ENGLAND: un’analisi scorretta (ma sincera)

Si sa che gli inglesi godono generalmente di un’ottima fama. Sono i gentlemen per eccellenza. Hanno esportato eleganza, stile e decoro, dall’abbigliamento alla politica, passando per l’educazione civica e lo sport. Tra i tanti stereotipi, positivi e negativi, ci sono delle verità ma anche qualche bugia. Ecco la mia personale classifica di questi stereotipi.

Eleganza. La sartoria inglese è apprezzata a furor di popolo. I capi di abbigliamento prodotti in Inghilterra si vendono “like hot cakes”, al pari dei capi made in Italy. Da Londra passa qualsiasi novità modaiola prima che in altre città del pianeta. Le stoffe sono di primissima qualità: lana scozzese, tweed, pellami e così via. Hanno dei marchi prestigiosi e costosissimi. Mettere piede in una delle loro sartorie del centro vuol dire potersi permettere a malapena una cravatta, se si è dei clienti con un portafoglio normale. Figuriamoci un vestito su misura. Ma si tratta pur sempre di una clientela ristretta quella che ricorre al sarto. E’ vero invece che alla stragrande maggioranza degli inglesi la moda non interessa. Basta uscire dalle quattro stradine del centro (Regent Street, Oxford Circus e Carnaby Street) e la qualità dell’abbigliamento cala drasticamente. Molti vanno in giro in tuta (lurida e incrostata di macchie), ciabatte (sì, e per di più con le calze), petto nudo (anche in inverno), costume e talvolta pigiama… Insomma, non tutti sono dei piccoli Lord, molti sono semplicemente lordi. A’ zozzi!

Un’illustrazione di Sidney Paget

Maniere. Gli inglesi con il monocolo, il Times e il brandy non esistono (più). Nemmeno sui libri. Ricordo le bellissime illustrazioni di Sidney Paget per le prime edizioni di “Sherlock Holmes” dove si trovano quegli splendidi quadretti della vita in età vittoriana. Tutti così eleganti e così educati. “Quegli” inglesi si sono estinti da tempo. I loro discendenti abitano in zone isolate della capitale o in grandi tenute di campagna, fuori dallo zoo di tutti i giorni. I ‘nuovi’ inglesi urlano, offendono, si offendono, in maniera colorita (per non dire sguaiata) in mezzo alla strada, da un marciapiede all’altro, promettendosele o dandosele per i motivi più futili. Per circa tre giorni alla settimana gli inglesi si ubriacano (dal venerdì alla domenica) senza ritegno, con tutte le conseguenze che ne derivano: vomito, urina, dissenteria. Reperti umani non sempre nascosti per pudore dietro il primo muretto. Alcuni si liberano dei pesi del proprio corpo lasciandoli in bella vista in mezzo alla strada. Il lunedì mattina sembra di riprendere possesso di una città attraversata la notte da branchi di animali selvatici. L’ora del té sembra essere finita da un pezzo.

Linguaggio. Resiste tenacemente la loro fama di gente educata, specie nel rivolgersi a qualcun altro: Please, May I?, Of course, Be my guest. Presso le nuove generazioni si sta diffondendo una certa insoffereza verso le formule di cortesia che per secoli sono stati il baluardo di una della civiltà più evolute. Gli inglesi erano i veri paladini della forma. Questo perché l’inglese non dice mai quello che pensa. La sua rigida educazione repressiva e sessuofobica lo obbliga a fingersi educato. Ma sarà sufficiente un po’ di confidenza per trasformare qualsiasi collega, amico o conoscente in un campione di parolacce. Sul luogo di lavoro ci si rispetta – direi più ci si tiene a distanza – anzi, bisogna attenersi scrupolosamente, nelle email e nella chit chat davanti alla caffettiera, alle classiche formule british: thank you, how marvellous, lovely, that’s brilliant. Più si forzano simpatia e interesse, più sarete come loro e sarete apprezzati. Guai a dare una risposta reale al semplice “come stai?”. A loro non interessa sapere come stiate. Gli fareste solo perdere tempo. Le conversazioni telefoniche che si sentono per strada invece sono dei veri e propri capolavori di sociolinguistica, mosaici costruiti con un lessico molto meno forzato di quello da ufficio o da biblioteca, a base di fuck, bollocks, shit, cunt, cioè del loro gergo quotidiano. Ma se un inglese vi si rivolgerà usando un tono tanto sboccato, non vuol dire che sia arrabbiato con voi. Tutt’altro, avrete guadagnato la sua fiducia e sarà libero di parlare con voi come con un vecchio amico. Se vi insultano vuol dire che vi amano.

Meritocrazia. In Inghilterra se hai qualcosa da dire e qualcosa da fare troverai la tua strada. Questo secondo me non è uno stereotipo, è la verità. Ho visto tante persone partire da zero, frustrate e rassegnate all’idea di non poter realizzare il loro progetto perché nel paese da cui venivano nessuno ha creduto in loro, arrivare in Inghilterra e trovare finalmente supporto e risorse. Gli inglesi riconoscono la fondamentale importanza dell’impegno, delle capacità e soprattutto dello sviluppo personale. Molte aziende non hanno paura di investire in un giovane inesperto ed insegnargli tutto ciò che serve affinché diventi un manager di successo. In Italia invece si assiste ancora al paradosso di elemosinare lavoro e di sentirsi dire, anche per un posto da sguattero, “ma lei ha esperienza?”. E’ abbastanza comico, per non dire tragico, che qualcuno venga scartato perché non ha esperienza e quindi messo nelle condizioni di non poter mai fare esperienza. Un po’ come aspettarsi di trovare un vergine che sappia di sesso quanto Rocco.

Cibo e bevande. Oltremanica non si mangia male. Si mangia malissimo. La cucina inglese è terribile. Anche se a dire il vero di piatti “tipici” ce ne sono per fortuna pochi. Possiamo annoverare tra essi la shepherd pie e la cottage pie, il famigerato “fish & chips” (merluzzo fritto e patatine), il pudding, delle torte belle ma inavvicinabili se non si vuole prendere il diabete, oltre a qualche piatto locale perlopiù a base di interiora. Per questo motivo gli inglesi non mangiano quasi mai i loro piatti, se non vi sono costretti, e comunque a malincuore. Prediligono, come tutti gli immigrati d’altronde, i piatti di altri paesi, su tutti quelli della cucina italiana (pizza e pasta über alles), thai, cinese e sudamericana. Fortunatamente negli ultimi anni il boom dei servizi di consegna a domicilio ha reso possibile ordinare cibo di qualsiasi tipo, a qualsiasi ora e in qualsiasi posto ci si trovi, cosa che ha reso ancora meno fastidioso il bisogno di un pellegrinaggio al più vicino supermercato dove si trovano, a onor del vero, prodotti internazionali di qualità e a buon prezzo. I beveraggi sono invece buoni e sostanziosi. In Inghilterra si producono alcune tra le più buone birre del globo e gli inglesi, si sa, sono dei forti bevitori, tanto da realizzare dei santuari dedicati a Bacco, che poi sarebbero i Pub. Ecco, al pub si va con la stessa sacralità con cui si va a messa, con la sola differenza che non bisogna aspettare mezz’ora prima di bagnarsi le labbra. Insomma, mangiatene e bevetene tutti.

Meteo. Su quest’ultimo, doveroso punto, si chiude il mio elenco di stereotipi. Il tempo lassù non è così brutto come si tende a credere quaggiù, dalle nostre parti, a ridosso del Mediterraneo. Date le caratteristiche fisico-geografiche dell’Inghilterra sussistono delle difficoltà oggettive che la rendono naturalmente portata a scenari di tempo piovoso e ventoso. Non tutte le isole, specie oltre una certa latitudine, sono come le Canarie. Pioggia e vento vanno e vengono però. E’ raro imbattersi in giornate nelle quali piova dall’alba sino al tramonto. Se piove, piove per un’ora al massimo. Forse è più l’instabilità a caratterizzare la vita in Inghilterra che il brutto tempo in sé. Ma se è la paura di quattro gocce a scoraggiare il potenziale visitatore, ci si può sempre procurare un ombrello.

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