Fenomenologia del tarantino (vol. 2)

All’incirca un anno fa dedicai un pezzo al popolo tarantino, nella speranza di rendere note alcune sue caratteristiche. Parte delle ragioni che mi spinsero all’epoca ad esplorare i meandri sociologici di questa classe particolare di pugliesi, si deve al mio essere tarantino (per mere coincidenze geografiche che non serve ora ricordare), ma è a distanza di un anno che mi rendo conto che, a risvegliare il Piero Angela che c’è in me, è stata in fondo la grande bellezza di questa città, che mi colpisce ogni estate, come il tanfo degli avanzi di pesce accatastati nei cassonetti, lasciandomi talvolta alle soglie dello svenimento e facendomi provare ebbrezze sconosciute (quasi quanto Stendhal al cospetto del David di Michelangelo).

C’è da premettere che le mie giornate a Taranto si consumano nella maniera più semplice, senza scossoni, dandomi perciò la possibilità di meditare con calma sulle infinite possibilità dei tarantini e sui loro molteplici talenti, che si estrinsecano ad ogni angolo e ad ogni coda per incidente. Me ne faccio dunque testimone silenzioso (e, se vogliamo, solerte), perché credo che sia un peccato che il mondo continui ad ignorare questo straordinario popolo, la cui tenacia non si lascia piegare dai tanti problemi, anche molto seri, che ancora oggi occupano le edizioni serali dei telegiornali. Il mio timore è infatti che la disinformazione di regime non faccia che alimentare lo stereotipo di una città abbandonata a se stessa e al suo triste destino.

E’ inutile che io vi dica che mi sto riferendo alla ben nota piaga della siccità (cit.), le cui branche di acciaio, protratte per mesi, avvolgono nella loro morsa i palazzi dei quartieri poveri e quelli del centro, aumentando la percezione di un’aria densa e pesante. E’ proprio questo caldo micidiale il vero colpevole della scarsa qualità dell’aria, mentre il fumo soffiato nel cielo dalle ciminiere dell’Ilva non ha nulla ha a che vedere con l’inquinamento e i morti di tumore di cui viene accusata ingiustamente da cinquant’anni. Qualcuno si permette ancora di dire che i balconi neri sono guardacaso quelli che si trovano nell’area degli stabilimenti, ma io, che trascorro qui due settimane all’anno e che perciò conosco bene la situazione, vi posso garantire che il problema non sono le acciaierie (che anzi, meno male che lavorano, altrimenti i tarantini dovrebbero pure fare i conti con la disoccupazione), bensì il caldo, il terribile e soffocante bollore africano, i cui effetti durano a volte fino all’autunno. Quello che si raccoglie a mucchi sui balconi è – dopo un attento esame compiuto con la massima oggettività – la cenere derivante dalla cottura dei pesci e dalla bollitura delle cozze, benché ci sia chi continui a sostenere si tratti del piombo delle acciaierie…

Ex Ilva, fuga di gas: operaio di 22 anni ha un malore - la Repubblica
Immagine aerea degli stabilimenti Arcelor Mittal (ILVA) che per fortuna sono ancora in funzione

Ma per fortuna il tarantino va avanti, si ingegna, si impegna e si arrabatta. Sempre e comunque. Ha la resistenza erculea di chi ne ha passate tante e che ha ormai sviluppato una certa scorza. D’altronde, non sarebbe riuscito a sopravvivere al “caldo” altrimenti. Durante la bella stagione il tarantino va al mare. Lo fa fin dalla notte dei tempi, con una maestria tale che non esistono eguali. Il tarantino conosce le spiagge migliori e le popola già dai primi caldi. Basta uscire un attimo dalla città per imbattersi in splendidi tratti di costa, tutto sommato vergini se non ci si muove tardi, ma che da metà mattina si riempiono di famigliole e gruppi di giovanotti arrembanti.

Una caratteristica unica del tarantino poi è il suo bisogno di compagnia. Io, che mi muovo spesso da solo, appena arrivo in spiaggia mi cerco (ma lo faccio perché ho adottato i costumi delle latitudini scandinave del Nord Italia) un posticino isolato, dove stendere il mio telo e aprire il mio ombrellone. Lo faccio in silenzio, perché voglio godermi il mare e ascoltare un po’ di musica (con le cuffie). Tuttavia, non passano in genere cinque minuti che di fianco a me si sistema la classica famigliola con i suoi tre o quattro ombrelloni (almeno un paio medium-size più uno gigante da mettere sopra per creare una piazzola d’ombra visibile dal satellite), un esercito di sedioline da campeggio, borse frigo a perdita d’occhio, e infine un intrico di casse da cui si propagano immediatamente nella quiete sgradevole della baia le note di canzoni neomelodiche. In tutto ciò rimango a interrogarmi sul perché me li ritrovo vicini, visto che il resto della spiaggia è deserto. L’unica spiegazione che so darmi, dopo tanti anni, è che il tarantino ha bisogno di non sentirsi da solo, perché sa che il gregge può sconfiggere il lupo se rimane unito e che i millenni di evoluzione hanno portato l’uomo a rifugiarsi nella compagnia del suo simile. E’ quindi inconcepibile rimanere lontani, come faccio invece io. Il mio atteggiamento antievolutivo, di cui evidentemente non sono consapevole, potrebbe condurmi all’estinzione. Così loro sono qui per me. Rassicurato dal loro tentativo di salvarmi la vita, mi spingo gli auricolari nella coclea cercando di sentire qualcosa, ma alla fine desisto, lasciando che la voce vellutata di Gigi d’Alessio mi penetri il cervello.

Comunque andare a mare non è un gioco. E’ una vera e propria scienza, un’arte oserei dire. L’impulso di andare a mare prevale su qualsiasi altro impulso. Andare a mare viene prima di occuparsi della casa, fare la spesa, portare i figli a scuola, andare a lavoro (viene perfino prima di cercare un lavoro). “Ma sì, poi a settembre si vede“, ci si sente dire quando si chiede perché non impiegare diversamente le ore della giornata, come ad esempio farsi assumere. E se vi venisse in mente di fare presente che è ancora a marzo e quindi è quantomeno prematuro pensare al mare, il tarantino, seccato, vi risponderebbe, con l’argomento che chiude ogni discussione, “Fa caldo!“. Allora la soluzione del mare si fa largo come l’unica possibile cosa da fare e anche voi, rassegnati, non potrete fare altro che convenire che, ebbene sì, si deve assolutamente andare a mare.

Occhio però perché la vicinanza stretta ha i suoi risvolti, come il rischio di finire invischiati in malintesi poco simpatici. Purtroppo col tarantino, pur dotato di un istinto superiore, è facile scivolare in diatribe per un nonnulla, per uno sguardo di troppo, una parola fuori posto, un parcheggio non dato, un attraversamento pedonale azzardato. Naturalmente l’errore è sempre da imputarsi al turista che, in quanto straniero, ignora gli usi locali e si permette di rispettare il codice della strada e quello della buona educazione, venendo malvisto dalla gente del posto, che ha invece un suo modo di vivere la vita. Questa colpevole ignoranza porta a volte a scazzottate e accoltellamenti (quando non a vere e proprie sparatorie), nelle quali il tarantino insegna agli altri a comportarsi secondo decenza. Si nasconde quindi un disegno educativo che ai più sfugge e che viene interpretato come delinquenza spicciola. Ma la colpa è di nuovo di giornalisti senza scrupoli, privi del giusto bagaglio di cognizioni, i quali altrimenti saprebbero che il tarantino non è violento senza scopo. Se ti mena, accoltella, spara, lo fa perché vuole insegnarti qualcosa. E bisogna quindi essergli grato per tanta pedagogia gratuita.

Un modo per andare d’accordo coi tarantini è di sedersi a tavola con loro. A tavola si siglano paci e si stringono accordi. Se altrove vige la regola della stretta di mano, a Taranto vige invece l’usanza sacra del panzerotto unto, da scambiarsi in segno di pace. Anche questo è indicativo di un percorso evolutivo superiore, che ha attraversato i secoli, e che ora ha assunto un carico di significato (oltre che di olio) vertiginoso. Non deve perciò stupire lo spettacolo dei tarantini che mangiano, per strada, in spiaggia, sul balcone, al bar, al ristorante, davanti al supermercato, direttamente dalla busta della spesa. A Taranto si coltiva il culto del cibo (insieme alle cime di rapa sul terrazzo), la cui santità viene celebrata ad ogni ricorrenza, anche quando di ricorrenze non ce ne sono (e al Sud è difficile che non ci siano santi da festeggiare). L’importante è comunque mangiare, nutrirsi, abboffarsi. I tarantini – i veri tarantini – sono coloro il cui ventre è sul punto di esplodere, tipo i padri di famiglia al mare, quelli col costumino a mutanda e la pancia da donna incinta. In genere hanno appena finito di consumare un lauto pasto, seduti sotto i pini, e si sono alzati per sgranchire le gambe lunghe e sottili, su cui troneggia un duodeno impressionante. Non lasciatevi sedurre dal pensiero sbagliato che costoro siano pigri e che dovrebbero fare qualcosa per dimagrire. Magari hanno alle spalle turni di lavoro massacranti, per esempio alle poste o in Comune. Fatevele voi quattro ore di lavoro continuate. A tali eroi della forchetta non si può che tributare dunque ogni onore, perché noi che ci limitiamo a un’insalatina e una fetta di pollo al limone abbiamo ancora tanto da imparare.

Tipico tarantino da spiaggia, con la sua catenina d’oro e l’addome (da) “piatto”

Infine, come non esaltare la straordinaria sobrietà di questo popolo, le cui grazie sono così abbondanti che non basterebbe un’enciclopedia a riassumerle tutte. I tarantini, come ho già detto nel primo articolo, sono un popolo orgoglioso e anche un po’ nostalgico. Adorano le loro usanze e sono restii a cambiare in nome di mode passeggere. A Taranto, in qualsiasi periodo dell’anno, si vedono i cittadini indossare abiti dagli improponibili colori pastello, spesso in disaccordo cromatico, il borsello a tracolla (da cui esce il calcio della pistola) e il bermuda al ginocchio (che ingiustamente nel resto d’Italia eliminiamo dal guardaroba una volta finite le elementari). Ma qui le cose belle durano. Come l’abitudine di urlare ai propri figli che è ora di uscire dall’acqua. L’urlo, in particolare, è un elemento antropologico di grande valenza, perché serve a farsi capire. Più si urla più, più si ha ragione. Più è alto il livello acustico dell’urlata (al marito, al figlio, allo sconosciuto che taglia la strada e che viene provvidenziamente apostrofato con un elegante “ma vedi ‘sto cornuto“), più ci si guadagna la stima dei propri pari. Alle urla, spesso in dialetto, si accompagnano espressioni di disapprovazione che chiamano in causa l’altrui mamma o i cari scomparsi. Sono manifestazioni di classe e sobrietà, che purtroppo altrove si sono perse.

Spero quindi che l’Italia rivolga un giorno il suo sguardo alla splendida Taranto, perla affacciata sullo Ionio, e si accorga di quanta bellezza si cela tra questi quartieri in rovina, sotto quest’aria fetida e maligna, in mezzo a queste acque solcate dai rifiuti, dietro le curve di queste strade dissestate, ma soprattutto si cela nel modo di fare di questa gente, impegnata a inghiottire frutti di mare, pizze e panzerotti, a insultarsi in dialetto, con un gusto antico e patrizio che conquista subito, lasciandoti addosso solo la voglia di piangere, che – attenzione – non si deve al fatto di correre ogni momento il rischio di venire rapinati, accoltellati o picchiati, ma perché la bellezza di questa città è a volte troppa da reggere tutta insieme.

Taranto, Italia: guida ai luoghi da visitare - Lonely Planet
Taranto, detta la “città dei due mari” (che in questa panoramica si vedono bene, uno in alto e uno in basso). A sinistra si vede il Castello Aragonese, al centro il Ponte Girevole, che si apre regolarmente per lasciar passare le navi. Sulla destra si vede invece la città nuova con il suo splendido lungomare.

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Fenomenologia del tarantino

L’uomo tarantino rientra nella subcategoria dell’uomo meridionale, di cui egli è uno dei più fieri esponenti. Il tarantino, ossia l’abitante di Taranto, si distingue però da qualsiasi altro meridionale per delle caratteristiche uniche e inconfondibili. Può darsi che non tutti abbiano familiarità con certe latitudini ed è con questo spirito pieroangelesco che mi accingo a divulgare, a beneficio dei profani, le peculiarità culturali del tarantino. Il tarantino, bisogna sapere, è infatti sì meridionale, ma ha sviluppato negli anni una meridionalità tutta sua, in barba ai vicini baresi, ai più lontani cosentini e perfino ai remotissimi palermitani, che non potrebbero essere più diversi. Sbaglia – a mio parere non senza un fondo di razzismo – chi etichetta i meridionali come tutti uguali e li classifica in base ai soliti stereotipi quali inciviltà, nullafacenza e ignoranza. Tale giudizio, oltre ad essere offensivo, non potrebbe essere più lontano dal vero, perché in base alla mia esperienza, ogni meridionale ha il “suo” specifico grado di inciviltà, nullafacenza e ignoranza. E il tarantino non è da meno.

Il tarantino è incivile per definizione. Sporca quando può, e anche quando non può; lo fa persino volentieri. Ma lo fa con un’eleganza ammirevole e con una naturalezza senza pari, come se fosse un’attività necessaria quanto nutrirsi e respirare. I cumuli di spazzatura per lui non sono affatto un problema, finché non è costretto a cambiare corsia o marciapiede per evitarli. Allora si spazientisce, e non si può certo dargli torto. Pertanto la soluzione a cui egli ricorre – sovrana fra le creature – è di farsi carico altruisticamente del problema, e “scaricare” la monnezza in campagna, meglio ancora sulla via per il mare, a edificazione dei posteri che potranno ritrovare tra questi cumuli notizie dei loro predecessori. Davvero commovente è la caravana di automobili che al tramonto trasportano fuori città i nuovi tarantini che vogliono contribuire allo sviluppo della catasta col desiderio di emulare la grandiosità delle generazioni passate.

Il tarantino inoltre urla invece di parlare, ma non per colpa sua. Lo fa perché la natura lo ha dotato di corde vocali sovrannaturali, completamente diverse da quelle di un bellunese o di un valdostano. E’ il suo tono di voce normale. In spiaggia, per strada, in macchina. I tarantini urlano quando devono comunicare tra loro, per scambiarsi messaggi importanti come l’ultima vittoria della Juve e i dettagli di una recente conquista amorosa. Sono tutte informazioni che richiedono una certa enfasi, che non si possono certo trasmettere in forma anonima, come la morale traviata della società vorrebbe. Quando il tarantino sente qualcuno parlare a un tono di voce più basso del suo ammutolisce e lo guarda con giustificato disprezzo, come se si trattasse di un essere inferiore, incapace di raggiungere le vette delle sue prodezze acustiche. Dotato di siffatte trombe naturali, il tarantino le usa, anche orgogliosamente, dovunque capiti, condividendo col prossimo ciò che gli sta a cuore in quel momento. Senza queste preziose testimonianze non potremmo apprezzare un talento che altrimenti andrebbe sprecato.

Ma se c’è un campo nel quale il tarantino non ha davvero pari è quello della guida. Il tarantino ha il merito di aver elaborato un codice della strada tutto suo, ben più evoluto di quello che si usa nel resto della Penisola. Strisce pedonali, semafori, sensi unici, precedenze, stop. Sono arcaismi superati da tempo a Taranto, dove chiunque intenda mettersi alla prova, troverà pane per i suoi denti, perché il tarantino in macchina non ha rivali. Sorpassa dove non può sorpassare, usa il clacson al posto della freccia, parcheggia appena sente lo stimolo di fermarsi, disinvolto e spontaneo come un artista in preda a un raptus creativo. Una tale libertà di espressione ha reso il tarantino un virtuoso del volante, un Monet delle quattro ruote, un Picasso dei motori, che solo pochissimi sono in grado di apprezzare. Certo, molti potrebbero sudare freddo dinanzi a una tale spregiudicatezza e le malelingue potrebbero addirittura trovarla fuori luogo. Ma sarebbe uno sbaglio, perché è il resto del Paese che si avvale ancora di un codice automobilistico vetusto, desueto, inapplicabile al fervido genio del Nostro che, rallentato da una simile gabbia di regole, si è creato uno stile tutto suo, più libero e meno coercitivo, nel quale le multe sono orpelli di cui ci si sbarazza con una semplice telefonata e gli autovelox inopportuni ostacoli, sulla strada che conduce al capolavoro.

Il tarantino poi si esprime quasi sempre in dialetto. Ha scarsa dimestichezza con l’italiano che adopera solo quando vi è costretto. Se può ritorna subito al dialetto, col quale si sente a suo agio e che lo protegge dalla barbarie della lingua franca e dagli incomodi dei vernacoli forestieri. D’altronde, per il tarantino qualunque lingua di qualsiasi altra città è una lingua sconosciuta. Fortunatamente il suono aulico del dialetto ci fa presto dimenticare quanto sia rozza la lingua di Dante e Petrarca e quanto invece sia più bello sentir litigare due persone in spiaggia, magari per un parcheggio rubato, o anche assistere al vivace scambio di opinioni al mercato rionale, davanti al banco della verdura. Roba da far ammutolire il Vate e vergonare un Manzoni.

Altro campo di eccellenza del tarantino, razza a questo punto superiore, è quella del portamento, che racchiude un po’ tutto ciò che è stato detto finora. Il tarantino doc, il tarantino verace, cioè quello nato e cresciuto a bordo mare, allevato a cozze e Primitivo, frequentatore dello stadio Iacovone, consumatore abituale di birra Raffo e panzerotti, possibilmente impiegato alle poste o in qualche atavico ufficio statale, con una modesta rendita di falsa invalidità, pensione di reversibilità e amicizie ministeriali assortite, si riconosce anche per i suoi connotati. Ha infatti il capello corto, stile militare, e il baffo. Esibisce poi un ventre gonfio, che se si cela sonnacchioso sotto i vestiti di inverno, riappare lucido e abbronzato d’estate, quando il tarantino può finalmente mettersi il costume a mutanda e le mani sui fianchi, e contemplare l’orizzonte, ponderando chissà quali metafisiche esistenziali. Orgoglioso di tanto ventre, non appena finisce il suo lauto pasto in spiaggia, si alza dal tavolino da campeggio e si posiziona fiero come un adone sul bagnasciuga, quasi a dire “e ora non ce n’è per nessuno”. In città invece, quando tocca rientrare dalla villeggiatura ma fa ancora caldo – cioè fino ad ottobre inoltrato – il tarantino si ostina a girare coi bermuda e il borsello a tracolla, veri e propri segni di testosteronica mascolinità.

Il tarantino sa tutto, ha un’opinione su qualsiasi materia. Dall’alto della sua conoscenza quasi enciclopedica del mondo, maturata dopo anni di mangiate di pesce e discussioni al bar, è in grado di spaziare dalla politica all’economia, dallo sport alla finanza, dalla medicina all’istruzione, dalla musica al cinema, e tenere testa a fior fior di specialisti. Il tarantino, ancor più dell’italiano medio, è versato in ogni branca del sapere, a cui si aggiunge la sua frequentazione abituale di Facebook, che sicuramente ha rafforzato lo spessore delle sue argomentazioni, rendendolo un avversario temutissimo da professori e studiosi di stirpe, nonché un campione di dialettica.

Insomma, nella razza del tarantino si sono condensati millenni di evoluzione e selezione della specie. Quella che tutti noi possiamo ammirare oggi è una razza superiore, fisicamente e mentalmente, seconda a nessuna. Una partita biologica vinta dall’umanità che, complice la modestia, fatica a mostrarsi al mondo e a cui spero di aver reso anche solo un briciolo di giustizia con questa mia farraginosa indagine fenomenologica. Non senza un pizzico di presunzione voglio rivelare di far parte anch’io di questa specie di uomini superiori, benché mi sia trasferito altrove da piccolo, inquinando quindi irreparabilmente il mio sangue, ma quando vi ritorno per qualche giorno di vacanza non manco mai di ammirare con gelosia chi prospera ancora in questa culla del progresso.

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Un capolavoro