A sproposito di Dante

Ho appena finito di leggere un paio di libri a proposito – guardacaso – di Dante.

Il primo si intitola Dante. Una vita in esilio, di Chiara Mercuri. Il secondo Il Naso di Dante, di Pier Luigi Vercesi. La Mercuri mi pare che insegni Storia Medievale, mentre Vercesi è un giornalista. Iniziamo dal primo libro.

Edito da Laterza, l’ho trovato piuttosto fiacco, senza apporti originali o contenuti propri. Vuole essere una ricostruzione degli ultimi vent’anni della vita di Dante. Tuttavia, come il titolo invita a pensare, ci si aspetterebbe una ricostruzione delle origini e poi dello sviluppo dell’esilio di Dante, così come il Poeta l’ha vissuto: dov’è stato, chi ha visto, cosa lo ha ispirato. Perché durante l’esilio in fondo ha trovato la forza di scrivere la Divina Commedia. Invece la D.ssa Mercuri si limite a scrivere una biografia dal taglio pseudoadolescenziale, pieno di forzature retoriche, accentuando in maniera smodata il côté psicologico, cosa arbitraria perché ciascuno di noi si è fatto la sua idea di come Dante abbia percepito il suo esilio. In queste pagine viene ipotizzato un Dante affacciato alla finestra, trasognante la sua Firenze, o un Dante avvilito dalle miserie del mondo, che se ne va in giro per l’Italia a cavallo. Sono tutte belle suggestioni ma Laterza non pubblica romanzi. Dovrebbe essere un saggio (e non lo è) e vorrebbe essere un romanzo (e non è nemmeno questo).

Inoltre la scrittura lascia a desiderare. Come detto è piena di forzature retoriche che rendono la tesi difficile da sposare, perché viene sottolineata in continuazione, fino allo sfinimento. E’ una prosa rotta, poco fluida, che scorre raramente e che rende la lettura indigesta. Ecco, non è per addetti ai lavori. Potrebbe andar bene per qualcuno alle prime armi con l’argomento, poco ferrato in materie dantesche ma non per uno specialista o per qualcuno che abbia già letto di Dante. Veniamo al secondo libro.

Vercesi è molto più piacevole da leggere. Si concentra su una tematica di nicchia, ossia sul filone delle interpretazioni esoteriche. E lo fa in maniera assolutamente competente, riconoscendo il limite delle proprie conoscenze e il fatto che si possa facilmente scivolare in considerazioni personali e in giudizi di valore a seconda che si condivida o meno il soggetto. Invece Vercesi, da bravo giornalista qual è, mantiene uno sguardo distaccato, un taglio lucido. Racconta in una bella prosa una storia che collega le vicende di un negromante inglese, vissuto a Firenze verso la metà del 1800 che aveva creduto di parlare con l’anima di Dante, con altri mistici e sedicenti esperti. Si passa così a Gabriele Rossetti, a suo figlio Dante Gabriel, ai vari Aroux, Foscolo, Pascoli, René Guénon e così via, fino ai novecenteschi Valli, Perez e Asin Palacios. E’ una bella ricostruzione, pregevolmente confezionata e accuratamente preparata. Cionondimeno mi sentirei di spostarla nella categoria dei “dossier” giornalistici, più che tra i saggi, vista la provenienza dell’autore dal mondo del giornalismo, che si è cimentato questa volta con qualcosa di difficile, proprio perché molto settoriale, appannaggio di un certo tipo di critica dal palato sensibile.

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