Mentre il nostro sistema sanitario, praticamente al collasso, cerca di fronteggiare l’epidemia più grave mai abbattutasi sull’Italia dal dopoguerra ad oggi, continuano a verificarsi i soliti episodi di italico malcostume che mi costringono a interrogarmi sulle effettive (in)capacità cerebrali dei miei connazionali. Il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna restare a casa, senza se e senza ma, senza possibilità di appello. Per contrastare il diffondersi dell’epidemia, l’unica arma a nostra disposizione è la prevenzione. Per fermare il contagio bisogna evitare il contatto col prossimo. Eppure, nonostante la chiarezza quasi evangelica della richiesta, la gente continua pervicacemente a riversarsi in strada, ad andare nei supermercati (perfino alle inaugurazioni dei supermercati), a frequentare in massa i parchi e i mercati cittadini, fare baldoria ai concerti, andare a sciare e a ritrovarsi in giro nei locali della movida per allegri pomeriggi di aggregazione.

Ci troviamo quindi a fare i conti con l’annosa questione del rapporto degli italiani con le regole, e a dover ancora una volta prendere atto che proprio no: non riusciamo ad obbedire (checché si provi Garibaldi)! Siamo il paese con il più alto numero di contagiati in Europa e siamo quello che ha dovuto adottare le misure più drastiche. Siamo tuttora in lockdown, termine anglosassone che indica una sorta di autoembargo che prevede il divieto assoluto di transito sia all’interno sia verso l’esterno. Nessuno può entrare e nessuno può uscire dall’Italia. Nessuno “dovrebbe” nemmeno muoversi (uso il condizionale perché da noi i modi certi dell’indicativo lasciano il tempo che trovano…) se non per stringenti motivi di lavoro, salute e di emergenza. Come si prevedeva, la misura è stata applicata con la stessa tenuta di uno scolapasta.

Le forze dell’ordine fanno quello che possono con quello che hanno. Non le si può biasimare. L’imbecillità è tutta del gregge che riconferma ancora una volta la propria incofondibile immaturità, adottando i comportamenti più scellerati, nel momento in cui meno dovrebbe. Basta affacciarsi alla finestra per assistere al lieto proliferare di capannelli di debosciati che bivaccano sulle panchine, a spensierate famigliole in bicicletta, alla transumanza incontrollata di adolescenti caracollanti (il “gonzo pecorume” di Rebora) che pascolano beati incuranti dei rischi a cui espongono, prima che se stessi, gli anziani, vere vittime di questa epidemia.
Qualche giorno fa, alla notizia dell’imminente lockdown della Lombardia, si è scatenato il panico e il conseguente fuggi fuggi dei meridionali verso i propri paesi di origine. La fuga concitata di migliaia di persone ha causato proprio lo scenario che si sarebbe voluto evitare: la propagazione del virus nel resto d’Italia. La “paura” (uso questo termine ma vorrei scrivere ‘coglionaggine’, ‘matta bestialità’, ‘endemica stupidità’) ha prevalso sul buon senso. Strano. L’idea di una quarantena nelle inospitali lande del nord non è stata evidentemente allettante come quella di trascorrere un mese tra le amorevoli braccia di mammà, ingollando mozzarelle, tarallucci e parmigiane, pur se questo significa contagiare il nonno già malato e la zia asmatica. Nemmeno la prospettiva di contribuire al bene comune è riuscita a instillare un po’ di buon senso nelle menti sottodimensionate di chi ha pensato solo e soltanto al proprio tornaconto. Peraltro il sistema sanitario al sud è gravato da problemi strutturali che lo rendono inadeguato a reggere un impatto simile a quello che ha colpito gli ospedali della Lombardia.

Se c’è una classifica in cui l’Italia non ha eguali è quella dell’inciviltà, dell’egoismo, della scarsa lungimiranza, dell’incapacità di fare gioco di squadra (meno folcloristico del suonare il sassofono alla finestra). Dovremmo lavorare sulla costruzione di una base solida che passi dal rispetto generale delle regole, dall’accettazione tantrica del fatto che prima dei diritti vengono i doveri, che prima di esigere bisogna dare, e non basta riempirsi il petto parlando di quanto sia buona la nostra pappa al pomodoro. Bisogna mostrare al mondo che in caso di necessità si può contare sull’Italia, e non solo come i soliti pagliacci che cantano e ballano e come quelli che vengono fatti accomodare al tavolo dei bambini con il loro bunga bunga, lo shish, i giuseppi e tante amenità per cui noi veniamo sempre etichettati come gli “inadeguati”. Vorrei vedere per una volta un cazzuto atto di orgoglio tale da mettere a tacere la boriosa prosopopea transalpina e l’arroganza di chi si crede meglio di noi. Che poi migliori non sono.
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