Medioevo, un racconto.

Ho scritto un racconticino di un paio di pagine per il concorso “scriptavolant”, indetto dal Mercato delle Gaite di Bevagna. Toh! Sorbitevelo:

«Abbiamo bisogno di parlarvi».

L’uomo non rispose. Sollevò la zampa posteriore del cavallo, se la poggiò sulle ginocchia e si mise ad estrarre uno ad uno i chiodi che fissavano il ferro di cavallo allo zoccolo. Dovette lottare con uno spesso grumo di fango rappreso, adoperando una buona dose di precisione, prima di riuscire ad afferrare la testa di ogni chiodo con la pinza. Finita la pulizia del primo zoccolo, lasciò andare la zampa del cavallo e, spostatosi di lato, prese l’altra, iniziando daccapo la medesima operazione.

«Per favore, vi chiediamo soltanto di ascoltarci».

Questa volta l’uomo sollevò la testa, si asciugò il sudore col dorso della mano e scrutò i due uomini davanti a sé. Vide due facce imberbi, incorniciate da due caldi cappucci di lana, e due larghi mantelli grigi che svolazzavano mossi da un leggero vento autunnale. Li squadrò con la stessa attenzione con cui aveva estratto i chiodi, cercando di anticipare il motivo per cui quegli uomini si erano recati fin lì, chiedendo di Rainulfo. Li aveva sentiti arrivare. Aveva però fatto finta di niente, sperando che se ne andassero. Da tempo ormai nessun veniva più a chiedere di lui. Sapeva che quando sarebbe successo di nuovo, non sarebbe certo stata una visita di cortesia. Nessuno si spingeva fin lassù senza un buon motivo. La maggior parte delle volte si trattava di seccatori, ma quella mattina si era svegliato con una strana sensazione, come se il suo passato l’avesse finalmente raggiunto. In cuor suo sperò di ingannarsi, poi sentì in lontananza i passi di quegli uomini e capì di non essersi sbagliato.

«Che cosa volete?», chiese in tono seccato Rainulfo. Voleva scoprire subito a che cosa doveva quella visita.

«Siete voi Rainulfo?», domando uno dei due uomini incappucciati che a occhio e croce non superava i vent’anni.

«Sì», rispose Rainulfo. «Posso sapere invece voi chi siete e che cosa volete da me?».

«Ci hanno detto che vivete qui da dieci anni», proseguì l’uomo, «È vero?».

«Sono arrivato qui all’incirca dieci anni fa…».

A quella risposta i due uomini si lanciarono un’occhiata. Dopo di che il secondo uomo, che ancora non aveva parlato, gli chiese, «Possiamo vedere il vostro polso destro?».

Rainulfo non ebbe più bisogno di alcuna risposta. Realizzò subito chi fossero e il motivo della loro presenza. Comprese anche che non poteva assolutamente sottrarsi alla richiesta, per cui a malincuore lasciò andare la zampa del cavallo, che fino ad allora non aveva mollato, e girò l’avambraccio verso l’alto, mostrando il polso. Si scorgeva a malapena una scritta piuttosto sbiadita, coperta da una folta peluria rossiccia e dalla sporcizia del lavoro di maniscalco. Erano però leggibili le tre parole iniziali “Non Nobis Domine”. Il motto dei cavalieri templari.

«Bene, siete voi». I due uomini salutarono Rainulfo con un ossequioso inchino e si liberarono del cappuccio, esibendo una chierica rasata di fresco che troneggiava su due corone di capelli biondi. Rainulfo attese quindi in silenzio che quegli uomini raccontassero del perché si erano messi sulle sue tracce. Il primo uomo, che lo aveva interrogato all’inizio, iniziò a parlare in perfetto volgare toscano, benché con un marcato accento tedesco.

«Ci rincresce disturbarvi. Abbiamo bisogno di parlarvi di questioni piuttosto gravi che vi riguardano da vicino».

Rainulfo lo interruppe, «Allora è meglio se andiamo in casa», disse. «Seguitemi». Quando si alzò dallo sgabello, Rainulfo mostrò una corporatura imponente. Superava i due uomini di tutta la testa. Le spalle larghe erano bilanciate in avanti da un torace possente e da due braccia vigorose che, già forti di natura, si erano irrobustite grazie lavoro giornaliero di maniscalco. Uscirono dalla stalla in cui Rainulfo teneva due coppie di bellissimi stalloni baschi, per raggiungere una modesta capanna ad un solo piano, dal tetto spiovente coperto di strame, a qualche decina di metri di distanza. Il sole del pomeriggio rischiarava al di là della sua dimora una vallata dove si estenda il resto del villaggio, da cui Rainulfo viveva isolato volontariamente.

Li fece accomodare al centro del salone, intorno al tavolo dove mangiava e su cui si trovavano ancora gli avanzi del suo desinare. Quando si furono seduti tutti e tre, l’uomo fu invitato con un gesto da Rainulfo a proseguire.

«Come detto ci dispiace avervi recato disturbo. Tuttavia, siamo stati incaricati dall’Ordine di venire a cercarvi perché solo voi siete in grado di aiutarci». L’uomo continuò, «Voi sapete che quando avete chiesto il congedo, nonostante la regola non ne menzioni la possibilità, vi è stato concesso in virtù dei vostri meriti e delle imprese che avete compiuto che hanno contribuito ad accrescere di molto il prestigio all’Ordine». L’uomo fece una breve pausa, quindi riprese, «Ora sapete anche che il Maestro nutriva una grande stima nei vostri confronti e che è stato lui ad accordarvi questa licenza, mai concessa a nessun altro cavaliere dell’Ordine, pur consapevole che avrebbe perso un milites eccezionale, con doti e conoscenze che richiedono anni di impegno e disciplina, oltre a un lungo servizio nei ranghi. Avete scelto di ritirarvi in questo luogo appartato, rientrando nel secolo nelle vesti di un uomo normale, mescolandovi tra la gente comune. Cionondimeno voi non siete affatto un uomo come tutti gli altri e questo l’Ordine non l’ha mai dimenticato. Adesso, purtroppo, le vostre capacità vengono richieste dal Gran Maestro in persona ed è necessario che riprendiate immediatamente servizio».

Rainulfo aveva ascoltato pazientemente, senza interromperlo. Sotto la fronte madida però i suoi occhi lampeggiavano, travolti da una tempesta di ricordi che risalivano alla sua vita precedente. Di colpo gli erano tornati alla mente gli anni trascorsi nelle terre d’Oltremare, a difendere il sepolcro dai musulmani e a scortare i fedeli nel loro pellegrinaggio verso Gerusalemme. Si ricordò di aver partecipato perfino a una crociata, quella indetta da papa Eugenio III, che si era affidato alla predicazione del formidabile Bernardo di Chiaravalle, il quale percorrendo in lungo e in largo l’Europa tuonò fino a risvegliare la fede dei sovrani Svevi e Capetingi che, aderendo con entusiasmo alla causa, si imbarcarono insieme ai loro eserciti alla volta della Terrasanta. A posteriori si rivelò un inutile di sacrificio che non bastò a ribaltare le sorti della crociata, risoltasi in una disfatta. Finita la crociata, Rainulfo ritenne giusto prendere i voti del Tempio e prestare servizio in quelle lande desolate, battute dagli infedeli, perché credeva nella bontà della militia Christi: i soldati di Dio. Da soldato semplice divenne ben presto un cavaliere di rango elevato, grazie al suo fisico possente, all’abilità sia nell’uso della spada sia dell’arco, e soprattutto alla sua spiccata intelligenza. Una volta che ebbe acquisito importanza all’interno dell’Ordine, capì ben presto che dietro l’azione dei Templari si muovevano interessi tutt’altro che nobili. Disgustato dai continui massacri ai danni di poveri pastori inermi e da uccisioni di massa, giustificate con un ‘Dio lo vuole’, chiese di poter restituire la sua tonaca ed essere sciolto dai voti. Il Gran Maestro dell’Ordine, che gli voleva bene come a un figlio, acconsentì, e Rainulfo ritornò nel suo paese d’origine, riprendendo l’attività che gli aveva insegnato suo padre.

Tornato in patria, fu accolto con gioia da coloro che lo avevano visto partire ragazzo e che lo vedevano ora rientrare uomo, possente, le mani forti e la pelle cotta dal sole. Senza fargli troppe domande, gli era stato offerto di iscriversi alla lega degli artigiani in qualità di maniscalco, che era l’unico mestiere che conosceva, in considerazione del buon nome della sua famiglia. Venne così considerato da tutti uno di loro. La gente sapeva solo che era stato un soldato ma non si sapeva altro, un po’ per il timore che incuteva – sebbene poi si rivelasse buono come il pane – un po’ perché in fondo andava bene così, che il giovane Rainulfo fosse tornato a casa.

«Che cosa devo fare?», domandò Rainulfo.

«Un mese fa una carovana di pellegrini cristiani è stata assalita dai mori. Gli uomini sono stati uccisi e le donne rapite. Si tratta di nobildonne cristiane. Crediamo che siano ancora vive».

«E io che dovrei fare?»

«Abbiamo già inviato due spedizioni che però hanno fallito entrambe. Li hanno fatti cadere in trappola, li hanno massacrati e hanno infilzato le loro teste su pali acuminati, davanti alle nostre porte». I due uomini si fecero il segno della croce.

«In che zona è succeso?»

«Cinquanta miglia a sud di Gerusalemme».

«È dove sono stato di guarnigione io!», esclamò Rainulfo.

«Esattamente», ribattè il giovane, «Nessuno conosce quell’area come voi. Inoltre nessuno ha dimestichezza con quelle tribù selvagge come ne avete voi».

Rainulfo pensò, «Su quanti uomini potrei contare?».

«Sareste da solo. Gli infedeli hanno riconquistato quella zona e stanno marciando velocemente su Gerusalemme. Tutti gli uomini devono rimanere a difendere la Città Santa».

Rainulfo pensò alla sua vita, a cosa avrebbe rischiato, alla pace che avrebbe lasciato e a cui molto probabilmente non sarebbe più tornato. Non voleva abbandonare di nuovo casa sua, i pochi amici che si era fatto, gli artigiani che lo stimavano e il profumo di quella campagna che al tramonto odorava di muschio. Guardò il sole ormai basso all’orizzonte e volle catturare con gli occhi la bellezza di quel paesaggio familiare. Sospirò, chiese a quegli uomini di avviarsi e di aspettarlo in fondo al sentiero, mentre lui andava a recuperare il suo cavallo su cui montò, lasciandosi alle spalle casa sua.

Faceva caldo, anche se il sole era ormai al tramonto. Rainulfo sussurrò qualcosa all’orecchio del suo cavallo, che subito affrettò l’andatura. Non poteva fare a meno di pensare alla sua missione, a come l’aveva immaginata e al modo in cui gli artigiani lo avevano accolto. Poi si voltò a guardare le mura della città, appena a un tiro di balestra, e si disse che un giorno sarebbe tornato.

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