Buon 2022 da Jurassic Park!

Come ogni anno, anche alla fine del 2021, il Presidente della Repubblica ha diffuso il suo messaggio urbi et orbi. Mattarella ha parlato degli argomenti che tutti si aspettavano per un discorso di fine anno, dall’importanza dei vaccini alla lotta alla pandemia, dalle difficoltà sociali fino – ovviamente – a timori e speranze per l’anno nuovo. Con una certa veemenza il Presidente ha ricordato le sfide che ci aspettano. Mattarella si è rivolto ai giovani, a cui ha chiesto, col cuore (metaforicamente) in mano, di non scoraggiarsi. A loro ha chiesto, anzi, di “mordere la vita”.

A Mattarella, che mi fa quasi tenerezza, vorrei ricordare che il futuro dei giovani non dipende romanticamente dalla loro volontà di prenderselo (o morderlo, che poi se andiamo avanti su questa china il gioco retorico potrebbe assumere coloriture scomode), perché tanto “il futuro” se lo sono già fottuto quelli della sua generazione. A noi, forse, rimangono le briciole. Però questa non deve essere una ragione sufficiente per disperare. Per carità. Le cose potrebbero anche andare peggio (sic!). L’Italia non è certo in fin di vita, o almeno non ancora. Per esempio, non siamo sull’orlo della guerra o divorati da povertà e carestie né tantomeno sotto la minaccia di catastrofi climatiche. Qualche problemino c’è, è vero e sarebbe ipocrita non ammetterlo, ma abbiamo anche tante belle cose, qui, a Jurassic Park.

Abbiamo intanto un paese a dominanza geriatrica, dove il messaggio del Presidente della Repubblica rappresenta come meglio non potrebbe la nostra società. E’ la classica paternale dei vecchi ai giovani, l’insulto finale, in cui, oltre a sapere di essersi ormai pappati tutta la torta, ci danno pure un buffetto sulla guancia, mentre ci dicono con fare condiscendente: “su, su, non fate i capricciosi, e riproducetevi come conigli, come abbiamo fatto noi nel dopoguerra, quando c’erano prospettive, quando il lavoro si trovava anche solo con la terza media, quando il futuro prometteva solo ripartenza e bei guadagni, quando bastava essere monoreddito per fare una bella vita, tipo casa al mare e automobile nuova. Dunque, perché non scopate?”.

Quindi al vecchietto che mi dà il buffetto vorrei ricordare, visto il probabile attacco di Alzheimer di cui soffre, a causa dell’età avanzata, che i tempi sono parecchio cambiati e che il futuro non mi spaventa, niente affatto. Mi terrorizza. Perché io non credo più alle loro balle – e azzerderei di non essere l’unico – perché so che l’unica prospettiva sicura, ad oggi, è di spingere la macina (figurativamente parlando, per rimanere in tema di metafore) almeno fino a 70 anni, perché so che dovrò pagare la pensione a lui (a Mattarella) e a quelli come lui, finché morte non ci separi. Ma è tutto sommato una previsione ottimistica, perché nel frattempo questo limite verrà esteso centinaia di volte. Intanto è difficile, se non stupido, sognare cambiamenti miracolosi.

Vorrei raccontarla io a questo punto una favola a Mattarella, così come lui la racconta a noi. Vorrei dirgli di non preoccuparsi e di godersi la sua meritata e tranquilla pensione, tanto per ora qualcuno che gliela paga c’è. Più avanti si vedrà, magari tra qualche anno non sarà più un problema suo. Vorrei poi dire a lui e al Papa, che ha parlato di “inverno demografico” e di “virus dell’individualismo” che, francamente, poteva andare peggio. Se il problema fosse solo quello dei figli e il fatto che la gente non si saluta in ascensore, saremmo messi meglio della Finlandia o di chissà quale altro paese felice. Egoismo, isolamento, mancanza di dialogo, bigotteria, politically correct, violenza, ignoranza, superficialità, regressione culturale. Io avrei ricordato anche questi. Ma abbiamo pure dei difetti.

La gente non fa figli. Ormai è acclarato. E’ un dato statistico consolidato e in rapido peggioramento, oltreché un argomento di conversazione da salotti romani. Non crediamo più nel domani, perché noi, giovani, vediamo nero (o marrone), laddove un tempo loro, i vecchi, vedevano rosa o verde. Vediamo un paese fatto solo di teste canute e di giovani che se ne vanno. Qualcuno torna (pochi), gli altri (tanti) restano lontani. Ed è giusto così, perché non è giusto invece rimanere qui a pagare i debiti, a foraggiare pensioni, a rassegnarsi a sterili ideali di pace e bonomia, cantilenati durante omelie che sanno più di Medioevo che di Terzo Millennio e che, se andavano bene sessanta anni fa, ora fanno solo pena. Basta con l’ipocrisia della crescita. L’unica crescita è delle tasse, dell’evasione (che nessuno vuole davvero combattere), di problemi sociali vari ed eventuali (vedi sopra), e di tanti altri a venire, tra cui, non ultimo, il clima. Come si fa a mettere al mondo un bambino in un simile scenario?

Io a questo punto, se mi scuseranno, non pianifico un bel niente. Mi tengo il mio individualismo e la mia scarsa propensione alle favole. Mi tengo questo COVID, che ci farà compagnia a lungo, a giudicare da come lo stiamo affrontando, nel quale ognuno fa dantescamente “parte per se stesso”, sperando che un deus ex machina ce lo tolga dalle palle. Ecco, pensiamo perciò al latino, a Dante, ai romanzi, alle cose che ci distraggono da questa realtà avvilente, come da una ferita che invece di guarire puzza di cancrena.

Ah, dimenticavo, buon prospero anno nuovo a tutti!

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