La guerra assurda

Che nessuna guerra abbia senso è un dato di fatto, ma che questa sia particolarmente – e inutilmente – assurda, è sotto gli occhi di ognuno. Perfino più assurda dei conflitti in Afganistan, Iraq e Siria, gli ultimi in ordine di tempo, i cui attori principali sono sempre loro: i buoni (l’Occidente) e i cattivi (tutti gli altri).

Mossa da motivazioni che solo Putin conosce, la guerra in Ucraina ci impone riflessioni serie e pazienti, ci invita a guardarci dentro e a chiederci, tra le tante cose, da che parte stiamo. Perché è impossibile non schierarsi, è impossibile non farsi un’idea, è impossibile non pensare a come questo evento drammatico abbia cambiato per sempre le nostre vite.

Personalmente, questa guerra mi ha fatto pensare a varie cose. Innanzitutto che è una guerra di Putin. Solo Putin la vuole, e nessun altro. E’ quasi sicuramente il canto del cigno di un uomo solo, triste e (forse) malato che, come Sansone, intende trascinarsi nella tomba l’umanità intera per la paura – umanissima – di venire dimenticato. Putin da stratega è diventato dittatore, da genio politico si è trasformato in autarca spietato e assassino, capace di uccidere a cuor leggero centinaia di innocenti, tra cui bambini, nel tentativo di annettere un popolo che si faceva i fatti suoi, un popolo sovrano, e per dare corpo a questo suo desiderio è disposto a tutto. Così però Putin ha perso qualsiasi credibilità a livello internazionale e si condannato con le sue stesse mani a finire nel più classico dei modi, quello riservato ai dittatori, il modo che dà più sollievo a chi è stato oppresso e calpestato, ossia quello che non prevede, per sua sfortuna, alcun lieto fine.

Putin con la sua scelta scellerata ha cambiato faccia al mondo. Ha tanto per cominciare stravolto l’identità russa, suscitando indignazione e sgomento, perfino tra i russi, che non sono più disposti a ingoiare in silenzio le decisioni dell’autarcato. Questo soprattutto è vero per le nuove generazioni, che sono nate e cresciute dopo la caduta del muro di Berlino, in un paese relativamente libero e che si sono perciò abituate a uno stile di vita più fresco, a comportarsi secondo il modello occidentale, a viaggiare fuori dai propri confini, a navigare in internet, a esprimersi senza il pericolo della censura. La scelta di Putin, comunque la si veda, è di fatto una scelta anacronistica. Per farcene una ragione, dobbiamo pensare che si tratta della mentalità di un’ex spia del KGB, incomprensibile se separata dalla sua cornice storica, in cui cose come “guerra fredda ” e “cortina di ferro” rimandano a nozioni tanto comuni quanto lo erano le previsioni del tempo all’ora di cena.

Aldilà del dispiacere che tutti noi proviamo per un popolo, quello russo, che non vuole la guerra perpetrata dal suo padrone e che si vede costretto a subire la minaccia di ritorsioni terribili, il dispiacere più grande è tutto per il popolo ucraino, costretto alla fuga, a nascondersi sottoterra, a combattere per strada, con armi di fortuna, senza aver ricevuto alcun addestramento, a vedersi violato in casa propria, ad assistere impotente allo sterminio di donne e bambini, a cui era stata promessa la salvezza e che invece, per volere dello zar, viene regalata in cambio una morte feroce che sa tanto di genocidio.

E’ poi anche la guerra dei social. Fa strano, penso non solo a me, assistere a una guerra vista dietro gli schermi di Instagram e TikTok e commentata dalle stesse persone che il giorno prima parlavano di diete e programmi di allenamento. Questo, oltre a farci piovere addosso tonnellate di frammenti sparsi di storie, ci colloca in prima linea sul fronte e rende questo evento un fatto crudelmente tangibile. Grazie ai social, chiunque è spettatore attivo di una guerra altrimenti distorta dall’informazione di regime e corrotta dai canali dell’una o dell’altra parte. E’ perciò una guerra diretta, senza filtri, senza commenti, senza abbellimenti. I cadaveri riversi per terra arrivano sugli smartphone, così come le bombe e i missili che piovono su asili nido, ospedali e condomini di periferia. Questo forse Putin non lo aveva previsto ed è dovuto quindi correre ai ripari, portando le lancette del suo paese indietro di trent’anni, per non trovarsi a dover fronteggiare una guerra anche nel suo giardino, contro un popolo esasperato da atrocità trasmesse live a qualsiasi ora. Mi domando se tutto ciò non minerà come un virus la fiducia fabbricata ad arte dalla sua personale macchina del consenso, intorno a un criminale sempre più isolato.

E’ inoltre la guerra delle reazioni sensazionali e delle cordate di solidarietà. L’Ucraina ha commosso il mondo intero. Ha affrettato la mobilitazione dell’Europa e degli Stati Uniti, di persone famose e di perfetti sconosciuti. Vedendo le immagini degli attacchi, ci siamo sentiti tutti vicini al popolo ucraino e ci siamo sentiti ugualmente impotenti dinanzi alla sfacciata arroganza dell’invasore. Perfino Anonymous si è mobilitato. Si sono mobilitate associazioni sportive, società, stati che mai prima d’ora avevano assunto una posizione in merito a un attacco militare. Bello vedere come la solidarietà abbia unito il fronte degli avversari di Putin. Meno bello è stato vedere che purtroppo nazioni come la Cina e l’India non hanno condannato in maniera altrettanto forte Putin ma gli hanno offerto il fianco, se non proprio un aiuto, mettendo davanti i loro interessi economici. D’altronde il mondo è anche questo, calcolo freddo e spietato di ciò che conviene rispetto a ciò che non conviene. Non conviene a costoro evidentemente inimicarsi la Russia.

Questa guerra avrà inevitabili ripercussioni di carattere economico e ambientale. Rallenterà o bloccherà del tutto la conversione del pianeta alle energie rinnovabili, condannandoci quindi ad un’estinzione annunciata, perché le risorse, le poche risorse che avevamo racimolato dopo due anni di pandemia, dovranno essere destinate in larga parte a spese belliche. Se non è ingiustizia questa – certo non paragonabile alla morte dei civili in Ucraina – mi chiedo però che cosa sia. Putin ha decretato di suo pugno la fine del mondo come noi lo conosciamo. Tale è il suo potere. Tale la sua follia.

Rimangono poi le considerazioni più spicciole che non varebbe nemmeno la pena ricordare. Sì, è stato commovente il discorso di Draghi alla camera i primi giorni dell’invasione. Grottesco e umiliante il ruolo di Di Maio agli esteri (il “fuoriluogo”, come mi piace chiamarlo), seduto al tavolo dei negoziati di fronte a un gigante della diplomazia come Lavrov. Per non parlare della ridicola spedizione di quell’altro burattino di Salvini, sbarcato in Polonia per cavalcare, com’è nel suo stile, la tragedia in corso e raccogliere qualche misero voto alle prossime elezioni. Insomma, la nostra classe politica non è all’altezza della situazione (di nessuna situazione, ora che ci penso).

Ma è il confronto con il passato che più mi intristisce. Pensare che Putin discenda in linea quasi diretta da un Tolstoj o da un Dostoevskij, ma che è venuto fuori come un pazzo guerrafondaio è oltremodo desolante. Pensare che i russi abbiano scritto le pagine più belle della letteratura mondiale mentre ora stanno scrivendo le più cupe. Mi riesce impossibile non ritornare alle lunghe serate piegato su Guerra e Pace, a commuovermi per la bellezza di un racconto in grado di descrivere l’uomo meglio di qualunque enciclopedia o atlante medico, di definire per sempre, per noi occidentali, i concetti di storia e di religione, e raccontarci nel frattempo meglio di un quadro com’era la vita nelle corti principesche dell’800 e dentro le trincee sotto Napoleone. Ma non c’è solo Tolstoj, a cui penso incessantemente. C’è sempre là, in controluce, l’altro padre della nostra letteratura, il Dostoevskij dei Fratelli Karamazov, di Resurrezione e di Delitto e Castigo. Lo scopritore delle contraddizioni e delle involuzioni della mente, della bassezza e della pochezza, degli inganni che ci tendiamo da soli e delle vette che pur potendo raggiungere, non tocchiamo mai. A lui devo ciò che ho capito di me stesso e della mente umana.

I loro capolavori rimangono a mio avviso un immenso affresco, il più bello mai scritto, di un’epopea attualissima, che attraversa gli inestinguibili ardori di Guerra e Pace (che davvero avrei voluto non finisse mai), la tragedia di Anna Karenina, per arrivare a maestri altrettanto immortali come Cechov e Gogol (quest’ultimo nato in Ucraina ma che scriveva in russo), che a loro volta ci hanno regalato racconti sublimi, per acume e lungimiranza. Mi viene da pensare subito al romanzo Anime Morte e alla novella Il Cappotto, che in poche pagine descrive la definitiva solitudine dell’esistenza. Debbo a ciascuno di loro una parte di quel che sono, debbo il calore di un ricordo o di un insegnamento. Mi hanno fatto ridere e sorridere, e soprattutto riflettere. Perché sarebbe sbagliato cedere alla tentazione di condannare un intero popolo e la sua tradizione per colpa di un singolo individuo. E questo ce lo rammenta Paolo Nori, insegnante di russo allo IULM di Milano, che per poco non si è visto sopprimere un ciclo di conferenze su Dostoevskij, nel timore da parte dell’università di suscitare inutili polemiche.

Quindi è sbagliato avercela coi russi. Dovremmo avercela invece con un russo: Putin. Colui che si è rivelato un mostro, colui il cui destino è appeso a un filo (o a una corda). Almeno questa è la piacevole illusione in cui mi cullo, colpevole nel mio piccolo di essere stato troppo a lungo a scuola da chi ha insegnato al mondo a sognare e a illudersi, a innamorarsi e soffrire, come il principe Bolkonskij della bella Nataša, a perdonare e a punire, come Raskòl’nikov con se stesso, e la cui memoria è stata tanto brutalmente oltraggiata da uno strappo improvviso e fatale, come un’esplosione in una notte di luna piena, una luna bella come la luna di Kiev.

Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…

L