Sì, avete letto bene. Non ho confuso la terza persona del verbo Essere con la “e” congiunzione. Ho scritto proprio che scrivere è morire (che sa molto di Amleto ma che in realtà vuole suonare molto meno altisonante rispetto al famoso mongolo).
Per introdurvi al mio ragionamento, vi offro in lettura questa bellissima poesia:
L’opera
Ecco, è finito: non si tocca più.
Quanto mi pesa la penna in mano!
Era così leggera poco prima,
Viva come l’argento vivo:
Non avevo che da seguirla,
Lei mi guidava la mano
Come un veggente che guidi un cieco,
Come una dama che ti guidi a danza.
Ora basta, il lavoro è finito,
Rifinito, sferico.
Se gli togliessi ancora una parola
Sarebbe un buco che trasuda siero.
Se una ne aggiungessi
Sporgerebbe come una brutta verruca.
Se una ne cambiassi stonerebbe
Come un cane che latri in un concerto.
Che fare, adesso? Come staccarsene?
Ad ogni opera nata muori un poco.
La poesia di Primo Levi è emblematica di un sentimento legato al processo creativo e più in particolare a quello della scrittura, inteso come meccanismo allo stesso tempo di generazione e di distruzione. Nello specifico, di generazione di un’opera e di distruzione dell’autore. Come ricordavo già in un altro articolo, sorto però da riflessioni contingenti di natura diversa, scrivere rappresenta un mestiere tutt’altro che divertente. Dall’alto (nel mio caso, secondo volontaria quanto poco credibile professione di umiltà, dal basso) dei miei due libri, posso confermare quanto sostenuto all’epoca e quanto viene detto, in maniera molto più elegante, da Primo Levi.
Senza voler cadere in un vuoto esercizio di ripetizione del già detto e, ancora peggio, di spiegazione o parafrasi della poesia, mi piacerebbe dire, a chi volesse perseguire la strada accidentata della scrittura, che le difficoltà che incontrerà non saranno poche. Io stesso ne ho scoperte altre, che allora non conoscevo, ma che mi si sono presentate davanti dopo essermi lasciato alle spalle, come dicevo, un paio di libercoli.
Innanzitutto di attesa dell’ispirazione. Un libro non è un semplice prodotto di calcoli e di somme. Non ci si mette a raccontare qualcosa sulla base soltanto di un piano prefabbricato. Un libro nasce anche e perché un giorno a qualcuno, per motivi che non si capiranno mai bene, è venuta un’idea, perché è stato rapito da una folgorazione. A volte, fuor di religiosità, perfino da un’apparizione. Quello che si costruisce poi, su tale idea, è quindi il libro. Ma l’idea iniziale, il germe dell’opera nasce molto spesso per caso. Può essere qualcosa legato a un fatto personale, un episodio della propria infanzia, un aneddoto, una notizia di cronaca. Può essere anche un sogno, un equivoco, una visione deliberata e irreale, come quando si vedono cose per effetto di sostanze stupefacenti.
Si parte perciò dall’incrocio favorevole dell’esterno con l’interno, della propria “sensibilità”, che urtata come una corda da un disturbo nella forza (per usare un termine Jedi) produce quindi un suono, o meglio, un progetto letterario. Gli scrittori si piccano infatti di possedere una sensibilità più accentuata del prossimo e di saper cogliere dettagli, nei quali intravedono storie e immaginano intrecci. Detta così può sembrare qualcosa di romantico ma i problemi, credetemi, sorgono in seguito.
Scrivere richiede uno scavo violento all’interno del proprio essere. Affinché quella ispirazione originaria si possa trasformare in qualcosa di tangibile, ha bisogno di venire alimentata dalle energie “fisiche” dello scrittore. Richiede di eseguire una vivisezione dei propri sentimenti. Lo scrittore non può e non deve limitarsi a mettere insieme dei pensieri così, alla rinfusa, nella speranza che prendano corpo da soli. Deve aggiungervi del proprio. Deve staccarsi dei brandelli di anima. Deve sacrificarsi in virtù di creature che vivranno senza di lui ma che però avranno sempre qualcosa di suo. Impasterà perciò nel testo le sue memorie, le sue emozioni, il suo modo di vedere la vita, il suo carattere (malinconico, pessimista, romantico, nichilista, filosofico, naive…), qualunque esso sia. Però il suo cammino dovrà passare per forza attraverso questo stretto imbuto, fatto di denti e lame, altrimenti non ne verrà fuori niente di buono.
Perché il suo racconto sia credibile, il lettore dovrà un domani trovare nel libro tracce di umanità, una prova che sia stato un individuo come lui a scriverlo. Bisognerà che ci sia, tra le righe, la presenza di un’altra persona nella quale egli possa identificarsi o a cui voglia ispirarsi, e che sia stato abbastanza abile da intrattenerlo per qualche ora, mentre lui se ne sta seduto sul treno o sotto le coperte di casa, parlandogli di persone che fanno qualcosa e che vanno da qualche parte. Questo perché, senza brandelli di anima e di umanità, la storia, qualsiasi storia, perde la sua spinta e rimane pura teoria.
Inoltre, come ho già ripetuto, scrivere è estenuante. Sembra non finire mai. Si scrive, per lunghi mesi (fortunati quelli che ci riescono senza interruzioni), andando avanti di poco, tornando indietro per correggere, rivedere, cancellare (sic!). Insomma, scrivere non è una corsa dei 100 metri. È più o meno una maratona. Si suda, si fatica, ci si lacera, e ci si macera (nei dubbi, su tutto, sulla trama, sui personaggi, sulle contraddizioni, sul voler gettare la spugna). Ma alla fine – se non si è ceduto – gli sforzi vengono ripagati dalla felicità con cui si appone la parola “fine” in calce all’ultimo capitolo.
Dietro la parola fine, quella parola magica e misteriosa che sembra sancire le attività più solenni, sarà rimasta sulla carta un’ombra, abbastanza vistosa, di un essere misterioso, il cui nome in genere si trova appena sopra il titolo (o in fondo alla copertina). Costui sarà stato l’artefice di quella fatica straordinaria iniziata in maniera tanto casuale e durata per così tanto tempo. Costui avrà consegnato al pubblico una fotografia di se stesso, una prova della sua nudità interiore che, benchè dietro suo consenso, gli sarà però stata sottratta per sempre.
In questo senso si può affermare che l’opera nata uccide l’autore e che, di conseguenza, scrivere è morire. Poiché a furia di staccarsi pezzi di anima, di farsi rubare l’intimità, è possibile che di quel povero scrittore, dopo l’ennesimo libro, non rimanga più nulla, se non una marea di carte nelle quali egli, se sarà stato bravo, continuerà tuttavia a sopravvivere.
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