Giovani VS Vecchi

Ricordo uno speciale Disney di tanti anni fa, nel quale il papero più famoso del mondo, prossimo a festeggiare i sessant’anni, faceva di tutto per rimettersi a nuovo e arrivare preparato all’evento. Si sottopone a lifting terribili, (con le mollette da bucato, per capirci) e lascia che gli mettano creme su creme (più immancabili cetrioli sugli occhi) per arrestare l’invecchiamento. Intraprende cure dimagranti da cliniche fantozziane e cambia il look per apparire più giovane. Il buon vecchio Paperino, che si sente ancora un ragazzo, vuole a tutti i costi dimostrarlo, in barba a ciò che dice la carta d’identità.

Quegli stronzi dei suoi tre nipoti invece, di fronte a ogni suo tentativo di buttare giù qualche chiletto e scrollarsi di dosso qualche primavera, gli ripetono a mo’ di cantilena, “Nessuno è più ridicolo di un vecchio ridicolo!“. Il povero e senescente Paperino, da par suo, convinto che quei discutibili (e in effetti ridicoli) rimedi funzionino, per un po’ va avanti, ma alla fine si accorge della situazione e dopo varie vicissitudini, tentennamenti morali e prese di coscienza, accetta di aver ormai raggiunto sessant’anni e che può fare ben poco per evitarlo.

Aggiungo, solo come chiosa, che io a differenza sua avrei diseredato le tre canaglie, quei mangiapane a tradimento di Qui, Quo e Qua. O li avrei quantomeno cacciati via di casa. Ma queste sono considerazioni mie. Paperino si comporta da signore e, come ogni buon capofamiglia, affoga il proprio dolore nella speranza un giorno di ereditare i miliardi di Zio Paperone e sparire ai Caraibi.

Fuori dal fantasioso mondo dei fumetti, lo scontro generazionale è più sottile e frammentato, sommerso in statistiche che, a chi non ne capisce, dicono ben poco. E’ tuttavia un dato di fatto che in Italia negli ultimi anni si sia acuito sempre più lo scarto tra vecchi e giovani. Da una parte abbiamo i millennials, questo enorme bacino di adolescenti-ventenni-trentenni (fino alla soglia dei quaranta) e dall’altra, rullo di tamburi, esatto, i cinquanta-sessantenni.

I due schieramenti non si parlano. Perché hanno ben poco da dirsi. Collaborano, quando collaborano, a malapena e controvoglia, accusandosi reciprocamente, a colpi di violentissimi tweet, di scarsa voglia di lavorare (sposarsi, farsi una famiglia, fare figli, comprare casa, andare militare, impegnarsi una volta per tutte, che io alla tua età saltavo i fossi per il lungo) e di scarsa empatia (voi non ci capite, ci volete sfruttare, non ci offrite prospettive concrete, ci rubate il futuro, e allora meglio emigrare e fare i lavapiatti a Londra che gli schiavi gratis in Italia), in uno stallo paludoso.

Con la conseguenza che questo paese nel frattempo langue. Ma di chi è la colpa, contro chi si può puntare il dito? Perché in Italia questo esercizio si fa e si fa forte. Contro i giovani? Eh no dai, la loro colpa semmai è di essere ben poco agiati e molto più “adagiati” (nello specifico sul divano, in attesa di trovare un senso alla propria vita). Michela Serra ha scritto un libro crudelissimo sulla generazione “smidollata” dei millennials, Gli Sdraiati. Ma a mio dire si tratta di una colpa veniale, nel senso che lo scoramento lo capisco. Certo, non lo giustifico, ma lo capisco.

Repubblica analizza questo divario e conclude che la colpa sia dell’altro schieramento, non dei brufolosi e capelluti millennials, bensì degli attempati cinquanta-sessantenni.

[I giovani] vedono il proprio futuro in patria “frenato”: bloccato, dalle generazioni precedenti. Adulti e anziani. Un orientamento particolarmente marcato in Italia. Dove i più giovani, per questa ragione, ritengono utile “emigrare”. Per avere un futuro. (qui)

Indi per cui, dice l’articolo, “l’indagine fa emergere molti segni di In-Sicurezza. In tutti i Paesi. Ma, soprattutto, in Italia. Dove le età della vita – e la gioventù, in particolare – appaiono difficili da “de-finire”. Cioè, de-limitare. E ciò proietta l’immagine di una gioventù in-finita. Mentre la vecchiaia avanza. E noi fatichiamo ad accettarla. Così, de-limitiamo il futuro. Dei giovani. E di tutti noi. Con il rischio di perdere di vista l’orizzonte. E dimenticare il passato. Per questo conviene ascoltare i giovani. E guardare avanti. Senza illudersi di fermare il tempo.”

Con una triste conferma, nel grafico che segue, dove il dilagante pessimismo dei succitati Adagiati ci viene sbattuto in faccia senza complimenti:

E allora io posso solo incazzarmi. E parecchio, perché questa situazione, confermata dai numeri, dimostra una teoria che io ho sempre sostenuto. Cioè che la generazione maledetta che ci tiene la testa sott’acqua e ci sbeffeggia in un italiano sgrammaticato e citazioni latine naive è alla resa dei conti imbattibile. Dalla sua ha una posizione di dominio sociale che potrà solo declinare col progressivo pensionamento ma che, per il momento, è intoccabile (a meno che non ci sia una Rivoluzione con ghigliottina di massa) e in più una longevità lavorativa che le nuove generazioni non raggiungeranno mai e che garantisce sonni tranquilli e zero incubi.

Noi, poveri e sfigati millenials, possiamo solo sognare nuovi anni ’80, posti di lavoro offerti a gente con la terza media e indeterminati a pioggia. Salvo poi svegliarci sudati, e non per lussuriosi visioni notturne, ma per il senso di impotenza che deriva dalla certezza che uno status del genere non lo avremo mai e che quel glorioso periodo della storia italiana non si ripeterà più.

In parte emigreremo, in parte resteremo. Continueremo a odiarci e a fingerci amici. Loro perché sanno che siamo più bravi, che parliamo meglio l’inglese, che siamo più tecnologici e abbiamo più idee. Perchè abbiamo ancora voglia di cambiare le cose, di rimediare ai loro errori, di salvare il salvabile (Terra compresa), di ripartire dalle briciole lasciate dal loro lauto banchetto. E noi perché purtroppo abbiamo ancora bisogno di loro, che ci offrano un lavoro decente, ci diano un buono stipendio (e non l’elemosina), ci permettano di sperimentare anziché ostacolarci, così da dimostrargli che ne abbiamo le tasche piene della loro incompetenza e superficialità, del loro “si stava meglio prima” e delle continue lezioni morali, loro che di morale hanno ben poco, dopo essersi venduti l’anima per una vita senza scossoni e una pensione dorata, dopo aver saccheggiato, evaso, concusso, corrotto, politicizzato, avvelenato finanche lo scheletro di questo paese col loro razzismo, il loro imbarazzante cattolicesimo, la pretesa di etichettare persone e costumi in un eterno millenovecentocinquanta che rende l’Italia fanalino di coda in tutto, tranne che nelle statistiche negative.

Se tutto ciò prima o poi dovesse succedere, potremo finalmente canzonargli in faccia la loro ridicola arroganza, i pantaloni attilati da ragazzini e la polo con il colletto sollevato, che non fa ventenne, ma cinquantenne disagiato. Bisognerà che queste cose qualcuno gliele dica perché, ci insegna Paperino, Nessuno è più ridicolo di un vecchio ridicolo!

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