Nel 1887 Giovanni Verga pubblica una raccolta di racconti, sotto il titolo di “Vagabondaggio”. Una di queste novelle, genere amato profondamente dallo scrittore siciliano, ha come oggetto una casa. A parlarci è un osservatore, un non meglio identificato passante (oppure un vicino), il quale descrive ciò vede da fuori, dall’esterno della casa. Sulla base delle sue diligenti osservazioni, siamo in grado di ricostruire cosa avviene al suo interno. Il racconto segue quindi di fatto le vicende dell’appartamento, in un arco temporale indefinibile, ma di certo non breve, perché gli inquilini cambiano e non sempre l’appartamento risulta abitato.
Il racconto inizia con una finestra illuminata e un’ombra che passa dietro il vetro per recarsi in un’altra camera. L’osservatore cattura con lo sguardo qualche elemento, pochi tocchi di arredamento che si intravedono da fuori (una tenda, un riflesso sul muro). Deduciamo che l’atmosfera non è delle più allegre, perché il silenzio avvolge spettralmente le mura, sia di giorno sia di notte.
“Ogni sera, alla stessa ora, si vedeva passare un lume di stanza in stanza, sino alla camera gialla, dove la luce si avvivava intorno a un letto bianco circondato dalle stesse ombre premurose. Indi la casa tornava scura e sembrava deserta, nel gran silenzio della via…”.
Vediamo poi un giorno crescere il numero di persone, dalla quantità di ombre dietro la tenda, affaccendate in un nervoso via vai nella camera gialla, in cui evidentemente sta succedendo qualcosa. Poi, dalla porta si materializza in strada una giovane, che si affretta verso una carrozza, guidata da un signore anziano, che risponde alle parole della ragazza con un viso dispiaciuto.
“Un vecchio dai capelli bianchi, col piede sul montatoio, scrollava pietosamente il capo, rispondendo a una giovinetta che le era scesa dietro supplichevole sino alla porta, colle mani giunte e il viso disfatto; anch’essa diceva di sì col capo, macchinalmente, cogli occhi sbarrati e quasi pazzi in quelli del vecchio. Poi quando egli fu partito, si celò il viso nel fazzoletto e rientrò nell’andito…”.
La situazione sembra precipitare perché una sera, fuori dall’appartamento, si raccoglie una folla di sconosciuti, in quella che sembra una ricorrenza sacra, probabilmente una Via Crucis. La casa ripiomba quindi nel silenzio, che non dura a lungo, poiché nei giorni a venire si sentono ripetutamente pianti e singhiozzi provenire dalla camera. Il resto della strada intanto prosegue con la sua vita, mentre nella casa succede nel frattempo qualcosa di terribile, come si intuisce dalle invocazioni e dalle preghiere che oltrepassano il vetro sottile per raggiungere la strada.
“La quiete greve della notte cadeva lenta anche su quella casa desolata. Il lume vegliava sempre tristamente nella camera silenziosa. Solo le ombre desolate si agitavano più frettolose e più smarrite, e nell’angolo dove ogni sera si ravvivavano i lumi, luccicavano adesso due fiammelle funebri. Verso la mezzanotte si era udito bussare alla porta, e per le stanze si era notato un via vai. Poi tutto si era raccolto in quell’attesa sconfortata. La luna ora lambiva il pavimento, mentre i lumi si spegnevano. La brina sgocciolava ghiacciata sui vetri. A un tratto, in quella semioscurità, nacque un correre affannato, un affaccendarsi di gente smarrita, colle mani nei capelli, uno sbattere d’usci. Poi la camera gialla si illuminò vivamente sulla facciata di tutta la casa nera.”
Dopo quella che si rivela essere stata l’ultima notte di qualcuno, la casa ormai priva del suo abitante, viene “liberata” pian piano dalla tristezza e dal lutto. Alcuni sconosciuti sono venuti a portare via la salma. La finestra viene tenuta spalancata e la casa inondata dall’aria frizzante dell’estate. Seguono persone che entrano e escono, in visita all’appartamento vuoto, che ascoltano musica, quando di tanto in tanto compaiono i parenti di chi ci viveva prima a finire di traslocare ciò che rimane. La casa viene poi sottoposta a lavori di ristrutturazione. La tappezzeria gialla (simboleggiata dalla luce della candela che a lungo ha illuminato la parete) viene sostuita da carta da parati colorata e da tende di seta. Muta di conseguenza anche l’arredamento. Nella stanza che aveva ospitato un letto singolo viene messo un letto matrimoniale e l’appartamento si prepara ad accogliere una giovane coppia. Le ore di angoscia – e le lacrime – lasciano il posto ad ore di letizia. I due giovani inquilini consumano nella camera, un tempo triste, amplessi romantici, come si vede dalle ombre sinuose attorcigliate sul letto, e vengono benedetti presto dall’arrivo di un secondo figlio che restituisce alla casa l’allegria.
“Quando giunse la primavera, e l’usignolo tornò a cantare fra il verde del terrazzino, e le ragazze al lume di luna, i due innamorati presero il volo come due farfalle, e non si videro più. Al settembre la casa mutò d’aspetto, e nella camera azzurra venne a stare un gran letto matrimoniale, che tutte le mattine prendeva aria onestamente dalla finestra spalancata. La casa risonò da mattina a sera del gridìo dei bimbi, e degli strilli del neonato che la mamma allattava a piè del letto.”
La vita è insomma quella di una famiglia normale, di una coppia all’inizio dei loro anni più belli, quelli dell’amore e dei figli appena nati. Il marito torna a casa dal lavoro la sera, e dopo essere stato con la moglie e il figlio piccolo, si dedica, sempre in controluce rispetto alla finestra, all’economia della casa. Purtroppo, come è destino di molte famiglie, sopraggiungono i problemi. La coppia deve fare i conti con le difficoltà di racimolare di che sopravvivere. Penalizzata dai debiti, la famiglia riceve la visita di esattori senza scrupoli che si fanno strada nell’appartamento, in mezzo ai pianti spaventati dei bimbi, per sequestrare le loro poche masserizie. I giovani genitori sono così costretti a lasciare la casa, che rimane vuota per mesi. Dopo una lunga assenza ricompare nella casa un’ombra di vita. Arrivano mobili eleganti e stoffe costose. Il nuovo inquilino misterioso sembra essere una donna ricca, la cui sagoma si vede più volte alla finestra. Dalla strada, per tutto il periodo in cui la casa viene abitata dalla donna, si scorge anche la figura misteriosa di qualcuno (un amante?) che segue tutti i suoi movimenti. Questo finché una notte dalla casa non si odono urla minacciose, probabilmente del marito tradito.
“Una sera, nell’alto silenzio, squillò all’improvviso una scampanellata minacciosa. Si videro delle ombre correre dietro le tende all’impazzata, e le stanze illuminarsi rapidamente una dopo l’altra. Indi un silenzio d’attesa profondo, nel quale risonarono ad un tratto delle strida di terrore e degli urli di collera.”.
Il racconto si avvicina ormai alla conclusione, con un’ultima immagine, quella di nuovo di muratori che questa volta, invece di rinnovare la casa, sono lì per demolirla. La casa, così come la palazzina, dovrà infatti fare spazio ad una strada. Il racconto perciò lascia intendere che tutto ciò che è successo in quella casa sarà a breve soltanto un ricordo, una macchia sul muro, una tenda lisa. Nessuno tra poco conserverà più memoria di ciò che è successo nella casa. Le lacrime, il dolore, la morte, ma anche la gioia, la vita, sono cose passeggere, destinate a sparire insieme alla casa.
Il racconto esemplifica in maniera brutale la misera parabola dell’uomo, le cui quattro cose, che si porta dietro nel corso della sua esistenza, saranno un domani niente altro che spazzatura, sostituita da quelle di qualcun altro. Lacrymae rerum, il titolo del racconto, riprende un verso dell’Eneide (“Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”, cioè “Sono le lacrime delle cose, e le cose mortali toccano la mente“), pronunciato da Enea. Tutto il racconto ruota perciò intorno al concetto di transitorietà e di caducità. Verga non aggiunge commenti né ci guida all’interpretazione del suo racconto. Ci lascia solamente intendere, nelle poche pagine che descrivono le vicende di una casa, che è questo in fondo quello che siamo, che non possiamo illuderci di lasciare qualcosa dietro e che le lacrime sono effimere quanto ciò che ci circonda, come le spoglie di una casa in rovina.
“Giorno e notte, dal muro sventrato, si vedevano le stanze nude e abbandonate, colle pitture del soffitto che pendevano, le gole dei camini squarciate e nere. La carta gialla ricompariva sotto la tappezzeria lacera, il segno del letto e le macchie scure, i chiodi sul camino a cui era appeso il grande specchio dorato, il campanello ciondoloni sull’uscio della scala spalancato. Il vento vi faceva turbinare la polvere, la pioggia le inondava, il sole vi rideva ancora sulle pitture, gialle, verdi, azzurre; la luna e la luce dei lampioni vi entravano ogni notte, si posavano sulla macchia unta del letto, sui fiorami dorati del salottino misterioso, scendendo sempre, di mano in mano che il piccone dei muratori si mangiava le rovine.”.
Ecco il link al testo completo.
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