
Nel 1947 esce Huis Clos del filosofo francese Jean-Paul Sartre. Si tratta di una pièce che si svolge nell’aldilà, più precisamente all’inferno. I tre protagonisti vengono introdotti in un’anonima e disabitata stanza d’albergo dove ciascuno di loro inizia a raccontare agli altri la propria storia. La stanza nella quale vengono riuniti presenta tuttavia un’insolita caratteristica: non ci sono sbarre e la porta non è chiusa a chiave. I tre, volendo, potrebbero tranquillamente andarsene perché nessuno li sorveglia o li trattiene. Non esistono carcerieri. Invece Garcin, Inès ed Estelle rimangono dove sono. Vinto un iniziale stupore, i tre cominciano a intrecciare tra loro quegli stessi rapporti viziati che li hanno fatti finire all’inferno. Garcin è stato un adultero disertore di guerra, Inès una lesbica che ha ucciso il marito ed Estelle una ricca matrona che ha annegato suo figlio. Tutti e tre hanno tradito e compiuto delitti e ora anche da morti continuano ad ingannare, cercando nel prossimo un alleato o nemico, a seconda della convenienza. Si crea presto un clima di gelosia e maldicenza, benché ormai nessuno di loro riesca più a fare a meno degli altri da cui si accorge di dipendere morbosamente.

Il dramma, che si svolge in un unico atto, diviene in breve tempo famosissimo anche perché contiene la frase “l’inferno, sono gli altri” (in francese “l’enfer, c’est les autres“). Questa la citazione completa: “Tutti questi sguardi che mi divorano… Ha! Voi siete solo due? Vi credevo di più. Allora, è questo l’inferno. Non avrei mai creduto…Voi avete in mente lo zolfo, il rogo, la grata…Ah! Che idiozia. Non c’è bisogno della grata: l’inferno, sono gli Altri” (in originale “Tous ces regards qui me mangent … Ha, vous n’êtes que deux ? Je vous croyais beaucoup plus nombreuses. Alors, c’est ça l’enfer. Je n’aurais jamais cru … Vous vous rappelez : le soufre, le bûcher, le gril .. Ah ! Quelle plaisanterie. Pas de besoin de gril : l’enfer c’est les autres”). La conclusione a cui i personaggi e gli spettatori giungono è che nell’inferno di Sartre non c’è bisogno di gabbie perché il vero tormento è rappresentato dalla presenza dell’altro. Ma che cosa voleva veramente dire Sartre con quella frase?

Me lo sono chiesto a lungo, soprattutto perché la frase si presta a molteplici interpretazioni. “L’inferno sono gli altri” è volutamente ambigua e Sartre non poteva non aver ricercato questo effetto per creare nel lettore (e poi nello spettatore) una giustificata sensazione di angoscia. La prima idea che mi è venuta in mente è che implicasse una forma di condanna ‘sociale’, se la si legge come atto di accusa verso le colpevoli ‘falle’ degli allora ceti medio-alti. D’altronde, il testo è stato scritto nel ’43, in piena Seconda Guerra Mondiale, cioè quando l’Europa era attraversata da un odio e un risentimento mai visti prima. La delazione, spesso perfino tra consanguinei, era tristemente diffusa. Fidarsi di qualcuno poteva significare andare incontro alla propria rovina. Oppure, perché non darne una lettura politica? I motivi sono grossomodo analoghi, dato che un vero e proprio inferno ‘terreno’ era quello in cui milioni di persone vivevano a causa della volontà distorta di pochi uomini malvagi. Ho pensato quindi al nazismo e ai totalitarismi. Tutto questo secondo me reggeva per due motivi. Primo perché dietro il testo si intravede sempre la Guerra, ma poi perché poteva valere anche come principio autonomo, decontestualizzato da Sartre per essere inserito in un discorso più generale, come appunto in Huis Clos, dove mancano riferimenti a fatti storici concreti. Infine, Sartre poteva pure essersi rifatto ai filosofi precedenti, per esempio a Hobbes (quello di “homo homini lupus“, cioè ‘l’uomo è lupo all’uomo’), a Rousseau (il cui Contratto Sociale auspicava che la volontà egoista del singolo soggiacesse in favore del bene comune) e a Schopenhauer, che tanto peserà sulle posizioni politiche del discepolo ribelle Nietzsche. Queste sono state le mie spiegazioni, fondate solamente sulla superficie testuale dell’opera. Erano però sbagliate perché non tenevano conto di elementi fondamentali. I missed the forest for the trees.

Bisogna ricordarsi che Sartre fu un filosofo e uno scrittore prolifico, il cui talento era solo ‘prestato’ al mondo delle lettere. Il suo pensiero si suddivide tra una marea di testi filosofici, racconti, romanzi, saggi politici, sceneggiature ecc, che ricompongono da angolazioni diverse la sua particolare weltanschauung, vale a dire la sua originale visione del mondo. Potrei anche dire, da lettore di Sartre-scrittore più che di Sartre-filosofo, che i romanzi e i racconti forniscono un accesso facilitato, più diretto, al suo pensiero, il quale rimarrebbe altrimenti racchiuso entro i sillogismi impenetrabili dei suoi saggi, come ad esempio l’osticissimo L’essere e il nulla. Nei manuali Sartre rientra nella sezione dedicata all’Esistenzialismo. Ma in che senso Sartre era esistenzialista?

Grazie a due romanzi, La nausea e Il muro, si riesce forse a capirlo. Il messaggio di Sartre è – semplificando brutalmente – che l’uomo si ritrova a vivere circondato da costrizioni e sovrastrutture che gli condizionano pesantemente l’esistenza. Ciascuno di noi dovrebbe riscoprire il mondo, e poi se stesso, come se lo vedesse per la prima volta, liberandosi da tutti i condizionamenti. Il malessere di Antonio Roquentin ne La nausea deriva proprio dal condurre un’esistenza quasi da alieno, in mezzo a un mare di ‘cadaveri’, ossia di persone incapaci di provare emozioni o quantomeno di accorgersi di non essere più libere. La paralisi sociale de La nausea, ispirata dalla passività sociale del tempo, mi ricorda quella descritta da Joyce nel racconto ‘I morti’ (in Gente di Dublino), simboleggiata lì dalla neve che cade (a sancire l’immobilità delle relazioni umane), qui da una borghesia di periferia ottusa e pedante. Gli oggetti inanimati come la scrivania o il sedile del tram colpiscono Roquentin come se non li avesse mai visti prima, un po’ come se fosse stato appena catapultato sulla Terra (un po’ come Mr Bean scaraventato sul pavimento nella sigla dei suoi sketch). La novità di tutto gli suscita fastidio e nausea, in un lento processo di ambientamento che però dovrà sfociare idealmente nel rigetto anziché nell’omologazione.
“Les hommes, il faut les voir d’en haut” (“Gli uomini bisogna vederli dall’alto”) scrive Sartre all’inizio del racconto ‘Erostrato’ ne Il muro. Quindi possibilmente distanza dal prossimo e lucidità di analisi. Ciascuno dei successivi racconti delinea un tratto dell’Uomo, fino alla scena catartica della fucilazione, nella quale noi lettori perdiamo la sensibilità come se fossimo noi a finire contro il muro. Ci rendiamo conto di quanto vita e morte siano simili e di come il rischio di ‘morire’, cioè di spegnersi sia dietro l’angolo. La rottura dei rapporti umani è il filo che lega i romanzi e i racconti di Sartre e che forse getta un po’ di luce sulla frase “l’inferno sono gli altri”. L’errata impostazione dei rapporti con l’Altro pregiudica la nostra felicità e la conoscenza che possiamo avere di noi stessi. Dobbiamo smantellare giudizi e pregiudizi e tornare alla sincerità affinché gli altri ci vedano per quello che siamo, e non come maschere che celano qualcosa di diverso. Il teatro paradossale di Sartre inaugura probabilmente la stagione del teatro dell’assurdo di Beckett e di Harold Pinter, due grandissimi sceneggiatori che avranno trovato nell’esistenzialismo sartriano il gusto per il paradosso, usato per spiegare una realtà indecifrabile, incomprensibile se non attraverso appunto una non-linearità, qual è quella sgradevole che ci mette sotto il naso il filosofo francese. Lo dirà proprio lui in un’intervista che è così, che l’inferno sono gli altri nella misura in cui la relazione col prossimo nasce viziata. Questo il link da cui ho estratto il passaggio qui sotto (con traduzione):
“Je veux dire que si les rapports avec autrui sont tordus, viciés, alors l’autre ne peut être que l’enfer. Pourquoi ? Parce que les autres sont, au fond, ce qu’il y a de plus important en nous-mêmes, pour notre propre connaissance de nous-mêmes. Quand nous pensons sur nous, quand nous essayons de nous connaître, au fond nous usons des connaissances que les autres ont déjà sur nous, nous nous jugeons avec les moyens que les autres ont, nous ont donné, de nous juger. Quoi que je dise sur moi, toujours le jugement d’autrui entre dedans. Quoi que je sente de moi, le jugement d’autrui entre dedans. Ce qui veut dire que, si mes rapports sont mauvais, je me mets dans la totale dépendance d’autrui et alors, en effet, je suis en enfer. Et il existe une quantité de gens dans le monde qui sont en enfer parce qu’ils dépendent trop du jugement d’autrui. Mais cela ne veut nullement dire qu’on ne puisse avoir d’autres rapports avec les autres, ça marque simplement l’importance capitale de tous les autres pour chacun de nous.”
“Io voglio dire che se i rapporti con gli altri sono distorti, viziati, allora l’altro non può essere che l’inferno. Perché? Perché gli altri sono, in fondo, ciò che vi è di più importante in noi stessi, per la nostra propria conoscenza di noi stessi. Quando pensiamo a noi, quando cerchiamo di conoscerci, in fondo usiamo delle conoscenze che gli altri hanno già su di noi, noi ci giudichiamo con gli strumenti che gli altri hanno, che ci hanno dato, di giudicarci. Qualunque cosa dico di me, il giudizio degli altri è sempre in mezzo. Qualunque cosa io provi per me, il giudizio degli altri entra in mezzo. Ciò vuol dire che, se i miei rapporti sono cattivi, io mi metto a totale dipendenza degli altri e allora, in effetti, io sono nell’inferno. Ed esiste nel mondo una quantità di gente che è nell’inferno perché dipende troppo dal giudizio altrui. Ma ciò non significa affatto che non si possa avere altri rapporti con gli altri, questo delinea semplicemente l’importanza capitale di tutti gli altri per ciascuno di noi.”
Ecco un altro paio di link per chi volesse approfondire l’argomento:
- “Philosophy – Sartre” (ENG, su Youtube)
- “Huis Clos et la question des autres : L’enfer intersubjectif” (FRA)
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