L’uomo dell’assemblea risponde al nome di Qoelet, per gli amici Ecclesiaste (Ἐκκλησιαστής), che deriva dal vocabolo greco ἐκκλησία (ecclesìa), vale a dire “assemblea”, e di conseguenza sta a indicare colui che riunisce un’assemblea. Il caso vuole che Qoelet oltre duemila anni fa abbia scritto uno dei libri più scandalosi e criptici dell’intera tradizione sapienzale allora in voga in quello striminzito lembo di terra che è Israele, che in seguito a rocambolesche vicissitudini e soprattutto a tanta fortuna, è stato infine accolto tra i libri sacri della Bibbia, più precisamente tra i libri sapienzali (dove spicca il celebre Cantico dei Cantici). Ho parlato non a caso di ‘fortuna’ perché Qoelet ha cercato in tutti i modi di farsi escludere dal canone biblico ma nonostante i suoi sforzi non c’è riuscito! Infatti, la particolarità dell’Ecclesiaste (userò questo termine per parlare del libro e distinguerlo dal suo autore) è che la ‘sapienza’ che Qoelet ci vuole trasmettere sia assolutamente una sapienza sui generis. Egli non decanta la bontà, né l’amore per Dio, né la speranza, né la felicità, né gli scenari pieni di letizia che ricorrono in abbondanza nelle pagine sbrodolanti allegria del Vangelo e in altri luoghi della Bibbia. Prima di dirvi di cosa parla esattamente Qoelet, riporto il giudizio di Voltaire:
«Chi parla, in quest’opera, è un uomo disingannato dalle illusioni di grandezza, stanco dei piaceri e disgustato della scienza. È un filosofo epicureo, che ripete ad ogni pagina che il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti; che l’uomo non ha niente in più della bestia; che sarebbe meglio non esser nati, che non c’è un’altra vita, e che non c’è niente di buono né di ragionevole se non il godere in pace il frutto delle proprie fatiche assieme alla donna amata. L’intera opera è di un materialista a un tempo sensuale e disgustato…»
Insomma, a Voltaire l’Ecclesiaste non piacque proprio e lo bocciò con un giudizio tranchant, compilando la relativa voce nel suo Dizionario Filosofico. E non mi riesce affatto difficile indovinare il motivo. Avevo letto l’Ecclesiaste tanti anni fa e l’ho da poco riletto integralmente. Il libro contiene la famosa affermazione “Vanità delle vanità e tutto è vanità“, da molti ancora oggi malamente presa come una condanna della vanità, nel senso di amore per se stessi e per la propria immagine. In realtà, la vanità a cui Qoelet si riferisce è la “vanitas” latina, cioè l’inutilità, l’essere vano. Che cosa sarebbe vano per Qoelet? Ma che domande: La vita dell’uomo! La morale che Qoelet insegue e su cui ribatte come un martello dall’inizio alla fine del suo libello è l’assoluta inutilità di tutto ciò che facciamo. Secondo dotte riscostruzioni Qoelet sta tenendo una lezione o presiedendo un’assemblea (da cui il suo attributo di “ecclesiaste”). E’ un uomo colto, in là con gli anni, che ha visto come va il mondo, e che occupa una posizione di potere al servizio di un qualche sovrano e che può pertanto permettersi certe libertà che ad altri non sarebbero consentite. E’ per giunta un uomo che non ha peli sulla lingua. Dice esattamente quello che pensa, ben sapendo di risultare scandaloso per la morale del tempo, e per certi aspetti anche per la nostra di morale, di uomini nati duemila anni dopo. Tuttavia Qoelet ha bisogno a tutti i costi di trasmettere il suo messaggio. Ma che cosa c’è di tanto scandaloso nell’allocuzione di Qoelet?
La mia opinione, di ateo che ha ricevuto un’educazione cattolica, come la maggior parte di coloro che sono cresciuti in Europa, è che il messaggio di Qoelet non sia poi così scandaloso come sembrò a Voltaire. Lo ritengo semmai un canto del cigno, scollegato tematicamente dai libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, in virtù della sua impressionante lucidità, della sua atemporale modernità (sembra scritto ieri!) e della quasi totale assenza di quel caliginoso tepore emanante dalla costante presenza di Dio, che se nell’Antico Testamento striglia e nel Nuovo Testamento promette, è però sempre presente. Nell’Ecclesiaste al centro non troviamo Dio bensì l’Uomo. Dio viene chiamato in causa, come un’ipotesi remota, che non ha una diretta influenza sulla vita degli uomini. E’ lì, si intravede sullo sfondo, ma sono convinto che Qoelet ne parli più per ragioni stilistiche che filosofiche, perché un uomo vissuto a Gerusalemme duemila anni fa non poteva non menzionare Dio, se dobbiamo dirla tutta…
Qoelet non vuole coccolare l’uomo, non vuole infondergli speranza nella vita eterna e farlo crogiolare nel pensiero suggestivo che, alla fine dei suoi travagli, gli sia riservato un angolino in Paradiso dove potrà finalmente riposarsi. Qoelet vuole invece che l’uomo sappia che la sua vita è breve (“chi sa che cosa sia meglio per l’uomo nella vita, nei giorni contati della sua fugace esistenza“), che dopo la sua morte nessuno si ricorderà di lui (“Non c’è ricordo per gli avi e per i posteri che saranno, neppure per loro ci sarà ricordo presso coloro che verranno in seguito“), che acquisire saggezza comporta solo sofferenza e tormento (“in molta sapienza c’è molta inquietudine e aggiungere conoscenza è accrescere dolore“) e che quindi sia meglio rimanere stolti se si vuole vivere serenamente (“La mente dei sapienti è in una casa in lutto e la mente degli stolti è in una casa in festa“), che dopo tutto gli stolti e i sapienti sono destinati entrambi all’oblio per cui non c’è differenza (“Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto“). Poi Qoelet ci vuole ricordare quanto sia più ragionevole essere poveri perché la ricchezza aumenta soltanto le preoccupazioni (“il sonno del lavoratore è dolce, poco o molto che mangi; ma la sazietà del ricco non gli concede di dormire“) e che possedere una grande ricchezza non serve perché bisognerà lasciarla al sopraggiungere della morte (“In realtà, che cosa rimane all’uomo di tutto il suo lavoro e di tutto il suo affanno con cui si affatica sotto il sole?“). Ci ricorda che viviamo circondati da continue ingiustizie e che assistiamo quotidianamente al prosperare dei malvagi a spese dei giusti (“Tutto ho visto nei miei giorni fugaci: il giusto distrutto nonostante la sua giustizia e il malvagio fiorente nonostante la sua malvagità“). La sua amara conclusione è che i morti siano più felici dei vivi perché hanno finalmente smesso di affannarsi, anzi, che i sommamente felici siano coloro che non sono mai nati perché si sono risparmiati un vano viaggio su questa terra. Come non sentire diciotto secoli dopo l’eco di Qoelet in quel “E’ funesto a chi nasce il dì natale“. D’altronde, Leopardi si era ispirato proprio all’Ecclesiaste scrivendo il poema A se stesso, che si chiude con il verso “E l’infinita vanità del tutto“. Vanità delle vanità e tutto e vanità.
Lo scenario dipinto da Qoelet è fosco, molto fosco. Le tinte sono apparentemente nere. Tutto ruota intorno al concetto di inutilità. Vivere è inutile, quello che facciamo non aggiunge e non toglie niente a ciò che è stato fatto prima di noi e che verrà fatto da chi verrà dopo. Il sole domani sorgerà imperterrito, incurante degli affanni degli uomini che nascono e muoiono sulla terra senza lasciare tracce. Tutto è destinato a perdersi nella nebbia dell’eternità nella quale l’uomo si dimena scioccamente credendosi immortale, accumulando beni e sapere, come se questo servisse a prolungargli la vita, o follia delle follie (vanità delle vanità), sottrarlo alla morte. L’architrave del discorso di Qoelet poggia per intero sulla parola ebraica “hebel“, cioè soffio, fumo, nebbia, tradotta tradizionalmente con vanità, perché è carattestico della nebbia non poterla trattenere tra le mani. Nella sua edizione dell’Ecclesiaste, padre Serafino Parisi, spiega così l’uso del termine “soffio” a significare ‘vanità’:
L’immagine del «fumo», o «nebbia», o «vapore», o «soffio» – attraverso la quale il lettore deve passare – è una situazione che descrive la concreta esistenza dell’uomo. Questo simbolo, non solo letterario, che attraverserà tutto il libro, rimanda a qualcosa di effimero, fugace, transitorio. Per spiegare questa immagine iniziale si è fatto ricorso a richiami musicali: è un basso continuo, con nulla di barocco, ma con molte evocazioni interpretative e possibili improvvisazioni legate alla sensibilità dell’esecutore. Non è, dunque, possibile intendere la frase come una formula stereotipata, essa è piuttosto sintesi e indicazione di un percorso, quello che l’autore intende far compiere al lettore. L’enfasi posta sulla parola hebel al superlativo, che ne indica il massimo grado, e la reiterazione del termine, collocano il lettore, che sta iniziando a leggere il libro, all’interno di un banco di nebbia, o di una nuvola composta di fumo, sottilissima ed evanescente, ma in grado di fargli sperimentare la difficoltà del cammino da intraprendere e la fatica della ricerca e dell’orientamento. (“Qoelet”, introduzione, traduzione e commento a cura di Serafino Parisi, ed. San Paolo, 2017, pp. 46-47).
Le parole di Qoelet sono sicuramente dure, secche, prive di abbellimenti, tali da sconvolgere generazioni e generazioni di studiosi che si sono interrogati sulla loro autenticità e sull’opportunità o meno di mantenere il libro nel canone dei testi sapienzali della Bibbia. Molti si sono chiesti quale fosse il pensiero reale di Qoelet, che sfrondato dei suoi orpelli pseudo-religiosi, tanto odora di cripto-ateismo, a causa della sua evidente sovversività. Il cattolico Voltaire, come si è visto, inorridì davanti alla crudezza dell’Ecclesiaste e tuttora il libro non è tra i più letti in chiesa. In realtà il messaggio non è poi così tetro come sembra. Qoelet sa bene di porsi in rottura rispetto al pur breve passato. La sua profonda cultura lo mette nelle condizioni di valutare perfettamente le ripercussioni del suo pensiero, e secondo me aveva previsto le polemiche che sarebbero nate. Qual era perciò il senso ultimo del messaggio di Qoelet, ossia ciò che l’assemblea davanti a lui avrebbe dovuto conservare da quella agghiacciante e spietata perorazione? Questa è la mia spiegazione, che non credo troppo distante dal vero.
Finora abbiamo visto gli aspetti negativi del breve vagabondaggio dell’uomo sulla terra, che secondo Qoelet rappresentano uno spreco di tempo: ricchezze, sapienza, una vasta discendenza, palazzi, banchetti, beni, concubine. Tutto questo non è ciò che si dovrebbe inseguire perché ci si affaticherebbe ad accumulare qualcosa che tanto non si può conservare, perché poi arriva la morte che cancella tutto. Per Qoelet un uomo veramente felice è al contrario un uomo che sa apprezzare la semplicità, vale a dire le piccole gioie della vita, che sa godere con moderazione del vino e del cibo, che sa mantenere il cuore leggero senza voler indagare argomenti che sono fuori dalla sua portata, come il senso dell’esistenza e il volere di Dio. Queste sono questioni che fanno impazzire l’uomo, che comunque ha innata in sé la curiosità verso il trascendente (Qoelet lo chiama “frammento di mistero“). Sta all’uomo saggio calibrare l’impegno per non accumulare pensieri troppo gravosi che lo allontanerebbero dalla leggerezza di spirito, ma attenzione perché troppa leggerezza è tipica degli stolti. Il confine tra saggio e stolto è sottile. La sapienza non sta nel trovare tutte le risposte, ma nel vivere con profitto dei pochi giorni a disposizione, godendo delle sincere piacevolezze quotidiane, che si possono riassumere nella categoria “premio per le proprie fatiche“. Solo l’uomo capace di beneficiare del frutto del proprio lavoro è veramente felice: “Ecco ciò che io ho visto: che è perfetta felicità mangiare, bere e godersela in tutta la fatica in cui uno si spossa sotto il sole, nei giorni contati della vita che Dio gli dà.“
Le trentotto occorrenze del termine “soffio” (o ‘vanità’) servono a sottolineare il carattere transitorio ed effimero dell’esistenza che benché passi in fretta, regala comunque occasione di gioire e di apprezzare quei piaceri davvero autentici, a chi sia in grado di approfittarne. Qoelet è stato tacciato sommariamente di epicureismo e il suo discorso sepolto sotto una montagna di pregiudizi da una tradizione in imbarazzo di fronte a un libro sapienziale che invita a pensare al presente senza riporre troppa speranza nel futuro di cui non si sa nulla, in contrasto con una pletora di santi e santoni che invece chiedono al credente di inginocchiarsi, di sopportare in silenzio le sofferenze in vista di fantomatiche ricompense celesti. L’Ecclesiaste però emerge fulgido e soprattutto innocente, a distanza di un paio di millenni. Qoelet deve essere letto per quello che è: la voce immortale di un saggio che parlava agli uomini con parole semplici di cose di tutti i giorni, senza nascondersi dietro astruse metafisiche e volontarie mistificazioni, amministrate ancora oggi da tanti, troppi dispensatori di dottrina che si compiacciono della nebulosità dei libri sacri per irretire le masse e conservare il loro status e quindi la loro ragione di esistere. Rendo il merito dovuto a Qoelet della sua incredibile trasparenza, che si staglia come un diamante nel panorama fumoso e nebbioso di venti secoli di arbitrarie esegesi.
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