Stefan Zweig: la fiducia di un europeo nel mondo di ieri

Stefan Zweig è stato uno degli intellettuali più influenti del ‘900. I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue, adattati per il cinema e il teatro. Tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso è stato lo scrittore più letto. Il film Grand Budapest Hotel, uscito qualche anno fa, è liberamente ispirato al suo famoso memoir: Il mondo di ieri. Ricordi di un Europeo. Quest’ultimo è il libro col quale Zweig si consegna nudo e crudo ai posteri, dopo aver passato in rassegna la sua vita, aver raccontato dei suoi viaggi, dei suoi incontri, aver espresso le sue più intime riflessioni e confessioni. Il mondo di ieri è soprattutto un’istantanea, interiore ed esteriore, in forma di lettera aperta alle generazioni future.

Stefan Zweig (1881-1942)

Il mondo di ieri arriva a noi, lettori di oggi, come testimonianza formidabile di un mondo che non esiste più. Già durante la vita di Zweig, il mondo di cui egli parla, non esisteva più. Travolto da due Guerre e dai numerosi rivolgimenti, il mondo conosciuto da Zweig si era via via disgregato, dissolto in una nuvola polverosa, come la cipria delle ballerine dei locali parigini e dei teatri viennesi di fine Ottocento. Un mondo dorato che, se non fosse per la strabiliante memoria di Zweig, sembrerebbe non essere mai esistito. Egli per un attimo ha la fortuna di osservarlo questo mondo, prima che gli accadimenti terribili del Novecento lo spediscano nel passato. Il racconto che emerge da queste pagine parla di anni fortunati, di grande fermento, vissuti con entusiasmo e ammirevole fiducia. Un mondo scoperto a poco a poco e che mal si concilia col mondo che verrà dopo, distopico e malvagio come il Brave New World di Huxley. Se non che la Storia ha il potere di essere più imprevedibile della Letteratura, almeno per noi che sappiamo che cosa succede dopo, in quel cosiddetto – e maledetto – secolo breve, come la critica definisce il Novecento. Ma sarebbe ingiusto e antistorico fargliene una colpa, perché la consapevolezza di essere vissuti in un periodo bello oppure brutto si raggiunge solo a posteriori. Bisognerebbe anzi ringraziare quel giovanotto curioso, nato nel vetusto Impero Austroungarico, per aver impedito che questa fondamentale pagina della storia dell’umanità sparisse per sempre.

Stefan Zweig era ebreo. Quindi le cose per lui saranno ancora più difficili. Ciononostante, ha la forza di rimanere fedele ai suoi ideali. Pur sapendo che non sarà una decisione priva di conseguenze, non accetta di fare la fine dei suoi colleghi e rilegarsi al silenzio. La sua opposizione alla piega drammatica degli eventi è semplice ma efficace e la sua fama sufficiente a metterlo al riparo da una persecuzione personale. Saranno i suoi libri a venire bruciati, non lui. Mentre il mondo si avvia verso la catastrofe, lui continua a scrivere. Nel periodo più buio, Stefan Zweig mette mano a una valanga di racconti, novelle, lettere e sceneggiature. E non interrompe nemmeno i suoi viaggi, che egli porta avanti con solerzia, considerando i pericoli a cui andava incontro. Continua a viaggiare, fino all’ultimo. Viaggiare, in fondo, è stata l’attività che più gli ha insegnato a capire il mondo. È stato grazie ai viaggi che sono nate le amicizie che lo hanno accompagnato per tutta la vita. È stato nel corso dei suoi viaggi che ha preso forma quel suo inconfondibile respiro, così largo e così umano. Ed è stato qui, soprattutto, che Zweig ha scoperto la sua coscienza, così sorprendentemente europea, nonostante il concetto di Europa fosse allora – nei primissimi anni del Novecento – appena un vago, vaghissimo concetto.

Sì perchè Zweig si considerava prima di tutto europeo. Parlava correntemente italiano, francese e inglese, oltre al tedesco, lingua nella quale scriveva. Contava tra i suoi amici Rodin, Strauss, Toscanini, Verhaeren, Rilke, Hofmannsthal, Freud – tanto per capirci – e tra i conoscenti, pur non strettissimi, H.G. Wells e Shaw. Parigi era la sua seconda casa, l’Italia, per così dire, la terza (sua madre era di origini italiane). Come detto, la padronanza naturale del tedesco gli permetteva di raggiungere in un colpo solo ben tre nazioni: Austria, Germania e Svizzera. Cosa non da poco e non così scontata, in un periodo in cui l’inglese non era ancora così diffuso, e padroneggiare tante lingue – e bene – era già di per sé un vantaggio. Zweig lo sfrutterà, eccome. La sua bravura precoce lo catapulta a diciannove anni tra i maggiori intellettuali del paese, quando esce presso la Neue Freie Press di Vienna una sua poesia. I suoi articoli vengono pubblicati e letti. Il suo nome valica presto i confini e le sue pièces contese dai teatri più importanti. Ecco come descrive la sua improvvisa notorietà:

Quando entravo in un teatro si mostravano a dito l’ignoto beniamino che era chissà come riuscito a penetrare nel sancta sanctorum degli anziani e dei venerabili. Quando poi divenni un collaboratore frequente e quasi regolare dell’inserto culturale, corsi addirittura il rischio di diventare un’autorità locale.”

All’inizio del suo racconto, egli si sofferma prima sul suo passato. Guarda al mondo in cui è nato: il mondo di suo padre e di suo nonno. Siamo nella seconda metà dell’800, guerre non se ne combattevano più. Quando c’erano, si trattava perlopiù di scaramucce. Era un mondo sostanzialmente in pace. Farsi una posizione e inserirsi nel tessuto borghese, senza temere di perdere tutto da un giorno all’altro, era ancora possibile. Anzi, era piuttosto facile, vista la tranquillità sociale che regnava. Per suo padre e suo nonno era stato così. Si erano costruiti da soli il proprio benessere. Il fatto di essere ebrei non significava ancora nulla. Contava la propria iniziativa e – in una società classista come quella viennese – bastavano il nome e la fama di persone rispettabili. Gli Zweig lo erano, sotto tutti i punti di vista. Questo aveva fatto sì che il loro buon nome fosse la moneta migliore che la sua famiglia potesse scambiare. Zweig lo chiama simbolicamente, e per contrasto col suo, “il mondo della sicurezza”.

Oggi, dopo che la grande tormenta lo ha spazzato via, sappiamo per certo che quel mondo della sicurezza altro non era che un castello di sogni. Ciononostante, i miei genitori vi hanno vissuto come fosse una dimora di pietra. Mai una tempesta e nemmeno un colpo d’aria troppo violento hanno fatto irruzione nella loro confortevole e calda esistenza. È vero che essi godevano di una particolare protezione dagli assalti del vento: erano persone benestanti che a poco a poco erano divenute ricche, anzi molto ricche, la qual cosa all’epoca certo aiutava a sigillare muri e finestre contro ogni possibile corrente.”

Quel periodo, che lo scrittore non esita a definire soffocante, era destinato a non ripetersi più. Una pace così lunga non poteva che venire interrotta, non si sa se a causa dell’innata pulsione dell’uomo all’autodistruzione oppure perché la Storia esige sempre che dopo un ciclo se ne presenti un altro e ciò che è stato venga inevitabilmente sostituito da ciò che sarà. Fuor di filosofia, Zweig non rimpiange la sicurezza materiale dei propri antenati, in quanto sa bene che alla pace si accompagna, come il più sgradito degli effetti collaterali, anche una certa inerzia del pensiero. Chi si adagia, infatti, non è pronto a rimettersi in gioco. In più di un passaggio ripete che solo laddove c’è scontro può esserci crescita. Egli però non ha ancora idea di che cosa avrebbe sconvolto l’umanità. Coltiva una fiducia cieca nel mondo di domani. Si affaccia al futuro pieno di entusiasmo. È un giovane ambizioso, curioso e dotato già di grande talento. Scrive molto bene e senza un briciolo di superbia. Ammira e rispetta gli scrittori affermati. Ne divora le parole, ne indaga la profondità espressiva. Il suo ingegno si alimenta, giorno dopo giorno, del contatto con l’ingegno altrui.

Il primo a lasciare un segno profondo su di lui è Hugo von Hofmannsthal. Stefan Zweig, sedicenne, è tra il pubblico quando questi, facendosi strada tra un crescendo di mormorii, raggiunge il palco di una sala conferenze di Vienna. Nessuno si aspettava di trovarsi davanti un ragazzino pallido e slavato, con le guance ancora imberbi e sul labbro appena un’ombra di peluria. Il suo nome circolava già da qualche tempo per Vienna con la stessa meraviglia che segue il manifestarsi di un prodigio, per non dire di un miracolo. Tutti erano convinti che dietro lo pseudonimo con cui Hofmannsthal pubblicò i suoi primi componimenti si nascondesse qualcuno di più maturo. Perciò la sorpresa fu enorme. Era dai tempi di Goethe che non si leggevano versi di una simile perfezione. Zweig, più di tutti, rimane sgomento di fronte a quell’altrettanto giovane poeta, che sembra sceso dal cielo.

Hofmannsthal era inquieto, incostante, suscettibile, sensibile a ogni mutamento atmosferico, irritabile e umorale nei rapporti privati, così che non era sempre facile avvicinarlo. Ciononostante, quando un problema lo interessava, era come se in lui si accendesse qualcosa: in un unico volo luminoso, ardente e infuocato simile a quello di un razzo riconduceva ogni discussione alla sua sfera, accessibile a lui soltanto. Non ho mai avuto conversazioni di pari livello intellettuale se non talvolta con Valéry, che tuttavia pensava in modo più pacato, più cristallino, e con l’impetuoso Keyrseling. In quei momenti di autentica ispirazione tutto era presente e vivido nella sua memoria diabolicamente vigile: ogni libro letto, ogni quadro veduto, ogni paesaggio… Le metafore si susseguivano concatenandosi l’una all’altra con la stessa naturalezza con cui si congiungono due mani, nuove prospettive si aprivano al pari di un improvvisato sipario che si sollevava sopra orizzonti che sembravano già chiusi. Per la prima volta in occasione di quella conferenza e in seguito negli incontri personali ho percepito in lui l’autentico flatus, il vivificante ed esaltante respiro dell’ incommensurabile, di ciò che non potrà mai essere pienamente accessibile alla ragione.

L’incontro con Hofmannsthal non è che il primo. Zweig è solo all’inizio di uno percorso straordinario che nel giro di quarant’anni lo porta a conoscere i più noti scrittori, pittori, scultori, poeti, attori e politici del suo tempo. Volti e nomi che noi associamo a noiosi manuali di scuola, ma che all’epoca erano persone in carne e ossa. Appartenenti forse a un rango più elevato di quello della gente comune, e perciò la testimonianza di Zweig è ancora più straordinaria. Di tutti conserverà un accorato ricordo. Basti pensare che, allorché sarà sbandito, in fuga dalla sua patria e ormai anziano, ripenserà con nostalgia a quegli anni in cui la vita gli si spalancava di fronte, gravida di promesse e di speranze. Il mondo è la sua ostrica e lui non ha che da aprirla e gustarne il frutto più tenero. Di lì a poco lascerà infatti l’Austria. La prima città che visita è Parigi. L’impressione della capitale francese sul suo animo è struggente. Si capisce subito quanto egli l’abbia amata.

“[…] in nessun luogo come a Parigi si avvertiva con più intensa felicità la spensieratezza ingenua e dunque straordinariamente saggia dell’esistenza, poiché in questa città essa era costantemente riaffermata dalla bellezza delle forme, dalla dolcezza del clima, dall’opulenza e dalla tradizione. Ciascuno di noi giovani assimilava un poco di quella leggerezza, aggiungendovi in questo modo la propria parte. Cinesi e scandinavi, spagnoli e greci, brasiliani e canadesi, tutti si sentivano a casa propria sulle rive della Senna. Nessuna costrizione, nessun obbligo: si poteva parlare, pensare, ridere, imprecare come si voleva.

Come dargli torto, del resto. Da ogni parte si respirava ottimismo. Parigi era l’esempio perfetto di capitale europea: libera da pregiudizi, moderna, culturalmente stimolante. Chiunque era il faber suae quisque fortunae, grazie all’accoglienza indiscriminata e al rispetto sincero. Tra tutti, il periodo parigino sarà quello a cui Zweig rimarrà più legato e non solo per la quantità di incontri e di scambi. A Parigi, per la prima volta, lo scrittore austriaco può identificarsi non più solo come austriaco o straniero, bensì come europeo. La macchina perfetta che era la società parigina, rappresentava, in proporzione, ciò che poteva essere l’Europa. Un crocevia di incontri, dove si poteva entrare e venire subito accolti per ciò che si era, anziché in base a un’idea o uno stereotipo. Non c’era ancora diffidenza – o peggio, paura – verso lo straniero. A Parigi le classi sociali non determinavano il valore della persona, come invece succedeva a Vienna. Ricchi e intellettuali facevano le stesse cose che facevano i proletari e frequentavano gli stessi posti.

Parigi conosceva soltanto un allineamento dei contrasti, anziché un alto e un basso. Non esisteva alcuna barriera visibile tra le strade di lusso e i vicoli più sudici pochi metri più in là, e dovunque si avvertiva un’identica vivacità e rilassatezza. Nei cortili di periferia suonavano i musicanti di strada, dalle finestre si udivano cantare le midinette al lavoro; si sentiva sempre una risata nell’aria o un parola amichevole. Se qua e là due vetturini erano a intenti a engueuler, cioè a scambiarsi insolenze, di lì a poco li si vedeva stringersi la mano e bere un bicchiere di vino insieme, mangiandoci su – a un prezzo ridicolo – un paio di ostriche. Non c’era nulla che risultasse rigido o complicato.

Qui può finalmente scrollarsi di dosso il vecchiume stantio del suo paese e dedicarsi a coltivare amicizie influenti che lo guidino a essere uno scrittore migliore. Il poeta Verhaeren, per esempio, lo introduce nella cerchia dei personaggi più illustri della città, portandolo perfino a conoscere Rodin. Il contatto diretto con un artista come Rodin cambierà per sempre le sue vedute e inciderà sul suo animo in maniera profonda. Da Parigi in poi Zweig non sarà più lo stesso e solo dopo aver visto Parigi comprende appieno la bellezza della libertà. Non già di quella individuale, ma della libertà intesa come la possibilità di frequentare chiunque, di andare dove si vuole, di essere se stessi a prescindere dalle convenzioni sociali. Non può immaginare che un giorno la privazione della libertà sarà una delle cose più dolorose da sopportare.

Simili a Parigi, seppure non così belle, saranno Berlino e Londra, che Zweig visiterà in seguito. Si reca anche negli Stati Uniti che allora erano molto diversi dagli odierni Stati Uniti. L’ardore febbrile di novità e velocità arriverà soltanto nel dopoguerra. L’America vista da Zweig era ancora una nazione arretrata, ma sulla quale stavano già spuntando i primi germogli, i più promettenti, che in Europa avevano da tempo dato i loro frutti. Gli succederà anche un fatto simbolico che vale la pena di raccontare. Passeggiando a Philadelphia, vede nella vetrina di una libreria l’edizione tedesca di un suo libro e sarà una scoperta strana perché non credeva che il suo nome potesse arrivare fin lì. Ma le ombre che lo aspettano al rientro, purtroppo, gli fanno presto dimenticare quanto la letteratura sia capace di annullare le distanze e unire gli essere umani. La Grande Guerra è sul punto di travolgere l’Europa, quell’Europa senza confini che egli amava. Il risveglio, insomma, non poteva essere più amaro.

Avevo ormai vissuto un decennio del nuovo secolo, visitato l’India e visto un pezzetto dell’Africa e dell’America; cominciavo a guardare la nostra Europa con un entusiasmo nuovo e più consapevole. Mai ho amato la nostra vecchia terra più che in quegli ultimi anni prima della guerra, mai ho sperato di più in un’unione dell’Europa, mai ho creduto di più al suo futuro come in quei giorni in cui eravamo convinti di assistere a una nuova aurora. Era già invece il bagliore dell’enorme incendio che si avvicinava.

Con l’arrivo della Prima Guerra mondiale viene spazzata via del tutto l’illusione che egli aveva coltivato di periodo di prosperità tra gli uomini. Nondimeno il suo ottimismo è ancora piuttosto saldo e la sua fiducia nel domani coraggiosamente al suo posto. Zweig aspetta pazientemente la fine del conflitto. Si rintana nella scrittura, nella letteratura, come un valido rifugio dal male e dall’odio. Ne approfitta per rinsaldare i contatti con gli altri intellettuali, almeno con coloro che non hanno ceduto alle sirene dei loro governi e si sono trasformati in alfieri per la causa nazionale. A differenza di chi da un giorno all’altro, da pensatore illuminato si è trasformato in servo della guerra, egli lavora invece per sostenere la pace e combattere le divisioni. Si rende conto di essere in netta minoranza e tuttavia sa che questa è la cosa giusta da fare. Per un po’ è costretto a lavorare in sordina, facendo attenzione a ciò che scrive e a ciò che dice. Ripara per sicurezza a Salisburgo, ritornando cioè a casa, dove ha comprato un appartamentino isolato e dove può continuare a scrivere in pace. Dopo tanto penare, piano piano le cose per lui si sistemano.

Le due decadi tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale vedono infatti l’apice del successo di Stefan Zweig. La sua ascesa è inarrestabile. Tutti a un certo punto vogliono i suoi libri e il suo editore fatica ad assecondare le richieste. Diventa in assoluto lo scrittore più letto al mondo. La fama e la ricchezza, purché improvvise e inaspettate, non gli fanno però perdere di vista neanche un attimo la missione che nel periodo più buio si era prefisso, vale a dire combattere l’orrore con la bellezza. Zweig sa – o se non lo sa, voglio pensare che quantomeno lo abbia immaginato – che il peggio doveva ancora arrivare. Nel suo animo (perché certi individui, sollevandosi più in alto degli altri, scorgono prima i venti più minacciosi) egli lo sentiva. Aveva previsto che il suo destino, benché luminoso, non sarebbe stato un destino facile e che, con la stessa velocità con cui aveva raggiunto la vettà, poteva precipitare da un momento all’altro nell’abisso. Quell’abisso in realtà un nome ce l’aveva già. Si chiamava Adolf Hitler e, per ironia della sorte, abitava a poche centinaia di metri da casa sua. Così, mentre un austriaco veniva finalmente acclamato dal mondo intero per i suoi libri, un altro austriaco si preparava a inghiottire ciò che restava di quel mondo.

Per una legge ineluttabile della Storia, proprio ai contemporanei è negata la capacità di riconoscere sin dal principio i grandi movimenti che determinano la loro epoca. Così non riesco neppure a ricordare quand’è stata la prima volta che ho sentito il nome di Adolf Hitler, questo nome che da anni siamo costretti a pensare o a pronunciare ogni giorno, anzi, quasi ogni istante per una qualche associazione d’idee, il nome dell’uomo che ha arrecato più sventura al nostro mondo di chiunque altro in passato.

Nonostante il nazismo fosse ormai prossimo a scrivere la pagina più nera di tutta la Storia, le pagine del Mondo di ieri brillano invece, a distanza di ottant’anni, di una rara forza. Non vi è neppure un punto in cui l’autore cede al pessimismo, al nichilismo e al disincanto. Ci sono, è vero, momenti di intensa crisi, per ciò che sta succedendo e per il dramma di vedersi strappare via tutto, per quella libertà che gli viene tolta, per aver dovuto mendicare ospitalità in un altro paese. Il racconto di Zweig vibra con la passione di un uomo innamorato della vita e del futuro, che credeva dal profondo del suo cuore nella bontà del genere umano. Accanto alla sua filantropia campeggia, a pari livello, una modernità che ci sconvolge, perché sembra parlare del nostro mondo. Oggi che la guerra è ancora una minaccia – o meglio, è sempre una minaccia – dovremmo tutti prendere in mano il Mondo di ieri e rileggere passi del genere:

Noi, che nel nuovo secolo abbiamo imparato a non lasciarci più sorprendere da alcuno scoppio di bestialità collettiva, noi che ogni nuovo giorno ci aspettavamo eventi più empi e scellerati del precedente, siamo molto più scettici a proposito di una perfettibilità morale del genere umano. Noi che siamo stati costretti a dar ragione a Freud, quando dice che nella nostra cultura, nella nostra civiltà vede soltanto un sottile diaframma che può essere sfondato in qualsiasi momento dagli impulsi distruttivi del mondo sotterraneo, ci siamo dovuti abituare a vivere sentendoci mancare la terra sotto i piedi, senza diritti, senza libertà, senza sicurezza. Da lungo tempo ormai abbiamo rinunciato alla religione dei nostri padri, alla loro fede in un rapido e costante progresso dell’umanità; a noi, così crudelmente illuminati, quel precipitoso ottimismo appare banale a fronte di una catastrofe che, in un sol colpo, ci ha catapultato indietro di mille anni sulla via degli sforzi del genere umano. Ma se anche i nostri padri obbedirono soltanto a un’illusione, essa era pur sempre molto più nobile e bella, molto più umana e feconda dei vuoti slogan di oggi. E a dispetto di tutte le delusioni e le esperienze accumulate, c’è qualcosa in me che misteriosamente non riesce a staccarsi da quella fede. Ciò che un essere umano ha assorbito dall’atmosfera del proprio tempo negli anni della fanciullezza continua a rimanere in lui. E malgrado ciò che ogni giornata mi urla nelle orecchie, malgrado ciò che io stesso e innumerevoli miei compagni di destino abbiamo subìto in termini di umiliazioni e sventure, non riesco a rinnegare del tutto la fede della mia giovinezza – che un giorno, nonostante tutto, il genere umano riprenderà la sua corsa verso il progresso. Perfino dal baratro di orrore in cui siamo precipitati, nel quale oggi brancoliamo tentoni, semiciechi, con l’animo sconvolto e straziato, perfino da quaggiù continuo ad alzare lo sguardo verso le costellazioni che splendevano nel cielo della mia infanzia, e mi consolo con la fede innata che questa ricaduta, un giorno, sembrerà soltanto un intervallo nel ritmo eterno dell’eterno progredire.

Come non sentire l’eco dei nostri dibattiti, dei dissidi intergenerazionali, dei figli che rinfacciano ai padri di aver ipotecato il loro futuro. Ma se nei nostri dibattiti è sparita qualsiasi ombra di speranza, in queste accorate parole la speranza era ancora viva: il mondo avrebbe ripreso il suo cammino, l’Europa sarebbe guarita da ogni forma di odio e di discriminazione. O, quantomeno, era quello che si augurava Zweig e che, se non convince, finisce però col commuovere, perché la fede, proprio in quanto salto cieco, prevede che uno non debba soffermarsi troppo sull’abisso. Noi oggi l’abbiamo perduta del tutto la fede. Non crediamo più che le cose possano sistemarsi. Magari cent’anni fa ci si poteva ancora illudere, oggi sarebbe uno sciocco chi si azzardesse a ripetere queste cose. I rischi sono troppi, le minacce incalcolabili, per credere che si possano sbrogliare solo aspettando. La guerra rimane la più terribile delle minacce e, guarda caso, è sempre lì, all’orizzonte, proprio come lo era nel 1939, quando Hitler invase la Polonia, trascinando il mondo sul campo di battaglia. Da allora è cambiato ben poco. Anzi nulla. L’umanità non ha fatto grossi passi in avanti. Ne abbiamo fatti molti di più indietro. Le “magnifiche sorti e progressive” si sono concretizzate soltanto nella tecnologia, non nella sfera umana, cresciuta molto di più in egoismo e cinismo. Ci credeva o non ci credeva non spetta a noi dirlo, né metterlo in dubbio. Stefan Zweig era veramente convinto che il suo mondo, il mondo del domani, avrebbe sconfitto il nazismo? Se lo fosse stato forse non si sarebbe suicidato nel 1942 a Petrópolis, in Brasile, dimostrando coi fatti che quel decantato ottimismo era effettivamente sentito, e non un mero artificio letterario. Ma così facendo rovino tutto il romanticismo del libro, me ne rendo conto. Non voglio togliere nulla agli appelli di pace e a quel tenue filo di speranza che unisce la prima all’ultima pagina. È bello così: perdersi in un mondo che non esiste più, in compagnia di un gentiluomo discreto, con del jazz in sottofondo, mentre qualcuno balla e fuori è già calato il buio, a parlare di libri e di poesia.

Il sole splendeva forte e intenso. Mentre m’incamminavo verso casa, notai d’un tratto la mia ombra che si allungava davanti a me, così come vedevo l’ombra della guerra passata dietro la guerra presente. E da allora quest’ombra non mi ha mai abbandonato, sovrastando i miei pensieri giorno e notte; forse il suo cupo profilo si è posato anche su alcune pagine di questo libro. Ma dopotutto ogni ombra è figlia della luce, e solo chi ha conosciuto luce e tenebra, guerra e pace, salite e crolli, può dire di aver davvero vissuto.”

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