Fallimenti di successo

Mi sono sempre chiesto quale sia il parametro migliore per stabilire il successo (o il fallimento) di una cosiddetta “opera di ingegno”. Un libro, un film, un disco, al momento dell’uscita, ricevono un giudizio da parte della critica, vale a dire di una selezionata cerchia di esperti, che sono in grado di valutare il prodotto sulla base di certe caratteristiche intrinseche al genere e stabilirne pertanto il livello di qualità. Ma il prodotto viene anche valutato, indirettamente, dal pubblico, il quale esprime invece il suo giudizio in termini di vendite.

Come determinare quindi il parametro migliore, quello a cui affidarsi? Esistono tanti in casi in cui un libro o un film hanno ricevuto una pessima critica ma si sono rivelati poi campioni di incassi. O viceversa, sono stati accolti molto bene dalla critica ma piuttosto freddamente dal pubblico. Pubblico e critica possono infatti essere in disaccordo. Il primo si esprime in termini monetari, il secondo sotto forma di articoli di giornale, recensioni online ecc.

Vediamo qualche esempio. Il primo che mi viene in mente è il film “The Room”. Uscito nel 2003, è stato definito dalla critica come uno dei peggiori film mai realizzati. “The Room” totalizzò un incasso ridicolo al botteghino ($1,800 nel weekend di uscita) ma divenne a poco a poco un vero e proprio cult, tanto da venire trasmesso al cinema ininterrottamente per oltre quindici anni. Ad oggi, ha incassato la bellezza di $3,422,338. In pratica il film, nonostante il giudizio pessimo, è stato consacrato dal pubblico.

Un titolo del Guardian

Esistono anche esempi opposti. “Blade Runner” e “Brazil”, due film-capolavoro, rispettivamente di Ridley Scott e Terry Giliam, vennero celebrati dalla critica ma snobbati dal pubblico, che fece incassare al botteghino molto meno di quanto fu speso per la produzione. Idem per “Dune”, “Fight Club” e “Vi presento Joe Black”. Tutti film disprezzati dal pubblico, che raggiunsero incassi bassissimi e che inflissero perdite significative alle case produttrici, ma che cionondimeno ricevettero apprezzamenti dagli esperti e che nel tempo si sono via via affermati.

Esempi simili esistono anche nel campo della letteratura. Magari non tutti sanno che uno dei testi-cardine della filosofia, Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, di Arthur Schopenhauer, classico irrinunciabile e tuttora in vendita, all’epoca (parliamo del 1818) fu un flop colossale, tanto che quasi tutte le copie della prima edizione finirono al macero. Probabilmente il pubblico non era ancora pronto per una lettura del genere…

Nella maggior parte dei casi il tempo si rivela quindi un fattore determinante. Un’opera, che al debutto è un flop, come “The Room”, benché non sia mutato il parere dei critici che continuano a ritenerlo un film terribile, è stata invece ripescata e apprezzata dal comune spettatore, il quale finisce per godere di qualcosa che non era nelle intenzioni dell’autore. La gente va ora a vedere “The Room” per ridere della goffaggine degli attori, della mancanza di una storia e per l’assurdità delle situazioni. Ovviamente non era questo che il regista voleva. Significa in poche parole che il pubblico ha involontariamente stravolto il percorso del film, trascinandolo dal filone drammatico a quello comico, con buona pace della produzione che, almeno a distanza di quindici anni, è rientrata dei costi di produzione.

E’ invece meno frequente, e tuttavia possibile, che nel tempo cambi anche il giudizio della critica. Succede infatti che l’entusiasmo con cui il pubblico accoglie qualcosa, costringa i critici a rivedere i propri giudizi. Più o meno come riportato nell’immagine sopra, dove i critici del Guardian si chiedono se effettivamente “The Room” sia poi così brutto come viene definito e se non sia il caso di considerarlo, fuor di contesto originario, un buon film: so bad, it’s good.

Rimango pertanto perplesso, proprio dalla labilità dei confini. Mi chiedo se allora ha così peso un giudizio espresso ora, che un domani potrebbe cambiare. I gusti per l’appunto nel tempo cambiano, sia del pubblico che dei critici, e non è affatto detto che qualcosa di “brutto” ora, non venga un giorno rivalutato e apprezzato. Probabilmente quando si pubblica qualcosa, un libro per esempio, se non si è certi del valore della propria opera (e anche se lo si fosse, non è una garanzia), ci si può solo raccomandare all’imprevedibilità del giudizio altrui, sempre così ondivago – come si è visto – senza preoccuparsi troppo di che fine farà. Credo sia questo in fondo l’approccio migliore, nell’ottica che tanto “nulla è per sempre”.

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