Scrivere è (anche un po’) Morire

Sì, avete letto bene. Non ho confuso la terza persona del verbo Essere con la “e” congiunzione. Ho scritto proprio che scrivere è morire (che sa molto di Amleto ma che in realtà vuole suonare molto meno altisonante rispetto al famoso mongolo).

Per introdurvi al mio ragionamento, vi offro in lettura questa bellissima poesia:

L’opera

Ecco, è finito: non si tocca più.
Quanto mi pesa la penna in mano!
Era così leggera poco prima,
Viva come l’argento vivo:
Non avevo che da seguirla,
Lei mi guidava la mano
Come un veggente che guidi un cieco,
Come una dama che ti guidi a danza.
Ora basta, il lavoro è finito,
Rifinito, sferico.
Se gli togliessi ancora una parola
Sarebbe un buco che trasuda siero.
Se una ne aggiungessi
Sporgerebbe come una brutta verruca.
Se una ne cambiassi stonerebbe
Come un cane che latri in un concerto.
Che fare, adesso? Come staccarsene?
Ad ogni opera nata muori un poco.

La poesia di Primo Levi è emblematica di un sentimento legato al processo creativo e più in particolare a quello della scrittura, inteso come meccanismo allo stesso tempo di generazione e di distruzione. Nello specifico, di generazione di un’opera e di distruzione dell’autore. Come ricordavo già in un altro articolo, sorto però da riflessioni contingenti di natura diversa, scrivere rappresenta un mestiere tutt’altro che divertente. Dall’alto (nel mio caso, secondo volontaria quanto poco credibile professione di umiltà, dal basso) dei miei due libri, posso confermare quanto sostenuto all’epoca e quanto viene detto, in maniera molto più elegante, da Primo Levi.

Senza voler cadere in un vuoto esercizio di ripetizione del già detto e, ancora peggio, di spiegazione o parafrasi della poesia, mi piacerebbe dire, a chi volesse perseguire la strada accidentata della scrittura, che le difficoltà che incontrerà non saranno poche. Io stesso ne ho scoperte altre, che allora non conoscevo, ma che mi si sono presentate davanti dopo essermi lasciato alle spalle, come dicevo, un paio di libercoli.

Innanzitutto di attesa dell’ispirazione. Un libro non è un semplice prodotto di calcoli e di somme. Non ci si mette a raccontare qualcosa sulla base soltanto di un piano prefabbricato. Un libro nasce anche e perché un giorno a qualcuno, per motivi che non si capiranno mai bene, è venuta un’idea, perché è stato rapito da una folgorazione. A volte, fuor di religiosità, perfino da un’apparizione. Quello che si costruisce poi, su tale idea, è quindi il libro. Ma l’idea iniziale, il germe dell’opera nasce molto spesso per caso. Può essere qualcosa legato a un fatto personale, un episodio della propria infanzia, un aneddoto, una notizia di cronaca. Può essere anche un sogno, un equivoco, una visione deliberata e irreale, come quando si vedono cose per effetto di sostanze stupefacenti.

Si parte perciò dall’incrocio favorevole dell’esterno con l’interno, della propria “sensibilità”, che urtata come una corda da un disturbo nella forza (per usare un termine Jedi) produce quindi un suono, o meglio, un progetto letterario. Gli scrittori si piccano infatti di possedere una sensibilità più accentuata del prossimo e di saper cogliere dettagli, nei quali intravedono storie e immaginano intrecci. Detta così può sembrare qualcosa di romantico ma i problemi, credetemi, sorgono in seguito.

Scrivere richiede uno scavo violento all’interno del proprio essere. Affinché quella ispirazione originaria si possa trasformare in qualcosa di tangibile, ha bisogno di venire alimentata dalle energie “fisiche” dello scrittore. Richiede di eseguire una vivisezione dei propri sentimenti. Lo scrittore non può e non deve limitarsi a mettere insieme dei pensieri così, alla rinfusa, nella speranza che prendano corpo da soli. Deve aggiungervi del proprio. Deve staccarsi dei brandelli di anima. Deve sacrificarsi in virtù di creature che vivranno senza di lui ma che però avranno sempre qualcosa di suo. Impasterà perciò nel testo le sue memorie, le sue emozioni, il suo modo di vedere la vita, il suo carattere (malinconico, pessimista, romantico, nichilista, filosofico, naive…), qualunque esso sia. Però il suo cammino dovrà passare per forza attraverso questo stretto imbuto, fatto di denti e lame, altrimenti non ne verrà fuori niente di buono.

Perché il suo racconto sia credibile, il lettore dovrà un domani trovare nel libro tracce di umanità, una prova che sia stato un individuo come lui a scriverlo. Bisognerà che ci sia, tra le righe, la presenza di un’altra persona nella quale egli possa identificarsi o a cui voglia ispirarsi, e che sia stato abbastanza abile da intrattenerlo per qualche ora, mentre lui se ne sta seduto sul treno o sotto le coperte di casa, parlandogli di persone che fanno qualcosa e che vanno da qualche parte. Questo perché, senza brandelli di anima e di umanità, la storia, qualsiasi storia, perde la sua spinta e rimane pura teoria.

Inoltre, come ho già ripetuto, scrivere è estenuante. Sembra non finire mai. Si scrive, per lunghi mesi (fortunati quelli che ci riescono senza interruzioni), andando avanti di poco, tornando indietro per correggere, rivedere, cancellare (sic!). Insomma, scrivere non è una corsa dei 100 metri. È più o meno una maratona. Si suda, si fatica, ci si lacera, e ci si macera (nei dubbi, su tutto, sulla trama, sui personaggi, sulle contraddizioni, sul voler gettare la spugna). Ma alla fine – se non si è ceduto – gli sforzi vengono ripagati dalla felicità con cui si appone la parola “fine” in calce all’ultimo capitolo.

Dietro la parola fine, quella parola magica e misteriosa che sembra sancire le attività più solenni, sarà rimasta sulla carta un’ombra, abbastanza vistosa, di un essere misterioso, il cui nome in genere si trova appena sopra il titolo (o in fondo alla copertina). Costui sarà stato l’artefice di quella fatica straordinaria iniziata in maniera tanto casuale e durata per così tanto tempo. Costui avrà consegnato al pubblico una fotografia di se stesso, una prova della sua nudità interiore che, benchè dietro suo consenso, gli sarà però stata sottratta per sempre.

In questo senso si può affermare che l’opera nata uccide l’autore e che, di conseguenza, scrivere è morire. Poiché a furia di staccarsi pezzi di anima, di farsi rubare l’intimità, è possibile che di quel povero scrittore, dopo l’ennesimo libro, non rimanga più nulla, se non una marea di carte nelle quali egli, se sarà stato bravo, continuerà tuttavia a sopravvivere.

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Primo Levi e Dante all’inferno – Parte III

Faceva tiepido fuori, il sole sollevava dalla terra grassa un leggero odore di vernice e di catrame che mi ricordava una qualche spiaggia estiva della mia infanzia. Pikolo mi diede una delle due stanghe, e ci incamminammo sotto un chiaro cielo di giugno. Cominciavo a ringraziarlo, ma mi interruppe, non occorreva. Si vedevano i Carpazi coperti di neve. Respirai l’aria fresca, mi sentivo insolitamente leggero…

E’ mattina presto. Ha appena albeggiato. Primo Levi si sta avviando insieme a Jean verso una cisterna interrata per svolgere il compito della giornata. Per qualche strana ragione ha il cuore leggero e nulla in quelle poche righe può far presagire l’orrore che circonda i due personaggi. Sembra di leggere il racconto di una domenica in montagna, tra amici. Primo e Jean, quasi coetanei, seppure in posizioni sociali diverse nel campo (più in basso Primo, molto più in alto Jean) sono accomunati dallo stesso interesse per la vita e per il mondo che li aspetta là fuori. Si concedono timidamente il lusso di sperare. Parlano di letture, di lingue, di cose belle insomma. A un certo punto un pensiero attraversa la mente del giovane chimico torinese. Gli viene voglia di parlare di qualcosa di sacro, qualcosa che stride così forte in quel momento e in quel luogo:

… Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è piú un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.

… Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: Quando…

Primo Levi si ferma e traduce le due terzine come può, fidandosi del suo francese scolastico e sperando che l’agile mente di Jean faccia il resto. In qualche modo il messaggio di Dante passa. Jean si accorge che quelle poche parole in italiano vogliono dire qualcosa di stupefacente. Entrambi si accorgono che per un’assurda magia sono riusciti a portare la poesia nel Lager. E non una poesia qualsiasi. Quella di Dante, quella dell’Inferno. Nell’inferno appunto. Primo Levi prosegue, si tortura per continuare il canto, per far sapere a Jean cosa dice Ulisse, che cosa avviene di lui e dei compagni.

E dopo «Quando»? Il nulla. Un buco nella memoria «Prima che sí Enea la nominasse». Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: «… la piéta Del vecchio padre, né’l debito amore Che doveva Penelope far lieta…» sarà poi esatto? … Ma misi me per l’alto mare aperto. Di questo sí, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché «misi me» non è «je me mis», è molto piú forte e piú audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.

Sono ormai oltre i due amici. Hanno valicato con l’immaginazione la gelida recinzione del Lager e stanno solcando le onde sulla nave di Ulisse, col vento che sferza il volto e il sole che scalda la pelle. Non sono più due reietti, condannati dalla malvagità dei tempi a morire troppo presto. Sono ormai due marinai, fidi sodali in un’avventura di cui serberanno per sempre la memoria.

«Mare aperto». «Mare aperto». So che rima con «diserto»: «… quella compagna Picciola, dalla qual non fui diserto», ma non rammento piú se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio.

Il lavoro è passato sullo sfondo, così come la bruttezza del luogo in cui i loro corpi sono rimasti. La poesia di Dante Alighieri li ha elevati ad altre vette e su altre cime irraggiungibili, da cui possono ora contemplare con distacco lo scempio del nazismo. Primo Levi e Jean sono altrove, in un altro luogo e in un’altra epoca. La bellezza così come la cultura unisce e non divide. Non ha bisogno di lingue per trasmettersi. Contagia, ma come un virus che rafforza invece di indebolire. Gli uomini grazie alla poesia ridiventano Uomini. Ed è quindi in uno stato di pressoché illuminazione che Primo Levi snocciola la terzina più famosa del canto. La magia si compie. Jean ascolta estatico comprendendo che le sue quattro ossa, agitate da un soffio di vita, sono state portate dal vento dove pochi uomini hanno il privilegio di dirigersi, per non più essere dimenticati. Primo Levi e Jean sono per un attimo usciti dall’inferno.

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.


Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di piú: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio,
ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

<— Parte II

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Primo Levi e Dante all’inferno – Parte II

«Accende una pila tascabile, e invece di gridare «Guai a voi, anime prave» ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo danaro od orologi da cedergli, tanto dopo non ci servono piú. Non è un comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte. La cosa suscita in noi collera e riso e uno strano sollievo »

Caronte nell’illustrazione di Gustave Doré

Primo Levi è appena salito sul camion che lo porterà dal treno ad Auscwhitz. Una guardia fa il giro raccogliendo gli oggetti personali dei deportati. Questo suscita in Levi il paragone con Caronte, il traghettatore di anime incontrato da Dante all’ingresso dell’Inferno. Il Caronte di Dante è una figura severa, rabbiosa, che incute quasi paura, mentre il soldato tedesco è paradossalmente mite, cosa che infatti sorprende sia Primo Levi sia gli altri insieme a lui. Con l’immagine ambigua di un nemico gentile comincia il viaggio verso il più terribile degli inferni.

Un altro aspetto che sorprenderà Levi, giunto ormai da qualche giorno nel campo, sarà il rovesciamento totale delle convenzioni umane e delle leggi civili. Una volta entrati ad Auschwitz non vigono più quelle regole. Al di qua del filo spinato non esiste rispetto, non esiste compassione, non si aiuta il più debole, che sia vecchio, donna o bambino. Nel Lager si è anni luce lontani dal senso di fratellanza. Se al di fuori gli uomini vivono per aiutarsi, nel campo di concentramento si vive come se ci si trovasse in una bolgia infernale. Il Male, impersonato dalle guardie, è come quello descritto da Dante. I diavoli delle bolge trasfigurano assumendo l’aspetto delle guardie del Lager.

« La spiegazione è ripugnante ma semplice: in questo luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo il campo è stato creato. Se vorremo viverci, bisognerà capirlo presto e bene:… Qui non ha luogo il Santo Volto, qui si nuota altrimenti che nel Serchio! »

Man mano che percorre le bolge e scende verso il centro dell’Inferno, Dante dice che c’è sempre meno luce, ovviamente la luce del Bene. Allo stesso modo Primo Levi scopre presto che nel campo di concentramento bisogna fare i conti con il buio, cioè con la mancanza di pietà, ma non la pietà finta di chi si aspetta qualcosa in cambio, bensì quella spontanea che fa tendere la mano a chi cade e non ha più le forze per rialzarsi. Bisogna cercare di accettare il pensiero reale del dolore e la possibilità concreta della morte e imparare a convivere con la paura di essere uccisi. Levi lo mette subito in chiaro, prima a se stesso, come lezione, poi a noi, perché ne siamo testimoni nel nostro mondo e nel nostro tempo. Egli sa che dovrà trovare il suo posto in mezzo a tanta ferocia, evitando i colpi, le botte, il freddo e la fame. Il suo universo finisce con la sua pelle e il suo pigiama a righe.

Il verso «Qui non ha luogo il Santo Volto, qui si nuota altrimenti che nel Serchio!» viene pronunciato da uno dei diavoli della bolgia dei barattieri ed è significativo perché nella scena immaginata da Dante, ci troviamo dinanzi ad un enorme lago di pece bollente. Qui vi finiscono i barattieri cioè coloro che avevano elargito favori in cambio di denaro. Per costoro emergere dalla pece anche solo per un secondo era un immenso sollievo. Tuttavia nel Lager-inferno la speranza e la compassione mancano. Nessuno può intercedere per un peccatore o per un recluso, nemmeno il Santo Volto (era un’icona sacra che si trovava a Lucca) dice il verso di cui Levi si ricorda improvvisamente mentre si fa strada stanco e infreddolito nel fango pesante del campo come un dannato nella pece. L’invenzione dantesca è potente, il parallelo azzeccato. La realtà purtroppo ha superato l’immaginazione, perché il dolore provato da Levi e dai suoi compagni è vero, arpiona le ossa come gli uncini dei diavoli quando qualcuno tentava di mettere fuori la testa per respirare. Allora i diavoli – che non facciamo fatica a immaginare vestiti di nero con in mano un fucile – li spingevano ancora più giù nel fondo del lago. Al dolore seguiva addirittura l’offesa, sbattuta sulla faccia da carcerieri disumani. In quel lago di pece, in quel mare di fango polacco, potevano pure scordarsi di sguazzare beati come facevano “da vivi” nelle acque del Serchio.

I Malebranche arpionano un dannato

Ma al di là degli espliciti riferimenti a Dante, la descrizione dei condannati del campo in Se questo è un uomo richiama continuamente la Divina Commedia. Non serve che Primo Levi ci dica “qui sto citando Dante” per accorgerci che i corpi lividi e smagriti che ogni giorno lentamente abbandonavano le baracche diretti in fabbrica, sembrano la processione degli indovini che avanzano nudi, in lacrime, con la testa girata verso la schiena, o il lento incedere degli ipocriti, coperti da cappe di piombo pesantissime. La stessa magrezza innaturale che scava le ossa e riduce il volto a uno scheletro era stata già immaginata da Dante ancor prima che la realtà terribile del nazismo la sperimentasse sugli esseri viventi. Nel Purgatorio, Dante si imbatte nei golosi, i quali non possono nutrirsi di nulla se non di acqua (si pensi alla zuppa acquosa del Lager che gonfia il ventre e allaga le arterie) e vengono tentati continuamente da un profumo di frutta che però non possono cogliere. Ecco un’altra punizione, l’illusione data dalla speranza: nulla fa più male che essere a un passo dalla salvezza e non potervi arrivare. L’aspetto dei golosi rispecchiava le privazioni a cui erano sottoposti nel loro girone secondo la fantasia di Dante che immagina che si possa leggere nel loro viso la parola OMO, uomo (come il titolo del racconto di Primo Levi). Le occhiaie sono due “O” e il setto nasale una “M”. Sembra la descrizione dei detenuti del Lager.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, 
palida ne la faccia, e tanto scema, 
che da l’ossa la pelle s’informava.

[…]

Parean l’occhiaie anella sanza gemme: 
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ 
ben avria quivi conosciuta l’emme.  
                         

(Pur. XXIII, 22-33)            

Dante e Virgilio in presenza dei golosi nel XXIII del Purgatorio

Continua… <— Parte I Parte III —>

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Primo Levi e Dante all’inferno – Parte I

Nessun luogo creato dall’uomo si è avvicinato tanto all’Inferno di Dante quanto i lager nazisti. Auschwitz, Birkenau, Dachau e gli altri luoghi dell’orrore disseminati tra Germania e Polonia hanno rappresentato un vero e proprio inferno terreno, un buco temporale e spaziale dove non è esistita pietà e soprattutto non è esistito amore. Per Adorno, dopo Auschwitz non dovrebbe essere più fatta poesia, come a dire che dopo Auschwitz l’umanità ha irrimediabilmente perduto qualcosa, si è guastato qualcosa che non può essere più aggiustato. Qualunque violenza commessa da un uomo su un altro uomo è stata superata dalle violenze inimmaginabili perpetrate nei lager. Primo Levi invece sosteneva che dopo Auschwitz si potesse sì fare poesia, ma soltanto su Auschwitz.

Donne e bambini ad Auschwitz

Il chimico di Torino fu deportato in uno dei tanti campi afferenti ad Auschwitz, il lager di Buna-Monowitz, anche noto come Auschwitz III, adiacente ad una fabbrica di gomma sintetica. Tutti conoscono Auschwitz e lo credono un unico campo, ma all’epoca con ‘Auschwitz’ si indicava un complesso di oltre venti lager, sparsi nelle campagne polacche, di cui Auschwitz non costituiva che il campo principale e più tristemente famoso. Ci potevano essere anche centinaia di chilometri tra un campo e l’altro. Levi vi entrò a ventiquattro anni, neolaureato in chimica all’Università di Torino e con una breve esperienza di partigiano alle spalle. Fu proprio la sua attività di partigiano a farlo finire sulla lista dei destinati ai campi di concentramento. Per qualche giorno il gruppo che doveva essere deportato fu raccolto dalle milizie fasciste a Fossoli, vicino Modena. Nessuno sapeva di preciso che cosa sarebbe successo e dove sarebbero stati trasportati, ma ciascuno di quei 650 prigionieri (prevalentemente di religione ebraica) aveva intuito che qualcosa di terribile aleggiava nell’oscurità. Il racconto della notte precedente la partenza fa stringere il cuore. Levi la ricorda nel primo capitolo di Se questo è un uomo.

Primo Levi da giovane

« Ognuno si congedò dalla vita nel modo che piú gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino voi non gli dareste oggi da mangiare? »

Coloro che sopravvissero al viaggio si trovarono catapultati in una realtà aberrante, dove nessuno era in grado di comprendere il feroce strillare dei carcerieri né tantomeno le infinite regole del campo, urlate in tedesco e in polacco. Solo a fatica, noi abituati alle nostre comodità, possiamo farci un’idea di quanto disorientati si possa essere dopo un viaggio durato giorni, senza acqua, cibo, sonno (a meno che non sappiate dormire in piedi o seduti nei vostri escrementi in mezzo a decine di persone) e poi improvvisamente scaricati chissà dove, in una spianata gelida, strattonati in uno stanzone nel quale tra le percosse ci si deve spogliare e lasciarsi radere a zero i capelli. Tuttavia Primo Levi si aggrappa ad una feroce voglia di vivere e piano piano acquista familiarità con la nuova e allucinante realtà del lager. In suo soccorso arriva pronto un ingegno vivo, curioso, nutrito fino a quel momento da due grandi passioni: la chimica e la letteratura.

Levi incasella, suddivide e archivia le sue emozioni e i ricordi di quasi un anno di prigionia alternando categorie scientifiche a categorie poetiche, grazie alle quali il racconto di ciò che avviene all’interno di qualche centinaio di metri quadrati di filo spinato suona a tratti come il freddo resoconto di un esperimento di laboratorio (similitudine che Levi stesso proporrà per descrivere gli effetti del piano di sterminio nazista). Cionondimeno, al gergo scientifico si accompagna anche un linguaggio poetico, prepotentemente lirico, in grado di farci commuovere e non solo di spiegarci minuziosamente cosa avveniva nel campo. Nessun altro poteva servire meglio allo scopo di raccontare la sua discesa negli inferi quanto Dante Alighieri. Primo Levi e Dante hanno condiviso la medesima esperienza del Male. Entrambi sono stati all’inferno, Levi in carne ed ossa, Dante con la fantasia, ma entrambi hanno disceso uno ad uno i gradi dell’aberrazione umana inoltrandosi negli angoli più bui della psiche. Il viaggio di Dante diventa quindi per il giovane chimico torinese l’unica cornice letteraria in grado di contenere il suo racconto della trasformazione dell’essere umano in bestia, quella che Primo Levi scorge nei volti scavati dei suoi compagni, che di giorno in giorno si svuotavano di speranza fino a diventare larve, gusci di pelle senza più un’anima: « Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. »

Un’illustrazione realistica dell’Inferno del disegnatore Gabriele Dell’Otto

Dante se non è citato direttamente, viene echeggiato continuamente da una serie continua di immagini infernali, dai diavoli della bolgia dei barattieri alle parole di Ulisse, a quelle dei vari mostri dell’Oltretomba. La somiglianza tra i due scrittori ruota perciò intorno al comune sdegno verso la prevaricazione del più forte sul più debole e verso la violenza in generale. Tra l’altro la storia personale di Primo Levi e di Dante è molto simile. Dante, ricordiamolo, pagò la sua sete di giustizia con l’esilio, ritrovandosi da un giorno all’altro strappato ai suoi cari e alla sua città e costretto a umiliarsi in giro per lande inospitali mendicando il pane. Primo Levi dovette fare i conti con un odio ancora più stolido perché dettato soltanto da razzismo. Il nemico di Dante e Primo Levi è quindi identico: la paura del diverso, di un pensiero diverso, di una religione diversa. Questa paura li ha resi vittime in fuga, prendendo corpo ai loro occhi in uno stato di incertezza costante, nella paura di non arrivare al giorno dopo, vale a dire nella paura che qualcuno potesse infliggergli da un momento all’altro il colpo mortale (nel Medioevo la condanna all’esilio comportava la liceità dell’assassinio a vista). Entrambi combatterono inermi contro un nemico senza volto, che li voleva ai margini, attraverso un lento processo di abbrutimento e de-umanizzazione che nei piani dei carnefici sarebbe dovuto culminare con la loro morte. Primo Levi ricorre a Dante come a un padre, ossia a qualcuno che si è trovato su quella strada prima di lui. Se questo è un uomo è così, per i lettori moderni, una nuova Divina Commedia, dalla quale però è totalmente assente la redenzione della specie ma non la lotta del singolo per la sopravvivenza.

CONTINUA… Parte II

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