Brexit: la mia storia

Mi ritrovo oramai agli sgoccioli della mia esperienza in Inghilterra che, o per ironia della sorte o per pura coincidenza, si concluderà il 29 marzo, cioè lo stesso giorno in cui era prevista l’uscita del paese dall’Unione Europea. Il Regno Unito ha poi chiesto di poter spostare più in là quella data, sperando – forse troppo ottimisticamente – di sciogliere per tempo il nodo Brexit. Tuttavia, almeno per quanto mi riguarda, è giunto il momento di tirare le somme, dopo quasi cinque anni passati qui, in cerca di un futuro migliore. Ma come sono andate veramente le cose?

All’inizio, purtroppo, nulla andò come previsto. Arrivai qui credendo di poter sfruttare la poca esperienza fatta in Italia, fermamente convinto che fosse spendibile anche all’estero, anche in un mercato competitivo come quello anglosassone. Credevo che i miei titoli accademici e la mia modesta carriera, tutta da precario, mi avrebbero aiutato ad inserirmi senza problemi. Perciò mi indirizzai subito verso posizioni di livello elevato: musei, associazioni culturali, università, banche, grosse aziende, alle quali mi proponevo come curatore, archivista, responsabile commerciale o dirigente. Nessuno mi rispondeva, il perché lo compresi solo in seguito… Ingenuamente, non mi spiegavo come mai non riuscissi a fissare colloqui e quei pochi si risolvessero in un nulla di fatto. Davo alla sfortuna, più che alla mia incompetenza, la colpa di non riuscire a far incontrare la (mia) domanda con la (loro) offerta.

Le giornate proseguivano così, come il principe di Bel-Air, senza però i tiri a canestro o i film di Spike Lee, davanti al computer, compulsando i siti degli annunci di lavoro, dove cercavo incarichi degni del mio profilo e ancor più della mia ambizione. Ma ci sono altre questioni da dirimere quando si arriva in un nuovo paese. Dovevamo aprire un conto corrente e ottenere i documenti necessari a integrarci nel sistema pensionistico locale (attraverso una sorta di codice fiscale che si chiama National Insurance Number, abbreviato in NIN), ma soprattutto dovevamo trovare una casa. Sembrava di partecipare al gioco dell’oca, dove ci si ritrova per qualche motivo sempre al punto di partenza. Eravamo in un labirinto, ecco perché: per trovare un lavoro bisogna avere un conto corrente, su cui naturalmente poter ricevere lo stipendio, ma per aprire un conto bisogna fornire alla banca una “proof of address“, cioè una prova di residenza (una bolletta del gas, della luce, oppure il contratto di affitto). Tuttavia, nessuna agenzia immobiliare prende in considerazione chi non abbia un’entrata fissa, dimostrabile presentando le ultime buste paga. Ci si ritrova così bloccati in un circolo apparentemente senza capo né coda, che non sapevamo come spezzare. Fortunatamente, riuscimmo a metterci d’accordo in forma privata con un padrone di casa che non pretese di vedere le nostre buste paga. Ci conosceva e si fidava del fatto che lo avremmo pagato, senza voler sapere come. Tra l’altro prima di arrivare a questa soluzione relativamente stabile, fummo costretti per qualche mese a prendere in affitto un appartamento la cui proprietaria, viste le nostre condizioni incerte, ci chiese di pagare in anticipo. Grazie a qualche risparmio riuscimmo a far fronte alla richiesta, che ora riconosco come sensata, ma che all’epoca mi parve un ricatto. Purtroppo non avevamo alternative. Io non percepivo ancora un reddito e le agenzie, come detto, richiedono determinate garanzie, per evitare di dare la casa a degli “squatters”, cioè a degli abusivi che non sono in grado di pagare. E’ un sistema che può sembrare rigido ma che funziona, proprio in virtù di queste regole. Ne approfitto a questo punto per suggerire a chi stia pensando di trasferirsi, qui o altrove, di mettere prima da parte un po’ di liquidità. Può servire avere dei risparmi, se, come noi, vi trovaste a dover scegliere tra pagare sei mesi di affitto in anticipo o rientrare anzitempo da mammà.

Assicuratoci così un tetto sulla testa, passavo le giornate chiuso in casa, davanti al pc, sull’orlo della depressione. Come dicevo, sbagliavo completamente tattica. Mi ci vollero quattro mesi per accettare l’idea che avrei dovuto abbassare il tiro e puntare a lavori cosiddetti “entry-level” e fare quindi la stessa gavetta che avevo fatto in Italia. A nessuno interessava cosa avevo fatto in precedenza. Dovevo ripartire da zero. Mi costò fatica ma fui ripagato perché trovai immediatamente un posto. Con esso ritrovai l’autostima e tornai a credere nel sogno inglese. Facevo finalmente parte degli ingranaggi produttivi dell’economia, pur con un piccolo e modesto impiego, che però mi fece riflettere sulle differenze tra il loro mercato e il nostro. In Inghilterra, rispetto all’Italia, ci si può muovere agilmente da una posizione all’altra, sia orizzontalmente sia verticalmente, nel senso che volendo si può anche cambiare settore e riciclarsi facendo altro. Nel mio caso riuscii a cambiare settore ben quattro volte, prima di approdare ad un lavoro che mi garantiva il miglior equilibrio tra vita privata e carriera.

Ho lavorato in uffici con soli stranieri e in uffici con soli inglesi. Mi sono confrontato con sfide continue, dal dover imparare un nuovo lavoro al superare le barriere linguistiche, dal capire una mentalità estranea alla mia al farmi apprezzare al di là della semplice etichetta di ‘italiano’, con tutti gli stereotipi che essa comporta. Ho vissuto momenti di grande difficoltà, perché non sempre ci si trova in ambienti ospitali. Ma non serve rivangarli. I supporti migliori quando si vive all’estero vengono dalla propria famiglia o dal proprio partner, dagli amici e in alcuni casi anche dai colleghi. Sono stato fortunato da questo punto di vista e senza la vicinanza di persone legate a me probabilmente avrei concluso prematuramente la mia esperienza. La carriera non è ovviamente l’unica cosa su cui mi sono concentrato. Se si riesce a gestire bene il tempo si possono fare molte cose al di fuori dell’orario di lavoro. Si può viaggiare, leggere, scrivere, imparare una nuova lingua (uno dei miei interessi più forti), dedicarsi ad un hobby o una passione in particolare. Qui si trova davvero tutto di tutto, per ogni tasca e per ogni palato. Gli input non mancano, bisogna solo coglierli. La crescita umana è senza dubbio ciò che mi rimarrà degli anni trascorsi a Londra.

Grazie alla multiculturalità di questa città ho potuto arrichirmi umanamente e conoscere persone provenienti da tutto il mondo, ciascuno con una storia e un progetto, ciascuno con una lingua e una cultura differente. Londra è per me un crocevia globale ed è forse la città europea più proiettata all’esterno, ancor più di quanto non lo siano Parigi, Berlino o Milano. La diversità è assoluta, indissolubile, intrinseca al suo DNA. E’ alla base della sua ricchezza e fino a non molto tempo fa della sua felicità. E qui arriviamo al discorso Brexit, perché – lo realizzai arrivando in Inghilterra e viaggiando fuori dalla capitale – Londra non è l’Inghilterra e l’Inghilterra non è Londra. La stessa cosa si può dire di Parigi. La grande apertura, mentale e sociale, che caratterizza Londra, non è altrettanto sentita al di fuori, nelle città più piccole e nelle zone rurali del paese, dove prevale ancora una mentalità conservatrice e scettica nei confronti del ‘diverso’.

La Brexit è stata venduta dagli araldi più agguerriti del governo come la panacea per tutti i mali di un paese storicamente indipendente e incline all’autarchia (lo “splendido isolamento” dell’800). Con l’ingresso nella comunità economica europea l’Inghilterra ha dovuto accettare norme uguali per tutti i paesi, affinché potesse beneficiare delle agevolazioni del mercato unico per il libero scambio di beni e servizi con gli altri partner commerciali. Questo ha portato altresì ad una circolazione di persone, che così come hanno lasciato l’Inghilterra per stabilirsi in Europa, sono anche arrivate dall’Europa per stabilirsi in Inghilterra. Non tutta la manodopera arrivata qui era qualificata. L’incredibile immigrazione degli ultimi anni, di cui non sono in grado di dare i numeri ma che ripeto per ciò che ho letto sui giornali o visto in televisione, ha spaventato coloro che, per l’appunto, trovandosi in realtà meno dinamiche di quella londinense, hanno iniziato a parlare di vera e propria “invasione”. L’immigrazione non è l’unico motivo per cui è stata votata l’uscita dall’UE. Ci sono ragioni profonde, economiche e credo anche culturali, che si scontrano con il carattere anglosassone, riluttante ad accettare imposizioni esterne, come l’Europa (e qui per Europa intendo soprattutto Bruxelles) ha dimostrato di voler fare con i paesi più deboli, portandone alcuni dei quali sull’orlo del tracollo, si vedano Grecia e Portogallo. Da unione monetaria si è passati a dittatura monetaria.

La mia posizione mi vede sposare il sentimento di insofferenza degli inglesi. Auspico anche per l’Italia un pronto ritorno ad un certo orgoglio nazionale, contro l’arroganza totalitarista di Bruxelles, dove comandano una manciata di personaggi che probabilmente si credono entità sovragovernative, ma non credo che la Brexit (o l’Italexit o Italeave che dir si voglia) sia la risposta. Invece di uscire dall’Unione Europea, l’Inghilterra, così come l’Italia, avrebbero dovuto spingere per rivedere gli accordi del 1992, chiedendo più rispetto per le autonomie nazionali e meno intromissioni da parte dei paese ‘leader’, come la Germania o la Francia. Ora il Regno Unito si trova a dover affrontare uno scenario quasi apocalittico, con il rischio di polverizzare il proprio benessere, svalutare la propria moneta e ridursi a stringere frettolosamente accordi commerciali meno vantaggiosi di quelli che aveva in precedenza, pur di non trovarsi in una condizione di “no deal” che di fatto significherebbe caos.

Se qualcuno mi chiedesse se me ne sto andando dall’Inghilterra a causa della Brexit risponderei di “Sì”, perché devo ammettere che la situazione è troppo complicata e troppo incerta per prevedere uno sviluppo positivo. Non mi sento di dire che è tutta colpa della Brexit. Ci sono motivi personali che vanno al di là della Brexit. Ma la Brexit ha certamente accelerato questo processo.

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