Ferragosto è per eccellenza la festa degli italiani. È quel giorno dell’anno in cui un paese intero si ferma per dedicarsi al sacro rito del dolce far niente. C’è chi va al mare, chi in montagna, chi resta in città, chi porta sul terrazzo griglia e carbonella e – cascasse il mondo – il 15 agosto sa che c’è l’usanza del barbecue, per cui può affumicare liberamente vicini e passanti senza che nessuno possa obiettare alcunché. D’altronde, in Italia il barbecue di ferragosto è un diritto sancito dalla Costituzione.
Perfino Giulio Cesare era solito prendersi un giorno, almeno uno, di ozio completo, dalla complicata gestione dell’impero, che cadeva per l’appunto a metà agosto (da cui il termine Feries Augusti cioè “ferie di Augusto”, appellativo di Cesare). Sono quindi duemila anni che gli italiani a ferragosto si riposano e a quanto pare non hanno alcuna intenzione di smettere. Ferragosto è e sarà per sempre la vera pausa da ogni cosa.
Ma Ferragosto è anche un simbolo. È il simbolo di una tradizione che più di ogni altra resiste al passaggio del tempo. Ferragosto è il giorno del “non rompetemi le palle che sono in ferie!”. È un po’ la festa dell’egoismo e sotto questo punto di vista non è più solo un concetto italiano. È quello che tutti noi stiamo vivendo. Ovunque ci giriamo, si sentono notizie raccapriccianti. Il mondo va a fuoco – letteralmente – e se non va a fuoco si scioglie, tra inondazioni e piogge torrenziali che spazzano via con la loro furia intere città.
Quello che un tempo era un futuro remoto e, per alcuni, opinabile, è ora realtà. Il mondo è in crisi. Coloro, gli “alcuni” di prima che tacciavano gli altri di allarmismo, ora ‘tacciono’ perché sanno che quel futuro remoto è diventato presente. Il punto di non ritorno è stato raggiunto. Ci avviamo a passi forzati verso l’auto estinzione, senza dare il minimo segnale di ravvedimento. Il fenomeno tragico degli incendi mette a nudo tutta la precarietà del nostro equilibrio, di specie fondamentalmente incapace di tutelarsi, che preferisce distruggere se stessa anziché salvaguardarsi. Non mi riferisco solo ai cambiamenti climatici. Noi, umanità malata, siamo guidati da sempre da princìpi sbagliati che ci rendono ciechi di fronte alla gravità di ciò che avviene, concentrati come siamo sui nostri irrinunciabili capricci.
La nostra vita di un tempo non è nei fatti più sostenibile. È acclarato. Il mondo si sta consumando. Gli animali stanno scomparendo, estinti o uccisi dalla mano dell’uomo. Il clima impazzito lo abbiamo stravolto noi, con la nostra avidità e la nostra inestinguibile sete di denaro. Abbiamo raggiunto un cinismo tale che ci fa credere di poter sistemare le cose una chiacchiera dopo l’altra, con quei Summit ridicoli, dove sfilano sempre i soliti personaggi, intenti a sorridere e stringersi la mano e dichiarare che qualcosa sarà fatto per il pianeta entro il 2050 o il 2070. Ma non si accorgono che il pianeta, a questi ritmi, potrebbe non resistere fino al 2050. Anzi, andando avanti così, sicuramente non ci arriva. La gente sta morendo proprio mentre scrivo, nei modi peggiori e in maniera sempre più sconvolgente. Il confine tra realtà e fantascienza si è fatto talmente labile che ormai, vedendo le immagini giornaliere di paesi allagati dagli tsunami (in luoghi dove magari nemmeno c’è il mare), è impossibile distinguere l’una dall’altra.
In Italia si registrano da anni temperature da deserto del Sahara. Quarantaquattro o quarantacinque gradi ad agosto potrebbero diventare la norma. Al telegiornale viene ventilata la necessità di cambiare il nostro stile di vita, per fare fronte a fenomeni di clima estremo e, ciò che più mi preoccupa, nessuno sembra meravigliarsi. Accogliamo la notizia con una scrollata di spalle, riflettendo tra noi e noi che tanto basta abbassare di qualche grado il condizionatore. Il problema non ci riguarda. Le nostre giornate trascorreranno ugualmente, magari passando più tempo al chiuso. Peggio per chi deve lavorare all’aperto. Sentendo dei posti divorati dagli incendi ci dispiaciamo forse un attimo e poi torniamo con indifferenza alla nostra pasta al pomodoro.
Sembrano dopotutto problemi lontani, che finché non interferiscono con la nostra quotidianità, si possono benissimo trascurare. Basta almeno che non ci tolgano il barbecue a ferragosto. Mi immagino infatti gli italiani che, mentre il telegiornale con tono esiziale annuncia l’irreparabile innalzamento del livello dei mari, pensano di risolvere mettendo l’asciugamano un po’ più indietro. In questo non ci batte nessuno: come sappiamo valutare noi se un problema ci costringerà a mutare le nostre abitudini e, qualora sia sufficiente scansarci dalla traiettoria, disinteressarcene subito dopo lasciando la rogna a qualcun altro, non siamo secondi a nessuno.
Una musica si sente intanto in sottofondo, mentre tutto va a puttane. Sono le note della nostra vita come noi la conosciamo, che viviamo sempre uguale da cinquant’anni e che nulla al mondo ci farà mai abbandonare. Fino all’ultimo noi saremo quelli della vacanza a ferragosto, dei mondiali ogni quattro anni, dei weekend al mare e della domenica in chiesa. Ci sentiamo protetti da quei pilastri che sono tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto e su cui abbiamo costruito il nostro benessere. Il mondo là fuori non ci importa se si disgrega, perché tanto, chi lo dice che è un problema nostro? Finché potremo fare grigliate, andare allo stadio o ai concerti, avere la pancia piena e lo sguardo sereno, ben venga anzi l’orchestrina con la sua canzone malinconica, a strimpellare per noi l’illusione di una normalità sparita da tempo, ma che crediamo ancora viva, nonostante l’acqua ci lambisca ormai le caviglie. Buon ferragosto a tutti.

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