Ancora sul linguaggio

Già in questo articolo ho affrontato il delicato argomento della scrittura e ho parlato di quanto sia doloroso il processo creativo. Almeno sulla base della mia esperienza. Ho cercato di riassumere (maldestramente) qualcuno degli errori che più facilmente si commettono nello scrivere un libro (eccessiva preparazione, linguaggio inadeguato, verbosità, incoerenza ecc). Insomma, vedi sopra.

Mi ero ripromesso di soffermarmi su un aspetto che, a mio avviso, è quello intorno al quale ruota tutta la macchina e a causa del quale, molto spesso, un libro ha poco, se non alcun successo: il linguaggio. Vale secondo me la pena spendere qualche parola proprio a proposito del linguaggio e cercare di capire insieme perché il suo uso (più spesso abuso) sia così delicato. Naturalmente, anche quelle che seguiranno sono considerazioni del tutto personali e soggettive, basate su ciò che ho sperimentato di persona.

Dunque, la lingua, inutile ricordarlo, è un muscolo. E come tutti i muscoli, quando manca di esercizio si indebolisce. Parlo chiaramente della lingua nel senso di linguaggio, lessico, sintassi, retorica. Ossia di tutto ciò che si cela dietro l’espressione letteraria, che è poi il modo in cui la nostra voce suona dietro una tastiera.

Ognuno di noi possiede un certo vocabolario, conosce dei modi di dire, ha imparato nel corso del tempo parole gergali, termini arcaici, espressioni dialettali. Alcuni parlano anche altre lingue e hanno quindi immagazzinato a livello profondo del cerebro strutture grammaticali, che possono essere più o meno simili all’italiano. Ad una vasta conoscenza della propria lingua madre (rare sono le persone che scrivono in più lingue), non sempre però corrisponde un’uguale abilità scrittoria. Voglio dire, abbiamo provato tutti la sensazione che la padronanza della nostra lingua ci garantirà, alla prima occasione, di scoprirci grandi romanzieri e parolieri dalla penna facile e, perchè no, potenziali Premi Nobel. Posso dirvi, senza tema di smentita, che non è così.

La prima cosa che si prova, di fronte a una pagina vuota, è la paura. “Oddio, e ora da dove comincio?“. Così iniziamo a digitare qualche parola. Cerchiamo di mettere insieme una frase a casaccio, nella speranza che la pagina si riempia da sola. Ci auguriamo che una parola tiri l’altra e che, a poco a poco, il discorso fili da sé, in una sorta di flusso di coscienza. Calma, di Joyce ce n’era uno solo. Subentra allora lo sconforto. Ci ritroviamo bloccati, inermi. Non sappiamo cosa e dire e soprattutto non sappiamo come dirlo. Non ci accorgiamo che, forse, i nostri balbettii non dipendono da vaghi ricordi degli esercizi di analisi logica e dal fatto che nell’ultimo anno non abbiamo letto abbastanza libri.

L’errore è piuttosto non avere chiaro in testa l’argomento, ciò di cui si vuole parlare, perché ci concentriamo solamente sulla forma. Senza il concetto, inevitabilmente la forma ne risente. La speranza che la forma preceda il contenuto è assolutamente vana. Un adagio a cui mi sono sempre ispirato è REM TENE, VERBA SEQUENTUR, che può essere tradotto in italiano come «possiedi l’argomento e le parole seguiranno», e che viene attribuito a Catone. Mi pare illuminante. Prima pensa alla trama, a ciò che vuoi mettere in quella pagina bianca e poi vedrai che le parole appariranno (più o meno) da sole.

Ti sei poi chiesto che tono e che stile vuoi adoperare? Stai pensando di scrivere un giallo. Bene, hai esperienza in merito? Sai che tipo di linguaggio ci vuole? Ad ogni libro corrisponde un certo linguaggio. Evitiamo la tentazione di sovvertire il canone. Prima facciamoci le ossa con le regole e poi forse saremo pronti per scrivere come Palazzeschi e Marinetti. Ma dobbiamo conoscere intanto gli stili di ciascun genere. Il consiglio che avevo dato nel mio precedente articolo era di “rubare” ai grandi romanzieri, per esempio il loro modo di costruire la frase. Ovviamente, intendo rubare in senso buono. Non sto invitando al plagio. Usano frasi corte o lunghe? Termini di tutti giorni o manzoniani?

Io, personalmente, faccio molta attenzione alla punteggiatura, alla disposizione dei punti, delle virgole, dei punto e virgola, dei due punti. Di tutto. Mi concentro sulla scorrevolezza delle frasi e sul modo in cui si collegano tra loro (paratassi, ipotassi). Cerco di mettermi nei panni del lettore, per capire l’effetto che il mio paragrafo fa negli occhi di chi legge. Ho da poco scritto un giallo e mi sono reso conto che, per esempio, è meglio adoperare frasi brevi, a effetto, con un buon numero di parolacce e modi di dire colloquiali. Vanno benissimo. Magari stonerebbero in un saggio, ma per un giallo non c’è problema. Anzi, fanno atmosfera. Avevo in mente i classici (Conan Doyle, Poe, Agatha Christie, Simenon) ma anche gli autori “alternativi” (Palaniuk, Pinketts). Ogni genere ha il suo stile, e di conseguenza il suo linguaggio.

Un’altra grande difficoltà, almeno per me, è stata “tornare” a scrivere in italiano. Ho vissuto cinque anni all’estero. Perciò l’italiano in quel periodo mi è servito poco. Mi ero abituato a comunicare soltanto in inglese. Quelle poche volte in cui scrivevo qualcosa, si trattava perlopiù di email di lavoro, ed erano scritte in inglese. Avevo accantonato l’italiano. Questa lontananza l’ho pagata cara quando mi sono finalmente messo a scrivere un libro. Avevo perso familiarità con la mia lingua madre. Molte volte, specie all’inizio, mi trovavo a pensare alla frase in inglese – anche la singola parola – e a non ricordare l’equivalente in italiano. Mi sono sentito frustrato perché ho sempre creduto di possedere un buon lessico, avendo sempre letto e studiato molto. Ma è stato come rimettersi a correre dopo un lungo periodo di inattività. Le frasi che mi uscivano erano rachitiche, lessicalmente povere, costruite male. Ho dovuto perciò fare delle prove. Rileggere libri che avevo già letto, riabituarmi a ciò che era sepolto da qualche parte nella mia testa, ma che non avevo più usato. L’esercizio continuo, giornaliero è stato sì doloroso ma alla fine appagante.

Chi scrive bene è perché ha scritto tanto. Bisogna continuare a scrivere, senza mai fermarsi. Bisogna testare ogni giorno le proprie competenze. Un concetto fondamentale è: creati il tuo linguaggio. Scopri che cosa sai scrivere bene. Testa gli avverbi, le locuzioni. Non avere paura di dire o scrivere qualcosa. Usa il bagaglio di conoscenze che hai, fin nel più minuscolo dei suoi elementi. E’ un po’ come avere una cassetta degli attrezzi e non aprirla mai. Il linguaggio è uno strumento, composto da viti, rondelle, bulloni, che a seconda di come vengono messi insieme, danno luogo a un risultato. La dimestichezza con questi “pezzi” viene solo dalla pratica. Gli anglosassoni dicono infatti PRACTICE MAKES PERFECT. La pratica rende perfetti. True.

Sicuramente il discorso potrebbe continuare ancora a lungo ma, come direbbe qualcuno, «Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.».

L

Wittgenstein for dummies

Se c’è una sensazione che si prova leggendo per la prima volta Wittgenstein è una profonda stupidità, seguita dalla più sconfinata ammirazione. Sì perché Wittgenstein, diciamolo pure, fa sentire incommensurabilmente stupidi, almeno me, lettore medio, con il mio modesto bagaglio di conoscenze, composto da remote e nebulose nozioni di filosofia, risalenti ai tempi del liceo, e al frutto di qualche svogliata lettura personale.

Ludwig Wittgenstein | Pantheism.com
Ludwig Wittgenstein (1889 – 1951)

Il genio di Wittgenstein per me è inspiegabile. Neppure sfogliando la sua biografia riesco a farmene una ragione. Nato in Austria, studia a Cambridge dove conosce Bertrand Russell che lo ha come allievo, quello strano studente dal viso emaciato e gli occhi spiritati, il quale sotto la guida di un professore del calibro di Russell si interessa presto alla logica e alla filosofia del linguaggio. Wittgenstein si ritrova successivamente coinvolto nella bagarre della Prima Guerra Mondiale, dove combatte per l’esercito austriaco (tra l’altro anche sul suolo italico). Rientra in patria e insegna per qualche tempo alle elementari (sic!) ma si stanca quasi subito del provincialismo di casa sua e parte di nuovo per l’Inghilterra dove stavolta lo aspettano gli onori che merita. Diviene in breve una delle menti più brillanti del mondo accademico anglossassone, insignito del titolo di membro del Trinity College e con una cattedra all’Università di Cambridge. Muore appena sessantaduenne nel 1951, lasciando dietro di sé una manciata di scritti e una fama imperitura di genio che lo consacrerà come l’intellettuale-simbolo del XX secolo.

I testi più famosi di Wittgenstein sono sicuramente il Tractatus logico-philosophicus e i Quaderni 1914-1916. Non rimane molto altro, intendo materiale scritto di suo pugno. La letteratura sul suo conto è invece sconfinata ma non interessa qui parlarne. Entrambe le opere di Wittgenstein si presentano come una raccolta di considerazioni, che vanno dalla singola frase al paragrafo (dieci, quindici righe al massimo), e si discostano dalla forma prolissa del saggio per avvicinarsi alla manualistica tipica del mondo scientifico, a cui Wittgenstein si rifà con una prosa asciutta, schematica, ridotta all’osso. Il suo pensiero è infatti tanto essenziale quanto lo è la sua scrittura. Wittgenstein, proposizione dopo proposizione, sfronda, pulisce, riordina quanto detto nel campo della logica, da Aristotele in poi, per correggere gli errori e preparare il terreno su cui alligneranno fertilmente gli studi di semiologia novecentesca, di Pierce, degli strutturalisti, di Eco e altri, di qua e di là dall’Oceano. Insomma, Wittgenstein diviene il punto di arrivo e di partenza di tutto ciò che è stato detto e si dirà sul linguaggio e sulla logica. Wittgenstein si può dire che sia la pietra angolare della cultura dei primi del Novecento, perché le sue posizioni dimostrano subito di avere ripercussioni vastissime, che esulano dall’ambito circoscritto del linguaggio e abbracciano ogni aspetto del nostro modo di leggere il mondo.

Quando si chiama in causa Ludwig Wittgenstein, vengono spesso citate due frasi. La prima è “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo“e l’altra è “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere“. Le due celebri affermazioni si trovano ambedue nel Tractatus. Estrapolate brutalmente dal loro contesto, come si fa ormai nell’era della cultura fast food, le due frasi si prestano a un’infinità di interpretazioni, tutte inevitabilmente sbagliate. Contrariamente a quanto si immagina appena le si legge, Wittgenstein non voleva infatti dire che serve un vocabolario ampio, né tantomeno invitava alla riflessione e al silenzio. Non è necessario però sapere tutto di Wittgenstein perché quelle frasi risultino meno oscure, ma occorre quantomeno evitare il facile romanticismo dei nostri tempi che ci spinge nonostante tutto a stiracchiarne il significato per farlo combaciare con ciò che vorremmo dicessero. Fuor di poesia quindi, quale messaggio si cela dietro le due frasi passate alla storia?

Premettendo che non è affatto facile commentare Wittgenstein, tenterò comunque di fornire qualche indicazione di massima, contando sulla mia debole (e arbitraria) esegesi e l’aiuto provvidenziale dell’introduzione al Tractatus, scritta non a caso da Bertrand Russell. Spiegare Wittgenstein è un’impresa a dir poco titanica, riservata certamente a pochi, che richiede competenze fuori dalla norma (ubi maior…). Inoltre, correremmo soltanto il rischio di confonderci le idee a vicenda, se mi avventurassi in una dissertazione “a braccio” partendo da proposizioni già di per sé astruse. Cionondimeno, ho notato che qualche punto fermo qua e là c’è, nei testi di Wittgenstein; niente più che scogli a cui aggrapparsi per non farsi travolgere dal fiume in piena delle premesse e delle conclusioni, delle formule e dei segni matematici di cui le notazioni del Tractatus traboccano senza pietà.

Secondo Wittgenstein esiste una corrispondenza tra il mondo, cioè la realtà (2.063 La realtà tutta è il mondo), e il linguaggio. Le strutture che ci circondano, che Wittgenstein chiama “immagini”, rispecchiano le strutture della nostra lingua. Quindi, ciò che ha senso da una parte, ha senso anche dall’altra e le relazioni del mondo equivalgono alle relazioni nel linguaggio, seguendo il filo di connessioni logiche (2.I9 L’immagine logica può raffigurare il mondo). La premessa è questa ed è molto semplice. Ma le considerazioni che nascono sono diverse e man mano più complesse. Il nostro linguaggio infatti viene usato arbitrariamente e spesso in maniera scorretta, e soprattutto in modo diverso da ciascuno di noi. Idealmente, tutto ciò che diciamo dovrebbe avere un senso. Non dovrebbero esistere proposizioni prive di senso, perché per quale motivo dovremmo dire qualcosa che non significa niente? Le cose si complicano subito. Per mantenere la discussione sul piano più immediato e logico possibile dovremmo seguire il consiglio di Wittgenstein e scomporre la realtà nelle sue particelle più semplici e scomporre di conseguenza il linguaggio in proposizioni essenziali, che descrivano fatti terra terra. Operato questo progressivo lavoro di scomposizione, si dovrebbe giungere alla descrizione totale del mondo, ad un livello ovviamente teorico. Ma ritorniamo un attimo all’affermazione di prima, secondo la quale una frase che non ha significato non dovrebbe esistere. Il problema, o meglio i problemi, che Wittgenstein combatte sono proprio le affermazioni false e le affermazioni sbagliate, che per lui non hanno ragione di esistere. Un’affermazione dovrebbe sempre significare qualcosa di vero e dovrebbe, a maggior ragione, “significare” qualcosa. Un’affermazione falsa o che non significa niente è un’aberrazione della logica, un’impossibilità, un nonsense. Ecco come introduce il problema Russell:

«Un linguaggio logicamente perfetto ha regole di sintassi che prevengono il nonsenso, e ha simboli i quali hanno sempre un significato definito, unico, univoco.»

Più avanti Russell dice anche:

«Funzione essenziale del linguaggio è asserire, o negare, fatti. Data la sintassi d’un linguaggio, il significato d’un enunciato è determinato non appena sia noto il significato delle parole componenti. Affinché un certo enunciato asserisca un certo fatto, comunque il linguaggio possa essere costruito vi dev’essere qualcosa in comune tra la struttura dell’enunciato e la struttura del fatto. Questa è, forse, la tesi più fondamentale della teoria di Wittgenstein.»

Semplicità e verità. Entrano in ballo un po’ alla volta concetti che aggiungono elementi all’analisi della realtà, come il simbolismo e l’uso dei segni, grazie ai quali è possibile discernere le proposizioni vere da quelle non vere, quelle prive di significato da quelle che hanno un significato. Ma, volendo rimanere sul piano più elementare possibile, il discorso di Wittgenstein ruota di base tutto intorno ai due concetti di essenzialità e verità. Wittgenstein si era reso conto di quanta confusione si fosse accumulata negli studi di logica, riguardo idee in fin dei conti semplici, ma che il sedimentarsi di conclusioni sbagliate, hanno coperto di una patina di inutile difficoltà. In una proposizione, Wittgenstein richiama il famoso rasoio di Occam, principio elaborato dal filosofo medievale Guglielmo di Occam, secondo cui tra più ipotesi per la risoluzione di un problema, si deve scegliere, a parità di risultati, quella più semplice. 5.47321 Il rasoio di Ockham naturalmente non è regola arbitraria o giustificata dal suo successo pratico: Esso detta che unità segniche ‘innecessarie’ non significano nulla.

Dato quindi che linguaggio e mondo coincidono, almeno sul piano simbolico, cioè entrambi sono portatori del medesimo significato, non è tecnicamente possibile dire qualcosa del mondo che non sia già insito nel mondo stesso, e viceversa. Laddove la realtà incontra il suo confine, là è anche il limite di ciò che si può affermare della realtà. Il parallelismo è anche simmetria. Noi siamo i portatori di questo significato che esiste perché è nella nostra testa. Pertanto, il nostro linguaggio coincide con il mondo e con la realtà in cui siamo immersi come esseri in grado di desumere significati dalla foresta di segni che ci circonda. Nulla può essere aggiunto o detto in più rispetto a quanto già non esista. In questo senso “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. La visione soggettiva mette al centro il mondo, destituendo ontologicamente la realtà del suo valore assoluto e trasferendolo nell’uomo che diviene così il centro di ogni interpretazione, purché la sua analisi logica della realtà rispetti le connessioni logiche insite nel linguaggio. 5.6I: La logica pervade il mondo; i limiti del mondo sono anche i limiti di essa. Noi non possiamo, dunque, dire nella logica: Questo e quest’altro v’è nel mondo, quello no. Infatti ciò parrebbe presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché richiederebbe che la logica trascendesse i limiti del mondo; solo così essa potrebbe contemplare questi limiti anche dall’altro lato. Ciò che noi non possiamo pensare, noi non lo possiamo pensare; né, di conseguenza, noi possiamo dire ciò che noi non possiamo pensare.

Ne consegue che anche la seconda frase è quasi un corollario della prima, poiché così come qualcosa può essere detto (e deve essere sempre veritiero), tanto più bisogna evitare di dire qualcosa di falso o che non abbia significato. In mancanza di significato e di verità, la logica incontra il suo limite più vigoroso, che si traduce in un auspicabile silenzio da parte della filosofia, che è poi un’operazione della mente, non una raccolta di considerazioni come si crede (4.II2: Lo scopo della filosofia è il rischiaramento logico dei pensieri. La filosofia non è una dottrina, ma un’attività)

Sperando di non aver fatto troppo a pezzi Wittgenstein, mi auguro anche di aver fatto almeno un po’ di chiarezza sulle sue due affermazioni più emblematiche che, oggi come allora, rimangono una finestra importantissima sul suo pensiero, per noi ancora imprescindibile per comprendere ciò che ci circonda.

6.52 Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta.

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