Me lo ricordo come se fosse ieri. Era il 2004 e dovevamo presentare a turno il nostro compito per l’ora di greco. A me era toccato leggere e spiegare alcuni passi tratti da “Le origini della tragedia e del tragico” di Mario Untersteiner, famoso grecista insegnante della mia professoressa di greco proprio al Berchet di Milano. Era arrivato il mio turno, il foglio spiegazzato tra le mani, il silenzio irreale della classe, io in piedi davanti alla lavagna. Qualcosa però si ruppe improvvisamente dentro di me. Iniziai a sudare, a balbettare, a evitare lo sguardo colpevolmente innocente dei miei compagni, ignari di ciò che stava accadendo. Persi completamente la lucidità. Le orecchie mi ronzavano come dopo una forte esplosione. Non riuscivo nemmeno capire quello che avrei dovuto leggere, né mi riusciva di mettere a fuoco la mia stessa scrittura. Dopo un paio di tentativi preferì fare scena muta, pur dovendo soltanto leggere quello che avevo scritto. Presi un voto pessimo ma me ne importò relativamente. Fu un’esperienza dolorosa, terrificante, traumatica, che uccise da quel momento in avanti la mia sicurezza. Era la prima volta, il mio primo attacco di panico. Avevo 17 anni.
Da quel giorno in poi gli episodi si intensificarono. Fu come scendere in bici da un pendio ripido: la velocità aumenta progressivamente e così la paura di provare di nuovo la stessa sensazione. Me ne ricordo tantissimi di episodi: il giorno della mia laurea, le prime serate al ristorante o a casa con la mia fidanzata, quelle con i suoi parenti, gli esami universitari, le uscite con amici… Ogni volta la stessa identica opprimente sensazione di soffocamento, di tachicardia, la voglia di scappare in fretta e furia. Ci sono state volte in cui ho dovuto ripetere degli esami all’università perché l’attacco era così forte che mi ha impedito di parlare e sono stato costretto a uscire, lasciando tutto a metà. Un’altra volta andai al ristorante con la mia fidanzata e un’altra coppia, formata da sua sorella e il fidanzato. Non riuscii neanche a dare il primo morso alla pizza. Dovetti uscire letteralmente dal ristorante e rifiatare come se avessi passato mezz’ora sott’acqua. Rimasi fuori dal ristorante finché gli altri non ebbero finito e pagato il conto. Era dicembre, fuori nevicava. Io ero accaldato come a Ferragosto.
Mi ci sono voluti diversi anni per affrontare il problema. All’inizio non riuscivo nemmeno a parlarne, tale era l’imbarazzo. Chissà poi perché? Lo raccontai al mio migliore amico, alla mia ragazza, a mia madre. Piano piano cominciai a parlarne, a scherzarci su, a esorcizzarlo mettendolo al centro della discussione, davanti a tutti, come se condividendo con gli altri il mio problema il peso da sopportare fosse più leggero. Piano piano mi aiutò. Mi documentai sugli attacchi di panico. Volevo scoprire l’origine fisiologica degli attacchi di panico, che cosa scatta nel nostro cervello in queste situazioni. Ad oggi so soltanto che si tratta in parte di predisposizione naturale (un’amigdala particolarmente sensibile) e in parte è il frutto di esperienze traumatiche. Una cura? Non esiste una vera e propria cura. Ho fatto diversi anni di terapia, su consiglio del mio migliore amico che poi è diventato psicologo e che mi consigliò di parlarne con qualcuno. Sviscerare i problemi, coadiuvato da uno specialista che sappia porre le giuste domande aiuta a mettere a fuoco i nodi irrisolti della nostra psiche. Questo credo che valga in generale per ogni problema, non solo per gli attacchi di panico. Esistono poi dei farmaci che alleviano un po’ i sintomi, come il Tavor (un ansiolitico), e le pastiglie di valeriana, che servono più che altro a indurre sonnolenza, riducendo la sensibilità dell’amigdala, che è la ghiandola del cervello preposta a captare i segnali di pericoli, che quando “impazzisce”, come appunto nel caso di un attacco di panico, manda in tilt il corpo. Bisogna però fare attenzione a non abusare dei farmaci perché si rischia innanzitutto di non sentirne più l’efficacia, se si comincia ad assumerli regolarmente. E si rischia anche di finire in ospedale. Io ci sono finito all’ospedale, dopo un’indigestione di pastiglie di valeriana. Ne presi tre e sono quasi collassato. Queste sono le poco piacevoli consequenze delle diffuse cure fai-da-te!
A distanza di qualche anno ho imparato a convivere con questo problema, che non passa mai del tutto, è bene sottolinearlo. Rimane come un ordigno latente che può esplodere da un momento all’altro. La capacità di controllare gli attacchi di panico varia a seconda dello stato emotivo della persona. Se l’individuo che ne soffre attraversa un perodo di forte insicurezza, personale o lavorativa, per non dire di depressione, allora è molto probabile che l’attacco di panico scatti alla prima sollecitazione. Basta aggiungere altra pressione a quella che ha già per scatenare l’attacco. Inoltre ciascuno di noi ha paura di qualcosa di diverso: prendere l’aereo, tenere un discorso in pubblico (nel mio caso essere al centro dell’attenzione), prendere i mezzi, ritrovarsi in una piazza affollata ecc.. C’è chi si aiuta evitando quella determinata situazione. Io ho sperimentato invece la strategia della graduale esposizione, in modo da allenare la mia mente a sopportare lo stress che altrimenti rifuggerebbe. Si costituisce poi quella che ho definito una “memoria negativa”, ossia una catena di ricordi di episodi simili, in cui si è verificato l’attacco. Se ad esempio ho avuto attacchi di panico nel corso degli ultimi tre esami all’università, è molto probabile che l’esame che sono in procinto di sostenere mi spaventi perché sono quasi sicuro che mi capiterà un altro attacco. Si è creata quindi nella mia mente una scia negativa che mi induce ad avere paura di eventi analoghi a quelli che ho già vissuto. E’ uno dei tanti “trucchi” con cui la nostra mente ci incastra, facendoci temere qualcosa che non è ancora successo, influenzando e quindi determinando le nostre scelte di vita.
Degli attacchi di panico, e in generale dei disturbi d’ansia, mi fa più paura la loro sordida capacità di limitare le vite degli individui che ne soffrono, condizionandoli. Molti si proibiscono di prendere un aereo perché hanno paura di volare o di fare qualcosa per evitare di star male. Per esperienza, ho combattuto per anni tra il desiderio di diventare un professore e la paura di espormi proprio a quella situazione che mi ha causato tanto disagio. La lotta quotidiana con l’ansia non è facile. E’ un nemico silenzioso e scorretto, da cui però possiamo imparare a difenderci, se ci sforziamo di considerare noi stessi il nostro unico alleato in questa battaglia, anziché un ostacolo. Buona domenica a tutti.
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