Pochi giorni fa Henry Kissinger spegneva 100 candeline. Nato in Germania nel ’23, da una donna delle pulizie e da un insegnante, nemmeno lui avrebbe sognato un giorno di diventare Henry Kissinger. Quel Kissinger. Professore ad Harvard, consulente di Nixon e Ford. L’eminenza grigia più potente del Novecento. L’uomo, l’unico uomo – si dice – in grado di fermare una guerra.

Che Kissinger abbia vissuto da cinico lo sanno tutti. Per un periodo piuttosto lungo, Henry Kissinger è stato l’uomo a sapere più cose, perfino più dei presidenti che hanno voluto la sua lingua argentata vicino all’orecchio, affinché dicesse loro cosa fare e cosa non fare. E Kissinger, ovviamente, oltreché umanamente, si è fatto ladro. Nel senso che l’invito era troppo allettante perché non sfruttasse ogni centimetro quadrato della sua enorme influenza per far pendere l’ago su questo o quel piatto, per imprimere una frenata o un’accelerazione, a questo o a quell’affare, giocando al potere come un bambino con un mondo fittizio di cui si immagini artefice, come quel Dio che secondo Einstein non avrebbe motivo di tirare i dadi quando sa già che succederà. Senza che nessuno gli abbia mai detto niente. E senza che nessuno si sentisse autorizzato a chiedergliene conto. Nemmeno il Presidente degli Stati Uniti.

La sua intelligenza sottile, la sua tendenza a calcolare tutto, più freddo di un computer sovietico, valutando tutte le possibili conseguenze, erano il marchio della sua politica estera. Per anni il cervello di Kissinger è stato oggetto di speculazioni. Com’è possibile che un uomo esprima giudizi sempre così acuti, che quasi sempre ci prendono? Non è umano. Merito di un’innata bravura – forse dovuta alla combinazione di arguzia giudaica e teutonica precisione – o si è trattato piuttosto di una lunga serie di felici previsioni che si sono poi rivelate esatte? Per dirne una, fu Kissinger a volere che l’America si aprisse alla Cina, sottolineando quanto entrambe avessero da guadagnarci. Gli accordi tra USA e Cina (promossi da Kissinger nel ‘72) resistono ancora oggi.
Oriana Fallaci chiese il permesso di intervistare Kissinger. Il professore, da poco insediatosi alla Casa Bianca sotto Nixon, non ebbe motivo di rifiutare. Non fu semplice mettersi intorno a un tavolo. Kissinger era presissimo. Il suo telefono squillava di continuo. La Fallaci era una giovane giornalista italiana, già famosa in Europa, ma ancora sconosciuta negli Stati Uniti. L’intervista fu interrotta più volte. La Fallaci stava quasi per rinunciare. Le sembrava di mendicare. Infuocata inoltre da un carattere fumantino, all’ennesimo squillo del telefono, ebbe per un attimo il piede fuori dalla porta.

Tuttavia, l’occasione era troppo ghiotta per abbandonare quell’ufficio senza aver raccolto la testimonianza dell’uomo che aveva sicuramente qualcosa da dire. Magari qualcosa che nessuno sapeva. Roba di una guerra terribile, visto che coinvolgeva, in un minuscolo lembo di Asia chiamato Vietnam, la Russia e gli Stati Uniti.
Kissinger e la Fallaci si studiarono a lungo. Due sottilissimi strateghi. Due campioni nei loro campi. La Fallaci era sul punto di diventare l’unica donna capace di far parlare il più reticente, calibrando insistenza e menefreghismo (“Benissimo, allora non me lo dica!“), anche di fronte al più arcigno capo di stato, verso il quale era incapace di tremare. Vedi Khomeini.
E Kissinger? Beh, la sua dote principale era l’uso di una dialettica sorda. Anzi muta che, senza bisogno della parola, svuotava l’interlocutore di ogni ritegno, facendolo sentire davanti a un prete confessore, in presenza del quale era meglio vuotare il sacco e sperare di venire assolti.
Entrambi sulla difensiva. Entrambi che aspettavano la prima mossa dell’altro.
L’intervista si apre con un resoconto della Fallaci della sua prima impressione di Kissinger. Non certo positiva: “Qui mi dimenticò mettendosi a leggere, le spalle voltate, un lungo dattiloscritto. Era un po’ imbarazzante restarmene lì in mezzo alla stanza, mentre lui leggeva il dattiloscritto e mi voltava le spalle. Era anche sciocco, villano da parte sua. Però la cosa mi permise di studiarlo prima che lui studiasse me. E non solo per scoprire che non è seducente, così basso e tarchiato e oppresso da quel testone di ariete: per scoprire, ecco, che non è affatto disinvolto, né sicuro di sé. Prima di affrontare qualcuno, egli ha bisogno di prendere tempo e proteggersi con la sua autorità. Fenomenofrequente nei timidi che vogliono nascondere d’essere timidi e in tale sforzo finiscono col sembrare sgarbati. O esserlo davvero. Esaurita la lettura di quel dattiloscritto, meticolosa e attenta a giudicar dal tempo che vi impiegò, si voltò finalmente verso di me e m’invitò a seder sul divano. Poi sedette sulla poltrona accanto, più alta del divano, e da questa posizione strategica, di privilegio, cominciò a interrogarmi: col tono di un professore che fa l’esame a un allievo di cui si fida poco. Assomigliava, ricordo, al mio insegnante di matematica e fisica presso il liceo Galilei di Firenze: individuo che odiavo perché si divertiva a farmi paura, fissandomi con ironia dietro gli occhiali. Di quel professore aveva perfino la voce baritonale, anzi gutturale, e il modo di appoggiarsi alla spalliera della poltrona cingendola col braccio destro, il gesto di accavallare le gambe mentre la giacca si tira dispettosamente sul ventre e rischia di far saltare i bottoni. Se voleva mettermi a disagio, ciriuscì in modo perfetto. L’incubo dei miei giorni di scuola mi aggredì al punto che, a ogni sua domanda, pensavo: “Oddio, saprò rispondere?“.
Sono solo le schermaglie iniziali. La Fallaci lo pungola subito e tra i due sono subito scintille. E’ però Kissinger a intervistare la reporter italiana, chiedendole un parere sui generali vietnamiti, sul primo ministro pakistano, su Indira Gandhi. Oriana Fallaci risponde. Per niente intimorita. Alla fine, passato quella specie di esame, si arriva a parlare di guerra.
Per il consigliere di Nixon la guerra era virilità. Per la Fallaci invece no. Come ebbe a scrivere in Niente e così sia, incentrato sulle atrocità del Vietnam. Non c’era niente di meno razionale, e di meno umano della guerra. Figuriamoci un bagliore di virilità.
Kissinger non voleva la pace in Vietnam. Non ancora. Era presto. Chissà quali macchinazioni gli frullavano in testa.
“Sul Vietnam, ovvio, non poteva dirmi di più e mi stupisco che abbia detto tanto: che quella guerra finisse o continuasse non dipendeva solo da lui ed egli non poteva permettersi il lusso di compromettere tutto con una parola di piu. Su se stesso però non aveva certi problemi e, tuttavia, ogni qualvolta gli rivolgevo una domanda precisa, si irrigidiva e sfuggiva come un’anguilla. Un’anguilla più ghiaccia del ghiaccio. Dio, che uomo di ghiaccio.“
Kissinger le spiegò la complessità della situazione. Da un lato non bisognava perder la faccia. Dall’altro bisognava portare a casa qualcosa. Per casa si intendeva ovviamente l’Occidente buono e santo. La guerra in fondo è sempre stato un affare complesso. Di una semplicità spesso disarmante.
“Non volete mettervi in testa che tutto sta procedendo come io ho sempre pensato dal momento in cui ho detto che la pace era a portata di mano. Allora calcolai un paio di settimane, mi sembra. Ma anche se dovessero essere di più. Basta, non voglio parlare più del Vietnam. Non posso permettermelo, in questo momento. Ogni parola che dico diventa notizia.”
Gli Stati Uniti sostenevano le truppe del Nord. I Russi quelle del Sud. La contrapposizione era anche ideologica. Blocco capitalista contro blocco comunista. Su terreno neutro, ovviamente, perché da che mondo e mondo nelle guerre devono morire gli innocenti, non i colpevoli. Questi erano gli effetti collateralli della guerra. Diremmo, le sue inevitabili conseguenze. Perché si affermi un’ideologia, bisogna prima versare del sangue. Di solito, più sangue si versa, più giusta è l’ideologia.

Mentre Kissinger illustrava il crudo cinismo della guerra, pardon, dell’ideologia, la Fallaci lo rintuzzava. Lei dopotutto non era una che si faceva infinocchiare dalle astruse metafisiche dei politici. Specialmente quelle che puzzavano di affari.
“Ma chi muore, chi sta morendo, ha fretta, dottor Kissinger. Sui giornali di stamane c’era una fotografia tremenda: quella di un giovanissimo vietcong morto due giorni dopo il 31 ottobre. E poi c’era una notizia tremenda: quella dei ventidue americani morti sull’elicottero abbattuto da una granata vietcong, tre giorni dopo il 31 ottobre. E mentre lei condanna la fretta, il dipartimento americano della Difesa invia nuove armi e nuove munizioni a Thieu. Hanoi fa lo stesso.“
Tutte interpretazioni sbagliate. “Fallaci”, si potrebbe quasi dire.
“Quello era inevitabile. Succede sempre prima di un cessate il fuoco. Non ricorda le manovre che avvennero nel Medio Oriente al momento del cessate il fuoco? Durarono almeno due anni. Sa, il fatto che noi si mandi altre armi a Saigon e che Hanoi mandi altre armi ai nord vietnamiti installati nel Sud Vietnam non significa nulla. Nulla. Nulla. E non mi faccia parlare ancora del Vietnam, la prego.“
Kissinger non era un pacifista. Inutile perciò accusarlo di essere un guerrafondaio, quando non ebbe mai a indossare i panni immacolati di una simile religione. E coi pacifisti, gli chiese dunque la Fallaci, che rapporti aveva?
“I soli pacifisti con cui accetto di parlare sono coloro che sopportano fino in fondo le conseguenze della non violenza. Ma anche con loro ci parlo volentieri solo per dirgli che saranno schiacciati dalla volontà dei più forti e che il loro pacifismo può portarli soltanto a orribili sofferenze. La guerra non è un’astrazione, è qualcosa che dipende dalle condizioni. La guerra contro Hitler, ad esempio, era necessaria. Con ciò non voglio dire che la guerra sia di per sé necessaria, che le nazioni debbono farla per mantenere la loro virilità. Voglio dire che esistono princìpi per i quali le nazioni devono essere preparate a combattere.“
L’intervista alla fine si rivelò a poco a poco come la cartina al tornasole di un’umanità sempre uguale, ombra e spauracchio di se stessa, manifesto di ciò che sappiamo tutti, di un’immutabile staticità che attraversando i millenni conferma ogni volta la validità del teorema. Che senso aveva dunque chiedersi se questa, o un’altra, o la prossima, fosse una guerra giusta?
“Su questo posso essere d’accordo. Ma non dimentichiamo che la ragione per cui entrammo in quella guerra fu per impedire che il Sud fosse mangiato dal Nord, fu per permettere che il Sud restasse al Sud. Naturalmente con ciò non voglio dire che il nostro obbiettivo fosse solo questo. Fu anche qualcosa di più. Ma oggi io non sono nella posizione di giudicare se la guerra in Vietnam sia stata giusta o no, se entrarci sia stato utile o inutile.“
Neppure Kissinger sapeva perché si combatteva. Eppure si combatteva. Si doveva combattere. Ieri in Vietnam, oggi in Ucraina. Muovere i fili di esistenze lontane migliaia di chilometri, per determinare la giustezza di un ideale, la bontà di un principio. Nel fratemmpo, chi se ne frega dei morti, della distruzione e dei massacri, della povertà che la guerra si lascia dietro.
Kissinger senza dirlo lo aveva detto, e la Fallaci senza scriverlo lo aveva capito. Non le era bastata una vita ad accettarlo, ma già allora lo aveva capito, che l’Uomo non si sarebbe fermato e che lei non avrebbe fatto in tempo a vedere l’ultima guerra. E se è per questo neanche noi.
“L’intelligenza non è poi così importante nell’esercizio del potere e, spesso, addirittura non serve. Allo stesso modo di un capo di Stato, un tipo che fa il mio mestiere non ha bisogno d’essere troppo intelligente.”
Kissinger aveva ragione. Nella guerra l’intelligenza non c’entra proprio niente. Si veda un Biden, rincoglionito come un nonno ubriaco dopo il cenone di Natale, che però quando c’è da alimentare una guerra per procura, diventa più acuto di uno spillo. E un Putin, ancora più spregiudicato, a soffiare col mantice su questa catastrofe. Nessuno dei due si fermerà prima di aver portato se stesso, e il resto del mondo, nel baratro.
Kissinger non era acuto. Era solo estremamente razionale. Lo è ancora, seppure centenario, e bisognerebbe chiedergli che cosa pensa oggi di questa guerra. Sono sicuro che la sua sarebbe una risposta attendista. “Chissà, dobbiamo aspettare. Lasciamo che l’ideologia faccia il suo corso“.
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