Dio? Non pervenuto

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Ce lo siamo chiesto un po’ tutti e un po’ tutti ci siamo dati la stessa risposta: Boh! Voglio dire, tutti ci siamo chiesti se Dio esiste e che cosa faccia lassù (o laggiù). Sfortunatamente non lo sapremo mai. O perlomeno non lo sapremo adesso. Forse lo sapremo dopo, ma non potremo raccontarlo. Allora ci arrovelliamo, dando ognuno una risposta diversa. C’è chi risponde convinto che Dio esiste, perché ha trovato la fede, e crede che Dio sia un signore anziano con la barba, seduto su una nuvoletta, un po’ annoiato, in mezzo agli angeli e a San Pietro, che qualche secolo fa si è sporto, come quando cerchi di afferrare il telecomando dal divano, per toccare il dito di Adamo. Così almeno se lo immaginava Michelangelo. Se usciamo dall’Europa Dio cambia e diventa per alcuni un paffuto omino pelato, accovacciato e sorridente, lucido come il portagioie della nonna. Andando in giro per il mondo lo vediamo assumere tanti aspetti quante sono le favelle degli uomini: metà uomo e metà elefante, cantante hippie con quattro braccia e gilet di pelle alla Ligabue, una donna con testa di gatto, un totem, un albero, una mucca, il sole, la luna, pupazzi, statue varie, per alcuni addirittura un triangolo con dentro un occhio (che Benigni pensava fosse il simbolo di un oculista con l’auto in panne).

Già i Greci si ponevano queste domande, credendo che sulla cima dell’Olimpo ci fosse una magica città dove Zeus ne combinava di tutti i colori, ingravidando a destra e a manca povere pastorelle sotto le sembianze di tutti gli animali da cortile che neanche la fattoria di zio Tobia. Nascevano così i primi miti sugli dei, grazie ai quali gli uomini sperarono per un attimo che le divinità avessero le loro stesse debolezze e una buona fetta dei loro vizi. Questa era una gran bella notizia perché se Dio era simile all’uomo allora l’uomo poteva elevarsi fino a diventare simile a Dio. Così, insieme ai miti sugli dei proliferarono anche quelli sugli eroi. L’età dell’innocenza, ahimé, non durò a lungo perché arrivarono le religioni monoteiste a dare una bella sforbiciata al pandemonio (reale) dei Greci e a scavare un fossato profondo tra l’uomo e Dio, come a dire “Ehi, scherza coi fanti ma lascia stare i santi!” e “Non pronunciare il nome di Dio invano”. Dio incominciava a scomparire all’orizzonte, isolato e imbronciato sulla sua torre d’avorio come un bambino che non viene invitato a una festa. Intanto l’uomo, cacciato dal paradiso terrestre, era costretto ad arrangiarsi con le sue sole forze alle prese con un mondo ostile, chiaramente non progettato per accoglierlo. Questa era la convinzione del nostro Giacomino Leopardi che, nel Dialogo della Natura e di un Islandese, sostiene proprio questo, cioè che l’uomo sia un ospite e non il padrone di casa come credeva e crede ancora di essere (ed un ospite neppure tanto gradito se si guarda a certe inospitali regioni del pianeta come l’Islanda, la Patagonia o il Molise). Qualcosa inizia a incrinarsi nell’idillio tra l’uomo e il suo fattore. Prima Dio crea l’uomo e ora lo scaccia da sé come un verme schifoso. Piano piano, con l’aumentare dell’umanità dell’uomo, ci accorgiamo che aumenta la disumanità di Dio.

Per l’ebraismo Dio è quindi un essere severo, rancoroso, decisamente sprovvisto di tolleranza e ancor meno di propensione al perdono. Non c’è più dialogo ma ordini. Dio dice all’uomo come tagliare la carne, quante volte pregare, quando riposare, quando lavorare, come vestirsi, lavarsi, pettinarsi, sposarsi, cosa studiare, come fare all’amore (che – sia chiaro – si deve fare solo a scopo riproduttivo e mai per diletto, altrimenti è peccato). Questa l’atmosfera soffocante che si respira nell’Antico Testamento, dove c’è scritto che Dio, quando gli girano i cinque minuti, è capace di ridurre una città in cenere con una pioggia di fuoco e di annegare in un diluvio tutti gli esseri viventi. Per cui bisogna fare attenzione con un Dio del genere. Il cristianesimo capisce che è arrivato il momento di cambiare strategia di marketing per non perdere gli ultimi iscritti e ridimensiona la “durezza” dell’ebraismo attraverso il messaggio caritatevole del suo portavoce, Gesù il Nazareno (per inciso, caritas in latino voleva dire ‘amore’, in italiano, per qualche motivo, vuol dire ‘mangiare a sbafo’). Ebraismo e cristianesimo rimangono comunque religioni sorelle, ma differiscono proprio su questo punto. Potremmo quasi dire che l’ebraismo si consacra come la religione della cattiveria, il cristianesimo si vende come la religione della pace. Qualcuno che voglia fare una polemica marzulliana potrebbe obiettare che di pace il cristianesimo ne ha portata ben poca, visto che nel nome di Cristo sono state combattute otto crociate, massacrati gli ugonotti (Strage di San Bartolomeo), sterminati gli anabattisti (Massacro di Münster), uccisi gli anti-calvinisti (Sébastien Castellion), arsi gli anti-dogmatici (Giordano Bruno), trucidati i popoli precolombiani (vedi le relazioni di Bartolomé de las Casas e dei gesuiti), lapidati gli ebrei (Notte dei cristalli), e chi più ne ha più ne metta…

Ma qui intervengono la filosofia e la teologia a insegnare ai più sprovveduti che Dio non è responsabile di chi agisce in nome suo, dato che esiste un principio passepartout chiamato “libero arbitrio”. In sostanza, Dio crea l’uomo, lo riempie di istinti e di pulsioni (buono, Freud, non è ancora il tuo momento) e gli dice “se ti comporti bene ricorda che è merito mio che ti ho ispirato con i miei insegnamenti, se ti comporti male sappi che è tutta colpa tua perché sei adulto e vaccinato e devi saper distinguere il bene dal male”. Insomma, gli piace vincere facile. Poi, accortosi che a elargire troppo libero arbitrio correva il rischio di lasciar pensare troppo l’uomo al punto da fargli sorgere strisciante il dubbio che forse, stai a vedere, non c’è nessuno a cui rendere conto delle proprie azioni, introduce il concetto di peccato, liberamente tradotto dall’adagio maronnico “e se poi te ne penti?”. L’uomo è fregato su tutti i fronti. Può sbagliare perché è libero, ma se sbaglia deve rimediare pregando e comportandosi bene, se non vuole perdere la tessera del buon cristiano. Si sa che i liberi pensatori non sono ben visti di questi tempi. Meglio rimanere nel gregge di Dio che essere una pecora nera. La sua vita d’ora in avanti è un continuo sbagliare e ravvedersi, sbagliare e pregare, pregare e sba(di)gliare. Errare humanum est, perseverare ovest.

Pertanto, possiamo ora facilmente immaginarci Dio come quel bambino imbronciato, seduto sul formicaio con una lente di ingrandimento in mano, torturarci dal primo fino all’ultimo respiro con ogni sorta di calamità: povertà, catastrofi, alluvioni, incendi, omicidi, paralisi, incidenti automobilistici, attacchi di animali feroci, punture di insetti, decessi a profusione (amici, persone amate, familiari, il tuo cane, il tuo gatto..), malattie curabili e incurabili, menomazioni degli arti, rovesci della sorte, carestie, riscaldamento globale, ingiustizie continue, dolore, solitudine, depressione, alcool, droga, fumo etc etc. Se tutto va bene ci lascia timbrare l’ultimo cartellino malconci, canuti e raggrinziti, con un pannolone per non cagarci addosso e un’infermiera ucraina che ci imbocca, ma pur sempre integri. Se tutto va male anche prima, magari quando è veramente troppo presto, quando non si può trovare davvero una spiegazione a luoghi come l’istituto dei tumori infantili. In entrambi casi è comunque una liberazione.

Dunque, che fare? Что делать (cit.). Dove trovare una risposta? Una risposta non c’è e, come detto all’inizio, non si può trovare. Ciascuno segua la sua strada, appoggiandosi alla scienza o alla religione, alla ragione o alla fede, che per Kierkeegard è un salto (leap of faith), appunto un salto della fede, proprio perché si sceglie di saltare nel vuoto, ad occhi chiusi. Per Dante la fede è qualcosa di simile a quella di Kierkegaard, vale a dire “sostanza di cose sperate”. Nell’uomo è innata e incoercibile la speranza che ci sia qualcos’altro, che non finisca tutto qui, che ci sia qualcosa dopo, insomma che questo male abbia un senso. Magari aveva ragione Marx quando diceva che “La religione è il sospiro di una creatura oppressa“, magari la risposta migliore l’hanno trovata invece i pastori ignoranti, gente senza le nostre tossiche strutture culturali che riempiono la psiche di false illusioni e di risposte complicate a una domanda in fondo semplice. Perché allora non levare, come loro, lo sguardo al cielo e chiedere alla luna “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai“?

In una pagina dei suoi famosi Quaderni di Lanzarote, lo scrittore portoghese José Saramago doveva essersi lasciato trasportare da divagazioni simili, perché annota poche righe che valgono più di qualsiasi nefasta teologia.

23 de Fevereiro de 1994
Deus não precisa do homem para nada, exceto para ser Deus.
Cada homem que morre é uma morte de Deus. E quando o último homem morrer, Deus não ressuscitará.
Os homens, a Deus, perdoam-lhe tudo, e quanto menos o compreendem mais lhe perdoam.
Deus é o silêncio do universo, e o homem o grito que dá um sentido a esse universo.

23 febbraio 1994
Dio non ha bisogno dell’uomo in nulla, eccetto che per esser Dio.
Ogni uomo che muore è una morte di Dio. E quando l’ultimo uomo morirà, Dio non resusciterà.
Gli uomini, a Dio, gli perdonano tutto, e quanto meno lo comprendono più lo perdonano.

DIO E’ IL SILENZIO DELL’UNIVERSO, E L’UOMO IL GRIDO CHE DA’ UN SENSO A QUESTO SILENZIO.

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