi. Ci nascondiamo nel seno caldo e accogliente delle nostre case occidentali, senza realizzare che questa è una battaglia di civiltà che riguarda tutti. Ancor più delle guerre materiali, le battaglie ideologiche sono quelle che tengono la ragione a galla. Rinunciare ai principi dell’illuminismo, della libertà, del progresso, significa davvero tornare nel Medioevo. E non per un gioco retorico. Gli ayatollah, nel massacrare di botte i giovani, massacrano (o pretendono che sia così) il progresso, in altre parole il futuro, che essi temono, perché è nel passato, nella violenza, nel patriarcato, che è circoscritto il loro dominio. Certo, è desolante pensare che negli ultimi cinquant’anni – cioè da quando ci andasti tu in Iran – non sia cambiato niente e che siamo ancora al punto di partenza. Chissà che questa non sia veramente la volta buona.
Nel frattempo, mentre ci ammazziamo per queste cose, il nostro pianeta va a rotoli. Il pianeta, un tempo bello, pieno di foreste, animali, stagioni, mari e oceani, boccheggia sull’orlo di un collasso imminente. Di nuovo la colpa non è che nostra e di nessun altro, che lo abbiamo distrutto, offeso, impoverito, affumicato. Pensa che stiamo tornando a bruciare carbone per riscaldarci. La guerra ha riportato le lancette del mondo all’Ottocento. Abbiamo dovuto fare incetta di candele e di legna in vista dell’inverno. Poiché potrebbe succedere che ci spengano la luce e ci tolgano il gas. L’estate del 2022, giusto per aggiungere catastrofe a catastrofe, è stata devastante dal punto di vista climatico: non si era mai vista una siccità come quella di quest’estate. Pensa che non ha piovuto per mesi, tanto che i grandi fiumi, come il Po, sono quasi scomparsi. Altrove la situazione è ancora peggiore. Io davvero non lo so dove andremo a finire. L’unica cosa che so è che la situazione è drammatica.
Vorrei poterti dire che è tutto falso, che mi sono inventato tutto, per spaventarti. Oppure sarebbe bello dire che questo è uno dei tuoi romanzi, un grande gioco di fantasia, che si concluderà però lietamente, com’è tipico della narrativa, nata per ricucire le toppe della realtà. Invece tutto quello che ti ho raccontato è vero, terribilmente vero, drammaticamente vero. La guerra, la mala politica, la cattiveria, il denaro, sono i mali di questo mondo infelice che tu hai avuto la (s)fortuna di lasciare, prima che la tua voce si indebolisse e non avessi più la forza o la voglia di combattere. L’ipocrisia e le pochezze umane sono rimaste immutate. Piovre che si insinuano dappertutto. Sempre ci sono e sempre ci saranno. Ci saranno anche dopo che me ne sarò andato anch’io, proseguendo la loro opera nell’ultima notte di questo mondo. A me, a noi, dunque, cosa rimane a cui aggrapparci? Credo, soltanto nella bellezza delle parole e basta. In questa bellezza io credo, ovvero nella speranza di chi è venuto prima di me. Come hai fatto tu, Oriana, che hai combattuto usando le parole, laddove altri usavano le armi. Altra bellezza, quaggiù, dove si radunano le anime rassegnate come la mia, io ahimè non ne scorgo. Nel prendere congedo da te e nel lasciarti finalmente tranquilla al tuo riposo, vorrei, se me lo permetti, prendere a prestito ciò che tu hai scritto alla fine di Un uomo, perché penso che faccia bene rileggerlo. La grande forza è stata intravedere, nel momento più duro (cioè quando calavano Alekos nella fossa), un fievolissimo barlume di speranza. Ecco, questo è ciò di cui noi abbiamo bisogno. Ora più che mai.
“Tuttavia per un giorno, quel giorno che conta, che riscatta, che viene magari quando non si spera più, e venendo lascia nell’aria un microscopico seme da cui sboccerà un fiore, lo capì anche il gregge che bela dentro il suo fiume di lana. Non più gregge, quel giorno, ma piovra che strozza e ruggisce zi, zi, zi! Alekos zi, zi, zi! Alekos vive, vive, vive! Ecco perché sorridevi tanto misteriosamente ora che calavi dentro la fossa dove il Gran Sacerdote coperto di ori e collane, zaffiri smeraldi rubini, simbolo d’ogni potere presente e passato e futuro, ruzzolava grottesco, rompendo il cristallo, calpestando la statua di marmo, credendo che soltanto quella restasse di un sogno, di un uomo“.

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