Basta difendere i bamboccioni!

Gramellini spesso mi diverte, coi suoi paradossi e il umorismo british, ma ancora più spesso mi fa incazzare. Mi fa incazzare per quel suo mondo fantastico, popolato di brave persone, buoni propositi, sani princìpi e lodevoli intenzioni. Questa è una di quelle volte.

Prologo. Penso abbiate sentito tutti parlare di quel recente sondaggio secondo il quale un giovane italiano ci mette circa dodici anni più del suo omologo svedese a lasciare i genitori e andare a vivere da solo. Bene, secondo Gramellini la colpa non è dei ragazzi italiani. Vi invito a dare un’occhiata alla sua rubrica prima di proseguire.

L’epigrafe della rubrica gramelliniana sul Corriere

Gramellini, che dice di odiare gli stereotipi, marcia sul terreno trito e ritrito – francamente inascoltabile – dello Stato assente. Lui, pur odiando gli stereotipi, ne dissotterra da par suo uno vecchio quanto la famigerata “Questione Meridionale”, che ha per un secolo giustificato le migrazioni da Sud a Nord e dall’Italia all’Estero. La ciabatta bucata che bloccherebbe la porta di accesso alla stabilità sarebbero le lacunose strutture statali e parastatali nostrane, i miseri (se non assenti) programmi di inserimento nel mondo del lavoro e in generale una politica disinteressata ai giovani:

“Sven ha alle spalle uno Stato che aiuta i ragazzi persino più dei vecchi, stendendo una rete di protezione che consente loro di mettere in pratica il verbo della giovinezza: rischiare. Luca B. alle spalle non ha nulla: non uno Stato, non una politica e nemmeno un’economia disposte a credere in lui.” (sic!)

Possibile che per Gramellini questi siano motivi sufficienti a giustificare il fatto che un giovane italiano rimanga a casa coi genitori fino a trent’anni? Mi sembrano solo scuse, fandonie qualunquiste che mi aspetterei di sentire al bar, non di leggere sul Corriere. E’ vero, questi problemi esistono. Nessuno lo mette in dubbio. Sono problemi che ci trasciniamo dietro da decadi, e come noi la Spagna, la Grecia e in misura ormai minore il Portogallo. Ma i toni un tempo accesi di questi problemi si sono stinti, rimanendo acquerelli, sfondi statici, su cui ciò che fa davvero la differenza sono l’intraprendenza e la reale volontà dell’individuo.

Che lo Stato se ne fotta dei giovani è fuor di dubbio. Tutti noi ci confrontiamo ogni giorno con la classe sociale predominante, quella dei 40-50enni, inutile, obsoleta, culturalmente arretrata e dolosamente colpevole di ostacolare ciò che altrove avviene naturalmente: il ricambio generazionale, bloccando l’ingresso di giovani preparati, poliglotti, tech-savvy, e preferisce invece vivacchiare lì, nello stesso posto che occupa dal 1992, come un grumo di escrementi incrostati nelle tubature della società. Anziché incentivare e promuovere i 20/30enni italiani, i quali sarebbero capaci di elevare l’Italia a livelli competitivi in Europa, gli si fa la guerra. Ebbene, di fronte a un tale omertoso muro di gomma (per non dire d’altro), nulla vieta al summenzionato rampante giovane italiano, finiti gli studi, idealmente a 25 anni, di andarsene al Nord (se vive al Sud), o di emigrare verso lidi stranieri se non trova nulla nemmeno al Nord.

Nel mio piccolo ho fatto così, anni fa. Il mercato del lavoro era in piena crisi – parlo del 2013 – e piuttosto che ingrassarmi con la pasta e fagioli cucinata da mammà, e la mancetta di papà, ho fatto le valigie e me ne sono andato dove all’epoca c’era qualche opportunità di lavoro in più. Non dico che questa sia l’unica soluzione, si può anche fare qualcosa in Italia, basta forse scegliere il giusto percorso di studi, uno che abiliti velocemente ad una professione, od uno che non immetta altri poeti, letterati, filosofi nel circuito, come è stato per il sottoscritto. Io ero assolutamente consapevole di destinarmi alla fame. Si sa che carmina non dant panem, ma ero pronto ad andarmene pur di difendere la mia scelta. Amici che hanno studiato Economia, Ingegneria, IT, hanno fatto molta meno fatica e hanno trovato anche dei bei lavori, senza neppure bisogno di emigrare. Tutto sta al giovane, alle sue scelte, alle sue aspirazioni. Il fuoco nello stomaco però ci deve essere.

La frottola dello Stato assistenzialista, che bussa alla porta del giovane per offrirgli un lavoro e se non glielo offre, quantomeno lo mantiene pagandolo per restare a casa a giocare alla PlayStation, non è solo sbagliata, ma mi irrita parecchio. Continuiamo, ascoltando le sirene di Gramellini, a credere che la soluzione debba arrivare per forza da fuori, da un deus ex machina che non esiste, sul cui aiuto non bisogna nemmeno contare, così come sarebbe da idioti chiedere a Babbo Natale di pagarci le bollette. E’ vero, lo Stato dovrebbe supportare. Visto che non è così, che si fa? Si aspetta come San Simeone lo Stilita che qualcosa cambi o ci si rimbocca le maniche e ci si ingegna, ci si arrabatta? Io direi la seconda, anche perché è una scelta più dignitosa rispetto al lusso tentatore da girone dantesco dell’ignavia, del torpore da mezzogiorno meridionale o da bruma padana, che spegne col suo grigiume il sacro impegno di chi qualcosa farà, a prescindere.

Insomma basta con l’inerzia e la pacca sulle spalle (“Povero figlio, nessuno ti aiuta“), basta con le sovvenzioni a fondo perduto, di chi incentiva il dolce far niente, che fa sentire meno colpevoli chi ha il posto fisso alle Poste o una sinecura da parroco di paese. Basta essere condiscendenti con chi se la vuole grattare, e pensa solo a dove andare a ballare il sabato sera. Il mondo è di chi si sveglia presto. Amen.

L

Vittime del Baronismo universitario

Riporto di seguito l’articolo del Corriere della Sera:

Angela Vettese bocciata (per la terza volta) all’abilitazione da prof. E lei: «Meglio mandare i figli all’estero»

È una delle maggiori curatrici d’arte contemporanea. «Non ha i titoli per diventare ordinario di Storia dell’arte». La replica: «In Italia per accedere conta il do ut des».

Angela Vettese

«Una gaffe imbarazzante. Angela Vettese “non è matura”. Bocciata? Da chi?»: questa la notizia riportata ieri sul Giornale dell’Arte (Allemandi) da Nicolas Ballario. Angela Vettese è una delle maggiori curatrici d’arte contemporanea, critica e direttrice di musei ed è stata «bocciata» (per la terza volta) all’Abilitazione scientifica nazionale da ordinario nel raggruppamento di Storia dell’Arte, ultima di una schiera di vittime del baronismo. I cinque commissari, Rosanna Cioffi, Cecilia De Carli, Giovan Battista Fidanza, Silvia Maddalo e Marco Pierattilio Tanzi non l’hanno abilitata giudicando i titoli da lei presentati sulla base di criteri stabiliti dall’Anvur, «che sfavoriscono chi ha successo nel mondo delle professioni e dello studio individuale e favoriscono chi staziona in università», racconta la Vettese.

I commissari hanno avuto «gioco facile» nel bocciarla: la Vettese non possiede «responsabilità di studi e ricerche scientifiche affidati da qualificate istituzioni pubbliche o private» (cioè la direzione di musei vale zero); non ha «responsabilità scientifica per progetti di ricerca internazionali che prevedano la revisione tra pari» (cioè, studiare per realizzare mostre non conta); non ha «direzione o partecipazione a comitati editoriali di riviste, collane editoriali» specie di classe A e quindi non conta nulla scrivere per Il Giornale dell’Arte, il Domenicale del Sole 24 Ore… Le sue pubblicazioni sono (scontato) ritenute «troppo divulgative: per bocciarmi uno ha preso una parte di quanto c’è scritto su di me su Wikipedia». Morale, giudizio: «Non meritevole perché non presenta articoli di fascia A nell’Arte, superficialità e tendenza divulgativa, mancata maturità metodologica». Un classico.

Perché avviene questo?

«Perché si scimmiotta un meccanismo anglosassone, privilegiando brevi saggi in rivista A con necessità del peer review, che è cosa seria in astratto, ma non sempre attendibile in pratica, mentre si depotenzia il valore delle monografie, del lavoro e dello studio individuale. Ci sono ordinari che ora non passerebbero: conosco uno che ci ha messo 10 anni a scrivere un libro fondamentale, quindi non rientrerebbe nei parametri. È un sistema studiato per delegittimare chi è all’esterno dell’università».

Cattiva legge?

«La legge è migliore della precedente, ma si è trovato l’inganno. Il mio raggruppamento, ad esempio, L ART 04 è di critica, teoria, mercato e restauro dell’arte, ma io vengo giudicata nell’ambito della Storia dell’arte. È un sistema che penalizza chi fa studi a cavallo di discipline diverse; si è presentata una ricercatrice che ha lavorato in Inghilterra e la commissione, pur riconoscendo il valore altissimo delle ricerche, ha dichiarato che “non rientravano perfettamente nel raggruppamento disciplinare”».

La storia non è nuova, si colpisce il merito e si premia l’appartenenza.

«Germano Celant disse: “Insegno se mi fanno subito ordinario di chiara fama, altrimenti non mi metto in quel tunnel. Non lo fecero. Si è perso un super professore».

Perché è così?

«È un mondo che crede di essere più importante di quello che è, ora conta poco. È abbarbicato a pseudo certezze legate a scuole, appartenenze. All’estero tu puoi entrare come ricercatore sulla base di quello che hai fatto senza la creazione di quel tunnel inventato in Italia che ti consente di accedere all’università solo dopo vari placet e do ut des che sono una spada di Damocle. Si parte con un giovane che fa la sua tesi di dottorato, metà della quale diventa articolo dell’ordinario che gli ha fatto da tutor e questo che tace».

Le famiglie hanno percezione di ciò?

«In parte. Sanno che è un mondo con qualche opacità. Io invito i figli dei miei amici ad andare a studiare all’estero».

Mai pensato di lasciare l’università?

«Stupidamente ho lasciato, progressivamente, la carriera di direttrice musei: ho passione per l’insegnamento».

Ci tenterà ancora?

«Ci proverò nel biennio 2020-2022, anche se la domanda è talmente complicata che ci vuole un mese solo per compilarla. Va bene per chi passa il tempo in università, ma per chi lavora…».

ENGLAND: un’analisi scorretta (ma sincera)

Si sa che gli inglesi godono generalmente di un’ottima fama. Sono i gentlemen per eccellenza. Hanno esportato eleganza, stile e decoro, dall’abbigliamento alla politica, passando per l’educazione civica e lo sport. Tra i tanti stereotipi, positivi e negativi, ci sono delle verità ma anche qualche bugia. Ecco la mia personale classifica di questi stereotipi.

Eleganza. La sartoria inglese è apprezzata a furor di popolo. I capi di abbigliamento prodotti in Inghilterra si vendono “like hot cakes”, al pari dei capi made in Italy. Da Londra passa qualsiasi novità modaiola prima che in altre città del pianeta. Le stoffe sono di primissima qualità: lana scozzese, tweed, pellami e così via. Hanno dei marchi prestigiosi e costosissimi. Mettere piede in una delle loro sartorie del centro vuol dire potersi permettere a malapena una cravatta, se si è dei clienti con un portafoglio normale. Figuriamoci un vestito su misura. Ma si tratta pur sempre di una clientela ristretta quella che ricorre al sarto. E’ vero invece che alla stragrande maggioranza degli inglesi la moda non interessa. Basta uscire dalle quattro stradine del centro (Regent Street, Oxford Circus e Carnaby Street) e la qualità dell’abbigliamento cala drasticamente. Molti vanno in giro in tuta (lurida e incrostata di macchie), ciabatte (sì, e per di più con le calze), petto nudo (anche in inverno), costume e talvolta pigiama… Insomma, non tutti sono dei piccoli Lord, molti sono semplicemente lordi. A’ zozzi!

Un’illustrazione di Sidney Paget

Maniere. Gli inglesi con il monocolo, il Times e il brandy non esistono (più). Nemmeno sui libri. Ricordo le bellissime illustrazioni di Sidney Paget per le prime edizioni di “Sherlock Holmes” dove si trovano quegli splendidi quadretti della vita in età vittoriana. Tutti così eleganti e così educati. “Quegli” inglesi si sono estinti da tempo. I loro discendenti abitano in zone isolate della capitale o in grandi tenute di campagna, fuori dallo zoo di tutti i giorni. I ‘nuovi’ inglesi urlano, offendono, si offendono, in maniera colorita (per non dire sguaiata) in mezzo alla strada, da un marciapiede all’altro, promettendosele o dandosele per i motivi più futili. Per circa tre giorni alla settimana gli inglesi si ubriacano (dal venerdì alla domenica) senza ritegno, con tutte le conseguenze che ne derivano: vomito, urina, dissenteria. Reperti umani non sempre nascosti per pudore dietro il primo muretto. Alcuni si liberano dei pesi del proprio corpo lasciandoli in bella vista in mezzo alla strada. Il lunedì mattina sembra di riprendere possesso di una città attraversata la notte da branchi di animali selvatici. L’ora del té sembra essere finita da un pezzo.

Linguaggio. Resiste tenacemente la loro fama di gente educata, specie nel rivolgersi a qualcun altro: Please, May I?, Of course, Be my guest. Presso le nuove generazioni si sta diffondendo una certa insoffereza verso le formule di cortesia che per secoli sono stati il baluardo di una della civiltà più evolute. Gli inglesi erano i veri paladini della forma. Questo perché l’inglese non dice mai quello che pensa. La sua rigida educazione repressiva e sessuofobica lo obbliga a fingersi educato. Ma sarà sufficiente un po’ di confidenza per trasformare qualsiasi collega, amico o conoscente in un campione di parolacce. Sul luogo di lavoro ci si rispetta – direi più ci si tiene a distanza – anzi, bisogna attenersi scrupolosamente, nelle email e nella chit chat davanti alla caffettiera, alle classiche formule british: thank you, how marvellous, lovely, that’s brilliant. Più si forzano simpatia e interesse, più sarete come loro e sarete apprezzati. Guai a dare una risposta reale al semplice “come stai?”. A loro non interessa sapere come stiate. Gli fareste solo perdere tempo. Le conversazioni telefoniche che si sentono per strada invece sono dei veri e propri capolavori di sociolinguistica, mosaici costruiti con un lessico molto meno forzato di quello da ufficio o da biblioteca, a base di fuck, bollocks, shit, cunt, cioè del loro gergo quotidiano. Ma se un inglese vi si rivolgerà usando un tono tanto sboccato, non vuol dire che sia arrabbiato con voi. Tutt’altro, avrete guadagnato la sua fiducia e sarà libero di parlare con voi come con un vecchio amico. Se vi insultano vuol dire che vi amano.

Meritocrazia. In Inghilterra se hai qualcosa da dire e qualcosa da fare troverai la tua strada. Questo secondo me non è uno stereotipo, è la verità. Ho visto tante persone partire da zero, frustrate e rassegnate all’idea di non poter realizzare il loro progetto perché nel paese da cui venivano nessuno ha creduto in loro, arrivare in Inghilterra e trovare finalmente supporto e risorse. Gli inglesi riconoscono la fondamentale importanza dell’impegno, delle capacità e soprattutto dello sviluppo personale. Molte aziende non hanno paura di investire in un giovane inesperto ed insegnargli tutto ciò che serve affinché diventi un manager di successo. In Italia invece si assiste ancora al paradosso di elemosinare lavoro e di sentirsi dire, anche per un posto da sguattero, “ma lei ha esperienza?”. E’ abbastanza comico, per non dire tragico, che qualcuno venga scartato perché non ha esperienza e quindi messo nelle condizioni di non poter mai fare esperienza. Un po’ come aspettarsi di trovare un vergine che sappia di sesso quanto Rocco.

Cibo e bevande. Oltremanica non si mangia male. Si mangia malissimo. La cucina inglese è terribile. Anche se a dire il vero di piatti “tipici” ce ne sono per fortuna pochi. Possiamo annoverare tra essi la shepherd pie e la cottage pie, il famigerato “fish & chips” (merluzzo fritto e patatine), il pudding, delle torte belle ma inavvicinabili se non si vuole prendere il diabete, oltre a qualche piatto locale perlopiù a base di interiora. Per questo motivo gli inglesi non mangiano quasi mai i loro piatti, se non vi sono costretti, e comunque a malincuore. Prediligono, come tutti gli immigrati d’altronde, i piatti di altri paesi, su tutti quelli della cucina italiana (pizza e pasta über alles), thai, cinese e sudamericana. Fortunatamente negli ultimi anni il boom dei servizi di consegna a domicilio ha reso possibile ordinare cibo di qualsiasi tipo, a qualsiasi ora e in qualsiasi posto ci si trovi, cosa che ha reso ancora meno fastidioso il bisogno di un pellegrinaggio al più vicino supermercato dove si trovano, a onor del vero, prodotti internazionali di qualità e a buon prezzo. I beveraggi sono invece buoni e sostanziosi. In Inghilterra si producono alcune tra le più buone birre del globo e gli inglesi, si sa, sono dei forti bevitori, tanto da realizzare dei santuari dedicati a Bacco, che poi sarebbero i Pub. Ecco, al pub si va con la stessa sacralità con cui si va a messa, con la sola differenza che non bisogna aspettare mezz’ora prima di bagnarsi le labbra. Insomma, mangiatene e bevetene tutti.

Meteo. Su quest’ultimo, doveroso punto, si chiude il mio elenco di stereotipi. Il tempo lassù non è così brutto come si tende a credere quaggiù, dalle nostre parti, a ridosso del Mediterraneo. Date le caratteristiche fisico-geografiche dell’Inghilterra sussistono delle difficoltà oggettive che la rendono naturalmente portata a scenari di tempo piovoso e ventoso. Non tutte le isole, specie oltre una certa latitudine, sono come le Canarie. Pioggia e vento vanno e vengono però. E’ raro imbattersi in giornate nelle quali piova dall’alba sino al tramonto. Se piove, piove per un’ora al massimo. Forse è più l’instabilità a caratterizzare la vita in Inghilterra che il brutto tempo in sé. Ma se è la paura di quattro gocce a scoraggiare il potenziale visitatore, ci si può sempre procurare un ombrello.

L

W la fuga!

Salgo sull’aereo, accompagnato da una carovana di ricordi, alcuni dolorosi, altri felici. Mi ricordo del perché me ne sono andato e mi ricordo ora, sistemandomi al mio posto, mentre comitive di famigliole con bambini raggiungono la loro fila, del perché credo di non voler più tornare. In aereo c’è tutta l’Italia: rumore, disordine, litigi, lamentele, gossip. Questi sono i ricordi dolorosi. Guardo fuori dal finestrino e osservo le montagne. Addio monti!

Il tutto viene amplificato da una sensazione di disagio, di non riuscire più ad accettare lo status quo, il pressapochismo, le vane promesse di un benessere che non ci sarà, che la nostra classe politica promette a piene mani e che noi, noi popolo del “basta che c’ho da magnà”, che ci speriamo pure, che ci azzuffiamo per le briciole, pronti a qualsiasi sotterfugio pur di racimolare quel che resta del bengodi di un tempo, quando si trovava lavoro, si guadagnava bene e si poteva andare in pensione a 50 anni.

Rido di rabbia all’idea del reddito di cittadinanza. Rido perché so che non mi riguarderà. Per mia scelta. Perché io me ne sono andato a cercarmelo il mio reddito, altrove, in un altro paese. Quelli senza lavoro che sono rimasti a casa invece riceveranno i soldi dallo Stato, che come una madre amorosa allungherà loro il peculio, con lo sguardo di rimprovero di chi si aspetta però che il figlio faccia qualcosa per meritarselo. Loro sul divano a giocare alla playstation. Altri, come me, su un aereo per la milionesima volta, perché li aspetta un’altra casa, non l’Italia, dove non c’è assistenza agli scaraffoni di mamma, ai poverimanonècolpaloro, ai disoccupati che purtroppo non sono riusciti a entrare alle poste, in polizia, al comune e che quindi – giustamente – aspettano che il lavoro bussi alla porta.

Addio monti!

L