Prossimamente: LA CARNE DI ADAMO

Il 25 ottobre uscirà il mio primo romanzo, un noir a cui ho affibbiato un titolo volutamente, e apparentemente, “oscuro”: La carne di Adamo.

Che cosa posso dirvi senza correre il rischio di spoilerare? Vi posso anticipare che l’ho scritto abbastanza di getto, in pieno lockdown, più o meno tra settembre e gennaio di quest’anno, e che è interamente ambientato a Milano.

La storia segue da presso la vita di un professore universitario, il quale si trova suo malgrado coinvolto in una vicenda che ha a che fare con una donna. Questo il quadro, a grandi, grandissime linee. Posso però già aggiungere che non sarà l’unica donna, ma se volete scoprire a che mi riferisco, vi invito a leggere il libro (ordinandolo qui)

Chi mi conosce (se ha letto qualcosina di questo blog), probabilmente saprà che non sono un vero e proprio cultore dei gialli, anzi, è un genere che mi è abbastanza ignoto. Ho molta più familiarità con i classici dell’800 e del ‘900. Certo, un po’ di Conan Doyle e di Poe mi sono capitati tra le mani, ma da qui a definirmi un esperto ne passa. Tra l’altro, per inciso, una decina di anni fa mi sono imbattuto in un giallo – credo l’unico che abbia mai comprato espressamente – che secondo chi invece ne capisce sarebbe il ‘miglior giallo mai scritto’, cioè Le tre bare, di John Dickinson Carr. Molto ben scritto e finale avvincente. Ve lo consiglio.

Mi aveva però folgorato l’idea di un giallo e, se dapprima ero abbastanza restio (perché ho sempre pensato che avrei pubblicato per primo un bel mattone storico, tipo Il Nome della Rosa), poi mi sono persuaso che forse valeva la pena provarci ugualmente e mi sono quindi messo a lavorarci su.

Volevo innanzitutto evitare di rovinare la storia con le mie stesse mani, rivelando troppo o troppo poco. Dovevo poi trovare lo stile giusto, che non è quello dei gialli (ognuno li scrive come meglio crede) bensì quello che più si confaceva a me, al mio modo di raccontare. Per uno scrittore esordiente è, se vogliamo, l’ostacolo più grosso, quello che più scoraggia. L’inesperienza era il mio nemico (non la mancanza di entusiasmo).

Così, aggrappandomi come a uno scoglio all’idea iniziale, ho iniziato ad aggiungere pian piano la polpa. Devo dire che fortunatamente non ho incontrato altre difficoltà. Una volta tracciata una specie di mappa delle cose che volevo dire e assegnata una sagoma al protagonista, la storia si è quasi scritta da sola. Per fortuna. Uno dei miei più grandi difetti – come aspirante scrittore – è un’ipertrofica tendenza (quasi maniacale) alla cesellatura. Sono preda da sempre di un perenne senso di insoddisfazione che si impossessa di me ogni qualvolta scrivo, lasciandomi a sguazzare in un’impasse mostruosa, con il risultato che ho tante cose avviate e ben poche concluse.

Con questo libro tutto ciò non si è verificato. Dei tanti progetti che avevo in mente, questo per qualche motivo è quello che ha visto per primo la luce. Non capirò mai perché. Ma in fondo, importa davvero saperlo?

Come dicevo, il libro rientra nella sottocategoria del “noir”. Sì, ma che è un “noir”?

Il protagonista del romanzo noir non è un investigatore, ma è una vittima, un sospettato o un esecutore. Una delle caratteristiche più importanti del genere è la qualità auto-distruttiva del protagonista... (voce “Noir” su Wikipedia).

Il mio protagonista, si diceva, non è un poliziotto o un detective, ma un umile, e ormai stanco, professore di città, sulla quarantina, che ha ormai poca voglia di insegnare. Si ‘autodistruggerà’ quindi? Boh, chissà…

Nella cornice di una città fumosa e nebbiosa, quale appunto Milano, l’apatico professore si muove, mettendosi sulle tracce di qualcuno, ma incontrerà tanti ostacoli, sia interni che esterni. Sarà questo lo spunto per ripercorrere il suo passato, fino a trovarsi faccia a faccia con un segreto che lo riguarda da vicino.

Vi ho incuriosito (almeno un pochino)? Ammettetelo. Aspetto i vostri commenti dal 25 ottobre!

Copertina del mio libro “La carne di Adamo”

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Ancora sul linguaggio

Già in questo articolo ho affrontato il delicato argomento della scrittura e ho parlato di quanto sia doloroso il processo creativo. Almeno sulla base della mia esperienza. Ho cercato di riassumere (maldestramente) qualcuno degli errori che più facilmente si commettono nello scrivere un libro (eccessiva preparazione, linguaggio inadeguato, verbosità, incoerenza ecc). Insomma, vedi sopra.

Mi ero ripromesso di soffermarmi su un aspetto che, a mio avviso, è quello intorno al quale ruota tutta la macchina e a causa del quale, molto spesso, un libro ha poco, se non alcun successo: il linguaggio. Vale secondo me la pena spendere qualche parola proprio a proposito del linguaggio e cercare di capire insieme perché il suo uso (più spesso abuso) sia così delicato. Naturalmente, anche quelle che seguiranno sono considerazioni del tutto personali e soggettive, basate su ciò che ho sperimentato di persona.

Dunque, la lingua, inutile ricordarlo, è un muscolo. E come tutti i muscoli, quando manca di esercizio si indebolisce. Parlo chiaramente della lingua nel senso di linguaggio, lessico, sintassi, retorica. Ossia di tutto ciò che si cela dietro l’espressione letteraria, che è poi il modo in cui la nostra voce suona dietro una tastiera.

Ognuno di noi possiede un certo vocabolario, conosce dei modi di dire, ha imparato nel corso del tempo parole gergali, termini arcaici, espressioni dialettali. Alcuni parlano anche altre lingue e hanno quindi immagazzinato a livello profondo del cerebro strutture grammaticali, che possono essere più o meno simili all’italiano. Ad una vasta conoscenza della propria lingua madre (rare sono le persone che scrivono in più lingue), non sempre però corrisponde un’uguale abilità scrittoria. Voglio dire, abbiamo provato tutti la sensazione che la padronanza della nostra lingua ci garantirà, alla prima occasione, di scoprirci grandi romanzieri e parolieri dalla penna facile e, perchè no, potenziali Premi Nobel. Posso dirvi, senza tema di smentita, che non è così.

La prima cosa che si prova, di fronte a una pagina vuota, è la paura. “Oddio, e ora da dove comincio?“. Così iniziamo a digitare qualche parola. Cerchiamo di mettere insieme una frase a casaccio, nella speranza che la pagina si riempia da sola. Ci auguriamo che una parola tiri l’altra e che, a poco a poco, il discorso fili da sé, in una sorta di flusso di coscienza. Calma, di Joyce ce n’era uno solo. Subentra allora lo sconforto. Ci ritroviamo bloccati, inermi. Non sappiamo cosa e dire e soprattutto non sappiamo come dirlo. Non ci accorgiamo che, forse, i nostri balbettii non dipendono da vaghi ricordi degli esercizi di analisi logica e dal fatto che nell’ultimo anno non abbiamo letto abbastanza libri.

L’errore è piuttosto non avere chiaro in testa l’argomento, ciò di cui si vuole parlare, perché ci concentriamo solamente sulla forma. Senza il concetto, inevitabilmente la forma ne risente. La speranza che la forma preceda il contenuto è assolutamente vana. Un adagio a cui mi sono sempre ispirato è REM TENE, VERBA SEQUENTUR, che può essere tradotto in italiano come «possiedi l’argomento e le parole seguiranno», e che viene attribuito a Catone. Mi pare illuminante. Prima pensa alla trama, a ciò che vuoi mettere in quella pagina bianca e poi vedrai che le parole appariranno (più o meno) da sole.

Ti sei poi chiesto che tono e che stile vuoi adoperare? Stai pensando di scrivere un giallo. Bene, hai esperienza in merito? Sai che tipo di linguaggio ci vuole? Ad ogni libro corrisponde un certo linguaggio. Evitiamo la tentazione di sovvertire il canone. Prima facciamoci le ossa con le regole e poi forse saremo pronti per scrivere come Palazzeschi e Marinetti. Ma dobbiamo conoscere intanto gli stili di ciascun genere. Il consiglio che avevo dato nel mio precedente articolo era di “rubare” ai grandi romanzieri, per esempio il loro modo di costruire la frase. Ovviamente, intendo rubare in senso buono. Non sto invitando al plagio. Usano frasi corte o lunghe? Termini di tutti giorni o manzoniani?

Io, personalmente, faccio molta attenzione alla punteggiatura, alla disposizione dei punti, delle virgole, dei punto e virgola, dei due punti. Di tutto. Mi concentro sulla scorrevolezza delle frasi e sul modo in cui si collegano tra loro (paratassi, ipotassi). Cerco di mettermi nei panni del lettore, per capire l’effetto che il mio paragrafo fa negli occhi di chi legge. Ho da poco scritto un giallo e mi sono reso conto che, per esempio, è meglio adoperare frasi brevi, a effetto, con un buon numero di parolacce e modi di dire colloquiali. Vanno benissimo. Magari stonerebbero in un saggio, ma per un giallo non c’è problema. Anzi, fanno atmosfera. Avevo in mente i classici (Conan Doyle, Poe, Agatha Christie, Simenon) ma anche gli autori “alternativi” (Palaniuk, Pinketts). Ogni genere ha il suo stile, e di conseguenza il suo linguaggio.

Un’altra grande difficoltà, almeno per me, è stata “tornare” a scrivere in italiano. Ho vissuto cinque anni all’estero. Perciò l’italiano in quel periodo mi è servito poco. Mi ero abituato a comunicare soltanto in inglese. Quelle poche volte in cui scrivevo qualcosa, si trattava perlopiù di email di lavoro, ed erano scritte in inglese. Avevo accantonato l’italiano. Questa lontananza l’ho pagata cara quando mi sono finalmente messo a scrivere un libro. Avevo perso familiarità con la mia lingua madre. Molte volte, specie all’inizio, mi trovavo a pensare alla frase in inglese – anche la singola parola – e a non ricordare l’equivalente in italiano. Mi sono sentito frustrato perché ho sempre creduto di possedere un buon lessico, avendo sempre letto e studiato molto. Ma è stato come rimettersi a correre dopo un lungo periodo di inattività. Le frasi che mi uscivano erano rachitiche, lessicalmente povere, costruite male. Ho dovuto perciò fare delle prove. Rileggere libri che avevo già letto, riabituarmi a ciò che era sepolto da qualche parte nella mia testa, ma che non avevo più usato. L’esercizio continuo, giornaliero è stato sì doloroso ma alla fine appagante.

Chi scrive bene è perché ha scritto tanto. Bisogna continuare a scrivere, senza mai fermarsi. Bisogna testare ogni giorno le proprie competenze. Un concetto fondamentale è: creati il tuo linguaggio. Scopri che cosa sai scrivere bene. Testa gli avverbi, le locuzioni. Non avere paura di dire o scrivere qualcosa. Usa il bagaglio di conoscenze che hai, fin nel più minuscolo dei suoi elementi. E’ un po’ come avere una cassetta degli attrezzi e non aprirla mai. Il linguaggio è uno strumento, composto da viti, rondelle, bulloni, che a seconda di come vengono messi insieme, danno luogo a un risultato. La dimestichezza con questi “pezzi” viene solo dalla pratica. Gli anglosassoni dicono infatti PRACTICE MAKES PERFECT. La pratica rende perfetti. True.

Sicuramente il discorso potrebbe continuare ancora a lungo ma, come direbbe qualcuno, «Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.».

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