Historically Correct

Edward Colston è stato un commerciante di Bristol, vissuto tra il 1600 e il 1700, che tra i tanti prodotti che importò dall’Africa, oltre all’oro e all’argento, importò anche schiavi.

Bristol statue provides UK with a 'Saddam Hussein moment' in Black ...
A Bristol la statua di Edward Colston viene deposta e gettata nel fiume, durante i disordini legati al BLM (Black Lives Matter) movement.

Qualche giorno fa, durante le proteste iniziate sulla scorta della rivolta di Minneapolis negli Stati Uniti, in seguito alla morte di George Floyd, i manifestanti inglesi hanno rovesciato la statua di Edward Colston e l’hanno calata nel fiume, accusandola di glorificare un commerciante di schiavi e quindi, secondo loro, un “razzista”. Ispirata da questo gesto, in altre parti del mondo, la gente ha iniziato ad attacare i “simboli” del razzismo, rovesciando e vandalizzando monumenti. E’ stata vandalizzata la statua di Cristoforo Colombo a New York, con l’accusa di colonialismo, quella di Robert Baden Powell (il fondatore dello scoutismo), nel Dorset, sospettato di contatti con Hitler; la statua di Leopoldo II del Belgio, che invase il Congo alla fine del XIX secolo. E così via, pressoché ovunque si sono ripetute scene del genere.

Perché vengono abbattute le statue di Cristoforo Colombo - Il Post
E’ stata abbattuta anche la statua di Cristoforo Colombo a New York, perché simbolo del colonialismo europeo

Tralascerò qualsiasi considerazione sulla liceità o l’opportunità di protestare perché penso non ci possa essere disaccordo sul fatto che dovunque esiste ancora tanto, troppo razzismo. Quando però la protesta si trasforma in vandalismo, purtroppo non mi trova più d’accordo. Tantomeno quando dimostra di essere storicamente inadatta, superficiale, ignorante e politicizzata. Perché dico questo? Perché la storia raccoglie fatti, mette insieme episodi, traccia linee di pensiero e tenta di dare una spiegazione a certi fenomeni. Tutto ciò che accade, in qualsiasi momento lungo la linea del tempo, accade perché prima si sono manifestati degli elementi, seppure impercettibili, che hanno concorso a determinare quell’avvenimento. Il compito della storia è proprio di risalire alle cause di un avvenimento, indagandone gli effetti. Ora, è vero che la storia si comprende meglio a posteriori. Tuttavia, lo sguardo che si rivolge al passato deve rimanere il più obiettivo possibile, anche se si analizza qualcosa che è in disaccordo con le nostre convinzioni personali. Studiare il fascismo non vuol dire essere dei fascisti, così come studiare l’Olocausto non fa di noi dei nazisti, né – vivaddio – ne peggiora le conseguenze. Dipende sempre dalla nostra posizione di principio. Lo storico dovrebbe pertanto comportarsi come uno scienziato davanti a un campione da analizzare, col suo microscopio, nell’ambiente asettico del suo laboratorio. La sua indagine dovrebbe essere oggettiva. Lo storico deve riportare i fatti così come sono. Sarà poi compito dei teorici interrogarsi sulle implicazioni. Vedo molto più simile il lavoro dello storico a quello dell’archeologo, piuttosto che a quello del filosofo, che potrebbe avere ragione ma anche ingannarsi.

Ultimamente, purtroppo, è sempre più in voga un fenomeno di revisionismo storico che ambisce a cancellare momenti “sgradevoli” della nostra storia, come se la censura applicata retroattivamente servisse a purgare l’anima mundi da quanto successo. Peccato che non funzioni così.

Nel romanzo 1984 di George Orwell, il Grande Fratello che controlla tutto e tutti, impone agli abitanti del suo mondo fittizio una lingua detta neolingua (Newspeak, in originale), il cui scopo è di cancellare qualsiasi termine richiami l’opposizione al regime. Non devono esistere contrari, soltanto eufemismi. Non si parla più di “brutto”, ma solo di “non bello”. Uno dei dipartimenti governativi collegati al Grande Fratello è incaricato appunto di redigere continuamente un vocabolario epurandolo dai vecchi termini, cassati dal regime, al fine di prevenire il germe di idee sovversive. Il genio di Orwell si deve all’aver ipotizzato che la lingua, quanto più è ricca di termini, tanto più favorisce la ricchezza di idee di chi la parla. Ad una lingua povera corrisponde, di contro, povertà di concetti e di opinioni, e quindi maggiore facilità da parte del governo nel controllo delle masse. Un’altra delle attività portate avanti Grande Fratello, è anche la rimozione e la revisione del passato. Lo slogan martellante che si vede in televisione e si sente alla radio è Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato. La follia dei totalitarismi è proprio di pensare di poter riscrivere la storia, in modo tale da prevedere il futuro.

Un altro episodio inquietante furono le cosiddette Bücherverbrennungen, ossia i roghi dei libri al tempo del Partito Nazionalsocialista tedesco. Nel corso di cotali raduni, venivano raccolti libri o saggi che si esprimevano contro l’ideologia nazista, o che comunque portavano a conclusioni in contrasto con quanto sostenuto dai teorici del Reich. Anche in simili circostanze è stato folle, oltre che scellerato, immaginare di liberarsi della diversità di opinioni eliminandone le sue manifestazioni “cartacee”. In questo caso, a farne le spese sono stati i libri di scrittori e pensatori quali Einstein, Brecht, Zolà, Marx, Hemingway, Joyce ecc. Insomma, nulla che non sia stato ristampato qualche anno dopo.

Fabio Tuiach inneggia a Bücherverbrennungen nazista
Adepti della Gioventù hitleriana gettano libri ritenuti pericolosi nel fuoco

La china del revisionismo è perciò pericolosa, oltreché sbagliata. Intanto perché la storia non si può cancellare. Ciò che è successo è successo. Eliminare un libro, una statua, una targa, una bandiera, può sì evitare che il tale evento venga ricordato ma non potrà mai eliminare l’evento in sé, che continuerà ad esistere. Si dimostra una pretesa sciocca quella di abbattere una statua perché la figura rappresentata dalla statua è comunque presente in un libro, o ormai in internet. Chiunque può – e dovrebbe, a parer mio – documentarsi. Non si può impedire alla gente di cercare da sola le informazioni. La censura nel corso dei secoli ha dimostrato un’infinità di volte di produrre l’effetto opposto a quello che voleva ottenere. Pensiamo, ad esempio, all’Indice dei libri proibiti. A chi non interesserebbe andare a leggere un libro messo all’Indice? A tutti, credo. Impedire ad un’opera di essere pubblicata ne accresce enormemente il valore e concentra l’interesse del pubblico proprio su quell’opera. Si prenda la Bibbia di Lutero o il De revolutionibus orbium coelestium o il De Monarchia di Dante Alighieri. Sì, perfino il De Monarchia di Dante è stato messo all’Indice. Sono tutti libri che conosciamo benissimo. Sono diffusissimi e studiatissimi. Contro di essi la censura della Chiesa, benché ci abbia provato, non ha potuto alcunché. Le persone li hanno comunque trovati, li hanno fatti stampare sottobanco, e sono circolati ugualmente. In fondo, è un po’ come quando la mamma da piccoli ci probiva di guardare qualcosa. Finiva che la guardavamo di nascosto. Se non ce l’avesse proibito forse non saremmo stati altrettanto curiosi…

Index Librorum Prohibitorum - Wikipedia
Una delle edizioni dell’Index librorum prohibitorum, creato nel 1559 da papa Paolo IV.

Il problema della censura politicizzata, del cosiddetto “politicamente corretto”, è inoltre incredibilmente fuorviante. Col passare del tempo non mutano semplicemente i costumi ma cambia anche il modo di pensare. Noi individui del 2020 non pensiamo certo come si pensava nell’Ottocento o come pensavano gli uomini del Medioevo. Le nostre categorie di pensiero hanno subito un’evoluzione, e sono tuttora in divenire. Col mutamento del pensiero collettivo, assistiamo altresì ad un mutamento dei giudizi di valore, ossia di ciò che riteniamo semplicemente giusto e sbagliato, bello e brutto, vero e falso. Pensiamo ad esempio ai canoni di bellezza. Il modello del corpo maschile o di quello femminile è diverso rispetto all’ideale di corpo maschile di cento anni fa. Ma anche soltanto di cinquant’anni fa. Figuriamoci questioni più complicate come l’omosessualità, l’aborto, la razza, la parità di genere, l’immigrazione ecc. Non possiamo pretendere che ciò che ci sembra sdoganato e scontato adesso lo fosse anche nel 1600. Non dimentichiamoci che conquiste importanti come i diritti umani si devono agli ultimi trenta, quarant’anni al massimo. Un tempo il dibattito verteva intorno ad altri temi. L’errore è esattamente di credere che il pensiero sia unico, stabile, immutato nei secoli, tale e quale nel corso del tempo. Quindi che l’aggettivo ‘razzista’ possa essere utilizzato per definire sia un uomo del 1900 che un uomo del 1200. Uomini e pensatori che hanno fatto la storia probabilmente non passerebbero il più elementare degli esami se potessimo chedere loro cosa ne pensano degli immigrati, delle donne e dei neri. Secondo i nostri “canoni” Dante passerebbe per xenofobo, George Washington e Churchill per razzisti, Manzoni per bigotto, Boccaccio per misogino, Catullo per omofobo. Eppure questi grandi uomini credevano di esprimere un pensiero moderno, forse rivoluzionario. Lo era, in effetti, per il periodo in cui vissero. Acquisizioni della coscienza collettiva come la Dichiarazione dei Diritti Umani hanno dietro un cammino millenario che è passato anche dal pensiero di uomini come loro che rispetto a chi li ha preceduti, sono stati a modo loro “moderni”. Non è una scusa quella di contestualizzare. Bisogna sempre inserire il pensiero nell’ambiente in cui è nato. Solo così possiamo “giudicare” quanto è stato detto nella maniera migliore.

In conclusione, il passato non va rimosso. Tutt’altro. Va studiato, approfondito, conosciuto. Rimuovere i simboli del passato è la cosa più stupida che si possa fare perché si cerca di oscurare qualcosa che invece va posto sotto la luce della riflessione. Il motto dell’illuminismo era Sàpere aude (lett. ‘osa conoscere’). La conoscenza richiede coraggio. In fondo è più facile adottare il pensiero di qualcun altro, anziché elaborare il proprio. E’ più facile esprimere un giudizio superficiale anziché risalire alle cause. E’ più facile coprire anziché svelare. Invece il compito di noi uomini moderni, che abbiamo alle spalle millenni di evoluzione, ci obbliga a porci continuamente delle domande, a non accontentarci della prima risposta. Già in un altro articolo mi sono permesso di dire la mia sulla questione della censura e del politicamente corretto, sottolineando quanto sia sbagliato porre freni alla conoscenza, solo perché ci troviamo davanti un argomento che non incontra i nostri gusti. Il confronto stimola la crescita. Il dialogo e la frizione sono parti fondamentali dell’apprendimento perché è nella contrapposizione tra due basi diverse che si poggiano le fondamenta per un giudizio largo, una veduta corroborante che estenda i propri orizzonti aldilà di quanto non abbia fatto chi ci ha preceduto. Bernardo di Chartres, un filosofo del Medioevo, disse che “noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti“. Il mio invito, quindi, è a non abbattere le statue, ma ad arrampicarvisi e a riflettare, osservando dall’alto l’orizzonte.

L