Faceva tiepido fuori, il sole sollevava dalla terra grassa un leggero odore di vernice e di catrame che mi ricordava una qualche spiaggia estiva della mia infanzia. Pikolo mi diede una delle due stanghe, e ci incamminammo sotto un chiaro cielo di giugno. Cominciavo a ringraziarlo, ma mi interruppe, non occorreva. Si vedevano i Carpazi coperti di neve. Respirai l’aria fresca, mi sentivo insolitamente leggero…
E’ mattina presto. Ha appena albeggiato. Primo Levi si sta avviando insieme a Jean verso una cisterna interrata per svolgere il compito della giornata. Per qualche strana ragione ha il cuore leggero e nulla in quelle poche righe può far presagire l’orrore che circonda i due personaggi. Sembra di leggere il racconto di una domenica in montagna, tra amici. Primo e Jean, quasi coetanei, seppure in posizioni sociali diverse nel campo (più in basso Primo, molto più in alto Jean) sono accomunati dallo stesso interesse per la vita e per il mondo che li aspetta là fuori. Si concedono timidamente il lusso di sperare. Parlano di letture, di lingue, di cose belle insomma. A un certo punto un pensiero attraversa la mente del giovane chimico torinese. Gli viene voglia di parlare di qualcosa di sacro, qualcosa che stride così forte in quel momento e in quel luogo:
… Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è piú un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.
… Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:
Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: Quando…
Primo Levi si ferma e traduce le due terzine come può, fidandosi del suo francese scolastico e sperando che l’agile mente di Jean faccia il resto. In qualche modo il messaggio di Dante passa. Jean si accorge che quelle poche parole in italiano vogliono dire qualcosa di stupefacente. Entrambi si accorgono che per un’assurda magia sono riusciti a portare la poesia nel Lager. E non una poesia qualsiasi. Quella di Dante, quella dell’Inferno. Nell’inferno appunto. Primo Levi prosegue, si tortura per continuare il canto, per far sapere a Jean cosa dice Ulisse, che cosa avviene di lui e dei compagni.
E dopo «Quando»? Il nulla. Un buco nella memoria «Prima che sí Enea la nominasse». Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: «… la piéta Del vecchio padre, né’l debito amore Che doveva Penelope far lieta…» sarà poi esatto? … Ma misi me per l’alto mare aperto. Di questo sí, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché «misi me» non è «je me mis», è molto piú forte e piú audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Sono ormai oltre i due amici. Hanno valicato con l’immaginazione la gelida recinzione del Lager e stanno solcando le onde sulla nave di Ulisse, col vento che sferza il volto e il sole che scalda la pelle. Non sono più due reietti, condannati dalla malvagità dei tempi a morire troppo presto. Sono ormai due marinai, fidi sodali in un’avventura di cui serberanno per sempre la memoria.
«Mare aperto». «Mare aperto». So che rima con «diserto»: «… quella compagna Picciola, dalla qual non fui diserto», ma non rammento piú se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio.
Il lavoro è passato sullo sfondo, così come la bruttezza del luogo in cui i loro corpi sono rimasti. La poesia di Dante Alighieri li ha elevati ad altre vette e su altre cime irraggiungibili, da cui possono ora contemplare con distacco lo scempio del nazismo. Primo Levi e Jean sono altrove, in un altro luogo e in un’altra epoca. La bellezza così come la cultura unisce e non divide. Non ha bisogno di lingue per trasmettersi. Contagia, ma come un virus che rafforza invece di indebolire. Gli uomini grazie alla poesia ridiventano Uomini. Ed è quindi in uno stato di pressoché illuminazione che Primo Levi snocciola la terzina più famosa del canto. La magia si compie. Jean ascolta estatico comprendendo che le sue quattro ossa, agitate da un soffio di vita, sono state portate dal vento dove pochi uomini hanno il privilegio di dirigersi, per non più essere dimenticati. Primo Levi e Jean sono per un attimo usciti dall’inferno.
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di piú: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio,
ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.
<— Parte II
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