Il caso John F. Kennedy

Il 17 aprile 1961, una sconclusionata compagine militare con la bandiera americana arrotolata intorno al braccio sbarca sull’isola di Cuba. Ha inizio l’invasione della “Baia dei Porci”. L’invasione si conclude tre giorni dopo, con la presa d’atto da parte del Governo degli Stati Uniti che si tratta di un’impresa disperata. I pochi uomini spediti a Cuba non riescono ad avanzare e si impantano quasi subito. Altri uomini non ne vengono mandati, per paura che possa aumentare il bilancio delle perdite. A peggiorare la situazione, c’è il fatto che coloro che cadono nelle mani dei miliziani cubani sono facile merce di scambio. E di ricatto. L’operazione, messa in piedi male fin dall’inizio, si è rivelata gestita male, che più male non si poteva.

Il bilancio finale è di 106 americani uccisi e di 1100 prigionieri. Ma a pesare veramente, più dei morti (che ferito più, ferito meno si equivalgono), è il terribile discredito politico e il colossale l’imbarazzo di cui deve ora rispondere l’amministrazione Kennedy. L’invasione non riuscita riesce tuttavia a saldare Cuba e la Russia. Finisce cioè per ispessire ulteriormente il blocco sovietico-comunista, all’interno dell’allora nascente cortina fredda. Il piano per rovesciare Castro non solo non lo rovescia, ma lo tiene al suo posto, costruendogli alla base un consenso popolare enorme, perché il Lìder Maximo ha ricacciato indietro il prepotente gigante americano.

Nessuno alla Casa Bianca vuole prendersi la responsabilità. Il neopresidente John F. Kennedy, con una certa amarezza, osserva: «Un vecchio detto dice che la vittoria ha cento padri ma la sconfitta è orfana». Alla fine la colpa se la prende lui, ma non senza prima strigliare il suo stato maggiore. Fa subito destituire Allen Dulles, direttore della CIA, e il vicedirettore della CIA Charles Cabell. Richard Bissel Jr., vicedirettore delle operazioni, viene ritenuto il responsabile operativo del disastro. Kennedy non manca di rinfacciare a Schlesinger e Bundy, che si erano opposti all’invasione di Cuba, di non essere stati abbastanza energici nell’opporsi. Sembra quasi che Kennedy sia stato costretto, suo malgrado, a fidarsi. Solo che si è fidato delle persone sbagliate.

Kennedy si era candidato alle elezioni del 1960, battendo Nixon in una competizione molto serrata e, all’età di quarantatré anni, divenendo il primo presidente cattolico e il più giovane presidente.

John Kennedy era Presidente da appena quattro mesi. Per fortuna, si era portato alla Casa Bianca suo fratello Robert (“Bob”), capo del Dipartimento di Giustizia. John gli chiede di pubblicare urgentemente un comunicato ufficiale. La data è quella del 20 aprile 1961, ultimo giorno dell’invasione. Si legge in maniera abbastanza chiara che gli USA disconoscono l’operazione come se fosse stata eseguita da qualcun altro. Dall’urgenza balza subito agli occhi la volontà di far rientrare in tempi rapidi la crisi. Alla fine del quinto paragrafo viene ribadito che gli Stati Uniti non cercano alcun conflitto con Cuba, con cui in verità sono in pace (“with whom the United States is at peace“) e non hanno motivo di inasprire i rapporti. È questa, se vogliamo, la prima decisa presa di posizione da parte di Kennedy a poche settimane dal suo insediamento.

Chruščëv però non lascia cadere la cosa. Nell’ottobre del 1962 la Russia accetta la richiesta di Cuba di piazzare sull’isola un deterrente militare, in vista di future invasioni, benché gli USA abbiano promesso di non tentare più un’invasione. Si tratta di missili nucleari. Chruščëv la ritiene una mossa inevitabile per contrastare il crescente vantaggio statunitense nello sviluppo e nel dispiegamento di missili strategici. Inoltre la Russia si trova ad affrontare una difficile situazione strategica in cui gli Stati Uniti vantano un sostanziale vantaggio nel caso di cosiddetto “primo colpo nucleare”. Chruščëv pensa quindi di contrastare il crescente vantaggio statunitense nello sviluppo e nel dispiegamento di missili strategici collocando missili a raggio intermedio a Cuba.

Graham Allison, direttore del Belfer Center for Science and International Affairs dell’Università di Harvard, ha evidenziato come in quegli anni «l’Unione Sovietica non poteva correggere lo squilibrio nucleare dispiegando nuovi missili balistici intercontinentali sul proprio territorio. Per far fronte alla minaccia aveva pochissime opzioni. Spostare le armi nucleari disponibili in luoghi da cui potevano raggiungere obiettivi americani era una di queste». Cuba si trovava a 90 miglia dalla Florida. Era quindi nella posizione perfetta per rappresentare una minaccia.

Missili balistici a raggio intermedio sovietici R-14. Alcuni di essi vennero schierati a Cuba.

Una seconda ragione per cui i missili sovietici furono schierati a Cuba era perché Chruščëv era intenzionato a portare Berlino Ovest, controllata da americani, britannici e francesi, all’interno della Germania dell’Est comunista, nell’orbita sovietica. Chruščëv riteneva che se gli Stati Uniti non avessero fatto nulla per il dispiegamento di missili a Cuba, egli avrebbe potuto anche cacciarli da Berlino usando detti missili come deterrente alle eventuali contromisure occidentali. Se gli Stati Uniti avessero cercato di negoziare con i sovietici dopo essere venuti a conoscenza dei missili, avrebbe potuto scambiare i missili con Berlino Ovest. Poiché Berlino era strategicamente più importante di Cuba, lo scambio sarebbe stato una sua vittoria. C’erano poi motivazioni politiche, soprattutto l’intenzione di mettere il blocco comunista sullo stesso piano di forza del blocco atlantista. D’altro canto gli Stati Uniti avevano già posizionato in Turchia dei missili, cosa che alla Russia ovviamente non faceva piacere.

Il 15 ottobre 1962, il National Photographic Interpretation Center (NPIC) della CIA esamina le fotografie scattate dell’U-2 (un aereo di ricognizione), identificando la presenza di missili balistici a medio raggio su territorio cubano. La sera stessa la CIA informa il Dipartimento di Stato e alle 20:30 il consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy sceglie di aspettare fino al mattino successivo per comunicare l’informazione al presidente. Così, la mattina del 16 ottobre Bundy incontra Kennedy e gli mostra le fotografie scattate durante il volo dell’U-2 mettendolo al corrente sull’interpretazione fornita dalla CIA. Convinto che questi missili possano rappresentare una seria minaccia agli Stati Uniti, il presidente informa della situazione anche il fratello e procuratore generale Robert Kennedy e nel tardo pomeriggio convoca una riunione, invitando nove membri del Consiglio di sicurezza nazionale e altri cinque consiglieri chiave, creando un “organo decisionale” che successivamente prende il nome ufficiale di Executive Committee of the National Security Council.

È inutile dilungarsi qui su cosa sia stato discusso nel Comitato Esecutivo e quali siano state le posizioni. C’è una pagina di Wikipedia dedicata all’argomento. Mi pare ragionevole ritenere che siano state ore di estenuanti di trattative, pressioni, ripensamenti, sia per Kennedy che per i suoi. Le trattative sono andate avanti per tredici lunghi – e infiniti – giorni, attraverso dubbi laceranti e mosse (quasi) azzardate. Sapevano tutti che la minaccia di una guerra atomica era concreta, pure la gente comune, avvisata solo qualche giorno dopo. Quella manciata di giorni è passata alla storia per essere stato il momento nel quale il mondo è stato più vicino a un’apocalisse nucleare. Ci hanno girato su perfino un film e ciò che viene fuori, aldilà della ricostruzione (immagino romanzata) degli eventi, è che alla fine sia stato il Presidente John F. Kennedy l’unico a opporsi. Sembra sia stato lui l’unico a non cedere alle sirene della guerra. Neppure quando tutto sembrava destinato a finire nel modo peggiore.

“Thirteen Days” (2000)

Tra i membri del Comitato, c’era infatti chi voleva che Kennedy lanciasse un attacco. Ma Kennedy, per nostra fortuna, cerca fino all’ultimo la soluzione diplomatica. Chiama più volte Chruščëv, convoca l’ambasciatore russo, gioca di spionaggio e controspionaggio, usa insomme tutte le leve in suo possesso per scongiurare la necessità di un attacco. Kennedy affina le armi della calma e della pazienza, là dove i suoi generali venderebbero la madre per bombardare Cuba. Kennedy va in televisione, rivolgendosi alla sua nazione nell’ora più nera. In maniera diretta. Da vero Presidente.

Noi oggi non saremmo qui se Kennedy avesse prestato orecchio a chi lo supplicava di iniziare una guerra. Kennedy voleva sopra ogni cosa la fine delle ostilità. Auspicava dialogo coi suoi “nemici”. Le parole di Kennedy, nel suo discorso al popolo americano, sono parole che erompono da un profondo desiderio di pace: «I call upon Chairman Khrushchev to halt and eliminate this clandestine, reckless, and provocative threat to world peace and to stable relations between our two nations. I call upon him further to abandon this course of world domination, and to join in an historic effort to end the perilous arms race and to transform the history of man. Our goal is not the victory of might, but the vindication of rightnot peace at the expense of freedom, but both peace and freedom, here in this hemisphere, and we hope, around the world. God willing, that goal will be achieved».

Con le due ferme decisioni della Baia dei Porci e dei missili a Cuba, Kennedy viene attaccato di eccessivo pacifismo. Gran parte del suo paese lo ama, ma c’è una parte piccola – non troppo piccola, ahimè – che lo detesta. Kennedy, a causa della sua testardaggine, ha rifiutato due occasioni clamorose di fare affari d’oro. L’affare miliardario della guerra. Nel frattempo, mentre Kennedy manda in giro comunicati di pace e messaggi di speranza, i vari generali, sotto il peso di medaglie che grondano sangue, si mordono le mani.

Kennedy avvia dialoghi di pace col resto del mondo. Innanzitutto con la Russia. Sbandiera ai quattro venti la sua cieca fiducia nella fine di tutte le tensioni. Da un palco di Berlino, città-simbolo dell’odio Est-Ovest, un giorno di giugno del ’63, Kennedy grida «Io sono un Berlinese» (Ich bin ein Berliner). Si può dialogare, si deve dialogare. E anche in patria Kennedy non manca di sottolineare la necessità di contribuire alla rinascita degli Stati Uniti, ammesso che lo si faccia tutti insieme e che si costruisca un nuovo patto sociale. «Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese», aveva detto, durante il suo discorso di insediamento. Unendosi gli americani sarebbero stati più forti. Kennedy ne era convinto.

Kennedy è quindi una figura controversa. Storicamente divisiva dell’opinione pubblica, tra chi lo ha amato e chi lo ha odiato. Entrambi senza riserve. Nel 1963, l’amministrazione Kennedy si era opposta a una marcia da parte dei rappresentati della comunità afroamericana. C’erano stati troppi disordini e il movimento, di cui King era l’esponente più brillante, aveva iniziato ad essere un problema. Tuttavia, Randolph e Martin Luther King erano sicuri che la marcia avrebbe sortirto, per contro, l’effetto opposto. Con la marcia imminente, i Kennedy alla fine scelgono di collaborare e lasciano che la marcia si faccia. Questa è una delle tante cose di cui Kennedy si è occupato, con il suo profondo significato simbolico, se si considerano gli infelici destini di Martin Luther King e dello stesso Presidente. Una mossa, delle tante, che l’establishment più radicale, bianco, armato e razzista, non gradisce.

Martin Luther King

Il 22 novembre 1963 è previsto che Kennedy si rechi a Dallas, in Texas, per una visita ufficiale. L’auto del presidente dovrebbe percorrere le strade del centro. A bordo della Lincoln presidenziale, oltre al Presidente, c’è sua moglie Jacqueline. Sono tutti e due seduti dietro. È una bella mattina, c’è un sole caldo. La limousine viaggia senza capote. Il Presidente saluta e sorride, come suo solito. Sua moglie fa altrettanto. Il corteo viaggia senza incidenti, fermandosi due sole volte. Poco prima che la limousine volti su Main Street, un uomo corre verso l’auto, ma viene bloccato da un agente dei Servizi segreti e spinto via. Alle 12:29, la limousine imbocca Dealey Plaza, ormai nel centro di Dallas, dopo aver effettuato una svolta a sinistra. Oltre due dozzine, tra fotoamatori e professionisti, attendono il passaggio del Presidente. Alle 12:30, Kennedy lentamente passa di fronte al deposito di libri della Texas School. A un certo punto si sentono degli spari. Kennedy si tocca subito il collo, come a sincerarsi di una ferita. Pochi secondi dopo invece la sua testa viene aperta in due da un proiettile che lo centra in pieno. Pezzi di cranio e di cervello volano in aria. Adesso il corpo del Presidente ciondola indietro, senza vita, reclinato a sinistra, addosso a Jacqueline, che terrorizzata cerca di saltare giù dall’auto.

La giustizia americana mette su un processo farsa, nel quale non fa neanche in tempo a condannare colui che viene ritenuto il responsabile dell’assassinio: Lee Harvey Oswald, perché questi viene ucciso due giorni dopo l’arresto. Dell’interrogatorio di Oswald non è rimasto alcun verbale. Si tratta di un’accusa lampo. Catturano Oswald, lo interrogano e poi lo uccidono. Il tutto nel giro di 48 ore. Prima che possa fare nomi. Le prove “contro” Oswald sono infinite. Nel senso che vanno contro la sua colpevolezza. Un solo uomo non può aver sparato al Presidente, lì dove si crede sia partito il colpo. Molto probabilmente ci sono state più persone, appostate in punti diversi lungo il percorso. Oswald era nel deposito di libri della Texas School, alle spalle della limousine presidenziale, mentre il colpo mortale, che quasi decapita Kennedy, gli è arrivato dal davanti. Lo dice la fisica. Ma per la giustizia americana è Oswald che deve pagare. Soprattutto vuole che la gente pensi che sia stato il gesto di un pazzo, così che il caso venga chiuso e archiviato il più in fretta possibile.

Sull’omicidio di JFK è stato girato un film che si chiama JFK – Un caso ancora aperto. Nei suoi pochi anni da Presidente, Kennedy si era fatto una marea di nemici. Tutte persone che potevano vantare un motivo più che valido per volerne la “rimozione”, anche forzosa. Ne elenco qualcuno da Wikipedia:

  • I fratelli Dulles, John Foster Dulles, come Segretario di Stato e Allen Welsh Dulles, come direttore della CIA. Quest’ultimo rimosso da Kennedy dopo l’invasione alla Baia dei Porci.
  • Cosa Nostra, la mafia statunitense combattuta da Robert Kennedy, ministro della Giustizia e fratello del presidente, anch’egli successivamente assassinato in circostanze misteriose.
  • Kennedy voleva un ritiro completo dei militari americani dal conflitto in Vietnam, al quale si opponevano il Pentagono, i generali, gli industriali e i senatori coinvolti nel complesso militare-industriale e politico.
  • Il capo del Federal Bureau of Investigation, l’FBI, l’ente di polizia federale per le investigazioni all’interno del territorio degli Stati Uniti, J. Edgar Hoover aveva raccolto una cartella sulle relazioni femminili del Presidente Kennedy, d’altronde il Presidente Kennedy minacciava di rimuovere Hoover, ritenuto “ambiguo” in senso sessuale. Hoover fu criticato per essere stato negligente sia nel proteggere il Presidente Kennedy, sia nello svolgimento delle indagini sugli eventuali assassini. Non collaborava con la già negligente polizia di Dallas.
  • I petrolieri texani, principalmente Haroldson Lafayette Hunt e suo figlio Nelson Bunker Hunt, preoccupati per un progetto di Kennedy di un aumento delle tasse sugli introiti dell’estrazione petrolifera, come gli uomini d’affari texani Edgar R. Crissey e H. R. Bum Bright, tutti membri della John Birch Society.
  • Il presidente Kennedy fece pressione sul sindacalista Jimmy Hoffa dei Teamsters, il sindacato degli autotrasportatori e Robert Kennedy ne investigò le attività e cercò di disgregare il sindacato. I dirigenti della Federal Reserve Bank (FRB) erano molto contrariati dall’Ordine esecutivo 11110, con il quale Kennedy avocava al solo Governo il potere di coniare il dollaro d’argento. Il suo Ordine Esecutivo 11.110 aveva l’obiettivo di sottrarre il potere di stampare moneta alla FRB per restituirlo allo stato, liberando in questo modo gli Stati Uniti del debito creato dal signoraggio.
  • Il Ku Klux Klan razzista era fortemente contrario alla linea di Kennedy contro la segregazione razziale.
  • Il vicepresidente Lyndon B. Johnson e il suo entourage desideravano occupare il posto del presidente Kennedy e condurre una politica meno progressista.

Kevin Costner interpreta qui Jim Garrison, Procuratore Generale di New Orleans, il quale all’epoca si era opposto con fermezza alla condanna di Oswald, tanto da imbastire un secondo processo. Oswald era stato condannato nel ’63, mentre il processo di Garrison si svolge nel ’67. Secondo lui dietro l’assassinio si sono scomodate forze più potenti, che hanno orchestrato un omicidio farsa, dopo aver trovato il colpevole ideale, un mediocre ex soldato e un ancor più mediocre tiratore, con un passato da spia e dimostrabili simpatie per i russi (tanto da sposarne una). Il colpevole ideale, in pratica, su cui scaricare ogni responsabilità. Era tuttavia impossibile, da un mero punto di vista tecnico, che fosse stato Oswald a uccidere Kennedy. Secondo la Commissione Warren, incaricata di esaminare le prove, fare valutazioni balistiche ed esprimere un giudizio su chi potesse aver ucciso il Presidente, una sola pallottola lo avrebbe colpito da dietro e compiuto una serie di surreali evoluzioni, cambiando più volte traiettoria. Immaginando che Oswald si trovasse in cima al deposito di libri, alle spalle di Kennedy, la sua pallottola avrebbe compiuto il percorso che viene descritto nel video. Garrison, per la sua insensatezza, la chiama la teoria della “pallottola magica”.

Per Costner, alias Jim Garrison, il colpevole non è sicuramente Lee Harvey Oswald. Potrebbero benissimo essere stati i servizi segreti, la CIA. Oppure l’esercito, qualcuno che trovava Kennedy “scomodo”. Difficile che si trovi il vero colpevole, perché le prove vengono cancellate e le talpe man mano uccise, ma è sciocco continuare a ignorare il buon senso e credere al verbale corrotto di una Commisione pagata per sostenere si tratti di una pedina isolata, come per Martin Luther King e per tutti i martiri per la pace. Certo la tesi del complotto suscita sempre dei malumori, specie quando si dà la caccia a un fantasma senza nome. Garrison subì il più severo discredito, per aver attaccato il Governo e aver dubitato della giustizia. Io credo invece che la verità non sia mai stata detta intorno all’assassinio di Kennedy. Non sono però un esperto. Magari ho trascurato un particolare o una sfumatura. Eppure, nel caso JFK si sente puzza di complotto lontano un chilometro. L’unica amarezza, data anche un po’ dall’esperienza delle cose del mondo, è che difficilmente i “fantasmi” trovano mai un nome. Di solito si portano la verità nella tomba.

«La verità è il più importante dei valori che abbiamo perché se la verità non trionfa, se il Governo assassina la verità, se non potremmo rispettare il cuore di questa gente allora questo non è il Paese in cui sono nato e certamente non è il Paese il cui vorrò morire. Tennyson scrisse: “L’autorità dimentica un re morente.” Questo non fu mai tanto vero come nel caso John Kennedy, il cui omicidio fu forse uno dei più terribili momenti nella storia della nostra nazione. Noi, col sistema delle giurie popolari che oggi processano Clay Shaw, rappresentiamo la speranza dell’umanità contro lo strapotere dei governi. Adempiendo al vostro dovere ed emettendo la prima condanna in questo castello di carte contro Clay Shaw non vi chiedete cosa può fare il Paese per voi, ma cosa potete fare voi per il Paese. Non dimenticate il vostro re morente. Dimostrate ancora al mondo che il nostro è un Governo per il popolo, del popolo, gestito dal popolo. Niente finché vivrete sarà mai più importante. Dipende da voi.» (dall’arringa finale, nel film).