‘Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante mascherine e pochi volti.’, direbbe oggi Pirandello. Se lo scrittore siciliano potesse, si meraviglierebbe anche lui di come ci siamo trasformati. E se quando scriveva lui il problema era la falsità, oggi dobbiamo aggiungerci il male dei nostri tempi: il sospetto.
Vorrei condividere con voi una breve riflessione. Come saprete, gli ultimi mesi non sono stati affatto facili, per nessuno di noi. Ciononostante stiamo provando, tra alti e bassi, a tornare alla normalità. Stiamo cercando di ripartire, di tornare alla nostra vita di ieri, già imperfetta, benché l’esodo dalla quarantena abbia imposto a tutti un buffo orpello, un accessorio divenuto ormai mondano, un capo di abbigliamento da sfoggiare in tutte le occasioni. Sì, avete capito bene, parlo della ‘mascherina’, moderno ritrovato scientifico che secondo l’opinione di altamente qualificati esperti (penso più di moda che di medicina), dovrebbe servire a prevenire una seconda ondata di Coronavirus. Il tanto temuto COVID-19! Rullo di tamburi, inchino, sipario.
Così ce ne andiamo tutti in giro con queste mascherine sul viso. Chi non le ha si arrangia come può. Si copre il volto con la sciarpa (è giugno!), col bavero del giubbotto (fa caldo), con la mano (niente dita alla Mork & Mindi però), con un foulard (meglio una kefia, fa radical chic, altrimenti va bene anche un briatoresco scialle madreperla), con qualsiasi cosa (avete provato con un calzino di spugna? Qualcuno ha perfino messo un tutorial su Youtube). La parola d’ordine rimane una sola: COPRIRSI. Dalla copertura del naso e della bocca proviene la nostra unica speranza di salvezza. Qualora andassimo in giro impavidamente a labbra scoperte e narici dilatate, sicuraramente l’aria pregna di virus penetrerebbe nelle nostre vie respiratorie infliggendoci, dopo atroci spasmi, la morte.
Per strada i runner senza mascherina vengono visti come untori. Verso di loro le mamme-chioccia scagliano anatemi e accidenti (“Te possino!”), mentre allontanano i figli dai marciapiedi su cui si avvicina il tanto temuto appestato. Io che sono un runner mi sono beccato più di un’occhiataccia del genere e vi posso dire che non è piacevole essere guardato come un lebbroso infetto. Poi però ci ripenso e mi rendo conto che dietro questo gioco di “copriti-tu-o-mi-copro-io” (nuovo gioco dell’estate), si agita in realtà un motivo ben più profondo che ci induce inconsapevolmente a comportarci così. Qui non si tratta più di salute, di benessere, di virus, di salvezza e di cazzate simili. La gente fuma, fa sesso non protetto, guida ubriaca, fa la spesa all’Esselunga senza tessera. E’ spericolata, insomma. Non ha nessun riguardo per il proprio benessere. Altrimenti non si spiegherebbero i programmi della D’Urso. Siamo tutti masochisti, ci piace soffrire. Ce ne frega poco di beccarci ‘sto virus.
Ciò che si nasconde dietro la mascherina è in realtà pura e semplice diffidenza. Diciamocelo, siamo ormai sempre meno animali sociali. Non ci fidiamo del nostro vicino, non ci piace il contatto col prossimo, menchemeno quello ravvicinato. La mascherina rappresenta il correlato oggettivo (che parolone, eh?) della paura che abbiamo dell’ignoto. Una sorta di reificazione, di oggettualizzazione della nostra innata diffidenza verso chi non conosciamo, ma non serve fare chissà che esempi, può essere benissimo la persona davanti a noi in coda o quella seduta accanto alle Poste. Tirarsi su la mascherina equivale a dire “Non ti conosco. Sei potenzialmente un pericolo, ma non per la mia salute. In generale. Pertanto mi copro, tirandomi su la mascherina.”. Un po’ come quando andavamo a letto e facevamo attenzione a coprirci i piedi per evitare che il mostro che vive sotto il letto se li mangiasse di notte. E’ la nostra coperta di Linus, l’oggetto che ci salverà dal mondo e dalla malvagità dell’uomo. Io vi saluto e vi auguro buona serata. Mi raccomando, prima di andare a dormire, tiratevi su la mascherina, così l’uomo nero non potrà farvi del male.
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