Harold Bloom, il critico geniale.

È stato doloroso apprendere che Harold Bloom se n’è andato. La sua era una mente acutissima, a cui si univano un carattere poco avvezzo al compromesso e una penna raffinata. Il grande critico newyorkese era l’ultimo esponente di quella nouvelle vague di critica americana ancora in grado di esprimere un giudizio critico serio, all’altezza di tale nome, prima che l’editoria di massa si consacrasse a valutazioni prettamente monetarie. Vale per lui quello che si dice di Boezio: Bloom era l’ultimo degli antichi. Nel corso della sua lunga vita divorò migliaia di libri, leggendo in sette o otto lingue, perfino in ebraico e in greco antico. Gliene derivò una cultura vertiginosa. La sua battaglia era tutta rivolta a far riscoprire i classici. Non gliene fregava niente del politically correct. Per lui non era accettabile includere nei programmi accademici autori minori provenienti da culture arretrate solo per evitare accuse di discriminazioni. Secondo lui una scrittrice nigeriana o filippina non era equiparabile a un Omero o a un Cervantes. Al fine di rimettere al centro i classici stilò quello che è considerato il suo testamento, cioè il Canone Occidentale (1996), nel quale raccolse i più celebri autori europei occidentali. Naturalmente, così facendo, si attirò una pioggia di critiche che però sdegnò dall’alto della sua autorevolezza e che riunì, per puro gusto classificatorio, sotto l’appellativo irrisorio di Scuola del Risentimento. Una bella immagine non c’è che dire.

Harold Bloom era un genio e passeggiava a buon diritto tra i geni. Mi lega a lui il ricordo di una lettura di un suo saggio dal titolo appunto Il Genio (BUR, 2003) dove si trova una carrellata di nomi intramontabili della letteratura europea. Shakespeare e Dante sono a suo (ben poco) modesto parere le vette di ogni cultura, di ogni tempo e ogni luogo. Bloom riconosce ai due maestri il merito di aver arricchito le rispettive lingue con le loro opere. Probabilmente il fatto di appartenere ad un English-speaking country deve aver influito sulla sua scelta di riservare al Bardo un posto leggermente più alto rispetto a quello occupato dal Sommo Poeta, sebbene a me Shakespeare non paia avere nulla in più rispetto a Dante. Ma qui entriamo nel campo scivoloso delle preferenze personali e si rischia di tirare fuori i coltelli. Bisogna comunque riconoscergli il merito di aver certificato in ambito internazionale la grandezza di Dante e della Divina Commedia, che egli cercava faticosamente di gustare in originale (leggeva e rileggeva il Purgatorio, anche in età avanzata, perché – diceva – non si sentiva ancora a pronto a passare dalla montagna dei peccatori ai cieli del Paradiso). Incluse per la cronaca anche altri scrittori italiani nel suo catalogo di geni, come Manzoni e Leopardi.

Infine, mi preme ricordare che per Bloom c’era un unico grande romanziere, ancora vivente quando Bloom scriveva, a cui riservò la lusinghiera definizione di ‘titano’ e questi, giusto per capirci, era il premio Nobel José Saramago. Bloom lo definì il “romanziere maggiormente dotato di talento ancora in vita. Il Maestro è uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione”.

Addio, Harold.

Harold Bloom

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