Le colpe dei figli

Ne parlavo ieri con la mia ragazza. Difendevo le mie posizioni “estremiste” dalle sue, dolcemente e morbidamente più femminili. Le facevo notare che il calo demografico, ormai uguale ovunque e sostanzialmente in picchiata, ha una sua ragione. Non è un fenomeno “inspiegabile”. Il fatto che la gente ormai ci pensi due volte a mettere al mondo un figlio è segno che qualcosa è cambiato. O, per come la vedo io, che qualcosa si è “spezzato”.

Un tempo in Italia si facevano tanti figli. Parlo dei primi decenni del secolo scorso. Ora non è più così. Non esistono più le famiglie patriarcali, quelle con sette, otto, perfino dieci figli. Se ne fanno a malapena uno o due – se va bene.

Ma perché? La spiegazione che mi sono dato è che oltre a mancare le condizioni di sostentamento (lavoro, famiglia, prospettive) manca ormai la cultura del figlio. Ripenso alla mia infanzia, ai primi anni Novanta. La famiglia – in quegli anni ma anche prima – era il nido perfetto in cui un bambino poteva crescere. Dentro e fuori casa il mondo non era ostile. O per meglio dire, non l’ho mai percepito tale, pur avendo vissuto tanti anni in meridione, tra Sicilia, Calabria e Puglia. Nessuna ostilità, niente minacce, niente di niente. Magari è solo una mia impressione. Ma ho trascorso tanto tempo con gli amici. Insomma, ho condotto la vita normale di un bambino.

Ma all’inizio di questo millennio, infausto millennio, le cose sono cambiate. Abbiamo tutti – TUTTI – assistito al rapido sbriciolarsi di quelle poche certezze che avevamo. Ne siamo stati tutti testimoni, basta fare un leggero sforzo con la memoria. Se ricordate abbiamo iniziato a vivere di più in casa (perché la presenza di internet ha reso più comodo e veloce la soddisfazione di certi impulsi audiovisivi, trovando quindi nei bambini e negli adolescenti le vittime ideali, perché li ha potuti privare della loro prima e unica necessità: passare il tempo coi coetanei per divertirsi). Ma si è trattata di un’evoluzione – o involuzione – anche e soprattutto verticale. Anche i genitori hanno cominciato a isolarsi dietro uno schermo.

In casa, da almeno una decina d’anni non si parla più, non si discute, non ci si confronta. Non si litiga. Abbiamo ognuno il nostro schermo, pc, ipad o smartphone che sia, dietro il quale passiamo una quantità disumana di ore. Questo ci ha resi incapaci di interagire. E’ come se fossimo tornati allo stato di scimmie e avessimo a poco a poco disimparato a parlare.

Lo noto quando entro ed esco dal condominio. Nessuno saluta. Stanno tutti a testa bassa (perché chissà che pericolo può costituire un “buongiorno”). Quelle che erano le più elementari forme di socialità si sono diradate fino a scomparire. E tutto questo nell’arco di pochissimo tempo. Non sappiamo più ringraziare quando chiediamo il caffè al bar, non ci viene più spontaneo parlare del tempo col vecchietto in fila con noi alla posta, ci scoccia che qualcuno ci chieda un’indicazione.

Mi chiedo allora, venendo all’assunto iniziale, come può un giovane fare fronte a tutto questo, se i primi a trasformarsi in scimpanzé sono i loro genitori? Come possono prendere ad esempio gli adulti se gli adulti che vedono in giro non fanno altro che litigare, farsi dispetti, mandarsi a fanculo per un sorpasso, insultarsi sui social, picchiare l’arbitro alle loro partite di calcio, minacciare gli insegnanti per un voto basso. Mancano perciò quelle figure che un tempo erano considerate fondamentali per la formazione di un giovane carattere. I genitori di oggi sono molto più scarsi dei genitori di trenta o venti o anche solo dieci anni fa. In maniera assolutamente evidente.

Chi non conosce il fenomeno delle chat di scuola? Io no, non lo conoscevo. Ma ho una sorella molto piccola e ora purtroppo lo conosco anch’io. Si tratta di chat in cui gli insegnanti radunano i genitori per favorire la rapida circolazione delle notizie scuola-casa e sono l’esempio più lampante di questa inadeguatezza diffusa. Un canale che dovrebbe funzionare semplicemente come una bacheca è il più delle volte usato invece per drenare l’atrabile di genitori incazzati al fine di riversarla contro altri orango del loro livello. Oppure, quando non litigano, si lamentato di banalità come il menù della mensa o il colore dei grembiule.

Ecco, a me un mondo così mette onestamente tristezza e un po’ fa riflettere. Ho passato ormai da un pezzo l’età dello sviluppo, per cui quello che dovevo imparare l’ho imparato (per fortuna mia, direi). Anche se nessuno mi saluta, io buongiorno e buonasera lo dico. Anche contro il muro, anche se l’eco si spegne nella tromba delle scale senza udire risposta. Ma ciò che è più desolante per me è assistere a questa processione di adolescenti, i quali vagano senza metà, che si esprimono a monosillabi, come i commenti che si scrivono su Instagram, perché a casa loro non sentono più parlare, che non prendono più in mano un libro (che probabilmente non saprebbero nemmeno aprire) e che saranno gli adulti di domani.

Anche se mi deprimono, io li difendo, perché la colpa in fondo non è loro. Loro semmai sono le vittime. Ma i colpevoli sono e saranno sempre i genitori, questa classe fallita, costantemente irritata, che non è più in grado di dare l’esempio – positivo, si intende – ma che dà prova ogni giorno del peggio. Sì, mi spiace, mi spiace molto.

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