All’incirca un anno fa dedicai un pezzo al popolo tarantino, nella speranza di rendere note alcune sue caratteristiche. Parte delle ragioni che mi spinsero all’epoca ad esplorare i meandri sociologici di questa classe particolare di pugliesi, si deve al mio essere tarantino (per mere coincidenze geografiche che non serve ora ricordare), ma è a distanza di un anno che mi rendo conto che, a risvegliare il Piero Angela che c’è in me, è stata in fondo la grande bellezza di questa città, che mi colpisce ogni estate, come il tanfo degli avanzi di pesce accatastati nei cassonetti, lasciandomi talvolta alle soglie dello svenimento e facendomi provare ebbrezze sconosciute (quasi quanto Stendhal al cospetto del David di Michelangelo).
C’è da premettere che le mie giornate a Taranto si consumano nella maniera più semplice, senza scossoni, dandomi perciò la possibilità di meditare con calma sulle infinite possibilità dei tarantini e sui loro molteplici talenti, che si estrinsecano ad ogni angolo e ad ogni coda per incidente. Me ne faccio dunque testimone silenzioso (e, se vogliamo, solerte), perché credo che sia un peccato che il mondo continui ad ignorare questo straordinario popolo, la cui tenacia non si lascia piegare dai tanti problemi, anche molto seri, che ancora oggi occupano le edizioni serali dei telegiornali. Il mio timore è infatti che la disinformazione di regime non faccia che alimentare lo stereotipo di una città abbandonata a se stessa e al suo triste destino.
E’ inutile che io vi dica che mi sto riferendo alla ben nota piaga della siccità (cit.), le cui branche di acciaio, protratte per mesi, avvolgono nella loro morsa i palazzi dei quartieri poveri e quelli del centro, aumentando la percezione di un’aria densa e pesante. E’ proprio questo caldo micidiale il vero colpevole della scarsa qualità dell’aria, mentre il fumo soffiato nel cielo dalle ciminiere dell’Ilva non ha nulla ha a che vedere con l’inquinamento e i morti di tumore di cui viene accusata ingiustamente da cinquant’anni. Qualcuno si permette ancora di dire che i balconi neri sono guardacaso quelli che si trovano nell’area degli stabilimenti, ma io, che trascorro qui due settimane all’anno e che perciò conosco bene la situazione, vi posso garantire che il problema non sono le acciaierie (che anzi, meno male che lavorano, altrimenti i tarantini dovrebbero pure fare i conti con la disoccupazione), bensì il caldo, il terribile e soffocante bollore africano, i cui effetti durano a volte fino all’autunno. Quello che si raccoglie a mucchi sui balconi è – dopo un attento esame compiuto con la massima oggettività – la cenere derivante dalla cottura dei pesci e dalla bollitura delle cozze, benché ci sia chi continui a sostenere si tratti del piombo delle acciaierie…

Ma per fortuna il tarantino va avanti, si ingegna, si impegna e si arrabatta. Sempre e comunque. Ha la resistenza erculea di chi ne ha passate tante e che ha ormai sviluppato una certa scorza. D’altronde, non sarebbe riuscito a sopravvivere al “caldo” altrimenti. Durante la bella stagione il tarantino va al mare. Lo fa fin dalla notte dei tempi, con una maestria tale che non esistono eguali. Il tarantino conosce le spiagge migliori e le popola già dai primi caldi. Basta uscire un attimo dalla città per imbattersi in splendidi tratti di costa, tutto sommato vergini se non ci si muove tardi, ma che da metà mattina si riempiono di famigliole e gruppi di giovanotti arrembanti.
Una caratteristica unica del tarantino poi è il suo bisogno di compagnia. Io, che mi muovo spesso da solo, appena arrivo in spiaggia mi cerco (ma lo faccio perché ho adottato i costumi delle latitudini scandinave del Nord Italia) un posticino isolato, dove stendere il mio telo e aprire il mio ombrellone. Lo faccio in silenzio, perché voglio godermi il mare e ascoltare un po’ di musica (con le cuffie). Tuttavia, non passano in genere cinque minuti che di fianco a me si sistema la classica famigliola con i suoi tre o quattro ombrelloni (almeno un paio medium-size più uno gigante da mettere sopra per creare una piazzola d’ombra visibile dal satellite), un esercito di sedioline da campeggio, borse frigo a perdita d’occhio, e infine un intrico di casse da cui si propagano immediatamente nella quiete sgradevole della baia le note di canzoni neomelodiche. In tutto ciò rimango a interrogarmi sul perché me li ritrovo vicini, visto che il resto della spiaggia è deserto. L’unica spiegazione che so darmi, dopo tanti anni, è che il tarantino ha bisogno di non sentirsi da solo, perché sa che il gregge può sconfiggere il lupo se rimane unito e che i millenni di evoluzione hanno portato l’uomo a rifugiarsi nella compagnia del suo simile. E’ quindi inconcepibile rimanere lontani, come faccio invece io. Il mio atteggiamento antievolutivo, di cui evidentemente non sono consapevole, potrebbe condurmi all’estinzione. Così loro sono qui per me. Rassicurato dal loro tentativo di salvarmi la vita, mi spingo gli auricolari nella coclea cercando di sentire qualcosa, ma alla fine desisto, lasciando che la voce vellutata di Gigi d’Alessio mi penetri il cervello.
Comunque andare a mare non è un gioco. E’ una vera e propria scienza, un’arte oserei dire. L’impulso di andare a mare prevale su qualsiasi altro impulso. Andare a mare viene prima di occuparsi della casa, fare la spesa, portare i figli a scuola, andare a lavoro (viene perfino prima di cercare un lavoro). “Ma sì, poi a settembre si vede“, ci si sente dire quando si chiede perché non impiegare diversamente le ore della giornata, come ad esempio farsi assumere. E se vi venisse in mente di fare presente che è ancora a marzo e quindi è quantomeno prematuro pensare al mare, il tarantino, seccato, vi risponderebbe, con l’argomento che chiude ogni discussione, “Fa caldo!“. Allora la soluzione del mare si fa largo come l’unica possibile cosa da fare e anche voi, rassegnati, non potrete fare altro che convenire che, ebbene sì, si deve assolutamente andare a mare.
Occhio però perché la vicinanza stretta ha i suoi risvolti, come il rischio di finire invischiati in malintesi poco simpatici. Purtroppo col tarantino, pur dotato di un istinto superiore, è facile scivolare in diatribe per un nonnulla, per uno sguardo di troppo, una parola fuori posto, un parcheggio non dato, un attraversamento pedonale azzardato. Naturalmente l’errore è sempre da imputarsi al turista che, in quanto straniero, ignora gli usi locali e si permette di rispettare il codice della strada e quello della buona educazione, venendo malvisto dalla gente del posto, che ha invece un suo modo di vivere la vita. Questa colpevole ignoranza porta a volte a scazzottate e accoltellamenti (quando non a vere e proprie sparatorie), nelle quali il tarantino insegna agli altri a comportarsi secondo decenza. Si nasconde quindi un disegno educativo che ai più sfugge e che viene interpretato come delinquenza spicciola. Ma la colpa è di nuovo di giornalisti senza scrupoli, privi del giusto bagaglio di cognizioni, i quali altrimenti saprebbero che il tarantino non è violento senza scopo. Se ti mena, accoltella, spara, lo fa perché vuole insegnarti qualcosa. E bisogna quindi essergli grato per tanta pedagogia gratuita.
Un modo per andare d’accordo coi tarantini è di sedersi a tavola con loro. A tavola si siglano paci e si stringono accordi. Se altrove vige la regola della stretta di mano, a Taranto vige invece l’usanza sacra del panzerotto unto, da scambiarsi in segno di pace. Anche questo è indicativo di un percorso evolutivo superiore, che ha attraversato i secoli, e che ora ha assunto un carico di significato (oltre che di olio) vertiginoso. Non deve perciò stupire lo spettacolo dei tarantini che mangiano, per strada, in spiaggia, sul balcone, al bar, al ristorante, davanti al supermercato, direttamente dalla busta della spesa. A Taranto si coltiva il culto del cibo (insieme alle cime di rapa sul terrazzo), la cui santità viene celebrata ad ogni ricorrenza, anche quando di ricorrenze non ce ne sono (e al Sud è difficile che non ci siano santi da festeggiare). L’importante è comunque mangiare, nutrirsi, abboffarsi. I tarantini – i veri tarantini – sono coloro il cui ventre è sul punto di esplodere, tipo i padri di famiglia al mare, quelli col costumino a mutanda e la pancia da donna incinta. In genere hanno appena finito di consumare un lauto pasto, seduti sotto i pini, e si sono alzati per sgranchire le gambe lunghe e sottili, su cui troneggia un duodeno impressionante. Non lasciatevi sedurre dal pensiero sbagliato che costoro siano pigri e che dovrebbero fare qualcosa per dimagrire. Magari hanno alle spalle turni di lavoro massacranti, per esempio alle poste o in Comune. Fatevele voi quattro ore di lavoro continuate. A tali eroi della forchetta non si può che tributare dunque ogni onore, perché noi che ci limitiamo a un’insalatina e una fetta di pollo al limone abbiamo ancora tanto da imparare.

Infine, come non esaltare la straordinaria sobrietà di questo popolo, le cui grazie sono così abbondanti che non basterebbe un’enciclopedia a riassumerle tutte. I tarantini, come ho già detto nel primo articolo, sono un popolo orgoglioso e anche un po’ nostalgico. Adorano le loro usanze e sono restii a cambiare in nome di mode passeggere. A Taranto, in qualsiasi periodo dell’anno, si vedono i cittadini indossare abiti dagli improponibili colori pastello, spesso in disaccordo cromatico, il borsello a tracolla (da cui esce il calcio della pistola) e il bermuda al ginocchio (che ingiustamente nel resto d’Italia eliminiamo dal guardaroba una volta finite le elementari). Ma qui le cose belle durano. Come l’abitudine di urlare ai propri figli che è ora di uscire dall’acqua. L’urlo, in particolare, è un elemento antropologico di grande valenza, perché serve a farsi capire. Più si urla più, più si ha ragione. Più è alto il livello acustico dell’urlata (al marito, al figlio, allo sconosciuto che taglia la strada e che viene provvidenziamente apostrofato con un elegante “ma vedi ‘sto cornuto“), più ci si guadagna la stima dei propri pari. Alle urla, spesso in dialetto, si accompagnano espressioni di disapprovazione che chiamano in causa l’altrui mamma o i cari scomparsi. Sono manifestazioni di classe e sobrietà, che purtroppo altrove si sono perse.
Spero quindi che l’Italia rivolga un giorno il suo sguardo alla splendida Taranto, perla affacciata sullo Ionio, e si accorga di quanta bellezza si cela tra questi quartieri in rovina, sotto quest’aria fetida e maligna, in mezzo a queste acque solcate dai rifiuti, dietro le curve di queste strade dissestate, ma soprattutto si cela nel modo di fare di questa gente, impegnata a inghiottire frutti di mare, pizze e panzerotti, a insultarsi in dialetto, con un gusto antico e patrizio che conquista subito, lasciandoti addosso solo la voglia di piangere, che – attenzione – non si deve al fatto di correre ogni momento il rischio di venire rapinati, accoltellati o picchiati, ma perché la bellezza di questa città è a volte troppa da reggere tutta insieme.

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