Foscolo a Londra

Una piovosa domenica di fine marzo mi sono recato in ossequiosa visita alla tomba di uno dei nostri poeti che ho scoperto essere stato sepolto qui, a Londra, per rendergli tardivo omaggio. Quello ci si trova davanti è in realtà un cenotafio, cioè una tomba senza corpo, poiché i suoi resti furono riportati alcuni anni dopo in Italia dove riposano tuttora, vicino a quelli di altre glorie patrie. Sto parlando di Ugo Foscolo, poeta, critico letterario, romanziere e in fondo uomo dalla vita agitata, che a quanto pare non trovò pace nemmeno da morto.

Ingresso del Chiswick Old Cemetery

Tutto inizia – o finisce, se ci si scusa il gioco di parole – al Chiswick Old Cemetery di Londra, un cimitero ad un’oretta dal centro della capitale, nel quartiere di Turnham Green. In questo sobborgo Foscolo trascorse l’ultimo periodo della sua vita, il più triste, in condizioni di serie difficoltà economiche. Il poeta dei Sepolcri era emigrato a Londra nel 1816, a quasi quarant’anni, profondamente deluso dalla situazione dell’Italia, degradata a potenza di secondo piano e controllata in gran parte dalla casa austriaca degli Asburgo dopo gli accordi del Congresso di Vienna. La profonda ferita inferta al suo patriottismo era difficilmente sanabile, e pertanto si risolse a lasciare il paese, riuscendo, grazie ai suoi natali (Zante era un protettorato britannico) e alle conoscenze altolocate, ad approdare in Inghilterra, appena prima di essere consegnato nelle mani del governo austriaco, contro il quale aveva combattuto durante le guerre napoleoniche.

Veduta del cimitero

All’inizio Foscolo si inserì molto bene nell’élite culturale locale. Godeva già di buona fama per le sue opere e molti intellettuali inglesi lo acclamavano e rispettavano. Trovò quindi un clima favorevole, che gli permise di recuperare il tempo dedicato all’azione. Fu invitato a far parte del prestigioso circolo di Holland House, frequentato al tempo da artisti, letterati e poeti, inglesi e non, tra i quali la figura di Foscolo svettava, essendo uno dei più importati uomini di cultura d’Europa.

Cito questo passaggio da una sua lettera all’amica Quirina Mocenni Magiotti (da Wikipedia): «da che toccai l’Inghilterra ebbi lieta ogni cosa […]. Qui per la prima volta mi sono avveduto ch’io non sono affatto ignoto a’ mortali; e mi veggo accolto come uomo che godesse già da un secolo di bella fama e illibata».

Insomma, la vita per Foscolo procedeva serenamente. Si dedicò ad alcuni studi su Dante, Petrarca e Boccaccio. Scrisse una trentina di saggi e articoli vari, oltre a quello che rimane un capolavoro di critica, per il grande acume con cui l’autore delle Ultime lettere di Jacopo Ortis anticipa lo storicismo della teoria letteraria Otto-Novecentesca, vale a dire il Discorso sul testo della Commedia di Dante, uscito nel 1826. La serenità – soprattutto economica – che trovò nella capitale inglese gli permise di avanzare molto nelle sue ricerche e di dedicarsi nel frattempo all’insegnamento dell’italiano, diventando tutore presso alcune nobili famiglie della zona.

Purtroppo la situazione precipitò di lì a poco, a causa di alcuni investimenti sbagliati e alla vita lussuosa che si concedeva, forse troppo al di sopra dei suoi mezzi. Finì addirittura in prigione per debiti, fino a che, sperperata anche la modesta eredità della figlia, dovette lasciare il centro di Londra per trovare alloggio in un quartiere più modesto, appunto Turnham Green, dove si ammalò di una malattia al fegato e dove morì, a causa delle complicazioni di un’idropisia polmonare, in uno stato di assoluta indigenza nel 1827, accudito soltanto dalla figlia Floriana.

Tomba di Ugo Foscolo

Il coperchio informa il visitatore, il quale si spera sia riuscito nell’impresa tutt’altro che facile di localizzare il prezioso “sepolcro”, nascosto da una miriade di croci gotiche, statue di angeli che indicano ora il cielo, ora il suolo, e lapidi divelte o spezzate in due, che le spoglie del poeta riposarono lì quarant’anni. Poi, forse per un rigurgito auto celebrativo, l’Italia si ricordò del suo figliol prodigo, sepolto fuori dai confini, che aveva fatto brillare la luce della cultura italiana nella perfida Albione, chiedendone la restituzione. Dinanzi alla sua tomba, sotto una piogga scrosciante e zuppo d’acqua fino alle caviglie, guardato in tralìce da un guardiano dalle fattezze medievali, ho voluto onorare la tormentata memoria del poeta di Zante, leggendo alcuni suoi sonetti. Non credo che esista un poeta le cui sorti tanto altalenanti si sposino meglio con ciò che egli stesso si augurava per il fratello:

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente; mi vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de’ tuoi gentili anni caduto:

La madre or sol, suo dì tardo traendo,
Parla di me col tuo cenere muto:
Ma io deluse a voi le palme tendo;
E se da lunge i miei tetti saluto,

Sento gli avversi Numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta;
E prego anch’io nel tuo porto quiete:

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
Allora al petto della madre mesta.

Sono vissuti uomini a cui il destino è in grado di regalare tanto e allo stesso tempo negare tanto. Forse Foscolo apparteneva a quella categoria di genii irrequieti che, artefici della propria fortuna, sono purtroppo anche artefici della propria sfortuna. La passione che guizzò per tutta la vita sotto la sua pelle e pulsò nel suo cuore indomito, fu il suo nemico silenzioso, perché lo portò a consumare ancora più velocemente una riserva vitale che avrebbe potuto sfruttrare per scrivere altri capolavori, e così come per Lord Byron o per altri poeti maledetti, Ugo Foscolo se n’è andato, lasciandoci la certezza che al mondo esistono amori, non per forza carnali, capaci di rapire gli uomini nell’estasi di uno sguardo o di un gesto, e infondergli al contempo quelle parole, giuste, millimetriche, con cui raccontare al prossimo tale estasi. Se questa è la posta in gioco, si fa presto a cedere.

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