Tanti decenni fa, nella famosa striscia di fumetti Peanuts, veniva introdotto un personaggio a dir poco marginale, quello di un gatto invisibile che viveva nella casa a fianco a quella di Snoopy. Si trattava, almeno stando alle descrizioni che ne faceva il leggendario bracchetto, di un gatto enorme e irascibile, ben poco incline alla solidarietà tra animali, e a cui proprio in virtù di queste caratteristiche avevano affibbiato il nomignolo di “World War II”. In Italiano lo avevano tradotto con Secondo Conflitto Mondiale. Snoopy lo faceva spesso arrabbiare, o quando impersonava il Barone Rosso (si riconosceva dalla sciarpa e dagli occhiali da aviatore e perché si sedeva a cavalcioni del tetto come se si fosse trovato a bordo di un bimotore) o quando alludeva, piuttosto frequentemente, al suo scarso coraggio.
Allora Secondo Conflitto Mondiale rispondeva di solito alle impertinenze del suo vicino con delle violente zampate. Ogni zampata era in grado di divellere buona parte della cuccia di Snoopy. Dobbiamo immaginarci quindi i due giardini collocati a distanza ravvicinata, sennò la gag non funziona. Ma il problema comunque non si pone: nell’universo dei Peanuts, il surreale prevale quasi sempre sulla logica. Ed è proprio questo a far ridere. Maggiore dunque lo sfottò lanciato all’indirizzo del gatto da parte di Snoopy-Barone Rosso (personaggio tra l’altro realmente esistito), maggiore la furia del rivale. Addirittura, in seguito a uno dei tanti scambi, Snoopy finisce col provocare talmente tanto l’erculeo felino, da rimediare una tale zampata che della sua cuccia non rimane altro che un bordino risicato.

Questa cosa mi ha sempre fatto scompisciare. Soprattutto perché a qualcuno è venuto in mente di chiamare un gatto Secondo Conflitto Mondiale. Ho sempre trovato i Peanuts geniali, per la loro vena irriverente e profondamente metaforica. Il gatto non si vede mai, così come non si vede quasi nulla di ciò che avviene intorno alla cuccia di Snoopy, però ce lo immaginiamo e ce lo immaginiamo in maniera molto vivida. Almeno io me lo immagino come un gatto enorme, con zampe e artigli possenti, se riesce, dal suo giardino, a scardinare una cuccia posta in un altro giardino. E forse era proprio questa l’idea dietro il nome, non assegnato certo a caso, di Secondo Conflitto Mondiale. Voglio credere che gli autori intendessero far ridere di qualcosa di estremamente serio, come la Seconda Guerra Mondiale, solo lasciandoci pensare a un vago richiamo che per ciascuno di noi evoca cose diverse. Che dire, geniale.
Mi chiedo oggi se Schulz avrebbe voglia di scherzare anche su un possibile “Terzo” Conflitto Mondiale. Mi chiedo anche quale forma sceglierebbe. Se penserebbe sempre alla fisionomia sfuggente di un gatto, o magari al profilo sgradevole di un topo. Secondo me si orienterebbe verso la seconda ipotesi. Sceglierebbe un bel sorcio o uno di quei rattoni di fogna. Sicuramente qualcosa di lurido.
Certo è che i tempi sono cambiati dai Peanuts. La leggerezza degli anni ’70, durante i quali si poteva scherzare su tutto o quasi, ha lasciato il posto a un pessimismo imperante e al dilagare di un politicamente corretto che mutila sul nascere qualsiasi slancio espressivo, perché, ammettiamolo, chi ha voglia di far incazzare il prossimo? Io no. Tutti hanno paura di offendere, anche involontariamente, una qualsiasi categoria esistente nel sistema solare e attirarsi l’odio di orde di bacchettoni da tastiera. Ecco, forse è più corretto se dicessi che oggi Schulz non disegnerebbe più, nauseato e schifato da un tale morboso rigurgito perbenista, affermatosi grazie ai giustizieri di internet e alla generazione del “teniamo la facciata pulita anche se dietro succedono le peggio cose”, che corrode come lebbra le fondamenta di una società malata. Per questo io Schulz lo capirei benissimo se non volesse disegnare e non lo biasimererei affatto. Anzi, condividerei in pieno il suo disgusto e di conseguenza la sua mancanza di interesse per una nuova parodia.
D’altronde, lo spettacolo non fa più ridere. Non mi fa ridere la comicità in televisione, non mi fanno ridere i comici su Instagram, Tik Tok o Facebook. Non mi fa più ridere l’umanità in generale. Il comico (o l’umorismo, se vogliamo salvare qualcosa di un’antica distinzione operata da Pirandello che, buon per lui, ci credeva ancora) si è tramutato in un disgusto al cui confronto il Sartre della Nausea era uno dei fratelli Marx. Disgusto per le tante, troppe cose, che non vanno. Disgusto in primis per lo scenario di una possibile guerra. Disgusto per l’approccio ottuso e bislacco che ognuno degli attori di questo dramma sta giocando.
Mi chiedo come sia possibile correre il rischio di una guerra nel 2022. Mi chiedo, con ancora più veemenza, per quale assurdo motivo l’umanità abbia voglia di rischiare veramente una Terza Guerra Mondiale, dopo essere scampata a due anni di pandemia che ha mietuto milioni di morti. Mi chiedo perché l’uomo non sia capace di imparare dai suoi errori, anziché ripeterli, come fa da 10000 anni a questa parte. Ma so anche che sono tutte domande che resteranno senza risposta.
Ho però imparato qualcosa dai miei trentacinque anni passati sulla crosta di un granello di sabbia alla deriva nello spazio. Ho imparato che l’uomo è destinato a uccidersi, a sterminarsi fino all’ultimo componente, e lo farà, più presto che tardi, con una guerra o con un virus. O probabilmente con entrambi. Lo farà insomma con le sue stesse mani. Ho imparato che l’uomo è l’animale più stupido che esista, pur piccandosi di essere il più intelligente, come specie, come gruppo, come insieme, e che le ragioni di pochi determinano, dall’alba dei tempi, il destino di molti, che i vari Putin, Biden, Trump, Macron, Johnson, anziché ammazzarsi tra di loro, come sarebbe auspicabile e francamente piuttosto divertente (lo so, avevo promesso di non ridere più, però questa la vorrei vedere!), trascineranno nella mischia anche chi non ha nessuna voglia di farsi ammazzare, come me e come te che leggi (spero). Ho imparato che queste cose le diceva duemilacinquecento anni fa già la Bibbia, col celebre “Non c’è niente di nuovo sotto il sole“. E’ vero, diamine. Tutto è vanità! E’ vano insegnare la storia, perché tanto l’umanità non la capisce, perché altrimenti saprebbe che nessuna guerra è mai l’ultima e che nessuna guerra ha mai risolto niente, se non gettare le basi per un successivo conflitto.
Allora, cosa rimane da fare? Puntare il dito e dire soltanto che l’uomo è brutto e cattivo? Sarebbe comunque un inizio. Ma vorrei spingermi oltre, affermando che un po’ mi spiace e che in cuor mio vorrei che non succedesse niente e che non ci fosse alcuna guerra, poiché, in quanto uomo sono vile e egoista anch’io e perciò, almeno per gli anni che mi restano, vorrei non trovarmi in mezzo a una guerra. Ma d’altro canto sarebbe oltremodo interessante far parte della generazione finale, vale a dire di quella che si è estinta e che perciò, scomparendo, ha salvato il mondo. Un attimo, in che senso “salvato il mondo”?
Se ci pensate, sarebbe un bel sacrificio, un modo per riscattarsi con l’ultimo atto del capitolo della triste storia umana, per i millenni di massacri, devastazioni e genocidi, e che quindi una guerra, dulcis in fundo, servirebbe a qualcosa. A cosa? Mi sembra piuttosto evidente, no? A restituire il mondo al suo legittimo proprietario, alla Natura, la quale, superato lo shock devastante di una probabile guerra nucleare o batteriologica, prima o poi si riprenderà e potrà quindi tornare a ripopolare, di piante e animali, questo bellissimo pianeta, finalmente libero della creatura più micidiale che abbia mai ospitato e che, fino all’ultimo dei suoi giorni, è stata talmente stupida da uccidersi da sola, pur avendo le risorse per proliferare. Ma, così come vale per i parassiti e i batteri, l’unica strada è lasciare che questi organismi, messi gli uni contro l’altro, portino a termine ciò per cui sono stati creati, in una frenetica, stolida, cieca, interminabile battaglia contro se stessi.
L